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Discussione: Kerouac conservatore

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    Predefinito Kerouac conservatore

    “Sulla strada” di uno scrittore-pioniere.
    L’inaudito tratto conservative della scrittura di Jack Kerouac



    Indebitamente associato alla controcultura degli anni ’60, Jack Kerouac è in realtà uno scrittore potente e originale, che tra suggestioni zen e be-bop ha dato vita a un corpus letterario complesso e dall’afflato profondamente religioso, nel quale risuona lo spirito eroico dei primi pionieri americani.
    Cesare Catà offre qui una lettura profondamente “diversa” del padre della beat generation: Kerouac come uno scrittore “conservatore”.

    di Cesare Catà


    Anche nel caso in cui non si abbia letto neanche una riga della sua trascinante, potente, sconvolgente e coinvolgente prosa “spontanea” (come lui amava definirla), il nome di “Jack Kerouac” produce subito nella mente di chi lo ascolta una immediata sinapsi con “beat generation” e, di qui, si apre subito un link mentale su “controcultura americana anni ‘60”.
    In effetti, c’è voluto del tempo perché la critica ufficiale ammettesse, obtorto collo, che il ruolo di Kerouac, nella letteratura statunitense e nella prosa del Novecento, fosse qualcosa di più e di diverso, rispetto a una fiammata giovanilistica della cultura alternativa. Kerouac si presentò senza preavviso e da protagonista nel panorama culturale del Dopoguerra, grazie alla fama inarrestabile donatagli dal suo celeberrimo capolavoro, On the road, e in pochi si accorsero della reale cifra letteraria del suo lavoro. “Si è addormentato ubriaco, e si è svegliato famoso” – ebbe a dire di lui un critico.
    Ancora oggi, la communis opinio corrente è quella per cui Kerouac sia, anzitutto, il padre fondatore della cosiddetta generazione beat: quel pensiero di “protesta contro il sistema” che, dal finire degli anni ’50 fino ai ’70, avrebbe pervaso la società americana, diffondendosi con forza dirompente persino in Europa.
    Sembra perciò singolare, per non dire “eretico”, ciò che intendo fare qui: ossia voler definire e presentare Jack Kerouac come uno scrittore fondamentalmente “conservatore” – nel senso politico profondo che il filosofo statunitense Russell Kirk, stella fissa del pensiero republican, attribuiva a questo termine.
    Kerouac è uno scrittore unico. La forza singolare della sua parola letteraria, il suo talento originale, la sua indole solitaria, refrattaria a ogni tipo di “aggregazione”, dovrebbero farci subito riflettere: l’autore di On the road non può essere stato un beat nel senso ortodosso e codificato del termine.
    Certo: fu lui a inventare l’espressione beat generation – eppure, a uno sguardo attento sulla sua produzione letteraria, egli risulta irriducibile a quelle caratteristiche che la categoria di “beat” ha assunto al di fuori della sua scrittura e delle sue intenzioni.
    C’è una frase eccezionale di Kerouac, una frase indimenticabile che gli uscì dalla bocca in una delle sue tante interviste televisive, alle quali si presentava regolarmente ubriaco. “Perché scrivi romanzi?”, chiede a Kerouac l’intervistatore; e Kerouac non risponde: “scrivo per abbattere il sistema”, o “scrivo portare pace e amore ai miei simili”, o “scrivo per fermare il Vietnam”, o “scrivo per donare pace interiore”. Nessuna di queste cazzate hippy gli passò per la testa. Fissò l’intervistatore, il suo sguardo si accese di lucidità domando le danze dell’alcool, e disse: “Scrivo per vedere il volto di Dio: affinché Dio mi riveli il suo volto. Non c’è altro motivo”.
    Non si trattava di una boutade. C’è tutto il senso di un’opera letteraria complessa, articolata, fatta di misticismo e vocazione, di una prosa ribelle quanto rigorosa, aderente al reale quanto sublime, in questa risposta. E’ la risposta di uno scrittore consapevole del suo status letterario.
    Kerouac era solito paragonare la propria produzione nientemeno che a quella di Proust. Forse esagerava (cosa che faceva spesso – sia nella vita, che nella scrittura, che con l’alcool); però, proprio come quella di Proust, l’opera di Kerouac è, in effetti, una scrittura ampia, complessa, à là recherche. La parabola esistenziale-letteraria di Kerouac è anzitutto una ricerca, una “cerca” nel senso cavalleresco dell’espressione. Quello di Kerouac è un grande viaggio alla ricerca del Graal: del “volto di Dio”, come diceva lui. E i suoi vari romanzi, al pari degli scritti di Proust, non sono che le varie tappe di questa unica, unitaria storia che egli viene scrivendo, da On the road fino a Big Sur, passando per Desolation Angels (forse il suo scritto più bello) e per molti altri lavori.
    Che cosa voleva dire Kerouac con beat generation? Il termine avrebbe avuto una immensa fortuna: avrebbe designato il profilo di una generazione di intellettuali statunitensi, sarebbe entrato di diritto nel vocabolario comune e avrebbe impresso una svolta fondamentale alla intera cultura pop occidentale (basti ricordare che il nome stesso di “Beatles” fu coniato e scelto dai quattro ragazzi di Liverpool proprio in omaggio a questo concetto). Ma cosa intendeva dire, davvero, Jack Kerouac con la parola beat?
    Com’è noto, il termine inglese racchiude aspetti polisemantici: che da un lato rimandano alla “beatitudine” mistica, dall’altro alla emarginazione dei “battuti” della società, e, infine, al ritmo musicale del be-bop, che tanta importanza ebbe per la scrittura dello stesso Kerouac. Era a questo triplice significato che Kerouac voleva collegarsi? Senza dubbio, sì; ma, soprattutto, a Kerouac premeva descrivere un desiderio interno al cuore dell’umano: un desiderio di andare, di cercare, pur non conoscendo assolutamente l’oggetto della ricerca.
    In questo senso, essere “beat” significa essere chiamati, per un motivo ignoto, alla ricerca di qualcosa che, a un tempo, ci appartiene e ci trascende. Essere beat vuol dire provare una irrefrenabile nostalgia per l’infinito.
    Questo significato specifico del termine beat, e tutte le implicazioni ermeneutiche di una tale chiarificazione, distinguono nettamente Jack Kerouac dal resto dei personaggi di questo universo intellettuale. Né Corso, né Ginsberg, né tantomeno Ferlinghetti possono essere compresi alla luce della descrizione appena offerta del concetto di beat. Una tale definizione appartiene solo a Kerouac (e in parte, se vogliamo, al più anziano Burroughs, il quale tuttavia precede la formazione del movimento).
    Così come il suo talento sembra essere diverso, più forte e più imperituro (meno legato alla moda culturale americana del momento) di quello dei cosiddetti beat, similmente anche la cifra ultima dello scrivere di Kerouac si mostra come qualcosa di diverso.
