Pubricu custu alticuli d-unu jurnalista ki iscridi in sa rebista sarda "Camineras".

LE NAZIONI SENZA STATO E LA LOTTA DI CLASSE

La storia dello Stato moderno è la storia della contrapposizione d’interessi economici e politici, quindi, di classi, gruppi etnici. "Le Nazioni europee si sono formate territorialmente e politicamente, in contrapposizione con lo spirito dei popoli. Non sono i popoli ad essersi uniti in Stati- Nazione, ma una parte di essi o il gruppo egemone di uno solo di loro, ha imposto l'unificazione territoriale e politica per meglio soddisfare i propri interessi economici e politici" (1). Negli Stati europei, si celebra il rito dello scontro istituzionalizzato e normato, tra gli interessi dei vari gruppi che compongono la Nazione.

Dalla sua nascita lo Stato-Nazione ha dovuto combattere contro le spinte autonomistiche dei gruppi etnici, che hanno subito processi di discriminazione e assimilazione fino a veder sparire la propria particolarità, riscontrabile nell'insieme di strutture e di pratiche sociali distinte da quelle di altri gruppi. Nella società opulenta e globalizzata, il pensiero unico neo liberista vorrebbe tenere sotto controllo o annullare il rischio di "infezioni rivoluzionarie" attraverso una sapiente forma di oppressione e "gestione istituzionalizzata" del dissenso, propria di una "democrazia totalitaria" in cui il potere e la sua gestione è sempre più autoreferenziale. Il conflitto sociale verrebbe assorbito, normalizzato in una logica di mercificazione dei bisogni e dei diritti. Intende destrutturare e cancellare le potenzialità rivoluzionarie insite nell’appartenenza di classe, nell’identità etnico nazionale di genere o d’orientamento sessuale.

D'altro canto il Movimento Antagonista e Rivoluzionario non riesce a dare risposte alle trasformazioni del mondo del lavoro e della società e a proporre reali alternative. La composizione sociale nei paesi ricchi è profondamente mutata rispetto a 20 anni fa, perciò le istanze e la pratica politica che hanno caratterizzato l’ultimo colpo di coda del Movimento Antagonista e Rivoluzionario (l'ultimo del ‘900), non trovano oggi terreno su cui viaggiare, principalmente perché si è disperso il soggetto collettivo di classe che in esse si riconosceva. Il patrimonio teorico-pratico di quella esperienza politica collettiva, è stato dissolto; oggi è un luogo della memoria. Il proletariato di fabbrica, è stato risucchiato all'interno della cultura capitalistica e della logica di mercato; il processo di assorbimento e annichilimento della coscienza critica antagonista e rivoluzionaria è stato devastante.

La Classe Operaia occidentale è davvero andata in paradiso, nel momento in cui ha cessato di esistere attraverso la sua funzione sociale primaria, la produzione delle merci, ha smesso di essere l'elemento propulsivo della trasformazione politica e sociale. In questa funzione è stata gradualmente sostituita dai lavoratori del sud del mondo che non hanno alcuna coscienza di se come classe, che alla morte per fame preferiscono la totale sottomissione alle logiche del profitto e alle pratiche di sfruttamento. Chi oggi si pone l'obiettivo di trasformare la realtà non può dimenticare che la ricomposizione del proletariato come soggetto di classe, è una condizione necessaria e che l'esistenza di avanguardie rivoluzionarie non è una condizione sufficiente.

In questo quadro la rivendicazione etnico-nazionale è come un bullone che può far saltare l’ingranaggio del processo di omologazione culturale economica politica e sociale imposta, su scala globale, dal neoliberismo. Inoltre rappresenta per lo Stato-Nazione un fattore di destabilizzazione in un momento in cui questo ha bisogno della massima stabilità interna per ridefinire il proprio ruolo in ambito comunitario e adeguare le proprie funzioni istituzionali e la forma di governo alla nuova realtà determinata dall'ordine globalizzato dei mercati e dell’apparato decisionale e di potere. L'etnicità "implica che i membri di un gruppo interagiscano in forme autonome di organizzazione sociale, attraverso reti di istituzioni proprie e in base a norme e valori distinti"(2). Questo non può essere accettato dallo Stato, che definisce il proprio potere su base territoriale e sull'unità e omologazione delle sue parti.

