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Discussione: Abbiamo fatto bene

  1. #1
    Affus
    Ospite

    Predefinito Abbiamo fatto bene

    Abbiamo fatto bene

    di Piero Gheddo

    La testimonianza di un grande missionario:
    l'Occidente ha più meriti che colpe

    Il tempo della globalizzazione (o mondializzazione:
    «Il mondo un solo villaggio») porta noi europei a
    interrogarci sui debiti che abbiamo contratto con
    i popoli di altri continenti.

    È saggio riconoscere le nostre colpe, ma non mi pare
    giusto né produttivo, per noi e per gli altri, che
    ce ne formiamo un «senso di colpa», secondo il quale
    tutti i mali vengono dall'Occidente.

    La colonizzazione europea non è un fatto unico nella
    storia: sempre i popoli più numerosi e più forti
    hanno «colonizzato» gli altri: i greci e poi i romani
    in Europa; i cinesi in Estremo Oriente; gli ariani in
    India; gli aztechi in Messico e nell'America centrale;
    gli incas nell'America andina; gli arabi nel Medio
    Oriente e nel nord Africa.

    C'è però una differenza da segnalare: le altre
    colonizzazioni hanno lasciato i popoli bloccati nella
    via verso il mondo moderno; anche grandi civiltà
    come quella romana o cinese o araba, avevano trasmesso
    le loro ricchezze (il diritto e le strade dei romani,
    il confucianesimo e i caratteri della scrittura cinese,
    l'Islam e la fede nel Dio unico, ecc.), ma non era
    ancora scattata la molla che ha proiettato l'umanità
    verso il «mondo moderno».

    Dal 1500 a oggi, la colonizzazione europea è l'unica
    che ha aperto vie nuove ai popoli, pur con molte
    ingiustizie e crimini di cui ci pentiamo.

    Abbiamo quindi gravi responsabilità storiche e attuali,
    ma non si può dimenticare che se oggi nel mondo
    «globalizzato» si sono affermati democrazia, diritti
    dell'uomo e della donna, libertà di pensiero ed
    economica, medicina moderna, libero mercato, giustizia
    sociale, industrializzazione, scienze e tecniche che
    hanno aumentato enormemente la produzione di beni e di
    cibo, ecc. questo è dovuto a null'altro che alla
    colonizzazione europea.

    Nella sua Autobiografia (1946), Nehru si interrogava
    sul perché, nonostante cinquemila anni di grande
    civiltà, tutto quel che di moderno c'è in India
    (dignità della persona, democrazia, industrie, treni,
    superamento delle caste, ecc.) è venuto
    dall'Occidente.
    E diceva che l'Occidente è mosso da un dinamismo
    interno misterioso, da una continua rivoluzione delle
    idee, mentre l'India è rimasta immobile per millenni,
    bloccata dal karma e dalle caste.

    Il filosofo giapponese Okakura scrive: «Nella nostra
    millenaria cultura non c'è nessun principio che
    possa farci pensare alla donna come persona uguale
    all'uomo: questo è il dono più grande che l'Occidente
    ci ha portato».

    Alioune Diop (fondatore di «Présence Africaine»)
    scriveva negli anni Cinquanta: «La tradizione
    africana ignora il concetto stesso di storia e
    di progresso: noi non guardiamo avanti, ma
    indietro: il nostro ideale non è un mondo migliore,
    ma il mondo degli antenati da conservare tale e
    quale l'abbiamo ereditato».

    Il mondo moderno, nel bene e nel male, è nato in
    Occidente ed è stato poi esportato e adottato dagli
    altri popoli.
    Abbiamo certo usato anche modi condannabili, ma non
    possiamo dimenticare che il mondo moderno
    è nato nell'Occidente cristiano.
    Nel mondo buddhista e indù, nell'Islam e nell'Africa
    pre-coloniale, non potevano sbocciare i diritti
    dell'uomo e della donna, la democrazia, le libertà
    politico-economiche, la rivoluzione francese, il
    marxismo e la giustizia sociale, la rivoluzione
    scientifica e industriale.

    Gli studiosi di civiltà (Weber, Toynbee, Dawson,
    Laloup-Nély) parlano di «civiltà cicliche» (che
    ripetono il passato) e «civiltà progressiste» che
    guardano in avanti: la radice del concetto stesso
    di sviluppo sta nella Bibbia («Cieli nuovi e terra
    nuova», il Regno di Dio qui in terra).

