«Ucciso il siriano espulso dalla Bossi-Fini». L'hanno
massacrato in carcere
di Maura Gualco
Morto sotto tortura. Tra bastonate e scosse
elettriche, Mohammad Said Al-Sahri, l’ingegnere
siriano espulso dall’Italia insieme alla moglie e ai
quattro figli nel novembre scorso, sembra che sia
stato ucciso. Ha incontrato il suo boia, in un carcere
di sicurezza alle porte di Damasco, dove era detenuto
da quando l’Italia lo ha rispedito nel suo paese,
nonostante avesse richiesto l’asilo politico perché
perseguitato politico. A darne la notizia sono il Cir
(Consiglio italiano per i rifugiati) e la famiglia che
attualmente vive a Londra. «Abbiamo avuto la notizia
da alcuni parenti che vivono a Damasco», dice Murhaf
Lababidi, cognato di Mohammad, al quale fa eco il
direttore del Cir, Christopher Hein: «La notizia, che
stiamo cercando di accertare, ci è stata data da una
fonte che si trova in Siria e che preferiamo mantenere
anonima. Ma non si tratta di parenti». E il tre luglio
scorso un comunicato è stato inviato dai legali della
famiglia Lababidi alla Corte di Strasburgo. «Da fonti
attendibili - è scritto sulla nota - il signor
Mohammad Said Al-Sahri è stato ucciso a causa delle
torture subìte in carcere». Conferme dal governo
siriano non ce ne sono. E la Farnesina interpellata
sull’argomento si limita a un: «Verificheremo».
La storia di Mohammad Al-Sahri comincia nella città di
Hama, antica città siriana, considerata dal regime di
Assad la roccaforte dei Fratelli Mussulmani, i cui
membri - prevede la legge del 7 luglio dell’80 e
ancora in vigore - sono condannati alla pena capitale.
Teatro di una spietata repressione della popolazione,
che tenta di liberarsi del “Leone di Damasco”, Hama
viene bombardata, accerchiata, distrutta
dall’esercito. Un’escalation di violenza che culmina
il due febbraio dell‘82 nel massacro di oltre
diecimila vite. Mohammad Al Sahri, che all’epoca ha 24
anni, fugge. Va prima in Giordania e poi in Irak, dove
si stabilirà con la moglie Maysun e i quattro figli.
Ma la famiglia di sua moglie, anch’essa ricercata dal
regime di Damasco, si era già stabilita in Europa, tra
la Danimarca e l’Inghilterra. Così anche Mohammad,
dopo circa vent’anni di esilio, decide di partire per
l’Europa. E il 23 novembre scorso arriva insieme ai
suoi cari, proveniente da Baghdad via Amman,
all’aeroporto Malpensa di Milano. Bloccati dalla
polizia di frontiera vengono trattenuti in una zona
riservata dell’aeroporto per ben cinque giorni
impedendo loro di vedere Murhaf, il fratello di
Maysun, che nel frattempo era volato da Londra in loro
soccorso. Ma Murhaf era riuscito il giorno dello
sbarco a sentirla telefonicamente e non soltanto si
era assicurato che la sorella avesse richiesto l’asilo
politico per lei e i suoi cari, ma le aveva anche
tradotto dall’arabo il termine “refugee”. «Devi dire
alla polizia di frontiera: ”We are refugee”». Una
veloce deportazione fa seguito ai cinque giorni di
detenzione in isolamento. Vissuto libero nel paese del
feroce Saddam, Mohammad non trova, dunque, altrettanta
tolleranza nella “democratica” Italia. Ma in aereo le
lacrime non servono. Destinazione: Damasco. Dove ad
attendere l’ingegnere all’aeroporto c’è l’ascia del
boia. Arrestato immediatamente dalla sicurezza
siriana, infatti, viene portato via e dalle autorità
non si è mai avuta alcuna informazione. Sua moglie,
insieme ai bambini, vive ad Hama dove due volte a
settimana, racconta Murhaf, riceve la visita dei
Mukabarat, i servizi segreti che la intimidiscono e le
bombardano di domande sui contatti del marito e sul
resto della famiglia. In Italia, intanto, l’Unità
denuncia il caso e in Parlamento fioccano le
interrogazioni al governo. Il ministro dell’Interno,
Giuseppe Pisanu, si difende: «Queste persone non hanno
mai avanzato domanda di asilo, sono stati trattenuti
in luoghi ospitali, trattati con umanità e rimpatriati
in Siria nel pieno rispetto della legge Bossi-Fini».