Se col termine "Nazione" intendiamo "l'unità etnica cosciente di una propria peculiarità e autonomia culturale"(3), i sardi non sono riducibili e omologabili alla Nazione italiana. Che lo si voglia riconoscere o no, lquest’ultima si è data un ordinamento statuale, borghese e liberale, (ricordate la famosa frase "Ora che l'Italia è fatta, bisogna fare gli italiani"), mentre i sardi, che vantavano un proprio sistema normativo, proprie strutture economiche e sociali, una propria cultura e lingua, sono restati una Nazione senza Stato. Le popolazioni che abitarono la penisola italiana, amalgamate e fuse nel corso dei secoli, sono oggi un unico popolo unito da una lingua "alta" (l'italiano scritto), da una comune organizzazione sociale, da una rete di istituzioni, da norme e valori condivisi. L'eterogeneità di parlate (l'italiano "basso" parlato dal popolo, romanesco, milanese napoletano ecc), e le differenti tradizioni popolari sono il segno più evidente del lungo processo storico che ha portato all'unificazione etnico-nazionale e nel 1861 all'unità statuale.

Nel corso di millenni, venendo a contatto con tutti i popoli che si affacciavano nel mediterraneo e che giungevano sull'isola in pace o in guerra, gli abitanti della Sardegna hanno sviluppato una propria "visione della vita e della morte distinta e originale. Una propria cultura materiale e immateriale nè peggiore né migliore di altre". Semplicemente diversa. "Sentita, vissuta e condivisa in maniera tale da costituire un insieme riconoscibile e riconosciuto non solo dalle persone che fanno parte di quel popolo, ma anche da quelli che con esso vengono a contatto"(4).

Forse i sardi non sono stati "danzatori delle stelle" - anche se così mi piace pensare -, ma è certo che hanno costruito "civiltà di pietra levigata e codici universali"(5). Conosciuta la scrittura, furono capaci di darsi codici e leggi proprie durante il periodo giudicale (sa Carta de Logu), stabilirono alleanze con altre genti e dichiararono guerra. Mille anni prima un esercito sardo-carteginese si scontrò con quello romano. Resistendo alle antiche dominazioni i sardi agirono come se fossero uno Stato. Furono uno Stato indipendente con i Giudici d'Arborea. Prima della dominazione aragonese e catalana, della successiva Piemontese e dell'odierna italiana. I Savoia, che giunsero dove neppure i romani erano riusciti, proseguirono l'opera di devastazione iniziata dagli spagnoli. Diedero titoli nobiliari ai feudatari sardi, e "stringendo a corte" i ceti possidenti, governarono l'isola. Dopo i sanguinosi moti rivoluzionari di fine Settecento che portarono alla cacciata temporanea dei piemontesi, il popolo sardo ha sopportato i soprusi e l'infamia della feroce dominazione coloniale savoiarda.

Realizzata l'Unità d'Italia, il processo di colonizzazione economica e culturale si fece più pressante e metodico. "Gli storici savoiardi volevano far credere agli studenti sardi d'essere fenici o punici, mirmilloni o mauri. Non sardi. Per gli storici savoiardi era meglio che i sardi immaginassero di non esistere. Meglio pensassero di essere figli di una patria che non sapevano neppure dove fosse"(6). I codici, (giuridici, culturali ecc.), le strutture sociali ed economiche del nuovo Stato-nazione furono imposti con la forza alle comunità sarde, per mezzo del sistema educativo - che provvede alla formazione dei "cittadini" e impone la condivisione della "cultura nazionale" - , e del sistema di diritto - che ha un ruolo fondamentale nella normalizzazione della società e nel processo di annullamento di tutte le diversità. Il sistema scolastico dell’Isola, sino ad oggi, ha ignorato la storia, il territorio, la lingua, gli usi e i costumi dei sardi. La lingua e la cultura sarda sono da sempre state negate nei loro aspetti essenziali, nella loro capacità di essere fenomeni identitari, immagine e rappresentazione di un popolo che solo mantenendo la propria identità può riconoscersi nella sua storia di dominazione e sfruttamento, di resistenza e fierezza, e, partendo da questo, progettare il proprio futuro. Oggi il prodotto "culturale", balletti, tenores e quant'altro, è venduto nell'ambito del circuito turistico, perché come in ogni colonia che si rispetti, il padrone deve essere accolto dagli indigeni in festa, con l'anello al naso e il tutù.