    Tendiamo a dimenticare che il «progresso moderno»,
    nella sua radice religioso-culturale, viene dalla
    Bibbia e dal Vangelo.
    Il mondo occidentale non si capisce senza gli
    orientamenti dati da Dio (la Bibbia) e da Cristo
    (il Vangelo).
    Anche chi si dichiara ateo deve ammettere che
    senza il cristianesimo, cioè solo a partire dalla
    civiltà greco-romana, l'Occidente non avrebbe i
    diritti dell'uomo e della donna, la democrazia,
    lo sviluppo scientifico-tecnico-economico-sociale
    che ha oggi.

    Questo non è per noi un vanto, ma una responsabilità:
    anche se non siamo buoni cristiani, la nostra civiltà
    è impregnata dell'«input» biblico-evangelico.
    Croce diceva: «Non possiamo non dirci cristiani»; e
    Montanelli: «Sono un cattolico non credente».
    Se perdiamo la fede e l'identità cristiana della
    nostra civiltà, siamo un popolo istruito, democratico,
    ricco, tecnicizzato, computerizzato, ma senza ideali,
    senza forza morale, senza difese di fronte ad altri
    popoli con forte identità religiosa e culturale
    (come i musulmani).

    «Un popolo sazio e disperato», come diceva il cardinale
    Giacomo Biffi dei bolognesi.
    Abolire l'educazione e i segni cristiani nella nostra
    società è un crimine non contro il cristianesimo,
    ma contro il popolo italiano.

    Di cosa dobbiamo vergognarci
    Alla domanda se «dobbiamo vergognarci della nostra
    storia e della nostra civiltà», si possono dare due
    risposte:
    1) Il movimento storico di conquista e di colonizzazione
    dell'Occidente verso altri continenti e popoli (dal 1500
    al 1900) ha avuto certamente aspetti negativi di cui
    diremo più avanti, ma presenta anche un bilancio
    molto positivo: abbiamo portato ad altri popoli le idee
    rivoluzionarie, che hanno stimolato l'Occidente verso
    il mondo moderno, a cui oggi tutti i popoli aspirano.
    Persino gli indios dell'Amazzonia brasiliana, isolati
    nelle loro «riserve», vogliono uscire dalla loro
    situazione insostenibile nel mondo moderno: chiedono
    solo di essere rispettati e aiutati, non, come spesso
    succede, disprezzati e sfruttati.
    Negli anni Settanta ho visitato due volte il Congo
    (Zaire), dove Mobutu aveva lanciato il movimento del
    «ritorno all'autenticità africana», per dare al popolo
    un senso di fierezza e di unità, superando le diversità
    locali (tribali) e il complesso di inferiorità rispetto
    ai bianchi.
    Una specie di Kulturkampf tesa ad abolire ogni influsso
    straniero: Mobutu combatteva il neo-colonialismo, la
    Chiesa, i coloni, i tecnici e qualsiasi altra presenza
    e influsso straniero nel Paese.
    Come lui diversi altri capi africani di quel tempo, in
    Ciad, Togo, Ghana, Nigeria, Zambia, Tanzania, ecc.
    Nel gennaio 1972 Mobutu promulga la legge (una delle
    tante in questa linea) secondo la quale tutti i nomi
    cristiani sono aboliti: si debbono usare solo nomi
    autenticamente africani.
    Nel 1973 incontro a Kinshasa il sacerdote teologo
    Vincent Mulago, col quale avevo studiato a Roma
    vent'anni prima e ben conosciuto per le sue opere
    sulla teologia africana; mi presenta sorridendo il
    biglietto da visita col suo nome africano:
    Mulago ga Cikala Mushaharmina.
    Il cardinale Joseph Malula, arcivescovo di Kinshasa,
    protesta per questa e altre leggi ed è costretto
    all'esilio.
    Le iniziative di Mobutu, sostenute dall'entusiasmo
    popolare, per qualche anno assicurano al regime una
    certa stabilità, imposta da una politica repressiva
    di rara violenza.
    Questo movimento politico-culturale non dura a lungo,
    sopraffatto dalle emergenze politiche (dissolvimento
    delle strutture statali, guerriglie) ed economiche
    (fame e malattie, decadenza della produttività e
    del livello di vita, strade dissestate, affossamento
    di scuole e sanità, ecc.) (1).
    Inoltre, il «ritorno all'autenticità africana», almeno
    come voluto da Mobutu e da altri capi africani, si
    rivela un'assurdità.
    Fin che si tratta di chiamarsi Sese Seko (il nuovo
    nome di Mobutu) invece di Joseph Desiré, la cosa può
    funzionare, ma per tutto il resto non funziona più:
    la poligamia? I riti magici? I sacrifici di animali
    agli spiriti in caso di malattia?
    Tutto «autentico», perciò rivalutato dal regime,
    dalla stampa e dalla tv nazionale.
    Ma quello che Mobutu deve accettare per far progredire
    il Congo non è «autentico», perché è stato importato
    dall'Occidente: scuole, ospedali, auto e aerei,
    biciclette e trattori, giornali e televisioni, energia
    elettrica, case in muratura, lingua francese,
    industrie, denaro, banche, governo nazionale,
    parlamento, ecc.
    Uno scrittore congolese emigrato in Belgio scriveva
    nel 1974 (2): «La nostra alienazione culturale sta nel
    fatto che viviamo in un mondo che non è il nostro, non
    l'abbiamo inventato noi e non possiamo fare marcia
    indietro. Le nostre tradizioni hanno valori e bellezze
    artistiche da conservare, ma sostanzialmente appartengono
    a un'epoca passata, che non tornerà più».