    D’altronde, lo stesso Kerouac, in alcune famose interviste da lui rilasciate, ebbe a lamentarsi a più riprese del movimento che si era creato attorno alla sua figura, al suo nome, e alla sua opera letteraria, disconoscendolo. Kerouac vedeva in questa gente dei mediocri approfittatori. “Ferlinghetti, e un sacco di altra gente, mi sono saltati sulle spalle”, ha detto una volta.
    In effetti, per comprendere davvero Kerouac, bisogna leggerlo e osservarlo al di fuori del movimento che venne a crearsi attorno a lui. Quel movimento di sterile protesta anti-sistema che “è saltato sulle sue spalle”, per far fruttare il suo talento letterario verso derive ideologiche estranee alle sue convinzioni e concezioni.
    Kerouac, come dicevo, è diverso. Per accorgersene, basta leggere con attenzione e passione i suoi romanzi, in ascolto del messaggio filosofico che essi custodiscono. C’è sempre, in Kerouac, la ricerca spasmodica di un senso, di un significato ultimo da dare alle cose. Tra suggestioni zen e ritmi be-bop, la sua, in ultima analisi, è una scrittura profondamente cristiana. Ogni suo romanzo non è altro che la storia di pellegrini alla ricerca di Dio.
    Anche On the road, divenuto il “codice di disonore” di tanti fricchettoni a partire dagli anni ’60 fino a oggi, in realtà è la storia di due uomini, il protagonista Sal Paradiso – alias dello stesso Kerouac – e Dean Moriatry – alias del “mitico” Neal Cassidy – alla ricerca di un padre: di un significato, di una meta trascendente che viene posta sempre al di là di ogni arrivo, in quanto ineffabile.
    E, così, opere come The Dharma Bums, Desolation Angels, The Scripture of Golden Eternity, Big Sur, Vanity of Duluoz, che si pongono come suoi capolavori e restano come pietre miliari della letteratura del Novecento, posseggono una cifra unitaria di fondo che lega ognuno di questi romanzi come capitoli di un’unica storia. Si tratta di un grande pellegrinaggio alla ricerca del padre, un lungo cammino, nella propria anima e attraverso le strade d’America, affinché si riveli il volto di Dio. E’ la ricerca di una dimora, è un viaggio verso le radici, è una fondazione dell’identità.
    In Kerouac, non c’è nulla della protesta contro il sistema che ha caratterizzato la cultura alternativa che, in barba al significato ultimo della sua scrittura, amava definirsi “beat”. La scrittura di Kerouac è pulsione del cuore umano che invoca una risposta alla domanda fondamentale dell’esistenza: questo è il senso del ritmo spontaneo e cardiaco, perfetta traduzione letteraria del be-bop, che forgia la sua prosa. I personaggi di Kerouac svolgono sempre un viaggio spirituale che è il doppio di quello che compiono “sulla strada”: tale è il significato delle tante contaminazioni zen della sua scrittura.
    In ultima analisi, quello di Kerouac è uno stile essenzialmente e profondamente americano. Non solo per le ricche descrizioni, per le tante visioni di vasti paesaggi desolati e lunghi cieli, per il continuo senso di libertà del viaggio che affollano le sue pagine; quella di Kerouac è una scrittura americana perché incarna il più profondo sentire del popolo d’America: ossia la ricerca, nell’ignoto, di un nuovo senso da dare alle cose, tramite un viaggio pericoloso e straordinario.
    Fu questo spirito ad animare i pionieri che, per primi, diedero eroicamente vita agli insediamenti originari degli United States, alle prime colonie. Come il Sal Paradiso di On the road, si spingevano temerariamente verso il West, verso l’ignoto, chiamati a una missione trascendente, non del tutto comprensibile ma necessaria, irrifiutabile. Spronati dal senso necessario dell’andare.
    Nell’intera opera di Kerouac, risuona il significato spirituale di quella antica e identitaria spinta pioneristica. Sebbene la “fondazione nuova” che i personaggi kerouachiani cercano non sia quella di uno Stato libero, ma bensì quella di una esistenza che abbia significato, il profilo e il senso delle due epopee è il medesimo: si tratta di riallacciarsi alle proprie radici, per fondare una rinnovata identità. Ecco mostrarsi con chiarezza il tratto “conservatore” di quest’opera letteraria.
    L’aspetto ultimo della grande ribellione che sta dentro alle pagine inquiete e appassionanti di Jack Kerouac è un aspetto “conservative”: siamo di fronte a una “rivoluzione conservatrice”. Quello della scrittura di Kerouac è uno sforzo verso l’ignoto per conservare una tradizione, un senso, e un apparato di valori trascendente. Kerouac risulta così essere, non solo un esponente della scrittura cristiana del Novecento, ma anche uno degli intellettuali che ha incarnato in maniera più formidabile lo spirito conservatore americano, traducendolo sulla pagina scritta con un talento inusuale.
    Leggere Kerouac è una esperienza che tocca l’esistenza. Perché veniamo posti dentro a un viaggio che, prima che sulla strada, avviene nell’anima, verso la fondazione di un io e la scoperta di un senso trascendente da dare alle cose. La controcultura americana, più o meno consapevolmente, offuscò, rimosse e tentò di cancellare questo senso profondo – e conservative – dell’essere beat. I tanti Ginsberg, i tanti Corso, i troppi Ferlinghetti, tutta la vasta e rumorosa controcultura americana che produsse movimenti d’opinione a non finire a partire dagli anni ’60, non sono della stessa razza di Kerouac. Il solitario, l’indomabile, il geniale, il non-intellettuale, il riottoso – il conservatore Kerouac guardava altrove. La sua scrittura possiede uno statuto diverso, è rivolta all’infinito, alla tradizione, all’eterno.
    Per questo, oggi, a cinquant’anni dalla prima edizione di On the road, se da un lato il movimento di protesta dei beat sembra affatto esaurito, catalogabile come un aspetto folklorico di un passato di illusioni, lo scrivere di Kerouac, al contrario, registra un interesse sempre crescente, inestinguibile. Perché qui siamo di fronte a vera, grande letteratura. Quella che cambia la vita, perché parla dell’essenza delle cose: non blatera di ideologie.
    Sembra allora giunto il tempo di studiare e capire Kerouac al di fuori del movimento della controcultura anni ’60. Questo scrittore era diverso. Parlava del cuore dell’uomo, del viaggio che affrontiamo in quanto terrestri. Parlava dell’eroismo dello spirito americano, parlava della nostalgia dell’infinito. Cercava il volto di Dio. Non ha scritto per nessun altro motivo. E, quindi, non andrebbe letto per nessun altro motivo.
    “Vi confesso, se c’è una cosa che veramente detesto e non riesco a mandare giù – ha detto Kerouac in un’altra sua intervista – sono i capelloni. Davvero non capisco perché non decidono di tagliarsi quei capelli…”.