Il sistema di diritto ha bollato come criminali gli atteggiamenti che avevano la loro "giustificazione" nelle norme che hanno regolato la vita delle comunità lungo il corso dei secoli. "Fino agli anni cinquanta la fonte normativa più importante nella cultura in senso antropologico della Sardegna interna era ancora, sia pure con efficacia decrescente, la famiglia. Era ad essa che l'individuo doveva obbedienza, educazione, lavoro, assistenza, giustizia, solidarietà, gratitudine e gratificazioni, collocazione sociale ecc. La famiglia [...] aveva potere di vita e di morte sui propri componenti [...]; non prevedeva e non consentiva interventi di organi esterni, extrafamiliari"(7).

Le famiglie erano piccoli Stati che stringevano alleanze o dichiaravano guerra agli organi extrafamiliari interni alla comunità (le altre famiglie), e all'organo extra-familiare esterno ad essa (lo Stato), da sempre identificato con sa giustissia, cioè con le forze armate di occupazione e di repressione sociale, (oggi "forze dell'ordine" secondo il linguaggio politicamente corretto), con tribunali e galere, uniche istituzioni che nell'isola hanno sempre funzionato egregiamente. A seconda dei casi lo stato di guerra era chiamato "faida" o "bardana". "Con le sue azioni il bandito sfida l'ordine economico, sociale e politico nell'atto stesso in cui sfida chi detiene o rivendica il potere, la legge o il controllo delle risorseì" (8).

Il popolo sardo si è opposto alle dominazioni, allo sfruttamento e alla rapina della propria terra resistendo e conservando le proprie tradizioni e la propria cultura dal contatto esterno. Il suo atteggiamento resistenziale è stato bollato come criminale e la sua struttura economica e sociale, definita criminogena; sappiamo bene che è stata la violenza dei dominatori e la povertà in cui il popolo sardo è stato costretto, ad armare la sua mano. Il banditismo fu, durante la dominazione piemontese, la risposta di centinaia di pastori e contadini costretti alla guerriglia e al brigantaggio per difendere i propri interessi e la propria struttura economica (l'opposizione popolare alla legge delle chiudende e gli attacchi alla proprietà feudale hanno prodotto centinaia di condanne commissionate ai boia dai Savoia).

Nel Novecento questi atteggiamenti sono stati (e lo sono ancora, anche se in forme e con intensità differenti), espressione di un malcontento che non può essere ridotto alla dialettica democratica all'interno delle istituzioni, sentite come imposizione esterna e non frutto di evoluzione e conquista della comunità. "Tutta la comunità barbaricina non conosce in altro modo, non conosce in altra occasione l'esperienza della legge, che nei modi e nelle occasioni che le sono offerte dal conflitto che sin da principio e quasi fatalmente definisce l'incontro e (lo scontro) di due ordinamenti giuridici che pretendono di regolare, ciascuno iuxta propria principia, la vita dello stesso soggetto, la stessa azione"(9). Nel corso del Novecento, la "barbara" popolazione sarda dedita alle "bardanas e al banditismo" è stata integrata nel mondo civile e progredito, all'interno delle strutture di produzione italiane. Questo fu il Piano di Rinascita: una forzata integrazione mascherata dall'idea del progresso e dello sviluppo economico. Questo processo prevedeva lo smantellamento del sistema economico agro-pastorale basato sull'uso comunitario delle terre, in favore di attività estranee a quelle locali, come l'industria chimica per fare un esempio, che dopo 30 anni di avvelenamento del territorio viene smantellata, lasciando gravi danni ambientali e sociali. Nel secondo dopoguerra la Sardegna è servita come moneta con cui pagare parte dei debiti di guerra e quelli del Piano Marshall. Nel territorio sardo occupato da basi NATO e USA non solo si sperimentano le nuove armi di aggressione imperialista, ma si addestrano le truppe che verranno impiegate in qualsiasi parte del mondo siano messi in discussione gli interessi e la supremazia del sistema occidentale capitalistico. L'isola ha svolto un ruolo di strategica importanza nel corso della "Guerra fredda". Da qui partono le aggressioni contro i vicini paesi del Medio Oriente.