    Non capisco quindi come si possa demonizzare la
    colonizzazione occidentale, che è all'origine del cammino
    in avanti dei popoli altri.
    Se non si riconosce questo si è fuori della storia.
    Si vedano i Paesi rimasti isolati e fuori della corrente
    innovatrice portata dall'Occidente (tipo Afghanistan e
    Tibet): sono i meno sviluppati; e anche all'interno di
    singoli Paesi, la parte evoluta è quella colonizzata:
    caso classico l'Uganda del sud fortemente colonizzata
    dagli inglesi e il nord del Karamoja rimasto fino alla
    fine degli anni Sessanta (quando il governo ugandese ha
    incominciato a svilupparla) più o meno com'era nei tempi
    preistorici.

    2) Dobbiamo invece vergognarci del fatto che la conquista
    e la colonizzazione europea, nonostante i grandi ideali
    dei reali di Spagna nel tempo della scoperta dell'America («portare ad altri popoli il Vangelo e la civiltà
    cristiana»), sono state realizzate, a parte l'opera
    dei missionari, in senso opposto al Vangelo che si
    voleva annunziare: abbiamo concepito il rapporto con
    altri continenti in modo funzionale agli interessi
    dell'Europa e non dei popoli colonizzati: schiavitù
    (3), razzismo, rapine di ricchezze locali, guerre
    coloniali per spartirsi i territori, guerre per estendere
    il commercio occidentale, ecc.

    Gli esempi sono infiniti: basti ricordare i cinquanta-
    sessanta milioni di schiavi neri trasportati dall'Africa
    alle Americhe e la «guerra dell'oppio» dell'Inghilterra
    contro la Cina (1839-1842), conclusa col trattato di
    Nanchino: apertura del mercato cinese all'oppio e alle
    merci britanniche (e poi agli altri Paesi occidentali),
    sanzioni economiche alla Cina, cessione di Hong Kong.

    Un triste elenco che potrebbe andare avanti per pagine!
    Di tutto questo senza dubbio dobbiamo vergognarci.
    Non abbiamo avvicinato i popoli secondo l'insegnamento
    di Cristo, che al di sopra di tutto mette la dignità
    dell'uomo, il rispetto dell'uomo (e della donna);
    l'uguaglianza di tutti gli uomini come figli dello
    stesso Padre; l'autorità come servizio; il non fare
    agli altri quel che non vorremmo fosse fatto a noi; il
    dovere di usare i beni che Dio ci ha concesso non per
    il nostro egoismo, ma a favore dei più poveri, ecc.

    Quanto di criminale e di negativo abbiamo fatto nel
    periodo coloniale, e anche dopo, era ed è contro la
    logica del Vangelo.

