Abbiamo fatto bene
di Piero Gheddo
La testimonianza di un grande missionario:
l'Occidente ha più meriti che colpe
Il tempo della globalizzazione (o mondializzazione:
«Il mondo un solo villaggio») porta noi europei a
interrogarci sui debiti che abbiamo contratto con
i popoli di altri continenti.
È saggio riconoscere le nostre colpe, ma non mi pare
giusto né produttivo, per noi e per gli altri, che
ce ne formiamo un «senso di colpa», secondo il quale
tutti i mali vengono dall'Occidente.
La colonizzazione europea non è un fatto unico nella
storia: sempre i popoli più numerosi e più forti
hanno «colonizzato» gli altri: i greci e poi i romani
in Europa; i cinesi in Estremo Oriente; gli ariani in
India; gli aztechi in Messico e nell'America centrale;
gli incas nell'America andina; gli arabi nel Medio
Oriente e nel nord Africa.
C'è però una differenza da segnalare: le altre
colonizzazioni hanno lasciato i popoli bloccati nella
via verso il mondo moderno; anche grandi civiltà
come quella romana o cinese o araba, avevano trasmesso
le loro ricchezze (il diritto e le strade dei romani,
il confucianesimo e i caratteri della scrittura cinese,
l'Islam e la fede nel Dio unico, ecc.), ma non era
ancora scattata la molla che ha proiettato l'umanità
verso il «mondo moderno».
Dal 1500 a oggi, la colonizzazione europea è l'unica
che ha aperto vie nuove ai popoli, pur con molte
ingiustizie e crimini di cui ci pentiamo.
Abbiamo quindi gravi responsabilità storiche e attuali,
ma non si può dimenticare che se oggi nel mondo
«globalizzato» si sono affermati democrazia, diritti
dell'uomo e della donna, libertà di pensiero ed
economica, medicina moderna, libero mercato, giustizia
sociale, industrializzazione, scienze e tecniche che
hanno aumentato enormemente la produzione di beni e di
cibo, ecc. questo è dovuto a null'altro che alla
colonizzazione europea.
Nella sua Autobiografia (1946), Nehru si interrogava
sul perché, nonostante cinquemila anni di grande
civiltà, tutto quel che di moderno c'è in India
(dignità della persona, democrazia, industrie, treni,
superamento delle caste, ecc.) è venuto
dall'Occidente.
E diceva che l'Occidente è mosso da un dinamismo
interno misterioso, da una continua rivoluzione delle
idee, mentre l'India è rimasta immobile per millenni,
bloccata dal karma e dalle caste.
Il filosofo giapponese Okakura scrive: «Nella nostra
millenaria cultura non c'è nessun principio che
possa farci pensare alla donna come persona uguale
all'uomo: questo è il dono più grande che l'Occidente
ci ha portato».
Alioune Diop (fondatore di «Présence Africaine»)
scriveva negli anni Cinquanta: «La tradizione
africana ignora il concetto stesso di storia e
di progresso: noi non guardiamo avanti, ma
indietro: il nostro ideale non è un mondo migliore,
ma il mondo degli antenati da conservare tale e
quale l'abbiamo ereditato».
Il mondo moderno, nel bene e nel male, è nato in
Occidente ed è stato poi esportato e adottato dagli
altri popoli.
Abbiamo certo usato anche modi condannabili, ma non
possiamo dimenticare che il mondo moderno
è nato nell'Occidente cristiano.
Nel mondo buddhista e indù, nell'Islam e nell'Africa
pre-coloniale, non potevano sbocciare i diritti
dell'uomo e della donna, la democrazia, le libertà
politico-economiche, la rivoluzione francese, il
marxismo e la giustizia sociale, la rivoluzione
scientifica e industriale.
Gli studiosi di civiltà (Weber, Toynbee, Dawson,
Laloup-Nély) parlano di «civiltà cicliche» (che
ripetono il passato) e «civiltà progressiste» che
guardano in avanti: la radice del concetto stesso
di sviluppo sta nella Bibbia («Cieli nuovi e terra
nuova», il Regno di Dio qui in terra).
