di Carlo Lottieri
Da decenni sembra prevalere una lettura piuttosto deformata dei rapporti tra fede e mercato. Anche senza necessariamente abbracciare le posizioni marxiste dei teologi della liberazione (i latino-americani Hugo Assman, Gustavo Gutierrez e Leonardo Boff), molti esponenti cattolici contrappongono l'ordine capitalistico e la dottrina sociale della Chiesa, nella ferma convinzione che i credenti debbano in vario modo sostenere dirigismo economico e interventismo assistenziale. Il dibattito può vertere sull'emarginazione nelle grandi città o sulla globalizzazione, ma in ogni caso non c'è da stupirsi se da parte cristiana si sentirà difendere le misure più stataliste: quelle che comportano un ampliamento dei poteri della classe politica, un aumento della tassazione e della regolamentazione, una compressione degli spazi d'azione della società civile e della solidarietà spontanea.

Sebbene fin dalle proprie origini - al termine dell'età medievale - lo Stato moderno si sia rappresentato come quale suprema potestas superiorem non recognens (entità "sovrana" per eccellenza) e quindi antagonista di ogni ordine sociale autenticamente evangelico, nel corso dei secoli non pochi cattolici hanno pensato di usare a vantaggio della propria parte il potere coercitivo degli apparati statali. Ma se lo Stato diventava una sorta di panacea capace di lenire ogni male, il vecchio libero arbitrio doveva finire sul banco degli accusati e - in particolare - dovevano subire numerosi attacchi quelle relazioni sociali di mercato che emergono dal basso quando la proprietà e la libertà di associazione vengono giuridicamente tutelati.



Per fortuna, però, da alcuni anni una simile lettura della realtà inizia ad essere messa in discussione. Tra coloro che difendono il carattere legittimo degli scambi di mercato, infatti, il numero degli uomini di fede cresce in continuazione, mentre anche i liberali non credenti mostrano un nuovo interesse per le origini più profonde (essenzialmente teologiche) della dottrina politica che, in Occidente, ha così fortemente valorizzato la libertà umana: la capacità degli uomini di interagire, scambiare, associarsi e cooperare.

I primi germi di una rinnovata intesa tra capitalismo e cristianesimo potevano essere ritrovati nelle scelte sostanzialmente liberali adottate da taluni governi occidentali all'indomani della seconda guerra mondiale, le quali ebbero successo proprio perché lasciarono adeguati spazi d'azione agli individui e alle imprese. Tali strategie politiche, però, non emersero dal nulla, dato che poterono avvalersi dell'elaborazione di studiosi quali Einaudi e Sturzo (e anche - in un paese come la Germania - di Wilhelm Röpke).

È con la fine del comunismo, ad ogni modo, che si è rinnovato quel dialogo. E così in varie parti del mondo oggi si assiste ad un fiorire di studi su "fede e mercato", mentre si moltiplicano le fondazioni, le case editrici e i centri di studi attenti a questo filone. Tra i protagonisti intellettuali di tale rinascita vi sono personalità eminenti come gli ecclesiastici Robert Sirico e James Sadowsky, gli scienziati sociali Michael Novak e Dario Antiseri, gli economisti Jacques Garello e Jean-Yves Naudet. E se Frédéric Bastiat, Antonio Rosmini e Lord Acton sono forse i principali riferimenti ottocenteschi di questo gruppo di scienziati sociali volto a riannodare i fili tra la fede cristiana e l'analisi razionale delle interrelazioni umane, è però anche vero che attenzioni sempre crescenti sono riservate a John Locke e - ancor più - alle origini in senso lato "scolastiche" del pensiero giusnaturalista e dell'economia di mercato: tra San Tommaso e la scuola di Salamanca.

Così, uno dei principali centri di interesse è proprio il tema della proprietà privata e della sua legittimità. Appare evidente come questi studiosi cattolici abbiano saputo fare esperienza delle tragiche lezioni del totalitarismo e abbiano compreso che vi è un nesso essenziale il quale collega libertà e responsabilità: la facoltà di decidere e la disponibilità ad assumere su di sé le conseguenze delle proprie azioni.

Un universo che pretende di eliminare o ridurre sempre di più gli spazi della proprietà privata, per di più, è un universo che rende impossibile la stessa esperienza della condivisione, della fraternità e della carità. San Martino spezzò in due il proprio mantello, ma questo fu possibile perché quel bene era "suo". L'illusione solidarista di cancellare ogni egoismo aggredendo proprietà e libertà appare blasfema agli occhi di questi cattolici che quando constatano che l'uomo è libero di compiere sia il male che il bene rintracciano in questa "difficile libertà" il segno di una volontà superiore.

