In Kirghisia, dove non c'è la globalizzazione, la popolazione vive
benissimo lavorando solo un giorno la settimana
Da Metro Milano di martedì 4 dicembre 2001, pag 6
L'opinione di Silvano Agosti, Regista
Non dimentichiamo come essere liberi
Caro Abuniag Trinzek (cittadino della Kirghisia), hai sollevato un
bel vespaio con la tua lettera nella quale mi descrivevi le novità
sociali del tuo Paese. Tra l'altro, giustamente, ha colpito i lettori
il fatto che da voi, in Kirghisia, si lavora finalmente, con lo
stesso stipendio, solo un giorno la settimana e gli altri sei giorni
ognuno può dedicarli alla vita, alla scoperta del mondo, all'incontro
vero con i propri simili. Devi sapere che qui da noi nessuno si è
accorto che le nuove tecnologie hanno centuplicato la produzione
della ricchezza che si può effettuare in una giornata lavorativa e
lasciato misteriosamente intatti gli orari di lavoro, ne tanto meno
si sono accorti che da oltre mezzo secolo i loro figli vengono
obbligati a starsene seduti, tra scuola e compiti, circa otto ore al
giorno, e che, alla fine dei loro corsi di studi, a qualsiasi domanda
culturale spesso rispondono "boh!"
O che la sanità sembra produrre più morti che guarigioni o che le
carceri sono ricolme di poveri disgraziati e che le loro televisioni
parlano solo di futilità, pestaggi, ammazzamenti (come i film che
affollano le sale cosiddette "cinematografiche"). Qui ormai è
impossibile immaginare un modo diverso di organizzare la vita, perché
tutti i grandi intellettuali ufficiali non propongono riflessioni
nuove sull'organizzazione del lavoro, della cultura, della vita in
generale, perché ognuno ci tiene a far bella figura con l'apparto,
che li paga bene affinché rimangano allineati con le tematiche in
vigore.
In questi giorni tutti sono diventati espertissimi sull'Islam e sui
Paesi d'Oriente, ma nessuno accenna al tuo, la Kirghisia, dove
finalmente è l'essere umano a trionfare e la struttura sociale non ha
più la forma di una piramide, come qui da noi, con ai vertici i
poteri e un po' più sotto i privilegiati, e poi più sotto i
lavoratori, i disoccupati, gli emarginati, i senzatetto alla base.
Credo di aver capito che da voi finalmente la struttura sociale è a
forma di sfera con al centro la vita e tutti gli esseri umani sono
equidistanti dal centro, perché avete scoperto che "vivere"
e "lasciar vivere" è la vera beatitudine, mentre qui da noi ci si
accontenta di "produrre e consumare sempre di più" (a costo di
ridursi in miseria, ammazzarsi di lavoro, e distruggere la Terra per
trasformarla in una uniforme discarica).
Alcuni hanno addirittura confuso la Kirghisia con il Kirghistan,
forse non potendo neppure concepire che esista un Paese nel mondo che
si ponga come unico e prioritario obbiettivo il rispetto per la vita,
il benessere e la liberta. Altri hanno affermato "l'irrilevanza" di
tue rilevazioni come: "Ognuno qui da noi, essendo obbligato a
lavorare solo un giorno la settimana, può vivere accanto ai suoi
figli, agli amici, agli amori e rendere le proprie giornate più
simili a una festa che non, com'era prima da noi e come credo sia
anche da voi, a una vera e propria condanna".
O anche che: "Gli stadi qui da noi sono ormai semivuoti perché gli
spettatori, invece di andarsene a vedere gli altri a giocare, si sono
messi a giocare loro stessi". O perfino che: "Ogni anziano è nominato
ad honorem 'insegnante di vita' e viene invitato nelle scuole a
raccontare la propria esperienza e la propria visione del mondo, e ha
diritto dai settant'anni in su a mangiare gratuitamente in tutte le
mense statali e a circolare sempre gratuitamente su autobus,
metropolitane, treni e aeri, nonché a frequentare cinema e teatri
senza alcuna spesa".
Insomma un lettore ha scritto sdegnato che tutte queste non sono che
delle misere banalità, luoghi comuni e che significano soltanto che
tu non hai nulla da dire, tra l'altro attribuendo a me il tuo
scritto. Avevi ragione quando nel finale della tua lettera
affermavi: "Certo per ora non conviene divulgare troppo queste
notizie, potrebbero gettare la maggioranza di voi in uno stato di
disperazione".
L'incredulità sull'esistenza stessa di uno Stato sociale che metta in
primo piano il benessere dei propri cittadini è, come temevi tu, un
sintomo di nascosta disperazione. Del resto i nostri padri ci hanno
tramandato che "schiavo non è tanto colui che vive oppresso dalle
catene, ma piuttosto chi non riesce neppure ad immaginare la libertà"




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