Tendiamo a dimenticare che il «progresso moderno»,
nella sua radice religioso-culturale, viene dalla
Bibbia e dal Vangelo.
Il mondo occidentale non si capisce senza gli
orientamenti dati da Dio (la Bibbia) e da Cristo
(il Vangelo).
Anche chi si dichiara ateo deve ammettere che
senza il cristianesimo, cioè solo a partire dalla
civiltà greco-romana, l'Occidente non avrebbe i
diritti dell'uomo e della donna, la democrazia,
lo sviluppo scientifico-tecnico-economico-sociale
che ha oggi.
Questo non è per noi un vanto, ma una responsabilità:
anche se non siamo buoni cristiani, la nostra civiltà
è impregnata dell'«input» biblico-evangelico.
Croce diceva: «Non possiamo non dirci cristiani»; e
Montanelli: «Sono un cattolico non credente».
Se perdiamo la fede e l'identità cristiana della
nostra civiltà, siamo un popolo istruito, democratico,
ricco, tecnicizzato, computerizzato, ma senza ideali,
senza forza morale, senza difese di fronte ad altri
popoli con forte identità religiosa e culturale
(come i musulmani).
«Un popolo sazio e disperato», come diceva il cardinale
Giacomo Biffi dei bolognesi.
Abolire l'educazione e i segni cristiani nella nostra
società è un crimine non contro il cristianesimo,
ma contro il popolo italiano.
Di cosa dobbiamo vergognarci
Alla domanda se «dobbiamo vergognarci della nostra
storia e della nostra civiltà», si possono dare due
risposte:
1) Il movimento storico di conquista e di colonizzazione
dell'Occidente verso altri continenti e popoli (dal 1500
al 1900) ha avuto certamente aspetti negativi di cui
diremo più avanti, ma presenta anche un bilancio
molto positivo: abbiamo portato ad altri popoli le idee
rivoluzionarie, che hanno stimolato l'Occidente verso
il mondo moderno, a cui oggi tutti i popoli aspirano.
Persino gli indios dell'Amazzonia brasiliana, isolati
nelle loro «riserve», vogliono uscire dalla loro
situazione insostenibile nel mondo moderno: chiedono
solo di essere rispettati e aiutati, non, come spesso
succede, disprezzati e sfruttati.
Negli anni Settanta ho visitato due volte il Congo
(Zaire), dove Mobutu aveva lanciato il movimento del
«ritorno all'autenticità africana», per dare al popolo
un senso di fierezza e di unità, superando le diversità
locali (tribali) e il complesso di inferiorità rispetto
ai bianchi.
Una specie di Kulturkampf tesa ad abolire ogni influsso
straniero: Mobutu combatteva il neo-colonialismo, la
Chiesa, i coloni, i tecnici e qualsiasi altra presenza
e influsso straniero nel Paese.
Come lui diversi altri capi africani di quel tempo, in
Ciad, Togo, Ghana, Nigeria, Zambia, Tanzania, ecc.
Nel gennaio 1972 Mobutu promulga la legge (una delle
tante in questa linea) secondo la quale tutti i nomi
cristiani sono aboliti: si debbono usare solo nomi
autenticamente africani.
Nel 1973 incontro a Kinshasa il sacerdote teologo
Vincent Mulago, col quale avevo studiato a Roma
vent'anni prima e ben conosciuto per le sue opere
sulla teologia africana; mi presenta sorridendo il
biglietto da visita col suo nome africano:
Mulago ga Cikala Mushaharmina.
Il cardinale Joseph Malula, arcivescovo di Kinshasa,
protesta per questa e altre leggi ed è costretto
all'esilio.
Le iniziative di Mobutu, sostenute dall'entusiasmo
popolare, per qualche anno assicurano al regime una
certa stabilità, imposta da una politica repressiva
di rara violenza.
Questo movimento politico-culturale non dura a lungo,
sopraffatto dalle emergenze politiche (dissolvimento
delle strutture statali, guerriglie) ed economiche
(fame e malattie, decadenza della produttività e
del livello di vita, strade dissestate, affossamento
di scuole e sanità, ecc.) (1).
