La notizia più bella è finita in prima pagina solo su La Stampa: una giovane palestinese, aspirante kamikaze, è stata fermata dalle forze di polizia che rispondono ad Abu Mazen, dopo che a queste, per denunciarla, si era rivolto il padre. La ragazza, di diciotto anni, si era allontanata da casa dirigendosi verso il valico di Karni, in marcia verso Gaza City, quando il padre trovava la sua lettera testamento, quella in cui il futuro morto rivendica la santità dell’atto di terrorismo invitando i congiunti ad esserne orgogliosi. Il pezzo di carta che pretende di trasformare in martire un ambulante della morte. Una storia, questa, bella ed esemplare. Quel padre non ha pensato: “che gioia, mia figlia si appresta a fare un gesto eroico”, non ha accolto la notizia con il fanatismo che ci si vuol far credere sia equamente diffuso fra i palestinesi. Al contrario, ha capito che la sua ragazzina era fuori di testa, che presto sarebbe morta e a lui non restava che correre alla polizia. Lo ha fatto e le ha salvato la vita.

La polizia palestinese, secondo il nuovo protocollo di collaborazione, ha, prima di tutto, avvertito gli israeliani del pericolo, poi si è messa alla ricerca della kamikaze. Per fortuna della ragazza, del padre, degli israeliani innocenti che sarebbero morti e della speranza di pace, è stata trovata.
La cosa interessante è che quella poveretta non era affatto un’attivista di uno di quei gruppi terroristici che desiderano rendere impossibile la vita ai palestinesi e sperano di potere eliminare Israele dalla faccia della terra. Non era invasata da una religiosità turpe ed immorale, che tradisce financo quelle scritture che afferma di volere far rispettare. No, era solo una ragazza con qualche problema familiare. Di quelli normali, che hanno in molti. Il padre si era risposato e lei non andava d’accordo con la sua seconda moglie. Si sa che, in queste condizioni, i ragazzi possono commettere imprudenze, atti di disubbidienza, se non di ribellione. Lei, invece, è stata intercettata dall’avvoltoio terrorista, da uno di quei reclutatori di martiri che, purtroppo, non hanno alcuna intenzione di far saltare in aria loro stessi.

Il disagio di una ragazza stava per essere trasformato in un veicolo di morte.
Tutto questo serve anche a dirci che non è assolutamente vero, come qualche volta ci viene raccontato, che il popolo palestinese sforna in continuazione giovani felici di martirizzarsi. Come Abu Mazen dimostra, quel popolo vuole uscire dal passato, vuole uscire da un conflitto insensato e senza sbocchi, vuole vivere, non morire. La storia di questa ragazza è bella proprio perché conferma tutto questo. E, se da una parte, speriamo che ella si renda conto di quanto bene abbia spinto il padre a denunciarla, dall’altra vogliamo credere che migliaia d’altri padri e madri sappiano ricordarsi dei propri figli, e dei figli altrui.
Davide Giacalone

Tratto dall'Opinione di oggi

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