Mandato da ABC Flash Sabato, 05 luglio 2003, 02:50 uur.
Com’è noto, l’anno scorso l’allora capo della Procura milanese Gerardo D’Ambrosio venne preso da Stefano Surace con le mani nel sacco, in piena flagranza di una serie di reati (che spaziano, secondo vari giuristi, dal falso ideologico al sequestro di persona, dalla concussione alla calunnia, dall’abuso di autorità alla diffamazione…). Nacque così il «caso Surace», di cui ci siamo più volte occupati su questo sito, e che vide il D’Ambrosio far sequestrare in carcere Surace - il noto giornalista italo-francese grande specialista in inchieste - in forza di una condanna definitiva a 2 anni 6 mesi e 12 giorni per traffico di droga che in realtà non era stata mai emessa. Per di più Surace non era mai stato neppure minimamente accusato di cose del genere. A questo punto i magistrati dello staff del D’Ambrosio (Colombo, Boccassini, Davigo) vedendo così a mal partito il loro capo fino allora intoccabile, si videro dinanzi alla prospettiva di dover render conto anch’essi delle loro gesta.
L’allegra accolita meneghina
Tanto più che la Corte di Cassazione, massimo organo italiano di legittimità, cercava di porre limiti ai loro arbitrii. Fra l’altro con alcune precise sentenze di cui Surace si era appunto avvalso per dimostrare che il comportamento di quella Procura, non solo nei suoi riguardi, era stato gravemente illecito; e i suoi avvocati Vittorio Trupiano e Sergio Simpatico per presentare una denuncia dettagliata nei confronti di tutti i magistrati implicati nello scandalo.
Stando così le cose, uno dei magistrati di quell’allegra accolita della Procura meneghina messa così rudemente alle strette da Surace - Ilda Boccassini detta «la Rossa» - ha cercato di reagire lanciandosi a una vera aggressione intimidatoria nei confronti dei giudici della Cassazione definendoli testualmente, in pubblica udienza, "corrotti". Cioé una Procura - che col caso Surace ha squalificato l'intera magistratura italiana, e si trova quindi in pratica del tutto delegittimata – ha tentato semplicemente di criminalizzare la Corte di Cassazione, massimo organo italiano di legittimità che cercava di porre limiti ai suoi arbitrii.
A questo punto dei provvedimenti a carico della Boccassini erano d’obbligo. Dovevano aprirsi vari procedimenti, alcuni penali da parte della Procura di Brescia (competente per i processi a magistrati milanesi) della Procura generale presso la Cassazione, nonché uno disciplinare da parte del Consiglio superiore della magistratura. E invece, incredibile, non è successo proprio niente. Ora, come si spiega questa più che scandalosa impunità di cui gode la Boccassini?
«Mancanza di controllo nervoso»
Per cercare una risposta bisogna innanzitutto considerare la descrizione che di costei ha fatto proprio Francesco Saverio Borrelli, quand’era capo della Procura della repubblica milanese, allorché ebbe ad allontanarla bruscamente a suo tempo dal suo staff: «Mancanza di controllo nervoso», «carica incontenibile di soggettivismo», «mancanza di volontà di porre in comune risultati, riflessioni, intenzioni» e così via. Si è agli antipodi, come si vede, dalle qualità di serenità ed equilibrio che innanzitutto si richiedono a un magistrato, per quanto mediocre possa essere.
Certo, quelle caratteristiche piuttosto deleterie della Boccassini possono spiegarsi in parte con l’ambiente familiare da cui proviene, con un padre presidente di tribunale sotto la cui casa a Napoli, ad ogni ricorrenza festiva, facevano la fila decine di macchine cariche di regali portati da personaggi dall’aria non precisamente di cherubini… Coi commenti dei vicini che si possono immaginare. Il che non doveva esser ben vissuto dal figlio di detto presidente (e fratello della Boccassini) che non trovò di meglio che darsi a più non posso alla droga, abbondantemente fornitagli da gente della «mala», tanto che gli avvenne di essere più volte raccattato da terra per istrada in stato di incoscienza.
Si tratta, come si vede, di condizioni familiari di partenza non certo atte a favorire nella Boccassini lo sviluppo di una personalità serena ed equilibrata. Personalità del resto anche descritta in modo preciso e assai poco lusinghiero anche da un alto magistrato stretto amico di famiglia, Vittorio Mele, già Procuratore generale a Roma, fra l’altro in un suo libro dal titolo «Procuratore a Roma» (edizioni «Tempo Lungo»). Ora, viste le suddette sue caratteristiche, la Boccassini era evidentemente destinata, nella migliore delle ipotesi, ad un ruolo ben marginale nella magistratura, se non addirittura ad esserne allontanata.
La «punta di diamante»…
E tuttavia ha potuto evitare questo destino. Come? Semplicemente rendendosi disponibile per certe cose piuttosto discutibili da cui in genere i magistrati preferiscono astenersi, e che qualche mala lingua potrebbe definire «basse bisogne» o «lavori sporchi». Ed è così che la Boccassini ha trovato un ruolo di strumento addirittura indispensabile di quel singolare gruppo di magistrati che si è installato nella Procura della Repubblica di Milano, fra cui tornò ad essere integrata, assurgendo addirittura a punta di diamante delle loro malefatte. Ruolo di cui ha finito per restare prigioniera.
Di qui la necessità assoluta - per i magistrati di quella Procura che la strumentalizzano e per gli ambienti in sintonia con costoro per una ragione o l’altra - di accorrere subito in suo soccorso allorché ne combina di troppo grosse: dato che i suoi difetti rilevatile dal Borrelli, dal Mele e da altri nel frattempo non si erano certo cancellati, essendosi anzi inaspriti, quel suo insperato «potere» non avendo mancato di montarle la testa.
Si spiega così il fenomeno apparentemente assurdo che nessun provvedimento, né penale né disciplinare, sia stato preso nei confronti di costei, e addirittura che nessun procedimento sia stato aperto a suo carico, benché abbia accusato pubblicamente i giudici della Cassazione di essere «corrotti»! Insomma ci si trova dinanzi al fenomeno di certi singolari personaggi, istallatisi nella Procura di Milano e altri punti chiave della magistratura, che si arrogano il potere senza limiti né controlli di criminalizzare chiunque ai fini più diversi, quanto poco confessabili. Tenendo così sotto costante minaccia il Parlamento, il governo, gli altri organi istituzionali, l’intera classe politica italiana a tutti i livelli, i giornalisti, gli ambienti economici nonché qualsiasi cittadino, ed ora addirittura la Corte Suprema di Cassazione. Si tratta di una situazione che sembrava ben consolidata, e che ha funzionato con perfetta efficienza… Finché quei personaggi han fatto l’errore di andarsela a prendere proprio con Surace, giornalista italo-francese particolarmente temibile e dall’onestà adamantina, che li ha presi con le mani nel sacco e non li ha più mollati.
C’est la vie…
(http://www.legnostorto.com/node.php?id=5709)




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