Inoltre, il «ritorno all'autenticità africana», almeno
come voluto da Mobutu e da altri capi africani, si
rivela un'assurdità.
Fin che si tratta di chiamarsi Sese Seko (il nuovo
nome di Mobutu) invece di Joseph Desiré, la cosa può
funzionare, ma per tutto il resto non funziona più:
la poligamia? I riti magici? I sacrifici di animali
agli spiriti in caso di malattia?
Tutto «autentico», perciò rivalutato dal regime,
dalla stampa e dalla tv nazionale.
Ma quello che Mobutu deve accettare per far progredire
il Congo non è «autentico», perché è stato importato
dall'Occidente: scuole, ospedali, auto e aerei,
biciclette e trattori, giornali e televisioni, energia
elettrica, case in muratura, lingua francese,
industrie, denaro, banche, governo nazionale,
parlamento, ecc.
Uno scrittore congolese emigrato in Belgio scriveva
nel 1974 (2): «La nostra alienazione culturale sta nel
fatto che viviamo in un mondo che non è il nostro, non
l'abbiamo inventato noi e non possiamo fare marcia
indietro. Le nostre tradizioni hanno valori e bellezze
artistiche da conservare, ma sostanzialmente appartengono
a un'epoca passata, che non tornerà più».
Non capisco quindi come si possa demonizzare la
colonizzazione occidentale, che è all'origine del cammino
in avanti dei popoli altri.
Se non si riconosce questo si è fuori della storia.
Si vedano i Paesi rimasti isolati e fuori della corrente
innovatrice portata dall'Occidente (tipo Afghanistan e
Tibet): sono i meno sviluppati; e anche all'interno di
singoli Paesi, la parte evoluta è quella colonizzata:
caso classico l'Uganda del sud fortemente colonizzata
dagli inglesi e il nord del Karamoja rimasto fino alla
fine degli anni Sessanta (quando il governo ugandese ha
incominciato a svilupparla) più o meno com'era nei tempi
preistorici.
2) Dobbiamo invece vergognarci del fatto che la conquista
e la colonizzazione europea, nonostante i grandi ideali
dei reali di Spagna nel tempo della scoperta dell'America («portare ad altri popoli il Vangelo e la civiltà
cristiana»), sono state realizzate, a parte l'opera
dei missionari, in senso opposto al Vangelo che si
voleva annunziare: abbiamo concepito il rapporto con
altri continenti in modo funzionale agli interessi
dell'Europa e non dei popoli colonizzati: schiavitù
(3), razzismo, rapine di ricchezze locali, guerre
coloniali per spartirsi i territori, guerre per estendere
il commercio occidentale, ecc.
Gli esempi sono infiniti: basti ricordare i cinquanta-
sessanta milioni di schiavi neri trasportati dall'Africa
alle Americhe e la «guerra dell'oppio» dell'Inghilterra
contro la Cina (1839-1842), conclusa col trattato di
Nanchino: apertura del mercato cinese all'oppio e alle
merci britanniche (e poi agli altri Paesi occidentali),
sanzioni economiche alla Cina, cessione di Hong Kong.
Un triste elenco che potrebbe andare avanti per pagine!
Di tutto questo senza dubbio dobbiamo vergognarci.
Non abbiamo avvicinato i popoli secondo l'insegnamento
di Cristo, che al di sopra di tutto mette la dignità
dell'uomo, il rispetto dell'uomo (e della donna);
l'uguaglianza di tutti gli uomini come figli dello
stesso Padre; l'autorità come servizio; il non fare
agli altri quel che non vorremmo fosse fatto a noi; il
dovere di usare i beni che Dio ci ha concesso non per
il nostro egoismo, ma a favore dei più poveri, ecc.
Quanto di criminale e di negativo abbiamo fatto nel
periodo coloniale, e anche dopo, era ed è contro la
logica del Vangelo.
