La mia attività di contestualizzazione e di classificazione sarebbe manchevole se non si mettesse in luce la distinzione, all’interno del pragmatismo italiano, tra pragmatismo “metodologico” o “logico” e pragmatismo “magico” o “ideologico”. A tale fine è necessario, vista la difficoltà dell’obiettivo, fare costante riferimento alla lettura secondaria: da Santucci a Dal Prà, da Toraldo di Francia a Garin. La fondamentale difficoltà della classificazione risiede nel fatto che non è ben chiaro se la distinzione tra pragmatismo logico e pragmatismo magico ricalchi in maniera esatta l’antecedente distinzione, all’interno del pragmatismo americano, tra pragmaticismo del Peirce e pragmatismo di James ovvero se debba essere considerata distinzione diversa. Non esiste attualmente uniformità di vedute tra i commentatori. Vi è tuttavia una linea di tendenza comune consistente nel rilevare come sussistano molte similitudini tra da un lato Vailati/ Calderoni e Peirce e dall’altro Papini/ Prezzolini e James; in altri termini tra pragmatismo americano e pragmatismo logico italiano e tra pragmatismo americano e pragmatismo magico italiano. Ma… andiamo a fondo del dilemma.
Iniziamo con il ribadire la differenza tra la concezione del Peirce e la concezione di James n47. Come visto anteriormente n48, è lo stesso Peirce inizialmente a fondare il pragmatismo americano e a distaccarvi in un secondo momento il suo “pragmaticismo”, mettendolo in netto contrasto intellettuale con il pragmatismo di James.
Peirce scrive in “What Pragmatism is”:
“Cercando di precisare… che cosa egli ( cfr. Peirce in auto-riferimento ) accettava, egli formulava la teoria che un concetto, cioè il significato razionale di una parola o di un’altra espressione, consiste nei suoi concepibili riflessi sulla condotta; così, non potendo avere un qualche riflesso diretto sulla condotta ciò che non possa risultare dall’esperimento, se uno può definire accuratamente tutti i concepibili fenomeni sperimentali che l’affermazione o la negazione di un concetto possono implicare, avrà per conseguenza una completa definizione del concetto, e in esso non c’è assolutamente altro. Per questa dottrina egli ha inventato il nome di pragmatismo. Alcuni suoi amici avrebbero desiderato che egli la chiamasse praticismo o praticalismo… Ma per uno che aveva imparato la filosofia da Kant, come l’autore, e che ancora pensava senza difficoltà in termini kantiani, praktisch e pragmatisch erano separati… Il suo termine Pragmatismo s’è guadagnato un generale riconoscimento in un modo che sembra testimoniare forza di sviluppo e vitalità. Il famoso psicologo James l’ha adoperato per primo, ritenendo che il suo empirismo radicale corrispondesse nella sostanza alla definizione che lo scrittore aveva dato del pragmatismo, sebbene con una certa differenza di prospettiva… Fin qui tutto procedette bene. Ma ora si comincia a incontrare la parola nei giornali letterari, dove se ne abusa con la spietatezza che le parole debbono attendersi quando cadono nelle grinfie della letteratura… Allora lo scrittore, trovando il suo piccolo pragmatismo tanto cresciuto, si rende conto che è giunto il momento di dare il bacio dell’addio al suo figliolo e di lasciarlo al suo più alto destino; intanto egli annuncia, al preciso scopo di esprimere il concetto originale, la nascita della parola pragmaticismo, che è abbastanza brutta per starsene al sicuro dai rapitori di bambini…” n49.
Mentre la concezione di Peirce tende a rendere il termine “pratico” sinonimo del termine “sperimentale”, quella di James lo assimila al termine “utile”. Peirce riconnette l’ambito della verità all’ambito della sperimentazione, mentre James – con le dovute attenzioni- all’ambito della volontà e dell’utilità. Secondo Peirce una credenza è vera nel momento in cui sia verificabile sensibilmente; in James una credenza è vera nel momento in cui diventi vera, cioè sia utile. Vi è un ribaltamento dei termini. In Peirce una credenza è utile se è vera; in James una credenza è vera se è utile.