    So in America when the sun goes down and I sit on the old broken-down river pier watching the long, long skies over New Jersey and sense all that raw land that rolls in one unbelievable huge bulge over to the West Coast, and all that road going, all the people dreaming in the immensity of it, and in Iowa I know by now the children must be crying in the land where they let the children cry, and tonight the stars'll be out, and don't you know that God is Pooh Bear? the evening star must be drooping and shedding her sparkler dims on the prairie, which is just before the coming of complete night that blesses the earth, darkens all rivers, cups the peaks and folds the final shore in, and nobody, nobody knows what's going to happen to anybody besides the forlorn rags of growing old, I think of Dean Moriarty, I even think of Old Dean Moriarty the father we never found, I think of Dean Moriarty.
    [from On the road]

    E così, in America, quando il sole va giù e io siedo sul vecchio molo diroccato sopra il fiume guardando i lunghi, lunghissimi cieli sopra il New Jersey e percepisco tutta quella terra pura che rotola in un’unica incredibile massa fino alla West Coast, e tutta quella strada che va, e tutta la gente che sogna nella sua immensità, e so che Iowa i bambini proprio in questo momento stanno piangendo, nella terra in cui lasciano piangere i bambini, e che stanotte le stelle si mostreranno, e non sapete che Dio è l’Orsa Maggiore? la stella della sera deve stare spegnendosi e stare spargendo il suo fioco scintillio nella prateria, il che avviene un attimo prima dell’arrivo della notte totale, che benedice la terra, oscura ogni fiume, avvolge i picchi e rimbocca le ultime spiagge, e nessuno, nessuno sa niente di ciò che succederà a nessun altro, se non il tristissimo stillicidio del diventare vecchi, io allora penso a Dean Moriarty, penso persino al vecchio Dean Moriarty, al padre che mai trovammo, io penso a Dean Moriatry.


