RACHEL CORRIE
Palestina, le nuove dignità
EDWARD SAID *
Ai primi di maggio ero a Seattle, per alcune lezioni. Durante il mio soggiorno ho avuto l'occasione di incontrare, a una cena, i genitori di Rachel Corrie, ancora sconvolti per lo shock dell'omicidio della loro figlia, uccisa il 16 marzo a Gaza da un bulldozer israeliano. Mr. Corrie mi ha detto che lui stesso un tempo lavorava come conducente di bulldozer, anche se non aveva mai guidato una bestia simile, un veicolo di 60 tonnellate costruito dalla Caterpillar per demolire abitazioni. Due cose mi hanno colpito della mia breve visita alla famiglia Corrie. Una è il loro ritorno negli Usa, con il corpo di Rachel. Sono stati accolti da due senatrici americane, Patty Murray e Mary Cantwell, entrambe democratiche, a cui hanno raccontato la loro storia e da cui hanno ricevuto le condoglianze, le convenevoli espressioni di solidarietà e la promessa di un'inchiesta sull'omicidio di Rachel. I Corrie, dopo il rientro delle senatrici a Washington, non hanno più avuto contatti con loro, e le promesse di apertura d'inchiesta non si sono mai realizzate. Il secondo aspetto che mi ha colpito è l'eroismo della giovane di Olympia (la città natle di Rachel) che ha dimostrato durante tutta la sua permanenza in Palestina e che ha commosso anche alcuni (obiettori di coscienza) refusenik tra cui Danny, che le ha scritto «Stai facendo la cosa giusta. Io ti ringrazio per questo.»
Dalle lettere della Corrie, via via pubblicate sul Guardian, si intuisce che la ragazza abbia riconosciuto la densità e la storia vivente del popolo palestinese, un popolo che si sente una comunità nazionale e non un gruppo di campi profughi al di là dei tentativi di Israele e degli Stati Uniti di nascondere e mistificare la realtà palestinese. Questo è ciò con cui era solidale Rachel corrie. (...)
E dobbiamo ricordare che questo tipo di solidarietà non è più confinata in un piccolo numero di anime intrepide, ma è riconoscibile nel mondo intero. È una cosa straordinaria che la Palestina quest'anno fosse argomento centrale nei meetings antiglobalizzazione di Porto Alegre e in quelli di Davos e di Amman. E non si può certo negare che in Palestina siano attive più di mille Ong che aiutano il popolo palestinese a portare avanti la sua battaglia. La società palestinese non è ancora crollata. I bambini continuano ad andare a scuola, i dottori e le infermiere assistono i loro pazienti, il popolo vive, cosa che sembra un'offesa a Sharon e a chi vuole tutti i palestinesi in prigione o deportati altrove.
La soluzione militare non ha avuto alcun esito, né lo avrà mai. Come possiamo farlo capire agli israeliani? Dobbiamo aiutarli a capire ciò, non con gli attacchi suicidi, ma con la disobbedienza civile di massa, la protesta organizzata, qui e altrove (...)
Vorrei accennare, inoltre, a un altro aspetto fondamentale della causa palestinese e dell'intero popolo arabo: la dignità. Il punto fondamentale che va messo in luce è la larghissima forbice che divide la nostra società dai pochi che ci comandano. Questi sembrano sottostimare se stessi e le loro nazioni, paurosi di aprirsi al loro popolo e terrificati d'irritare il fratello maggiore, gli Stati Uniti. Perché la collettività degli arabi non ha strillato il suo «no» contro l'intervento americano in Iraq? Contro le follie di Bush e del suo potere ricevuto da Dio, nessun leader arabo ha avuto il coraggio, come un leader di un grande popolo, di dire che noi abbiamo le nostre tradizioni e la nostra religione? Dov'è il supporto arabo, politico, economico e diplomatico, per sostenere un movimento anti-occupazione nella West Bank e a Gaza?
Forse la cosa che più mi colpisce dell'incapacità araba di dare dignità alla causa palestinese è la situazione in cui è caduta l'Anp. Abu Mazen, una figura di secondo rilievo con scarso peso anche tra i suoi, è stato scelto da Arafat, Israele e Stati Uniti proprio per la sua inconsistenza. Non è né un oratore né un grande organizzatore, e ho paura che esaudirà i desideri di Israele senza occuparsi di quelli del suo popolo. Un uomo che al vertice di Aqaba parlava come il pupazzo di un ventriloquo, che leggeva discorsi scritti dal nemico. Lentamente sembra, però, che le cose stiano cambiando e che Abu Mazen e Abu Ammar (Arafat ndt), nelle aspettative popolari, stiano per essere rimpiazzati da nuovi leaders e forze emergenti. La più promettente è formata dai membri dell'Iniziativa Nazionale Palestinese (di Mustafà Bargouti, n.d.r.), le cui attività hanno radici profonde nelle classi lavorative, e tra i giovani intellettuali. Offrono servizi sociali ai disoccupati e assistenza sanitaria nei campi profughi. Sono queste iniziative che rivelano la dignità e la giustezza della nostra battaglia, che viene appoggiata da persone di tutto il mondo, tra cui Rachel Corrie.
* Da The alternative information center(trad. di Pier Mattia Tommasino)




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