“Sulla strada” di uno scrittore-pioniere.
L’inaudito tratto conservative della scrittura di Jack Kerouac
Indebitamente associato alla controcultura degli anni ’60, Jack Kerouac è in realtà uno scrittore potente e originale, che tra suggestioni zen e be-bop ha dato vita a un corpus letterario complesso e dall’afflato profondamente religioso, nel quale risuona lo spirito eroico dei primi pionieri americani.
Cesare Catà offre qui una lettura profondamente “diversa” del padre della beat generation: Kerouac come uno scrittore “conservatore”.
di Cesare Catà
Anche nel caso in cui non si abbia letto neanche una riga della sua trascinante, potente, sconvolgente e coinvolgente prosa “spontanea” (come lui amava definirla), il nome di “Jack Kerouac” produce subito nella mente di chi lo ascolta una immediata sinapsi con “beat generation” e, di qui, si apre subito un link mentale su “controcultura americana anni ‘60”.
In effetti, c’è voluto del tempo perché la critica ufficiale ammettesse, obtorto collo, che il ruolo di Kerouac, nella letteratura statunitense e nella prosa del Novecento, fosse qualcosa di più e di diverso, rispetto a una fiammata giovanilistica della cultura alternativa. Kerouac si presentò senza preavviso e da protagonista nel panorama culturale del Dopoguerra, grazie alla fama inarrestabile donatagli dal suo celeberrimo capolavoro, On the road, e in pochi si accorsero della reale cifra letteraria del suo lavoro. “Si è addormentato ubriaco, e si è svegliato famoso” – ebbe a dire di lui un critico.
Ancora oggi, la communis opinio corrente è quella per cui Kerouac sia, anzitutto, il padre fondatore della cosiddetta generazione beat: quel pensiero di “protesta contro il sistema” che, dal finire degli anni ’50 fino ai ’70, avrebbe pervaso la società americana, diffondendosi con forza dirompente persino in Europa.
Sembra perciò singolare, per non dire “eretico”, ciò che intendo fare qui: ossia voler definire e presentare Jack Kerouac come uno scrittore fondamentalmente “conservatore” – nel senso politico profondo che il filosofo statunitense Russell Kirk, stella fissa del pensiero republican, attribuiva a questo termine.
Kerouac è uno scrittore unico. La forza singolare della sua parola letteraria, il suo talento originale, la sua indole solitaria, refrattaria a ogni tipo di “aggregazione”, dovrebbero farci subito riflettere: l’autore di On the road non può essere stato un beat nel senso ortodosso e codificato del termine.
Certo: fu lui a inventare l’espressione beat generation – eppure, a uno sguardo attento sulla sua produzione letteraria, egli risulta irriducibile a quelle caratteristiche che la categoria di “beat” ha assunto al di fuori della sua scrittura e delle sue intenzioni.
C’è una frase eccezionale di Kerouac, una frase indimenticabile che gli uscì dalla bocca in una delle sue tante interviste televisive, alle quali si presentava regolarmente ubriaco. “Perché scrivi romanzi?”, chiede a Kerouac l’intervistatore; e Kerouac non risponde: “scrivo per abbattere il sistema”, o “scrivo portare pace e amore ai miei simili”, o “scrivo per fermare il Vietnam”, o “scrivo per donare pace interiore”. Nessuna di queste cazzate hippy gli passò per la testa. Fissò l’intervistatore, il suo sguardo si accese di lucidità domando le danze dell’alcool, e disse: “Scrivo per vedere il volto di Dio: affinché Dio mi riveli il suo volto. Non c’è altro motivo”.
Non si trattava di una boutade. C’è tutto il senso di un’opera letteraria complessa, articolata, fatta di misticismo e vocazione, di una prosa ribelle quanto rigorosa, aderente al reale quanto sublime, in questa risposta. E’ la risposta di uno scrittore consapevole del suo status letterario.