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    Ultima modifica di Florian; 27-10-09 alle 18:27
    SADNESS IS REBELLION

  2. #2
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    Predefinito Rif: Kerouac conservatore




    A chi Kerouac? A noi…

    di Roberto Alfatti Appetiti


    Quell’incontro sul grande scrittore americano - venerdì 23 ottobre nella sede romana di Casapound - non s’aveva da fare. L’ammonizione ci veniva rivolta da la Repubblica che, sorpresa e indignata, si rivolgeva così ai suoi lettori: «Indovinate chi si occuperà di Kerouac in occasione dei quarant’anni dalla morte? A chi è stata affidata la serata?». A Domenico Di Tullio, liquidato come «avvocato difensore in alcuni processi del passato dei cosiddetti irregolari di destra», quasi che l’attività forense rappresentasse in sé qualcosa di deprecabile e trascurando lo spessore culturale, con tanto di pubblicazione all’attivo, di Domenico. A Gianfranco Franchi, presentato tout court quale «fondatore del caffè letterario online meglio conosciuto come Lankelot» piuttosto che come autore di quattro libri apprezzati e giovane letterato di tutto rispetto. E a chi scrive, che - a parere della notista (Alessandra Longo) - sarebbe stato da considerarsi indegno di partecipare al dibattito in quanto estimatore di quel nazi di Knut Hamsun, quasi che nella mia vita non mi fossi occupato d’altro. Sorpresa, la mia, durata lo spazio di qualche click. Digitando il mio nome su google e scorrendo i risultati della ricerca, appena dopo la segnalazione del mio blog - dove la giornalista, sacrificando appena cinque minuti della sua preziosa giornata, avrebbe potuto “scoprire” decine e decine di scrittori da me trattati - il secondo link indicato dal motore di ricerca è del centro studi La Runa: un mio articolo, per l’appunto, su Knut Hamsun. Prova inconfutabile della mia ossessione per lo scrittore norvegese. L’associazione - Alfatti, Hamsun, nazismo - era bella che servita. Un gioco da ragazzi. Miserie del giornalismo piccolo piccolo, quello che lavora in superficie, che non è interessato a conoscere, approfondire, confrontarsi. Che peraltro, neanche a farlo apposta, ignora che Hamsun è da considerarsi, semmai, “l’on the road” ante litteram per eccellenza, ché coi viandanti dei suoi bellissimi romanzi - non a caso parliamo di un premio Nobel per la letteratura - ha anticipato di decenni la poetica del viaggio inteso come ricerca spirituale di sé.

    Eppure la sentenza di Repubblica era bella che scritta: «Sconfinamento» culturale. Kerouac è roba loro. Suo malgrado, perché se c’è uno scrittore che - per citare le parole dell’amico William Burroughs - «è sempre stato violentemente contrario a qualsiasi genere di ideologia di sinistra» è proprio Kerouac. Che di farne l’icona s’era già bello che stufato quand’era in vita.

    Ma malgrado l’anatema, di Kerouac ce ne siamo occupati in una serata che si è dimostrata molto interessante, anche grazie ai tanti interventi e alle domande che il pubblico ci ha posto, a conferma della vivacità di un ambiente culturale - quello di Casapound - ben diverso dagli stereotipi che certa stampa continua ostinatamente a far veicolare. Ne abbiamo parlato sviscerando vita, idee e opere dello scrittore, senza prestarci al gioco tutto giornalistico delle figurine (questa è mia e questa è tua) e senza voler aggiungere una riga alle tante agiografie di comodo, di cui il mito di Kerouac può fare tranquillamente a meno, alimentato com’è dalla morte prematura - aveva solo quarantasette anni - e dalla potenza suggestiva di On the road, il longsellers che nell’immaginario collettivo rappresenta ancora oggi più uno stile di vita e una visione del mondo che un semplice romanzo. Una metafora del desiderio di libertà prima che un’opera letteraria dalla pur potente forza evocativa. Sono pochi, del resto, a non averne in casa una qualsiasi edizione, più o meno sgualcita. Per chi l’ha letto, è ormai parte integrante dell’album dei ricordi, a fare da sottofondo a chissà quale episodio della propria vita. Ma anche chi non l’ha mai letto e mai lo leggerà, sa di cosa parliamo.

    Scritto di getto nel ‘51 in una manciata di giorni su un rotolo di carta per telex e con un linguaggio parlato agile e nervoso - spontaneo, come lo definiva l’autore - venne pubblicato nel ‘57 e arrivò nel nostro paese giusto cinquant’anni fa, vero e proprio apripista del movimento beat - Ginsberg, Ferlinghetti, Corso & Co. - e di quel fiume di novità letterarie e musicali che seguirono d’oltreoceano. Il successo fu immediato quanto contagioso. Il desiderio di fuoriuscire dagli schemi piccolo-borghesi, il valore dell’amicizia, la ricerca dell’autenticità e il senso profondo di una comune appartenenza che vivono tra le pieghe del libro non potevano non scaldare i cuori dei ragazzi di quegli anni in cui - per dirla con Alain de Benoist - «si ascoltavano tanto Bob Dylan e Leonard Cohen quanto le canzoni dei parà». Prima che le ideologie, nel tentativo di guidare quell’ansia di cambiamento, finissero con il travolgerla e trasformarla in qualcosa di radicalmente diverso. Prima che lo stesso movimento beat venisse dirottato e strumentalizzato, suscitando la reazione infastidita dello stesso Kerouac. Tanto da costringerlo a prendere le distanze dai compagni di strada e dai suoi esuberanti fans quando le loro posizioni divennero eccessivamente politicizzate a senso unico. «Ferlinghetti e un sacco di altra gente prima mi sono saltati sulle spalle - si era sfogato - e poi sono caduti in una trappola comunista».