I quattro pilastri del sottosviluppo africano
Nessun «complesso di colpa» deve bloccarci.
In genere si spiega la realtà dell'abisso fra Nord e
Sud con motivazioni economico-tecniche e con cause
esterne (ingiustizie nel commercio internazionale,
debito estero, multinazionali, ecc.).
Ma si trascurano le motivazioni interne.
Tutti gli uomini sono creati da Dio eguali per natura,
con eguale dignità; ma sono diversi per religione,
cultura, storia.
Viviamo in epoche storiche diverse.
Noi siamo nel Duemila dopo Cristo, i musulmani vivono
nel loro Medioevo; i popoli dell'Africa nera, in genere,
sono usciti dalla preistoria un secolo fa o poco più
(non avevano la scrittura) e praticano ancora
un'economia di sussistenza: l'Africa è passata da 280
milioni nel 1960 a circa 800 oggi, ma non è aumentata
adeguatamente la produzione agricola.
Nel 1960 l'Africa nera esportava cibo, oggi importa
il 30% del cibo che consuma.
La Guinea-Bissau, un milione di abitanti su un
territorio pianeggiante ricco di acque, importa riso!
Grazie alla globalizzazione, il terzo mondo si è molto
sviluppato.
In Asia il progresso è evidente anche in Paesi come il
Bangladesh (l'ho rivisto nel settembre 2001), mentre
sono rimasti indietro i Paesi con dittature socialiste
che non si sono aperti al libero mercato (Corea del
Nord e Birmania).
L'India ha avuto l'ultima carestia nel 1966: estesa
meno di Etiopia e Sudan, con un miliardo di abitanti
contro 80 milioni, esporta cibo (in Africa e Medio
Oriente), in Etiopia e in Sudan si muore di fame.
Uno studio della Banca Mondiale del 2002 dà queste
cifre (4):
- Nel 1980 il 30% della popolazione mondiale era sotto
il livello minimo di sopravvivenza, circa 1,4 miliardi
di persone.
- Nel 2000 solo il 20% degli uomini sono in quelle
condizioni, cioè 1,2 miliardi.
- Dal 1990 al 1999 i «poveri assoluti» sono diminuiti
dal 27,6% al 14,7% nell'Asia orientale e Pacifico; dal
44 al 40% nell'Asia meridionale; dal 16,8 al 12,1%
nell'America Latina e Caraibi; dal 2,4 al 2,1% in Medio
Oriente e Nord Africa.
Solo nell'Africa sotto il Sahara sono aumentati dal
47,7 al 48,4%.
Un missionario italiano in Tanzania mi dice: «I pilastri
del sottosviluppo africano sono quattro: fatalismo,
analfabetismo, governi corrotti e i militari».
La causa radicale dell'abisso fra ricchi e poveri
non è il mercato mondiale, ma la mancanza di istruzione
e di crescita democratica dei popoli più poveri.
In Africa, la politica delle élites di governo,
invece di puntare sull'educazione e sulla sanità per
le zone rurali, ha privilegiato le città, col risultato
di creare metropoli invivibili e campagne abbandonate.
Questo vale anche per l'America Latina: in India,
l'82% della popolazione vive fuori delle città con più
di 50mila abitanti; in Argentina il 40% degli argentini
vivono a Buenos Aires, in Uruguay il 35% a Montevideo,
in Perù il 35% a Lima!
Perón voleva una capitale sfavillante come Parigi, mentre
Nehru portava strade, scuole e sanità nelle regioni
rurali: oggi i risutati si vedono!
I Paesi che vivono in pace, sono aperti all'economia di
mercato, hanno stabilità politica e una buona istruzione
e libertà economica, il mercato mondiale offre
possibilità di rapido sviluppo che in passato non
esistevano (5).
Ecco alcuni dati dell'Onu: la Germania ha impiegato 43
anni (dal 1870) per raddoppiare il proprio reddito; il
Giappone 34 anni (dal 1885), la Corea del Sud 11 anni
(dal 1966), la Cina 9 anni dal 1985 al 1994.