Kerouac era solito paragonare la propria produzione nientemeno che a quella di Proust. Forse esagerava (cosa che faceva spesso – sia nella vita, che nella scrittura, che con l’alcool); però, proprio come quella di Proust, l’opera di Kerouac è, in effetti, una scrittura ampia, complessa, à là recherche. La parabola esistenziale-letteraria di Kerouac è anzitutto una ricerca, una “cerca” nel senso cavalleresco dell’espressione. Quello di Kerouac è un grande viaggio alla ricerca del Graal: del “volto di Dio”, come diceva lui. E i suoi vari romanzi, al pari degli scritti di Proust, non sono che le varie tappe di questa unica, unitaria storia che egli viene scrivendo, da On the road fino a Big Sur, passando per Desolation Angels (forse il suo scritto più bello) e per molti altri lavori.
Che cosa voleva dire Kerouac con beat generation? Il termine avrebbe avuto una immensa fortuna: avrebbe designato il profilo di una generazione di intellettuali statunitensi, sarebbe entrato di diritto nel vocabolario comune e avrebbe impresso una svolta fondamentale alla intera cultura pop occidentale (basti ricordare che il nome stesso di “Beatles” fu coniato e scelto dai quattro ragazzi di Liverpool proprio in omaggio a questo concetto). Ma cosa intendeva dire, davvero, Jack Kerouac con la parola beat?
Com’è noto, il termine inglese racchiude aspetti polisemantici: che da un lato rimandano alla “beatitudine” mistica, dall’altro alla emarginazione dei “battuti” della società, e, infine, al ritmo musicale del be-bop, che tanta importanza ebbe per la scrittura dello stesso Kerouac. Era a questo triplice significato che Kerouac voleva collegarsi? Senza dubbio, sì; ma, soprattutto, a Kerouac premeva descrivere un desiderio interno al cuore dell’umano: un desiderio di andare, di cercare, pur non conoscendo assolutamente l’oggetto della ricerca.
In questo senso, essere “beat” significa essere chiamati, per un motivo ignoto, alla ricerca di qualcosa che, a un tempo, ci appartiene e ci trascende. Essere beat vuol dire provare una irrefrenabile nostalgia per l’infinito.
Questo significato specifico del termine beat, e tutte le implicazioni ermeneutiche di una tale chiarificazione, distinguono nettamente Jack Kerouac dal resto dei personaggi di questo universo intellettuale. Né Corso, né Ginsberg, né tantomeno Ferlinghetti possono essere compresi alla luce della descrizione appena offerta del concetto di beat. Una tale definizione appartiene solo a Kerouac (e in parte, se vogliamo, al più anziano Burroughs, il quale tuttavia precede la formazione del movimento).
Così come il suo talento sembra essere diverso, più forte e più imperituro (meno legato alla moda culturale americana del momento) di quello dei cosiddetti beat, similmente anche la cifra ultima dello scrivere di Kerouac si mostra come qualcosa di diverso.
D’altronde, lo stesso Kerouac, in alcune famose interviste da lui rilasciate, ebbe a lamentarsi a più riprese del movimento che si era creato attorno alla sua figura, al suo nome, e alla sua opera letteraria, disconoscendolo. Kerouac vedeva in questa gente dei mediocri approfittatori. “Ferlinghetti, e un sacco di altra gente, mi sono saltati sulle spalle”, ha detto una volta.
In effetti, per comprendere davvero Kerouac, bisogna leggerlo e osservarlo al di fuori del movimento che venne a crearsi attorno a lui. Quel movimento di sterile protesta anti-sistema che “è saltato sulle sue spalle”, per far fruttare il suo talento letterario verso derive ideologiche estranee alle sue convinzioni e concezioni.
Kerouac, come dicevo, è diverso. Per accorgersene, basta leggere con attenzione e passione i suoi romanzi, in ascolto del messaggio filosofico che essi custodiscono. C’è sempre, in Kerouac, la ricerca spasmodica di un senso, di un significato ultimo da dare alle cose. Tra suggestioni zen e ritmi be-bop, la sua, in ultima analisi, è una scrittura profondamente cristiana. Ogni suo romanzo non è altro che la storia di pellegrini alla ricerca di Dio.