Riconducendoci al contesto culturale italiano, secondo Toraldo di Francia n50 il merito fondamentale di Calderoni è, a differenza di Vailati, l’avere sottolineato fermamente all’interno del “Leonardo” la distinzione tra lezione jamesiana del pragmatismo e lezione di Peirce e l’avere ricondotto il pragmatismo logico suo e di Vailati a Peirce medesimo. Nella redazione del “Leonardo” Papini e Prezzolini accentuano la tesi jamesiana del will to believe, sostenendo, a differenza di James stesso, la necessità umana di accettare credenze manifestamente false; laddove James si limitava a sostenere che, in determinati momenti della vita, l’uomo si trova decidere senza l’ausilio dell’analisi razionale e trovandosi costretto a decidere decide rendendo vere in maniera fittizia credenze manifestamente false ma dotate di un certo ascendente. D’altro canto Vailati e Calderoni favoriscono una tesi che conoscono sommariamente. La tesi di Peirce secondo cui la verità non sarebbe altro che l’esito di una “verificazione” scientifica o secondo cui in ambito meramente semantico il “senso di una concezione consisterebbe nei suoi effetti”. Papini e Prezzolini, come James ma in maniera assolutamente accentuata, riconoscono l’incidenza necessaria della volontà sulle credenze indicando la volontà come sommo metodo di verità; Vailati e Calderoni, con Peirce, considerano massimo il valore della conoscenza scevra da condizionamenti istintivi e loro comune obiettivo la selezione delle credenze vere finalizzata all’efficace orientamento della vita (chiaramente - secondo i nostri- unico efficace orientamento nella vita sono le credenze vere… essendo le credenze false un cattivo orientamento!). Riassumendo. Secondo Toraldo di Francia da un lato l’adesione di Papini e Prezzolini a James e dall’altro di Vailati e Calderoni a Peirce sarebbe un’adesione “non totalmente cosciente”. I due redattori del “Leonardo” si accosterebbero a James deformandone il senso; Vailati e Calderoni si avvicinerebbero a Peirce, conoscendolo limitatamente, con il fine di distanziarsi dalle conclusioni irrazionalistiche di Papini e Prezzolini.
Sebbene meno evidenti, le conclusioni di Santucci n51 non sembrano molto dissimili. Inizialmente, ammessa la distinzione tra lezione del Peirce e lezione jamesiana, Santucci tende ad accostare indistintamente Vailati e Calderoni all’una e Papini e Prezzolini alla seconda, sottolineando la diatriba culturale sorta all’interno del “Leonardo” tra pragmatismo “logico” e pragmatismo “mistico”. In tale senso Papini contro Vailati e Calderoni in “Un uomo finito” scrive:
“Il famoso pragmatismo non mi importava in quanto regola di ricerca, cautela di procedimenti e raffinamento di metodi. Io guardavo più in là. In me sorgeva allora il sogno taumaturgico: il bisogno, il desiderio di purificare e rafforzare lo spirito per farlo capace d’agire sulle cose senza strumenti ed intermediari e giungere così al miracolo e all’impotenza. Attraverso la volontà di credere tendevo alla volontà di fare, alla possibilità di fare…” n52;
Prezzolini invece ribatte al noto articolo “Variazioni sul Pragmatismo” n53 di Calderoni con l’articolo “Il mio Pragmatismo” n54 sostenendo come le idee di Calderoni fossero “buone per una umanità media, per un’astratta sere di marionette logiche” e inutili nei confronti di individui meno adattabili.
Successivamente in maniera indiretta Santucci sostiene due cose. Da un lato il fatto che Papini e Prezzolini si limitino ad adottare un confuso “atteggiamento” jamesiano, ad introdurre un “jamesianesimo” di maniera, senza intendere a fondo la lezione jamesiana n55; dall’altro il fatto - sottolineato anche da Toraldo di Francia- che Vailati e Calderoni, sebbene conoscano a fondo James, si indirizzino con conoscenze limitate (teoria semantica) a Peirce.
Il riferimento di Calderoni è sicuramente James e non Peirce, scrive Santucci in alcune note n56; lo stesso succede a Vailati. Scrive infatti Santucci:
“Basteranno questi accenni per capire il modo con cui Vailati leggeva e valutava il filosofo newyorkese (James). Ne ammirava i sondaggi compiuti sulle esperienze che oggi si vogliono chiamare antipredicative o che concernevano la cosiddetta coscienza subliminale, lo seducevano le sue analisi dell’anima mistica e religiosa, consentiva francamente con la sua opera di divulgatore e semplificatore del movimento pragmatista. Ma si trattava pur sempre di una lettura cauta. Non cedeva alle lodi esagerate di Papini o all’ironia disdegnosa del Prezzolini convertito all’idealismo, indicava le questioni che meritavano di essere riprese e quelle che concedevano troppo alla voga irrazionalistica. Di qui il confronto con Peirce, che gli pareva più preciso nell’enunciazione della fondamentale regola pragmatista. Pochissimi gli scritti, a dire il vero, che egli conosceva del filosofo americano, quelli noti agli studiosi europei all’inizio del secolo…” n57.