    I quattro pilastri del sottosviluppo africano

    Nessun «complesso di colpa» deve bloccarci.
    In genere si spiega la realtà dell'abisso fra Nord e
    Sud con motivazioni economico-tecniche e con cause
    esterne (ingiustizie nel commercio internazionale,
    debito estero, multinazionali, ecc.).
    Ma si trascurano le motivazioni interne.

    Tutti gli uomini sono creati da Dio eguali per natura,
    con eguale dignità; ma sono diversi per religione,
    cultura, storia.
    Viviamo in epoche storiche diverse.
    Noi siamo nel Duemila dopo Cristo, i musulmani vivono
    nel loro Medioevo; i popoli dell'Africa nera, in genere,
    sono usciti dalla preistoria un secolo fa o poco più
    (non avevano la scrittura) e praticano ancora
    un'economia di sussistenza: l'Africa è passata da 280
    milioni nel 1960 a circa 800 oggi, ma non è aumentata
    adeguatamente la produzione agricola.
    Nel 1960 l'Africa nera esportava cibo, oggi importa
    il 30% del cibo che consuma.
    La Guinea-Bissau, un milione di abitanti su un
    territorio pianeggiante ricco di acque, importa riso!
    Grazie alla globalizzazione, il terzo mondo si è molto
    sviluppato.
    In Asia il progresso è evidente anche in Paesi come il
    Bangladesh (l'ho rivisto nel settembre 2001), mentre
    sono rimasti indietro i Paesi con dittature socialiste
    che non si sono aperti al libero mercato (Corea del
    Nord e Birmania).
    L'India ha avuto l'ultima carestia nel 1966: estesa
    meno di Etiopia e Sudan, con un miliardo di abitanti
    contro 80 milioni, esporta cibo (in Africa e Medio
    Oriente), in Etiopia e in Sudan si muore di fame.

    Uno studio della Banca Mondiale del 2002 dà queste
    cifre (4):
    - Nel 1980 il 30% della popolazione mondiale era sotto
    il livello minimo di sopravvivenza, circa 1,4 miliardi
    di persone.
    - Nel 2000 solo il 20% degli uomini sono in quelle
    condizioni, cioè 1,2 miliardi.
    - Dal 1990 al 1999 i «poveri assoluti» sono diminuiti
    dal 27,6% al 14,7% nell'Asia orientale e Pacifico; dal
    44 al 40% nell'Asia meridionale; dal 16,8 al 12,1%
    nell'America Latina e Caraibi; dal 2,4 al 2,1% in Medio
    Oriente e Nord Africa.
    Solo nell'Africa sotto il Sahara sono aumentati dal
    47,7 al 48,4%.

    Un missionario italiano in Tanzania mi dice: «I pilastri
    del sottosviluppo africano sono quattro: fatalismo,
    analfabetismo, governi corrotti e i militari».
    La causa radicale dell'abisso fra ricchi e poveri
    non è il mercato mondiale, ma la mancanza di istruzione
    e di crescita democratica dei popoli più poveri.
    In Africa, la politica delle élites di governo,
    invece di puntare sull'educazione e sulla sanità per
    le zone rurali, ha privilegiato le città, col risultato
    di creare metropoli invivibili e campagne abbandonate.

    Questo vale anche per l'America Latina: in India,
    l'82% della popolazione vive fuori delle città con più
    di 50mila abitanti; in Argentina il 40% degli argentini
    vivono a Buenos Aires, in Uruguay il 35% a Montevideo,
    in Perù il 35% a Lima!
    Perón voleva una capitale sfavillante come Parigi, mentre
    Nehru portava strade, scuole e sanità nelle regioni
    rurali: oggi i risutati si vedono!
    I Paesi che vivono in pace, sono aperti all'economia di
    mercato, hanno stabilità politica e una buona istruzione
    e libertà economica, il mercato mondiale offre
    possibilità di rapido sviluppo che in passato non
    esistevano (5).

    Ecco alcuni dati dell'Onu: la Germania ha impiegato 43
    anni (dal 1870) per raddoppiare il proprio reddito; il
    Giappone 34 anni (dal 1885), la Corea del Sud 11 anni
    (dal 1966), la Cina 9 anni dal 1985 al 1994.
    Ma questi Paesi hanno una buona istruzione di base del
    popolo e la stabilità politica, fattori che mancano del
    tutto all'Africa.