La presenza delle basi militari rappresenta oltre che un danno economico un pericolo costante per la popolazione sarda, costretta a convivere con sommergibili nucleari e, probabilmente, con i residui radioattivi delle munizioni utilizzate durante le esercitazioni. I politici e la borghesia industriale italiana, hanno creato a proprio uso e consumo l'industria turistica di lusso. Questa grava sulle spalle della popolazione sarda costretta al razionamento dell'acqua 12 mesi all'anno sprecata negli hotel miliardari nell'arco dei tre mesi estivi. La mancanza d'acqua per uso agricolo è causa di rovina per raccolti, allevamenti e famiglie, ma per fortuna ce n'è in abbondanza per la manutenzione dei campi da golf (sport amatissimo e praticatissimo dai sardi da cento generazioni!!!).

Lo Stato italiano ha fatto del nostro territorio il parco divertimenti per l'élite politico-economica, per vallette e calciatori, e per garantirne la tranquillità, intensifica nei mesi estivi la presenza già massiccia e invadente delle forze dell'ordine, rendendo l'isola il territorio a più alta densità di polizia e carabinieri in rapporto agli abitanti. La popolazione della Sardegna nord orientale vive i mesi invernali in letargo, nella totale inattività, poiché il sistema economico endogeno è andato completamente distrutto per lasciare il posto all'industria del turismo. Il conseguente processo di spopolamento e di desertificazione è funzionale alla trasformazione dei centri (dis)abitati in discariche che accolgano i rifiuti chimici e radioattivi delle industrie italiane ed europee, allo sfruttamento delle risorse del sottosuolo, carbone e metalli preziosi, e delle cave in superficie per l'estrazione delle sabbie silice, caolino ecc.

Se oltre alle basi militari si contano le zone in cui sorgono e sorgeranno i Parchi naturali, quelle divenute off-limits perché proprietà privata di alberghi e villaggi turistici, quelle su cui sorgono le industrie chimiche, si ha il quadro completo dell'ingerenza dello Stato che si è appropriata di intere porzioni di territorio, negando ai sardi la secolare autogestione e i diritti su di esso. In questo meccanismo di dominazione e sfruttamento coloniale, il ruolo svolto dai "capi indigeni"- quali (solo per rimanere ai più recenti) i Cossiga, i Segni, i Berlinguer, i Soddu, i Floris e i Pili, ecc.- è sempre stato quello di assecondare e facilitare l'asservimento dell'isola al potere politico ed economico italiano.

Gli intellettuali, salvo i pochi che hanno pagato il loro impegno in difesa degli interessi del popolo sardo con la galera, la morte e l'oblio, non hanno fatto altro che imitare gli storici savoiardi. I moti rivoluzionari scoppiati alla fine del Settecento e la sollevazione popolare guidata da Giovanni Maria Angioy, furono sconfitti dagli eserciti savoiardi e dalla nobiltà sarda fedele alla corona. Dopo la Iª guerra mondiale il sentimento identitario e la spinta autonomistica, rafforzata dalla esperienza collettiva di trincea, fu controllata e incanalata nel Partito d'Azione fondato da Emilio Lussu, che rivendicava l'autonomia all'interno dello Stato italiano. Conquistata nel secondo dopoguerra questa autonomia "verrà largamente svuotata di significato, con la riduzione delle istituzioni regionali ad un prolungamento e ad una riproduzione degli apparati clientelari e centralisti dello Stato"(10).

Politici e imprenditori hanno costruito veri e propri "principati feudali" sullo sviluppo accelerato del settore terziario e hanno gestito la cosa pubblica come fosse un'impresa di famiglia, conservando il potere e i suoi privilegi attraverso il controllo del consenso delle masse popolari, legate ad essi da vincoli clientelari tanto più saldi quanto più si acutizzano gli effetti delle crisi economiche. Dopo aver guadagnato dal Piano di Rinascita ancora oggi si arricchiscono dai nuovi finanziamenti per l'industria nonché dalle concessioni edilizie, lasciando che altre migliaia di metri cubi di cemento invadano la costa, perché – cercano di persuadere la popolazione - il turismo è una grande ricchezza per i sardi, che godono di poche briciole della ricchezza reinvestita e socializzata nell'isola.

