Meridionalismo senza meridionali, tentazione fatale di tutti i Governi
Giuseppe Corona

Con la bandiera dei fondi Fas, paventando un partito del Sud, il governatore siciliano ha agitato i sonni estivi di Berlusconi. Se il successo elettorale del Pdl non ha avuto l'auspicato carattere travolgente, molto si deve all'alleato improvvisamente infido.
In politica, però, l'indignazione conta poco, è, anzi, pericolosa per chi l'alleva, acceca e non lascia vedere la realtà. La realtà è che il Sud è il più maltrattato dalla crisi cui paga il prezzo più alto, ancora più alto se si consentirà a una classe politica screditata di rifarsi una verginità fruendo del malcontento latente, ma chiaro nell'alta astensione elettorale. La risposta del governo segnala sorpresa, impreparazione e scarsa riflessione. Se non fosse così, non ci sarebbe stato cedimento alle richieste del governatore che andavano invece rintuzzate ricordando a tutti i governatori del Sud i tassi scandalosi di utilizzo delle risorse nazionali ed europee destinate alle Regioni del Sud, e ancor più il risultato nullo e controproducente del loro scarso utilizzo. Bisognava avere il coraggio di rifiutare il richiesto, aprendo una grande, vibrante, polemica, che avesse l'ambizione di una resa di conti definitiva con il "meridionalismo" sotto le cui ali si è arricchito il circuito politico lasciando vuote le tasche della stragrande maggioranza della gente del Sud.
Questo coraggio non si è avuto, non si ha, perchè il Mezzogiorno è, attentamente occultato dai gruppi dirigenti del Sud, oggetto sconosciuto da sempre alla classe politica settentrionale. La ricetta tremontiana, consegnata lunedì scorso alle pagine del Mattino, è rivelatrice di questo imbarazzo e di questa ignoranza. Dopo che si è vantato il federalismo fiscale come strumento che finalmente metteva con le spalle al muro il politico meridionale restituendolo a responsabilità mai esercitate, rispuntano diagnosi stantie, pigre, datate. Si rispolvera la "questione meridionale" come "questione nazionale", ipocrita retorica utile ad avocare al centro, a Roma, sostanzialmente al Nord, la questione "dei" meridionali, usando la banalissima osservazione che l'intervento pubblico sulle infrastrutture, disperso tra le Regioni meridionali, si è, per ovvie ragioni, disperso ancor più tra i municipi. Si evoca una mitica prima CasMez, non si capisce che il suo scioglimento fu il risultato di un assodato fallimento che aprì porte e finestre dell'intervento straordinario alle Regioni, con l'orrendo mercato delle vacche che seguì. I fondi strutturali europei non hanno fatto che adattarsi a questa decisione, di cui i politici meridionali sono esecutori non ideatori.
Si evoca una Banca del Sud dopo che i due gloriosi banchi meridionali si sono dissolti nelle viscere della finanza settentrionale, senza chiedersi il perchè. Il tutto, con chiara evidenza, velleitario nell'ambito dell'euro, del patto di stabilità e del terzo debito pubblico del mondo che rendono irreperibili risorse con mezzi artigianali che "non parlano inglese", ma nemmeno l'arabo. Le banche locali! Nessuna riflessione sulla Pubblica amministrazione, sulla scuola e i sistemi formativi, sull'Università, sui servizi pubblici locali e nazionali, che non siano brutali tagli, tutti in negativo, nessuno in positivo. Niente sull'unica potenza finanziaria e internazionale, quella dell'economia del male, niente sul ruolo del Mezzogiorno nell'esercizio di una sua funzione geopolitica, quasi che si possa ridurlo a un discorso economicistico privo di spessore storico, politico e culturale.
La cosa è deludente, venendo da un governo che ha nei cromosomi un'attitudine critica nei confronti del Mezzogiorno, ma non la sviluppa, restando stretto tra i rozzi e semplicistici anatemi leghisti e i non meno rozzi e semplicistici ricatti di un ipotetico Partito del Sud. Chi pensi a una mediazione, però, questa volta sbaglia e di grosso!

IL DENARO del 30-09-2009 num. 181 pag. 02