    Una colossale menzogna che non aiuta i popoli poveri è
    lo slogan: il Sud è povero perché il Nord è ricco e il
    Nord è ricco perché il Sud è povero.
    Quando si dice che il 20% degli uomini possiedono l'80%
    delle ricchezze e l'80% solo il 20%, si bara con le
    parole.
    Si dovrebbe dire: il 20% produce l'80% delle ricchezze
    e l'80% non produce più del 20%.
    Questa la realtà che non possiamo ignorare: non si
    aiutano i poveri raccontando bugie.

    A Vercelli 70-75 quintali di riso all'ettaro,
    nell'agricoltura africana 4-5 quintali; le vacche
    italiane producono 25-30 litri di latte al giorno,
    quelle africane uno e solo quando hanno il vitello;
    nelle capitali africane molte industrie sono ferme
    o producono al 20-30% delle possibilità.

    Il problema non è distribuire la ricchezza, ma fare in
    modo che ogni popolo sia capace di produrre ricchezza:
    se non si produce si rimane poveri.

    Quali sono i nostri impegni?

    Cosa possiamo fare noi, popoli ricchi ed evoluti, che
    siamo al timone dalla globalizzazione?
    a) Prendere coscienza del fatto che siamo nati
    tra i privilegiati dell'umanità. L'industriale Marcello
    Candia, che sta diventando beato, diceva spesso: «Chi
    ha molto ricevuto dalla vita deve dare molto» (6).
    b) Dare ai giovani grandi ideali. Ci lamentiamo
    spesso che i giovani d'oggi sono fragili, incostanti.
    Chiaro: hanno tutto e non hanno davanti nessuna meta
    che li impegni al di là dell'orizzonte quotidiano.
    Nell'immediato dopoguerra, l'Azione cattolica ci
    stimolava fortemente a ricostruire l'Italia,
    impegnandoci nel lavoro, nello studio, nel fondare
    famiglie unite e piene di amore, nella politica e nel
    sindacato, nella preghiera per chiedere a Dio
    l'ispirazione e le forze necessarie, ecc. Oggi abbiamo
    perso questa forza educativa che chiede molto, ma dà
    senso alla vita. Ai giovani diamo tutto e chiediamo
    poco, non sono educati al sacrificio, alla rinunzia.
    Il tempo globalizzato chiama in causa i soggetti
    educativi, famiglia, scuola, mass media, associazioni,
    partiti, sindacati, parrocchie, per educare a prendere
    sul serio la sfida di oggi: essere fratelli dei poveri.
    Papà, mamme, educatori, non insegnate ai vostri figli
    e alunni a fare carriera, a fare tanti soldi:
    insegnategli a essere buoni, a dare un senso positivo
    alla propria esistenza!
    Ero a Genova nel luglio 2001 per il G8.
    In un incontro con i no global dicevo: ammiro le vostre
    buone intenzioni, ma oltre alla protesta contro il G8,
    cosa siete disposti a fare di positivo?
    Rinunziare al vostro superfluo?
    Donare qualche anno della vostra vita per andare a
    vivere, condividere, aiutare i nostri fratelli più
    sfortunati?

    c) Recuperare una certa austerità di vita. Viviamo
    troppo nel superfluo e nello spreco! Kenneth Galbraith:
    «L'americano medio consuma almeno tre volte tanto quanto
    sarebbe necessario per una vita pienamente dignitosa e
    umana. Il di più che consuma lo rende meno uomo, poiché
    la troppa opulenza rende meno uomini allo stesso modo
    della troppa miseria».
    Nel 1982 il «Comitato contro la fame nel mondo» della
    Cei lanciava la campagna «Contro la fame cambia la vita»
    sul tema dell'austerità: ma ebbe scarso successo anche
    fra i cattolici.
    È un tema che va ripreso, discusso, approfondito.

    d) Il Papa ha detto più volte che bisogna
    «globalizzare la solidarietà».
    Ma questo costa sacrifici a tutti noi.
    Non basta mandare macchine e aiuti economici (i
    soldi ci vogliono, ma da soli non producono sviluppo);
    va cambiato il nostro «modello di vita e di sviluppo»,
    orientandolo dalla corsa verso il superfluo, al
    necessario per tutti.
    Come? Non lo so, questo è compito della politica,
    dell'economia.
    Occorre che i popoli ricchi ne siano convinti e i
    governi si propongano questa meta.