    È singolare - hanno scritto Barry Gifford e Lawrence Lee nella bellissima biografia “narrata” Jack’s Book (Fandango libri, pp. 347 € 18) - che Kerouac fosse «celebrato come l’incarnazione di un movimento che lui non aveva né il desiderio né la capacità di promuovere». Lui che, pur se di origini modeste, era il più aristocratico degli scrittori beat. Lui che tutto avrebbe voluto farsi meno che uomo-manifesto, quasi insofferente nel dover recitare un ruolo che non era il suo. «Sono così impegnato a intervistare me stesso nei miei romanzi, che non vedo perché ho dovuto soffrire ogni anno degli ultimi dieci anni a ripetere a chiunque mi ha intervistato quello che ho già spiegato nei libri stessi». Quel che c’era da raccontare, l’aveva fatto nei suoi libri. Per il resto, riteneva di non avere molto da aggiungere. Punto. Poco a che vedere con quegli scrittori, di talento infinitamente minore, che si amministrano e si autopromuovono con furbizia, presenziando qua e là, badando più a infiocchettare la confezione che a scrivere con sincerità. L’insofferenza di Kerouac nei confronti dei suoi discepoli crescerà di anno in anno e non esiterà a farsi beffe di loro. Un episodio è, al riguardo, significativo: Durante un’assemblea di beatnik, lo scrittore lesse una sorta di programma politico culturale della generazione “on the road” che parlava della «volontà che ci unisce al fine di difendersi contro lo spirito di classe, la lotta delle classi, l’operaio di classe. Noi andiamo a vivere presto in comune la nostra vita e la nostra rivoluzione! Una vita comunitaria per la pace, per la prosperità spirituale, per il socialismo». Il pubblico, composto per lo più da alternativi, ne fu immediatamente entusiasta. Salvo raggelarsi, poco dopo, quando Kerouac svelò che quello che avevano appena applaudito era un discorso pronunciato da Adolf Hitler al Reichstag nel 1937.

    Ed è un dato di fatto che le sue opere, in Italia, furono accolte con attenzione a destra e diffidenza a sinistra. Ai primi piacque per le suggestioni jüngeriane ed evoliane che offriva, tanto da farne un riferimento esistenziale e letterario per la loro rivolta contro il sistema. Concetto sottolineato anche da Gabriele Fergola in un libro del 1970, Beats, in cui scriveva: «In Kerouac si verifica il tentativo di attuare quello che un antico detto estremo-orientale, ripreso da Evola, denominava “Cavalcare la tigre”, nel senso di bruciare il proprio io attraverso la sfrenata esperienza di ogni aspetto negativo del mondo».

    Non è certo un caso, del resto, che uno degli “inni” della giovane destra primi anni Ottanta fu proprio una canzone della Compagnia dell’Anello dal titolo “Sulla strada”. Mario Bortoluzzi, storica voce della band (nella foto a sinistra), ci ha raccontato come si innamorò subito di Jack Kerouac: « Anche i miei amici più cari, come me “reduci” del FdG padovano, amavano Kerouac, soprattutto sul piano della ricerca spirituale e comunque della ribellione verso i non - valori della società materialista. Questi erano in fondo i due motivi che ci attrassero. Il voler seguire invece una via spirituale abbandondosi ad un sincretismo confuso, tendenza così forte nel movimento beat statunitense, ci parve piuttosto inconcludente. Infatti, eravamo convinti, da buoni estimatori di Evola, Eliade e Guènon, che l’apprendimento di una dottrina tradizionale fosse possibile soltanto con l’aiuto di un Maestro. I nostri Vagabondi beat pensavano, e in questo la cultura protestante americana aveva fatto disastri, di poter mescolare tutto in un’equazione personale dagli esiti inevitabilmente sterili. Stesso discorso per la droga. L’uso della stessa da parte di uno sciamano per sondare i molteplici stati dell’essere può avere un significato all’interno della cultura di origine, se praticata sotto controllo di un maestro. Mi pare che i Nostri avessero un’altra idea della cosa. Per il resto, ci stava bene tutto: la tensione verso il viaggio come conoscenza di sé, il desiderio di sfuggire alla “noia industriale”, il riappropriarsi del contatto con la natura…anche noi abbiamo scalato il nostro Matterhorn…Come Compagnia decidemmo di scrivere una canzone che riassumesse tutto ciò che - in quel momento - potesse dare un’idea forte di Europa e che potesse essere un invito a tutti i nostri coetanei a prendere uno zaino, un paio di buoni scarponi e a partire sulle strade del Vecchio Continente. Sì. Il viaggio come metafora della vita e ricerca interiore delle nostre origini. Ecco allora il richiamo al popolo bretone, all’Irlanda in lotta per la libertà, ma anche all’Occitania dei trovatori e perché no verso Est, oltre quella cortina di ferro che teneva prigionieri milioni di europei! Di fronte a noi un continente la cui storia era da riscoprire: non ci stava bene l’Europa dei mercanti nata dalla CEE perché sentivamo che l’Europa era ben altro che un mercato comune, pretendevamo un’Europa dei popoli libera e indipendente, consapevole delle proprie antiche tradizioni. D’altronde era un momento in cui sentivamo la necessità di spiegare al mondo ciò che realmente eravamo e ciò che veramente pensavamo, lontani anni luce dagli stereotipi imposti dai media sulla figura dei giovani di destra alla fine degli anni’ 70. Sulla strada ci parve un titolo adeguato a ciò che volevamo esprimere. Forti richiami a Kerouac sono presenti anche in una canzone come Giornate di settembre dove la fonte ispiratrice delle esperienze alpinistiche da noi realmente vissute, è proprio la discesa di Ray, Yaphy e Morley dopo aver scalato il Matterhorn. Credo che di fronte al modello di società neocapitalista imperante (siamo ormai arrivati all’ultimo stadio del delirio mercatista) la risposta dei popoli non potrà essere che un corale STOP alla folle teoria dello sviluppo continuo e indiscriminato. Sarà una rivoluzione innanzitutto culturale e si fonderà su tre pilastri: Identità, Comunità e Partecipazione. I precursori della beat generation, Kerouac innanzitutto, hanno tracciato il sentiero verso l’uscita dal tunnel dell’autodistruzione indicando alcune priorità, ancora oggi utili al nostro Viaggio».