La borghesia sarda piegandosi al potere politico-economico straniero si è resa complice e compartecipe della rapina di risorse naturali e di sfruttamento di quelle umane. Il controllo e l'occupazione militare del territorio, l'omologazione alla cultura e al sistema di valori italiano, l'imposizione di nuove strutture economiche in luogo di quella endogena sono manifestazioni palesi del dominio e dello sfruttamento coloniale, momenti centrali del processo di annientamento del carattere etnico-nazionale che, ancora, ci distingue come Nazione tra le Nazioni.

Sapere di essere Nazione è una condizione necessaria ma non sufficiente perché ci si possa definire tale; dobbiamo pensare e agire da Nazione. Questo è possibile solo se facciamo i conti con noi stessi, liberandoci dal cancro che 500 anni di sfruttamento e di dominazione coloniale ci hanno lasciato, che ha trasformato la nostra naturale ospitalità in atteggiamenti servili, la nostra fierezza e dignità di uomini valenti in stupidi comportamenti da bulli di paese che sparano ai lampioni pensando che siano stelle, il nostro spirito d'indipendenza e di giustizia in ossequio e complicità con la classe dirigente sarda e italiana, che ci costringe a mendicare un posto come camerieri o ad emigrare per non morire di fame... "Pensare da Nazione significa ragionare in termini di bisogni collettivi [...], significa pensare in termini di autodeterminazione [...], significa porsi il problema della sovranità e quindi della gestione del potere" (11), o meglio significa "conquistare" il potere attraverso la cui gestione si manifesta la sovranità.

La classe dirigente sarda e la borghesia compradora non possono pensare da Nazione perché hanno fatto della subalternità allo Stato italiano la propria teoria e pratica politica, nonché una fonte di ricchezza. Spetta a coloro che vivono sulla propria pelle il dominio coloniale e lo sfruttamento del sistema economico capitalista, cioè al popolo lavoratore sardo e alla parte più cosciente di esso, pensare in termini di autodeterminazione, di conquista e gestione del potere. In altri parole, solo il "proletariato sardo" può reggere l'onere del processo di Liberazione Nazionale, imprimendogli il suo carattere di classe.

Sono un comunista, sono sardo, e penso sia necessario costruire e far maturare un Movimento Popolare di Liberazione Nazionale capace di affrontare e risolvere le contraddizioni del sistema capitalistico all'interno di un processo di autodeterminazione, che concepisca la realtà del nostro popolo come un contesto autonomo di lotta di classe. Separare la lotta di liberazione nazionale, che vede gli interessi del popolo sardo contrapposti e inconciliabili rispetto a quelli dello Stato italiano, dalla lotta più ampia che vede contrapposti gli interessi della classe lavoratrice a quelli della borghesia capitalista - di cui lo Stato è espressione -, rappresenta un grave errore in quanto il popolo lavoratore sardo è l'unica forza capace di abbracciare fino in fondo la causa indipendentista e in quest'ottica un impianto socialista non può che interessargli.

Indipendentzia e Sotzialismu sient banderas de sa liberatzione de su populu traballadore sardu.

Salvatore Sechi

BIBLIOGRAFIA

1) Alberto Melucci-Mario Diano, Nazioni senza Stato. I movimenti etnico-nazionali in Occidente, Milano, Feltrinelli, 1992.

2) Ibidem.

3) Devoto-Oli, Il dizionario della lingua italiana

4) Antonio Buluggiu, Pensare da Nazione La sovranità e il potere , "Camineras", n. 0, giugno 2002.

5) Marcello Fois, Sangue dal cielo, Milano, Frassinelli, 1999.

6) Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri, Nuoro, Il Maestrale, 1998.

7) Michelangelo Pira, La rivolta dell’oggetto. Antropologia della Sardegna, Milano, Giuffré, 1978.

8) Eric J. Hobsbawm, I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna, Torino, Einaudi, 1971.

9) Antonio Pigliaru, Il banditismo in Sardegna, Milano, Giuffrè, 1959.

10) Aldo Borghesi, Antifascismo in Sardegna. La storia oltre il mito, "Camineras", n. 0, giugno 2002.

11) Antonio Buluggiu, Pensare da Nazione, cit.