I brani finali del Liside non sono totalmente lineari. Uno in concreto mi ha causato e mi causa non lievi difficoltà. E’ il brano in cui Socrate – definito l’“amico” come “ciò che è desiderato”- attraverso una catena di definizioni trasforma il senso di “desiderato” ( il termine ellenico di riferimento è epiqumia ) in “affine”, “conforme”, “avente la medesima natura” ( oikeioV ):
“…alla mentoi, hn d¢egw, to ge epiqumoun, ou an endeeV h toutou epiqumei. h gar;
- nai.
- to d¢endeeV ara filon ekeinou ou an endeeV h;
- dokei moi.
- endeeV de gignetai ou an ti afairhtai.
- pwV d¢ou;
- tou oikeiou dh, wV eoiken, o te erwV kai h filia kai h epiqumia tugcanei ousa, wV fainetai, w Menexene te kai Lusi... ”
(… Ma – continuai- chi desidera, desidera ciò che è mancante. No?
- Certo.
- E ciò che manca è amico di colui a cui manca?
- Così mi sembra.
- E mancante è ciò che ci è sottratto.
- Come no?
- Allora – così sembra- amore amicizia e desiderio si indirizzano verso ciò che è affine, cari Menesseno e Liside… ). (LUS, 221e)
Che “ciò che è desiderato” ( epiqumia ) si traduca in “ciò che è mancante” ( endehV ) sembra lecito.
Che “ciò che è mancante” si traduca con “ciò che è stato sottratto” ( il verbo afairhtai ) sembra altrettanto lecito. Ma il fatto di tradurre “ciò che è stato sottratto” con “ciò che è affine” crea non lievi difficoltà. A meno che tale brano del Liside si consideri come un’introduzione intuitiva al successivo mito dell’uomo-donna introdotto da Aristofane nel Convivio. Cosa che mostrerebbe l’influenza non certo limitata dei lavori “socratici” sul PLATONE successivo. E metterebbe in crisi la tendenza attuale della critica filosofica a "sconnettere" il PLATONE-Socrate dal PLATONE-Platone.




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