Difficile credere che in cinque giorni di detenzione
non abbiano mai espresso tale richiesta. E in ogni
caso, spiegano i legali della famiglia Lababidi che,
intanto, hanno denunciato il governo italiano alla
Corte europea di Strasburgo per numerose violazioni
del diritto internazionale, la Convenzione di
Strasburgo vieta «il rimpatrio forzato verso un paese
in cui vige la pena di morte». E a rispondere a Pisanu
sull’ospitalità della polizia di frontiera ci pensa
Maysun che dai suoi “arresti domiciliari” in cui si
trova, scrive al fratello. «Abbiamo ricevuto il
peggior trattamento. C’era una donna, la stessa che ci
ha scortato in Siria...Avevamo chiesto rifugio, una
vita normale...invece ci hanno rinchiuso in una stanza
con le telecamere, dove ci hanno perquisito e fatto le
foto segnaletiche...Abbiamo chiesto varie volte un
interprete, un avvocato...Poi ci hanno condotto in un
posto vicino all’aeroporto...un posto freddo, gelido,
senza riscaldamento, niente coperte...Così fino a
giovedì 28 novembre alle 21 quando quella donna è
venuta con tre agenti di polizia e ci ha detto “hanno
accettato la vostra richiesta. Raccogliete i vostri
effetti personali”. Dove andiamo? “Sarete trasferiti
in un posto migliore” mi ha risposto la donna. Solo in
aereo abbiamo capito dove eravamo diretti».
Un racconto raccapricciante, difficile da provare: la
parola degli immigrati contro quella di un funzionario
di polizia. Ma che offende non solo la famiglia Sahri,
bensì la dignità di ogni essere umano. Si tratterebbe
di quei “trattamenti disumani e degradanti” citati
nella Convenzione di Ginevra e in quella di
Strasburgo. Perché proprio in Siria visto che venivano
dalla Giordania? Si sono rifiutati di andare in
Giordania, risponde il governo. Dunque, per andare in
Giordania si sarebbero opposti con tutte le forze,
mentre per la Siria avrebbero accettato a cuor
leggero. Ma sì, in fondo laggiù ci aspetta solo una
condanna a morte. E non è tutto. Carlo Giovanardi,
ministro per i rapporti per il Parlamento, dagli
scranni dell’aula, assicurò alcuni mesi fa:
«Naturalmente, il governo si impegna a seguire la
vicenda anche a livello europeo, nel caso in cui
emergesse la notizia che i diritti umani non vengano
rispettati». Ebbene, come si è impegnato questo
governo? Come ha ottemperato all’impegno preso?
Amnesty International non ha mai smesso di riferire,
in seguito alle inchieste da essa condotte, che in
Siria la tortura è praticata sistematicamente ed è
concreto il pericolo di scomparsa dei detenuti
politici. Soprattutto gli appartenenti ai Fratelli
Mussulmani. Il governo, quindi, non poteva non sapere.
Non poteva non immaginare la fine che avrebbe fatto
Mohammad Al Sahri. «La notizia della morte
dell’ingegner Sahri che riferiscono fonti attendibili
- dice Anton Giulio Lana, uno dei legali della
famiglia Lababidi - mi lascia sconcertato ma purtroppo
non sorpreso. Il rischio di un tale epilogo era fin
troppo prevedibile. Spetterà a questo punto alla Corte
Europea accertare le responsabilità dell’Italia, anche
sotto questo profilo».
http://www.unita.it/index.asp?SEZION...TOPIC_ID=27171




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