    E Kerouac è chiamato “in causa” anche nella canzone 68 (testo di Walter Jeder, cantata da Fabrizio Marzi) - «Kerouac era nostro si diceva»- a conferma delle suggestioni che le sue opere determinavano nell’immaginario della destra.

    Basta rileggersi, del resto, anche Fascisti immaginari - l’antologia di Luciano Lanna e Filippo Rossi - per trovarvi, al riguardo, altre preziose testimonianze. Da quella del professor Luigi de Anna che ha raccontato come, all’epoca della sua militanza pre-sessantottina nella Giovane Europa di Firenze, «divorassero Kerouac», agli incontri a Roma, nella primavera del ‘68, che la Giovane Italia organizzava sulla beat generation e con Adalberto Baldoni. Lo stesso Sergio Caputo, nei primissimi Settanta ideatore, grafico e vignettista del periodico L’Alternativa - rivista diretta da Teodoro Buontempo e ispirata a Alternative, l’analoga esperienza francese animata da Jack Marchal - in un suo articolo intitolato “I servi del sistema” si schiererà dalla parte dei contestatori, ma lo farà fissando un preciso riferimento esistenziale e letterario in Jack Kerouac, quale «portavoce di un vasto e valido fermento giovanile degli anni Cinquanta». Nel ‘75 è un altro giornalista di destra, Pino Quartana, a tornare sull’argomento sulla rivista Presenza: «Non sarebbe azzardato riconoscere nella beat generation e in Kerouac in particolare alcuni dei tratti caratterizzanti la destra culturale: rivolta contro il materialismo e il collettivismo, ricerca di valori supertemporali, rivalutazione della tradizione, rifiuto delle formule artificiose dei materialismi edonistici di destra e di sinistra e ricerca di una spiritualità con cui riempire il vuoto spirituale».

    Approcci a volte anche diversi (e opposti): se, da destra, un giovane Fausto Gianfranceschi difendeva i personaggi di Kerouac - «rispondono a una precisa logica che li conduce da una reazione di carattere sociale alla ricerca delle vie dello spirito» - da sinistra l’accusa era quasi sempre la stessa che veniva rivolta a Charles Bukowski, altro grande irregolare ante-beat. I loro personaggi rifiutavano l’inquadramento e l’irreggimentazione ideologica. Non avevano certezze dogmatiche ma, imperdonabili renitenti, coltivavano il dubbio. Stroncature senza appello, pertanto. Sull’italiano Agenda Rossa, per citare un esempio nostrano, liquidarono Kerouac come «pessimo scrittore, mediocre filosofo e politico qualunque».

    Un clima testimoniato autorevolmente dalle parole della compianta Fernanda Pivano: «In quegli anni era molto chiara l’ostilità della sinistra italiana verso autori come Kerouac. Io sono stata anche licenziata come consulente della Mondadori perché facevo pubblicare quegli autori beat sgraditi all’élite intellettuale di sinistra». Del resto non potevano piacergli quei personaggi che la Pivano descrive così nella prefazione alla prima edizione italiana di On the road: «Costretti a vivere in una società anonima nella quale non riescono a credere, la sfuggono creandosi una società autonoma e vivono in piccole bande più o meno segrete secondo un codice primordiale basato sull’inviolabilità dell’amicizia». No, proprio non potevano piacere quei ragazzi che per maestri si erano scelti Céline, Fante e Pound, autore sempre caro alla beat generation. «Pound era un buon diavolo, anzi, il mio poeta preferito», fa dire Kerouac a Japhy, uno dei protagonisti dei Vagabondi del Dharma. E durante la campagna presidenziale del 1952 che vide la vittoria di Eisenhower, i beatnik arrivarono addirittura a scrivere «Ez for Pres» - ossia «Ezra Pound come presidente» - sulla cinta esterna del St. Elizabeth’s Hospital, il manicomio dove il grande poeta era recluso da sette anni per collaborazionismo. E lo stesso Kerouac aveva, da autentico libertario qual era, un rifiuto spontaneo per l’ideologia di sinistra. Lo confermerà anche Peter Orlovsky: «Entrammo in politica e Allen Ginsberg e io stavamo con la sinistra e lui con la destra». Fece suo il motto “Right or wrong, it’s my country”. Giusto o sbagliato, è il mio paese. Sino a difendere paradossalmente lo stesso intervento in Vietnam. Posizione che Kerouac confermerà anche nel ‘66 a Roma in occasione della presentazione del suo romanzo Big Sur. Perché lui amava l’America anche se la chiamava “fellaheen”, prendendo a prestito la parola che uno storico tedesco da lui particolarmente amato, Spengler, aveva usato per definire il sottoproletariato del mondo. E malgrado fosse di origini franco-canadesi, a differenza degli altri esponenti della beat generation, si mostrerà riluttante a lasciare gli States per l’Europa e rifuggirà con ostinazione da una vita fatta di vagabondaggi e ristrettezze. La sua era la speranza in un’America nuova, libera dalla morsa del conformismo. E il suo viaggio assume il valore di una ricerca cavalleresca che sembra richiamarsi allo spirito dei primi pionieri americani che si spingevano coraggiosamente verso est, al mito della frontiera che sarà consacrato da una pellicola cult come Easy Rider.