    e) I missionari modelli da imitare. Nel
    dibattito sul come colmare l'abisso fra Nord e Sud del
    mondo, l'esperienza dei missionari non viene mai
    fuori.
    Il Papa scrive (7): «Oggi i missionari più che in passato
    sono riconosciuti anche come promotori di sviluppo da
    governi ed esperti internazionali, i quali restano
    ammirati del fatto che si ottengano notevoli risultati
    con scarsi mezzi».
    Chiunque ha viaggiato nelle regioni povere del terzo
    mondo può confermare: dove governi e organismi
    internazionali hanno fallito i missionari delle Chiese
    cristiane (cattolici e protestanti) hanno avuto successo.
    Nessuno si chiede perché.
    I missionari vanno a condividere la vita dei popoli, ci
    vivono assieme, adattandosi a condizioni di vita non
    facili, imparando le lingue locali: gettano ponti di
    amicizia, di comprensione e di educazione vicendevole
    fra i popoli.
    I progetti governativi e internazionali in genere no.
    Indro Montanelli ha scritto (8): «Per aiutare i popoli
    poveri i miliardi non bastano. Ci vogliono i missionari
    alla Marcello Candia (industriale della Milano opulenta
    che vende tutto e va in Amazzonia a servire i poveri) e
    alla Clemente Vismara (eroe della prima guerra mondiale
    che trascorre 65 anni in Birmania).
    Ma i missionari sono difficili da stanziare nei bilanci
    dello Stato.
    Dovrebbero produrli le nostre famiglie, la nostra scuola,
    la nostra cultura cristiana.
    Temo che la vocazione profonda della nostra civiltà
    cristiana - la carità verso gli ultimi - sia oggi in
    ribasso, almeno nelle cronache quotidiane e nella
    filosofia della vita della nostra società».



    Note

    1) Nel 1976 Mobutu chiede alla Chiesa cattolica
    di riprendere in mano le scuole e la sanità.
    I vescovi rispondono che la Chiesa farà la sua parte,
    ma non può farsi carico in toto di una funzione che
    spetta allo Stato;

    2) Mayidi P., «En quête d'identité», in Le Soir,
    Bruxelles, maggio 1974;

    3) La condanna della schiavitù è forte e assoluta. Ma
    ogni fenomeno va visto nel quadro del suo tempo. Nel
    2001 si è lanciata in Senegal una campagna di opinione
    pubblica per chiedere all'Europa e agli Stati Uniti di
    pagare al Senegal i danni della tratta degli schiavi.
    Il presidente del Senegal da poco eletto, Abdoulaye
    Wade, ha parlato al parlamento e ai capi locali
    dicendo che una campagna del genere, secoli dopo i
    fatti, non ha senso; e ha aggiunto: «Allora, chiedete
    anche a me, vostro presidente, di pagare questi danni,
    perché il mio bisnonno era uno dei capi di quel tempo,
    faceva razzie nei villaggi, prendeva prigionieri e li
    conduceva nell'isola di Gorée per consegnarli alle
    navi europee che li portavano in America. Se c'è stata
    la tratta è perché i nostri capi consegnavano la merce
    umana agli schiavisti». Dopo questo intervento, la
    campagna di stampa e politica si è sgonfiata;

    4) Il Sole 24 Ore, 21 gennaio 2002;

    5) Amarthya Sen, Lo sviluppo e la libertà - Perché non
    c'è crescita senza democrazia, Mondadori, 2000;

    6) Nel 1964 il milanese Marcello Candia (1916-1983) ha
    venduto le sue industrie ed è andato con i missionari
    in Amazzonia a spendere la vita e tutti i suoi averi
    per i poveri (Piero Gheddo, Marcello dei Lebbrosi, De
    Agostini 1994, pagg. 328);

    7) Enciclica Redemptoris Missio (1991), n° 58;

    8) Indro Montanelli, prefazione al libro di Piero
    Gheddo Missionario - Un pensiero al giorno, Piemme 1997.