Anche On the road, divenuto il “codice di disonore” di tanti fricchettoni a partire dagli anni ’60 fino a oggi, in realtà è la storia di due uomini, il protagonista Sal Paradiso – alias dello stesso Kerouac – e Dean Moriatry – alias del “mitico” Neal Cassidy – alla ricerca di un padre: di un significato, di una meta trascendente che viene posta sempre al di là di ogni arrivo, in quanto ineffabile.
E, così, opere come The Dharma Bums, Desolation Angels, The Scripture of Golden Eternity, Big Sur, Vanity of Duluoz, che si pongono come suoi capolavori e restano come pietre miliari della letteratura del Novecento, posseggono una cifra unitaria di fondo che lega ognuno di questi romanzi come capitoli di un’unica storia. Si tratta di un grande pellegrinaggio alla ricerca del padre, un lungo cammino, nella propria anima e attraverso le strade d’America, affinché si riveli il volto di Dio. E’ la ricerca di una dimora, è un viaggio verso le radici, è una fondazione dell’identità.
In Kerouac, non c’è nulla della protesta contro il sistema che ha caratterizzato la cultura alternativa che, in barba al significato ultimo della sua scrittura, amava definirsi “beat”. La scrittura di Kerouac è pulsione del cuore umano che invoca una risposta alla domanda fondamentale dell’esistenza: questo è il senso del ritmo spontaneo e cardiaco, perfetta traduzione letteraria del be-bop, che forgia la sua prosa. I personaggi di Kerouac svolgono sempre un viaggio spirituale che è il doppio di quello che compiono “sulla strada”: tale è il significato delle tante contaminazioni zen della sua scrittura.
In ultima analisi, quello di Kerouac è uno stile essenzialmente e profondamente americano. Non solo per le ricche descrizioni, per le tante visioni di vasti paesaggi desolati e lunghi cieli, per il continuo senso di libertà del viaggio che affollano le sue pagine; quella di Kerouac è una scrittura americana perché incarna il più profondo sentire del popolo d’America: ossia la ricerca, nell’ignoto, di un nuovo senso da dare alle cose, tramite un viaggio pericoloso e straordinario.
Fu questo spirito ad animare i pionieri che, per primi, diedero eroicamente vita agli insediamenti originari degli United States, alle prime colonie. Come il Sal Paradiso di On the road, si spingevano temerariamente verso il West, verso l’ignoto, chiamati a una missione trascendente, non del tutto comprensibile ma necessaria, irrifiutabile. Spronati dal senso necessario dell’andare.
Nell’intera opera di Kerouac, risuona il significato spirituale di quella antica e identitaria spinta pioneristica. Sebbene la “fondazione nuova” che i personaggi kerouachiani cercano non sia quella di uno Stato libero, ma bensì quella di una esistenza che abbia significato, il profilo e il senso delle due epopee è il medesimo: si tratta di riallacciarsi alle proprie radici, per fondare una rinnovata identità. Ecco mostrarsi con chiarezza il tratto “conservatore” di quest’opera letteraria.
L’aspetto ultimo della grande ribellione che sta dentro alle pagine inquiete e appassionanti di Jack Kerouac è un aspetto “conservative”: siamo di fronte a una “rivoluzione conservatrice”. Quello della scrittura di Kerouac è uno sforzo verso l’ignoto per conservare una tradizione, un senso, e un apparato di valori trascendente. Kerouac risulta così essere, non solo un esponente della scrittura cristiana del Novecento, ma anche uno degli intellettuali che ha incarnato in maniera più formidabile lo spirito conservatore americano, traducendolo sulla pagina scritta con un talento inusuale.