    Fino a quel 21 ottobre del 1969, quando se ne andò nel più banale dei modi, consumandosi davanti alla tv, imbottito di successo e di birra. Lasciata alle spalle la sua vita stradaiola, era tornato a essere quel che era: un ragazzo normale, che amava la mamma ed era appassionato di baseball. Solo un infortunio di gioco, del resto, aveva fatto sì che non diventasse un campione di football. Un ragazzo invecchiato troppo in fretta. Un tradizionalista conservatore fiaccato dall’acool. Che scriveva poco e solo sotto effetto di droghe. Non amava i capelloni, ma continuò fino alla fine ha rappresentare l’icona di una vita profondamente inquieta. Lui che di viaggiare si era stancato. Lui che non aveva la patente. Non come l’amico Neal Cassady, che gli aveva ispirato il personaggio di Dean Moriarty, co-protagonista di On the road. Autentico vagabondo, Neal era già morto l’anno precedente. Da outsider. Il suo corpo ritrovato vicino ai binari di una ferrovia. Jeans e maglietta, alcool e barbiturici. Fine dei giochi. Fine delle illusioni. A distanza di tanti anni, a resistere all’oblio del tempo è soprattutto il mito di Sal Paradiso (alter ego di Kerouac in On the road) che, c’è da giurarsi, sarà alimentato ulteriormente dalla prossima uscita nelle sale del film tratto proprio dal libro e prodotto da Francis Ford Coppola, da anni titolare dei diritti, al quale, stando alle indiscrezioni, starebbe lavorando Walter Salles, già regista di Central do Brasil e I diari della motocicletta ispirato, guarda caso, al viaggio di un altro grande irregolare: Che Guevara.


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    Non ci crederai ma ieri ero intenzionato a modificare il mio avatar,indovina con chi?ncav: Mi fa piacere che anche tu abbia certe passioni "degenerate" e ancor di più il fatto che vengano trattate in questo modo. Mi riservo di cambiare avatar in onore della "comune passione". Sul blog da cui hai tratto lo scritto su JK, spesso si trovano biografie ottimamente dettagliate di quel mondo di eretici che pochi conoscono o che per pregiudizio non vogliono conoscere.
    NON VOTO NEL REALE,NON VOTO NEL VIRTUALE....GRAZIE!

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    Non ci crederai ma ieri ero intenzionato a modificare il mio avatar,indovina con chi?ncav: Mi fa piacere che anche tu abbia certe passioni "degenerate" e ancor di più il fatto che vengano trattate in questo modo. Mi riservo di cambiare avatar in onore della "comune passione". Sul blog da cui hai tratto lo scritto su JK, spesso si trovano biografie ottimamente dettagliate di quel mondo di eretici che pochi conoscono o che per pregiudizio non vogliono conoscere.
    Mi spiace di averti battuto sul tempo! Pensa che mesi fa, prima di iscrivermi a PIR come "Mr. Right" avevo preso in esame come nickname "Jack" oppure "Sal Paradiso"...

    Riguardo l'"eresia"... Onestamente io non mi sento un eretico e sai perchè? Perchè non vedo in giro "ortodossie". A me questa storia della "destra eretica", che fa tanto figo, mi fa ridere. Ma dove sta la destra ortodossa, che la voglio conoscere!

    A me pare che al giorno d'oggi non esistano più ortodossie, non ci sono nella Chiesa, figuriamoci nella società. In un mondo di individualisti siamo tutti giocoforza eretici e non è detto che sia necessariamente un bene.
    Ultima modifica di Florian; 27-10-09 alle 19:09
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    Kerouac censurato? Sì ma dalla sinistra

    di Pierangelo Maurizio

    Il Giornale, 23 agosto 2007


    Maledetto il revisionismo, in alcuni casi - rarissimi - è proprio il caso di dirlo. Quest’anno cade il cinquantenario di On the Road, Sulla strada, il capolavoro di Jack Kerouac, il padre di un’intera generazione, la beat generation. Avvenimento altamente snobbato dalla stampa italiana e no.

    Ieri il Corriere della sera per recuperare il tempo perduto ha riproposto la figura di Kerouac insieme con il suo romanzo-manifesto come vittima del maccartismo. E uno pensa subito che il cantore dei viaggi in autostop e della libertà sessuale sia caduto vittima dell’anticomunismo viscerale dell’America dei primi Anni ’50. Invece, Jack Kerouac è stato cancellato e rimosso dall’intellighenzia di sinistra per non aver accettato di farsi strumentalizzare e per aver difeso, lui il poeta della ribellione contro il sistema, la guerra in Vietnam.