Come detto le conclusioni del Santucci sono simili alle conclusioni di Toraldo di Francia. Papini e Prezzolini si accostano a James accentuandone le tendenze irrazionalistiche; Vailati e Calderoni si avvicinano a Peirce conoscendolo limitatamente. Santucci accentua il fatto che Vailati e Calderoni, benché seri conoscitori della filosofia jamesiana, si siano accostati a Peirce con un unico fine, cioè limitare la deriva irrazionalistica del pragmatismo italiano sostenuta dalla redazione del “Leonardo”. Potremo dire senza dubbio che Toraldo di Francia richiama e rielabora in maniera esaustiva e bilanciata la tesi di Santucci.
Dal Prà, a differenza di Toraldo di Francia e di Santucci, non affronta a fondo il dilemma delle relazioni tra pragmatismo logico e pragmatismo magico. Si limita a mettere in discussione la condotta di Vailati nei confronti di Papini e Prezzolini, chiedendosi come mai Vailati, a differenza di Calderoni, non si distanzi in maniera irriducibile dai “distruttivi” redattori del “Leonardo”. Dal Prà scrive infatti:
“Uno dei punti più oscuri della biografia culturale di Vailati è certamente quello costituito dal suo atteggiamento, sostanzialmente di inerte attesa, di fronte al tentativo avviato da Calderoni di determinare, con una discussione rigorosa e pubblica, la profonda divergenza che separava il pragmatismo logico dal pragmatismo magico…” n58.
Ritenendo consolidata all’interno della comunità scientifica la distinzione tra “logici” e “mistici” cerca di difendere la serietà metodica e culturale di Vailati, sostenendo, con successo corroborato da buona parte della produzione epistolare dell’autore cremasco, la tesi secondo cui la mancata forte differenziazione di Vailati da Papini e Prezzolini deriverebbe esclusivamente dal suo carattere mite e da una incrollabile amicizia nei confronti dei redattori del “Leonardo”. Dal Prà conclude infatti dicendo:
“Fu forse l’antica amicizia a portare Vailati a non prendere una posizione pubblica di aperta polemica con gli alleati di ieri; ma tutti gli elementi del suo dissenso e l’azione interna per opporsi agli esiti irrazionalistici del “Leonardo” furono spiegati con piena coerenza e con ferma dignità…” n59;
sostenendo anch’esso indirettamente che la riflessione filosofica di Vailati (e massimamente di Calderoni) è diretta a moderare l’esito irrazionalistico del pragmatismo magico. Dal Prà sembra volere mettere in discussione la tesi di Toraldo di Francia secondo cui sarebbe merito esclusivo di Calderoni, senza massicci interventi di Vailati, l’avere indicato le differenze fondamentali tra pragmatismo logico e pragmatismo magico. Anche Vailati, con toni meno combattivi ma con cura non meno attenta, secondo il Dal Prà avrebbe contribuito all’urto calderoniano contro l’irrazionalismo mistico e volontaristico di Papini e Prezzolini.
In Garin n60 l’interesse classificatorio è meno accentuato. Esso interesse si limita alla distinzione, non esaminata a fondo, all’interno della redazione del “Leonardo tra una corrente metodico-scientifica (Vailati e Calderoni) ed una corrente irrazionalista (Papini e Prezzolini). Garin sostiene che
“Ci si è accorti, magari, della profonda serietà di Vailati e Calderoni, ma se ne è fatto… un caso a sé, distinto, se non separato nettamente dall’avventura prima di Papini…”
e che
“E’ più facile definire l’importanza di Vailati, scrittore singolarmente fine, o quella di Calderoni. In fondo essi videro bene il valore gnoseologico della presa di posizione pragmatista…” n61,
caratterizzando così la corrente scientifico-metodica come la corrente che, tra le due, attribuisce valenza fondamentale alla finalità conoscitiva dell’attività filosofica. Parlando invece di Papini e Prezzolini scrive:
“Essi… non partirono dal pragmatismo, ma vi arrivarono; e vi arrivarono in una certa confusa maniera intinta di magia operativa, e vedendovi una presentazione rispettabile, e fino ad un certo punto ragionata, delle loro malcerte aspirazioni…” n62;
sottendendo l’idea di una forte “deformazione cui si sottoponeva l’opera del James” e sottolineando i riferimenti dei due “mistici” tanto a James che a Bergson, Le Roy, Sorel e Blondel. E nell’introduzione alla riflessione filosofica di Vailati scrive
“Così a Giovanni Vailati nocque forse più della morte immatura l’equivoco nato dalla sua collaborazione dopo il 1904 al gruppo fiorentino del Leonardo; collaborazione, certo, da parte sua serissima come per altro verso quella di del Calderoni, ma da non confondersi con taluni atteggiamenti torbidi ed incomposti dei suoi amici…” n63(cfr. le idee in merito di Dal Prà )
senza soffermarsi ad esaminare a fondo, come Dal Prà, le motivazioni della collaborazione di Calderoni e Vailati alla rivista fiorentina.