Leggere Kerouac è una esperienza che tocca l’esistenza. Perché veniamo posti dentro a un viaggio che, prima che sulla strada, avviene nell’anima, verso la fondazione di un io e la scoperta di un senso trascendente da dare alle cose. La controcultura americana, più o meno consapevolmente, offuscò, rimosse e tentò di cancellare questo senso profondo – e conservative – dell’essere beat. I tanti Ginsberg, i tanti Corso, i troppi Ferlinghetti, tutta la vasta e rumorosa controcultura americana che produsse movimenti d’opinione a non finire a partire dagli anni ’60, non sono della stessa razza di Kerouac. Il solitario, l’indomabile, il geniale, il non-intellettuale, il riottoso – il conservatore Kerouac guardava altrove. La sua scrittura possiede uno statuto diverso, è rivolta all’infinito, alla tradizione, all’eterno.
Per questo, oggi, a cinquant’anni dalla prima edizione di On the road, se da un lato il movimento di protesta dei beat sembra affatto esaurito, catalogabile come un aspetto folklorico di un passato di illusioni, lo scrivere di Kerouac, al contrario, registra un interesse sempre crescente, inestinguibile. Perché qui siamo di fronte a vera, grande letteratura. Quella che cambia la vita, perché parla dell’essenza delle cose: non blatera di ideologie.
Sembra allora giunto il tempo di studiare e capire Kerouac al di fuori del movimento della controcultura anni ’60. Questo scrittore era diverso. Parlava del cuore dell’uomo, del viaggio che affrontiamo in quanto terrestri. Parlava dell’eroismo dello spirito americano, parlava della nostalgia dell’infinito. Cercava il volto di Dio. Non ha scritto per nessun altro motivo. E, quindi, non andrebbe letto per nessun altro motivo.
“Vi confesso, se c’è una cosa che veramente detesto e non riesco a mandare giù – ha detto Kerouac in un’altra sua intervista – sono i capelloni. Davvero non capisco perché non decidono di tagliarsi quei capelli…”.
So in America when the sun goes down and I sit on the old broken-down river pier watching the long, long skies over New Jersey and sense all that raw land that rolls in one unbelievable huge bulge over to the West Coast, and all that road going, all the people dreaming in the immensity of it, and in Iowa I know by now the children must be crying in the land where they let the children cry, and tonight the stars'll be out, and don't you know that God is Pooh Bear? the evening star must be drooping and shedding her sparkler dims on the prairie, which is just before the coming of complete night that blesses the earth, darkens all rivers, cups the peaks and folds the final shore in, and nobody, nobody knows what's going to happen to anybody besides the forlorn rags of growing old, I think of Dean Moriarty, I even think of Old Dean Moriarty the father we never found, I think of Dean Moriarty.
[from On the road]
E così, in America, quando il sole va giù e io siedo sul vecchio molo diroccato sopra il fiume guardando i lunghi, lunghissimi cieli sopra il New Jersey e percepisco tutta quella terra pura che rotola in un’unica incredibile massa fino alla West Coast, e tutta quella strada che va, e tutta la gente che sogna nella sua immensità, e so che Iowa i bambini proprio in questo momento stanno piangendo, nella terra in cui lasciano piangere i bambini, e che stanotte le stelle si mostreranno, e non sapete che Dio è l’Orsa Maggiore? la stella della sera deve stare spegnendosi e stare spargendo il suo fioco scintillio nella prateria, il che avviene un attimo prima dell’arrivo della notte totale, che benedice la terra, oscura ogni fiume, avvolge i picchi e rimbocca le ultime spiagge, e nessuno, nessuno sa niente di ciò che succederà a nessun altro, se non il tristissimo stillicidio del diventare vecchi, io allora penso a Dean Moriarty, penso persino al vecchio Dean Moriarty, al padre che mai trovammo, io penso a Dean Moriatry.
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ncav: Mi fa piacere che anche tu abbia certe passioni "degenerate" e ancor di più il fatto che vengano trattate in questo modo. Mi riservo di cambiare avatar in onore della "comune passione". Sul blog da cui hai tratto lo scritto su JK, spesso si trovano biografie ottimamente dettagliate di quel mondo di eretici che pochi conoscono o che per pregiudizio non vogliono conoscere.