    In un’intera paginata il Corriere accenna con una riga e mezza - da cui però viene ricavato il titolo - che una prima versione di On the road fu oscurata dalla «censura maccartista che aveva ritardato di ben sei anni la pubblicazione del libro». «Il delirio conservatore ultraconservatore dei tempi lo castigò» denuncia il professor Joshua Kupetz, docente dell’Università del Colorado. Non si spiega minimamente però come sarebbe intervenuta la speciale commissione guidata dal senatore McCarthy in questa opera di «censura».

    Qualche riga più in là invece si scopre che Kerouac spontaneamente riscrisse il libro, omettendo le parti più crude. Soprattutto nella versione originale i co-protagonisti venivano citati con il loro cognome: l’altro poeta beat Allen Ginsberg, lo scrittore maledetto William Burroughs e l’ex delinquente comune Neal Cassady. Nel testo che tutti conosciamo sono mascherati con gli pseudonimi di Carlo Marx, Dean Moriarty e Old Bull Lee. Una banalissima scelta per evitare possibili denunce. Ora sotto la supervisione addirittura di una commissione internazionale sta per essere pubblicata la versione originale, completa di termini slang, parolacce e riferimenti anche alla «pedofilia» - annuncia con tono falsamente scandalizzato il Corriere - (in realtà si tratta di rapporti con ragazzi minorenni: al che il vate per eccellenza della sinistra italiana, Pasolini, dovrebbe essere bandito da tutte le librerie). Quello in uscita è un testo molto più forte, assicura il professor Kupetz: un ottimo lancio pubblicitario. Si vedrà.

    On the road fu pubblicato appunto nel ’57, scritto in una settimana su un unico rotolo di carta per telex. Kerouac racconta dei viaggi vagabondi sulle interminabili strade americane e giù fino in Messico.

    Fa rivivere il mito della frontiera poi immortalato in film come Easy Rider, in una sete sconfinata e inestinguibile di libertà e di conoscenza. È nato tutto da queste pagine, compresa l’esaltazione degli eccessi a base di alcol e droghe. Dieci anni dopo fanno la loro comparsa ufficiale i figli dei fiori, il movimento hippy che, al di là di tutto, ha segnato per sempre la storia del costume. E di cui ricorre quest’anno il 40° compleanno, celebrato in vari programmi tv e articoli. Ma su Kerouac neanche una parola, a parte un servizio mandato in onda prima dal Tg5 e poi dal Tg1.

    Come mai? Kerouac non esitò a prendere le distanze dai giovani ribelli, dai suoi discepoli, quando le loro posizioni diventarono eccessivamente politicizzate. Ruppe pubblicamente con gli altri guru del movimento, come Allen Ginsberg e William Burroughs, che accusò di esser caduti «in una trappola comunista». Non nascose il suo patriottismo e si schierò a favore dell’intervento americano in Vietnam. Insomma Kerouac fece suo il motto: «Right or wrong, it’s my country», «Giusto o sbagliato, è il mio Paese». E sul cantore della ribellione è sceso l’oblio. L’ultima prova l’ha data ieri il Corriere.


    Kerouac censurato? Sì ma dalla sinistra | il Mascellaro
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  7. #7
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    Predefinito Rif: Kerouac conservatore

    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Mi spiace di averti battuto sul tempo! Pensa che mesi fa, prima di iscrivermi a PIR come "Mr. Right" avevo preso in esame come nickname "Jack" oppure "Sal Paradiso"...

    Riguardo l'"eresia"... Onestamente io non mi sento un eretico e sai perchè? Perchè non vedo in giro "ortodossie". A me questa storia della "destra eretica", che fa tanto figo, mi fa ridere. Ma dove sta la destra ortodossa, che la voglio conoscere!

    A me pare che al giorno d'oggi non esistano più ortodossie, non ci sono nella Chiesa, figuriamoci nella società. In un mondo di individualisti siamo tutti giocoforza eretici e non è detto che sia necessariamente un bene.
    Eresia è ormai un termine che tende a mettere in evidenza uno stile,un atteggiamento "trasgressivo" e non più un ideale. Oggi sono tutti eretici perchè la società lo impone; oggi nessuno rispetta la benchè minima regola del vivere comune perchè si sente un" ribelle". Non capiscono, gli eretici ed i trasgressivi, che la vera trasgressione è la tanto snobbata normalità ed il vero rivoluzionario, in questa società dove si mercifica anche l'aria, è colui che ha il coraggio di trasgredire alle regole del conformismo, all'eresia.
    Ultima modifica di Mariox; 27-10-09 alle 20:12
    NON VOTO NEL REALE,NON VOTO NEL VIRTUALE....GRAZIE!

  8. #8
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    Predefinito Rif: Kerouac conservatore

    Citazione Originariamente Scritto da SMB Visualizza Messaggio
    Eresia è ormai un termine che tende a mettere in evidenza uno stile,un atteggiamento "trasgressivo" e non più un ideale. Oggi sono tutti eretici perchè la società lo impone; oggi nessuno rispetta la benchè minima regola del vivere comune perchè si sente un" ribelle". Non capiscono, gli eretici ed i trasgressivi, che la vera trasgressione è la tanto snobbata normalità ed il vero rivoluzionario, in questa società dove si mercifica anche l'aria, è colui che ha il coraggio di trasgredire alle regole del conformismo, all'eresia.
    Cioè il presunto conformista. Sono d'accordo. Del resto "Il conformista" era il titolo di una bellissima rubrica che aveva Massimo Fini sul Borghese.
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