Ma questi Paesi hanno una buona istruzione di base del
popolo e la stabilità politica, fattori che mancano del
tutto all'Africa.
Una colossale menzogna che non aiuta i popoli poveri è
lo slogan: il Sud è povero perché il Nord è ricco e il
Nord è ricco perché il Sud è povero.
Quando si dice che il 20% degli uomini possiedono l'80%
delle ricchezze e l'80% solo il 20%, si bara con le
parole.
Si dovrebbe dire: il 20% produce l'80% delle ricchezze
e l'80% non produce più del 20%.
Questa la realtà che non possiamo ignorare: non si
aiutano i poveri raccontando bugie.
A Vercelli 70-75 quintali di riso all'ettaro,
nell'agricoltura africana 4-5 quintali; le vacche
italiane producono 25-30 litri di latte al giorno,
quelle africane uno e solo quando hanno il vitello;
nelle capitali africane molte industrie sono ferme
o producono al 20-30% delle possibilità.
Il problema non è distribuire la ricchezza, ma fare in
modo che ogni popolo sia capace di produrre ricchezza:
se non si produce si rimane poveri.
Quali sono i nostri impegni?
Cosa possiamo fare noi, popoli ricchi ed evoluti, che
siamo al timone dalla globalizzazione?
a) Prendere coscienza del fatto che siamo nati
tra i privilegiati dell'umanità. L'industriale Marcello
Candia, che sta diventando beato, diceva spesso: «Chi
ha molto ricevuto dalla vita deve dare molto» (6).
b) Dare ai giovani grandi ideali. Ci lamentiamo
spesso che i giovani d'oggi sono fragili, incostanti.
Chiaro: hanno tutto e non hanno davanti nessuna meta
che li impegni al di là dell'orizzonte quotidiano.
Nell'immediato dopoguerra, l'Azione cattolica ci
stimolava fortemente a ricostruire l'Italia,
impegnandoci nel lavoro, nello studio, nel fondare
famiglie unite e piene di amore, nella politica e nel
sindacato, nella preghiera per chiedere a Dio
l'ispirazione e le forze necessarie, ecc. Oggi abbiamo
perso questa forza educativa che chiede molto, ma dà
senso alla vita. Ai giovani diamo tutto e chiediamo
poco, non sono educati al sacrificio, alla rinunzia.
Il tempo globalizzato chiama in causa i soggetti
educativi, famiglia, scuola, mass media, associazioni,
partiti, sindacati, parrocchie, per educare a prendere
sul serio la sfida di oggi: essere fratelli dei poveri.
Papà, mamme, educatori, non insegnate ai vostri figli
e alunni a fare carriera, a fare tanti soldi:
insegnategli a essere buoni, a dare un senso positivo
alla propria esistenza!
Ero a Genova nel luglio 2001 per il G8.
In un incontro con i no global dicevo: ammiro le vostre
buone intenzioni, ma oltre alla protesta contro il G8,
cosa siete disposti a fare di positivo?
Rinunziare al vostro superfluo?
Donare qualche anno della vostra vita per andare a
vivere, condividere, aiutare i nostri fratelli più
sfortunati?
c) Recuperare una certa austerità di vita. Viviamo
troppo nel superfluo e nello spreco! Kenneth Galbraith:
«L'americano medio consuma almeno tre volte tanto quanto
sarebbe necessario per una vita pienamente dignitosa e
umana. Il di più che consuma lo rende meno uomo, poiché
la troppa opulenza rende meno uomini allo stesso modo
della troppa miseria».
Nel 1982 il «Comitato contro la fame nel mondo» della
Cei lanciava la campagna «Contro la fame cambia la vita»
sul tema dell'austerità: ma ebbe scarso successo anche
fra i cattolici.
È un tema che va ripreso, discusso, approfondito.
d) Il Papa ha detto più volte che bisogna
«globalizzare la solidarietà».
Ma questo costa sacrifici a tutti noi.
Non basta mandare macchine e aiuti economici (i
soldi ci vogliono, ma da soli non producono sviluppo);
va cambiato il nostro «modello di vita e di sviluppo»,
orientandolo dalla corsa verso il superfluo, al
necessario per tutti.