Garin – come detto- si limita a sottolineare la distinzione nel pragmatismo italiano tra corrente “razionale” e corrente “irrazionale”; senza tenere conto delle derivazioni (nello scritto di Garin non si fa nome del Peirce) e senza tenere conto delle motivazioni della distinzione e delle derivazioni.
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n47 Cfr. L. Demartis, Pragmatismo, cit., 12-13.
n48 Si veda retro la sezione 1.1 “Il Pragmatismo americano”.
n49 Cfr. C.S. Peirce, What Pragmatism is, cit., 161-181 ovvero in “Collected Papers”, vol. V, 411-437, trad. it. di G. Gilardoni, in “Pragmatismo e Pragmaticismo”, cit.
n50 Cfr. M. Toraldo di Francia, Pragmatismo e disarmonie sociali: il pensiero di Mario Calderoni, Milano, Angeli, 1983, 44-54: “A Calderoni va riconosciuto l’indubbio merito di avere subito colto, a differenza di Vailati, l’eterogeneità di fondo dei due indirizzi filosofici che venivano confusi sotto quella comune etichetta e… di chiarirne la differenza, facendo rilevare gli equivoci cui dava luogo il termine pratico…”; successivamente, in nota, ammette che in Vailati e Calderoni la conoscenza culturale di Peirce, anche a causa della scarsa diffusione delle idee del filosofo americano, è nettamente inferiore alla conoscenza culturale del James. Paradossalmente Vailati e Calderoni si accostano filosoficamente all’autore che meno conoscono (Peirce) distaccandosi dall’autore (James) che hanno avuto modo di analizzare attentamente.
n51 Cfr. A. Santucci, Il Pragmatismo in Italia, cit., passim.
n52 Cfr. G. Papini, Un uomo finito, cit., 116, richiamato in A. Santucci, Il Pragmatismo in Italia, cit., 66.
n53 Cfr. M.Calderoni, Variazioni sul Pragmatismo, in “Leonardo”, III, Febbraio 1905. D’ora innanzi i riferimenti a Calderoni saranno indicati in base a Scritti, Firenze, La Voce, 1924.
n54 Cfr. G.Prezzolini, Il mio Pragmatismo, in “Leonardo”, III, Aprile, 1905.
n55 Cfr. A. Santucci, Il Pragmatismo in Italia, cit., 142: “I leonardiani s’erano attaccati alle idee degli americani e dei francesi come Bergson e Sorel… Però non avevano fatto scuola, ciascuno affezionato alla propria esperienza personalissima. Il Papini passava di avventura in avventura… Prezzolini tentava… un nuovo tipo di cultura, impegnata e non accademica, sopra le parti: sicché il loro pragmatismo resta poca cosa… se non lo intendiamo come un atteggiamento…”.
n56 Cfr. A. Santucci, Il Pragmatismo in Italia, cit.; Santucci, nelle note 10 e 14 del CAP V “Le indagini morali di Mario Calderoni”, introduce sommessamente l’idea che Mario Calderoni conosca a fondo da un lato, insieme a “System of Logic” di Stuart Mill, “The Dilemma of Determinism” di James e dall’altro la “Psicologia” dell’autore newyorkese.
n57 Cfr. A. Santucci, Il Pragmatismo in Italia, cit., 202-203. In nota l’autore mette al corrente il lettore della difficoltà di trovare notizie sull’incidenza culturale di Peirce su Vailati.
n58 Cfr. M. Dal Prà, Studi sul Pragmatismo italiano, cit., 120.
n59 Cfr. M. Dal Prà, Studi sul Pragmatismo italiano, cit., 128.
n60 Cfr. E. Garin, Cronache di filosofia italiana, cit., passim.
n61 Cfr. E. Garin, Cronache di filosofia italiana, cit., vol. I, 26-27.
n62 Cfr. E.Garin, Cronache di filosofia italiana, cit., vol. I, 28. E continua successivamente dicendo: “Il senso della plasticità dell’esperienza cosciente, che il James sottolineò così bene, e la riduzione della realtà a questo fluido mondo, e una centralità in esso della volontà umana, e una potenza operativa, e la rottura degli schemi razionali, visti non come presupposti inderogabili, ma come strumenti via via raffinati per costruzioni… e il senso del miracolo a portata di mano, e le barriere tutte cadute; e il taumaturgo presente in ogni uomo: ecco il fondo del primo pragmatismo italiano…”.
n63 Cfr. E. Garin, Cronache di filosofia italiana, cit., vol. I, 157.
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