Ugualmente importante, peraltro, è la crescente attenzione dei liberali contemporanei per i temi della famiglia, dell'associazionismo spontaneo (anche di ispirazione religiosa) e delle stesse comunità locali. La consapevolezza della finitudine umana che apparenta la tradizione cristiana a quella liberale ci dice che il mondo non si salverà da sé e che quindi nessuna società perfetta potrà mai vedere la luce su questa terra, ma proprio per questo ognuno è chiamato a impegnarsi in prima persona per usare al meglio la propria autonomia, i propri talenti e le risorse di cui dispone.

Il nesso originario che connette l'etica e il mercato è così al centro delle iniziative di un'importante realtà della cultura cattolica statunitense, l'Acton Institute, una cui rivista di studi si intitola proprio Markets & Morality. Diretta da Robert Sirico, questa fondazione sta raccogliendo attorno a sé alcuni tra i migliori intellettuali cattolici contemporanei ed è fortemente impegnata a proporre letture controcorrente su vari temi. In ambito ambientale, ad esempio, l'Acton è molto deciso nell'avversare il nuovo paganesimo di un ecologismo radicale che divinizza il mondo naturale anche a costo di sacrificare ad esso la dignità e la libertà degli uomini, anche a costo di difendere politiche demografiche illiberali, anche a costo di condannare al sottosviluppo e magari alla morte molti milioni di persone. La natura è importante, dicono gli studiosi raccolti da padre Sirico, ma perché serve agli esseri umani. La fauna, la flora e la stessa atmosfera, inoltre, potranno essere meglio salvaguardate solo se verranno reintrodotti diritti di proprietà sull'ambiente e se quindi anche in questo ambito verrà progressivamente limitata l'invadenza della mano pubblica.

Le parole di papa Giovanni Paolo II contro il collettivismo socialista (i suoi discorsi e le sue encicliche) hanno certamente avuto un ruolo molto importante nella riscoperta della proprietà privata e del suo legame essenziale con il messaggio evangelico.

Ma ugualmente decisivo, in ambito liberale, sono state la riscoperta del diritto naturale e la crescente consapevolezza che il trionfo moderno del positivismo giuridico abbia aperto la strada all'illimitata espansione dei poteri pubblici. Come scrisse molti anni fa Alessandro Passerin d'Entrèves, "nello sforzo di costituire la propria assoluta sovranità e di svincolarsi da ogni ordine superiore non solo giuridico e politico, ma di qualunque genere, lo Stato e i suoi teorici appuntarono anzitutto le loro armi contro quell'ordine universale, superiore alle singole comunità politiche, che era il diritto naturale". Le radici più profonde del socialismo e del totalitarismo sono lì, e questa consapevolezza inizia ora ad essere patrimonio comune di tanti cattolici e liberali.

Così, se i credenti hanno imparato a guardare con occhi diversi al liberalismo di mercato e all'ordine capitalistico retto dalla proprietà privata, è ugualmente vero che la stessa tradizione liberale ha ampiamente abbandonato utilitarismo ed economicismo, aprendosi alla comprensione di temi in precedenza del tutto ignorati. In questo senso è interessante notare come negli ultimi anni taluni liberali particolarmente rigorosi e coerenti abbiano addirittura scoperto la fede cattolica, proprio al termine di un cammino di conversione in cui un ruolo importante è stato giocato dalla riflessione culturale. E così il Mises Institute di Auburn, in Alabama, oggi è non solo uno dei centri del liberalismo proprietarista, ma anche una comunità di studiosi al cui interno vi è una forte attenzione per le origini cattoliche del pensiero liberale.

D'altro canto, va evidenziato come il Mises Institute sia stato fondato da Murray N. Rothbard (insieme al cattolico Lew Rockwell). Sebbene personalmente agnostico, negli ultimi anni della sua esistenza Rothbard fu fortemente impegnato a rivalorizzare in senso libertario la filosofia realista e il giusnaturalismo (tanto che Sirico è arrivato a parlare di lui come di un "tomista agnostico"). E così una strana ironia della storia fa sì che sia stato proprio tale ebreo newyorkese l'autore di An Austrian Perspective of the History of Economic Thought, un'opera assolutamente fondamentale per chi voglia accostare le radici medievali del pensiero liberale.

I due volumi di quest'opera incompiuta (la morte ha impedito a Rothbard di scrivere il terzo tomo, che avrebbe dovuto presentare il pensiero economico del Novecento) mostrano come la teoria "soggettivista" del valore abbia radici cattoliche e affondi non soltanto nella consapevolezza che ogni uomo è diverso, unico, caratterizzato da preferenze del tutto personali, ma anche nella cristiana comprensione che colui che è di fronte a me possiede una dignità assoluta, che va rispettata. Appoggiandosi sul lavoro di un gran numero di storici del pensiero economico, Rothbard si prende perfino il lusso di evidenziare le responsabilità dell'utilitarista Adam Smith in merito al degrado teorico della riflessione economica (e alle conseguenze politiche che ne sono derivate), rivalutando al tempo stesso tutta una schiera di autori quattro-cinquecenteschi a lungo dimenticati, ma ora al centro di originali e coraggiose ricerche delle più giovani leve del pensiero cattolico e liberale.