  2. #2
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    Predefinito

    Tendiamo a dimenticare che il «progresso moderno»,
    nella sua radice religioso-culturale, viene dalla
    Bibbia e dal Vangelo.
    Il mondo occidentale non si capisce senza gli
    orientamenti dati da Dio (la Bibbia) e da Cristo
    (il Vangelo).
    Anche chi si dichiara ateo deve ammettere che
    senza il cristianesimo, cioè solo a partire dalla
    civiltà greco-romana, l'Occidente non avrebbe i
    diritti dell'uomo e della donna, la democrazia,
    lo sviluppo scientifico-tecnico-economico-sociale
    che ha oggi.
    1534 riforma in inghilterra
    1685 principia di newton
    (con l'intermezzo del processo a galileo nella cristiana italia)

    il giappone è superprogredito senza aver mai aperto al cristianesimo,

    la cina è su quella strada.

    africa e america latina sprofondano.

  3. #3
    Affus
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    In origine postato da Pasquin0
    1534 riforma in inghilterra
    1685 principia di newton
    (con l'intermezzo del processo a galileo nella cristiana italia)

    il giappone è superprogredito senza aver mai aperto al cristianesimo,

    la cina è su quella strada.

    africa e america latina sprofondano.
    allora se il mondo non ha ancora capito che il primato della civilta tocca a quei popoli che hanno alla base il pensiero ebraico cristiano , bisogna subito ricominciare arrivando anche a ridurli in polpette se necessario . Non possiamo piu aspettare perchè cio significa rovinarli ancora di piu .

  4. #4
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    la tua domestica ti ha chiesto gli arretrati?! pagala poichè è scritto " al lavoratore la giusta mercede" e £ sia maledetto il noachide che non paga la domestica"

  5. #5
    Affus
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    In origine postato da shambler
    la tua domestica ti ha chiesto gli arretrati?! pagala poichè è scritto " al lavoratore la giusta mercede" e £ sia maledetto il noachide che non paga la domestica"

    io l'ho sempre pagata e anche gli straordinari .
    Non c'è bisogno che mi dici a me certe cose .
    Io la legge ce l'ho nel sangue .

  6. #6
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    allora perchè vorresti farla a polpette? ti ha chiesto un aumento?!
    domandina al colto noachide: come viene chiamata la domestica che lavora di sabato?! vogliamo nome originale e traduzione.
    vediamo se qualcuno lo sa.

  7. #7
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    Affus, praticamente ammetti finalmente, sia pure attraverso una lunga citazione, ciò che io sostengo da anni, e cioè che la modernità è un prodotto del veleno giudaico?

  8. #8
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    In origine postato da Affus
    allora se il mondo non ha ancora capito che il primato della civilta tocca a quei popoli che hanno alla base il pensiero ebraico cristiano , bisogna subito ricominciare arrivando anche a ridurli in polpette se necessario .
    così mi piaci.

  9. #9
    Affus
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    In origine postato da Peucezio
    Affus, praticamente ammetti finalmente, sia pure attraverso una lunga citazione, ciò che io sostengo da anni, e cioè che la modernità è un prodotto del veleno giudaico?
    Impagnati allora a far trionfare questo tipo di civilta che non si trova nulla di meglio sul pianeta oggi .
    Il mio Regno di giustizia passa attraverso il trionfo della civilta giudaico-cristiana,schiacciando sotto il tallone tuee le altre civilta , perchè troppo inconsistenti e dannose al pianeta .
    Le piu dannose sono quelle africane ed islamiche .

  10. #10
    Affus
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    In origine postato da shambler
    allora perchè vorresti farla a polpette? ti ha chiesto un aumento?!
    domandina al colto noachide: come viene chiamata la domestica che lavora di sabato?! vogliamo nome originale e traduzione.
    vediamo se qualcuno lo sa.

    la legge giudaica mi insegna ad essere inflessibile sulle idee ,ma flessibile sulle persone .
    Io non ho motivo di odiare la domestica ,ma ho motivo di odiare i suoi usi e costumi schifosi e incivili .
    Uno di questi si chiama poligamia .
    Diceva Papa Giovanni che dobbiamo distinguere il comunismo dai comunisti .

    In sede politica , aggiungo io , e non in privato, cio è impossibile .
    In sede politica al comunista gli va subito torto la testa come al pollo , come all'incivile africano .

 

 
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