Come? Non lo so, questo è compito della politica,
dell'economia.
Occorre che i popoli ricchi ne siano convinti e i
governi si propongano questa meta.
e) I missionari modelli da imitare. Nel
dibattito sul come colmare l'abisso fra Nord e Sud del
mondo, l'esperienza dei missionari non viene mai
fuori.
Il Papa scrive (7): «Oggi i missionari più che in passato
sono riconosciuti anche come promotori di sviluppo da
governi ed esperti internazionali, i quali restano
ammirati del fatto che si ottengano notevoli risultati
con scarsi mezzi».
Chiunque ha viaggiato nelle regioni povere del terzo
mondo può confermare: dove governi e organismi
internazionali hanno fallito i missionari delle Chiese
cristiane (cattolici e protestanti) hanno avuto successo.
Nessuno si chiede perché.
I missionari vanno a condividere la vita dei popoli, ci
vivono assieme, adattandosi a condizioni di vita non
facili, imparando le lingue locali: gettano ponti di
amicizia, di comprensione e di educazione vicendevole
fra i popoli.
I progetti governativi e internazionali in genere no.
Indro Montanelli ha scritto (8): «Per aiutare i popoli
poveri i miliardi non bastano. Ci vogliono i missionari
alla Marcello Candia (industriale della Milano opulenta
che vende tutto e va in Amazzonia a servire i poveri) e
alla Clemente Vismara (eroe della prima guerra mondiale
che trascorre 65 anni in Birmania).
Ma i missionari sono difficili da stanziare nei bilanci
dello Stato.
Dovrebbero produrli le nostre famiglie, la nostra scuola,
la nostra cultura cristiana.
Temo che la vocazione profonda della nostra civiltà
cristiana - la carità verso gli ultimi - sia oggi in
ribasso, almeno nelle cronache quotidiane e nella
filosofia della vita della nostra società».
Note
1) Nel 1976 Mobutu chiede alla Chiesa cattolica
di riprendere in mano le scuole e la sanità.
I vescovi rispondono che la Chiesa farà la sua parte,
ma non può farsi carico in toto di una funzione che
spetta allo Stato;
2) Mayidi P., «En quête d'identité», in Le Soir,
Bruxelles, maggio 1974;
3) La condanna della schiavitù è forte e assoluta. Ma
ogni fenomeno va visto nel quadro del suo tempo. Nel
2001 si è lanciata in Senegal una campagna di opinione
pubblica per chiedere all'Europa e agli Stati Uniti di
pagare al Senegal i danni della tratta degli schiavi.
Il presidente del Senegal da poco eletto, Abdoulaye
Wade, ha parlato al parlamento e ai capi locali
dicendo che una campagna del genere, secoli dopo i
fatti, non ha senso; e ha aggiunto: «Allora, chiedete
anche a me, vostro presidente, di pagare questi danni,
perché il mio bisnonno era uno dei capi di quel tempo,
faceva razzie nei villaggi, prendeva prigionieri e li
conduceva nell'isola di Gorée per consegnarli alle
navi europee che li portavano in America. Se c'è stata
la tratta è perché i nostri capi consegnavano la merce
umana agli schiavisti». Dopo questo intervento, la
campagna di stampa e politica si è sgonfiata;
4) Il Sole 24 Ore, 21 gennaio 2002;
5) Amarthya Sen, Lo sviluppo e la libertà - Perché non
c'è crescita senza democrazia, Mondadori, 2000;
6) Nel 1964 il milanese Marcello Candia (1916-1983) ha
venduto le sue industrie ed è andato con i missionari
in Amazzonia a spendere la vita e tutti i suoi averi
per i poveri (Piero Gheddo, Marcello dei Lebbrosi, De
Agostini 1994, pagg. 328);
7) Enciclica Redemptoris Missio (1991), n° 58;
8) Indro Montanelli, prefazione al libro di Piero
Gheddo Missionario - Un pensiero al giorno, Piemme 1997.


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