Mandato da Marco Cavallotti Venerdì, 11 luglio 2003, 07:40 uur.
Berlusconi fa la cosa giusta (va a Positano) ma dice al solito la cosa sbagliata («lasciate che i ragazzi si sfoghino…»); Fini azzecca la mossa (crisi della cabina di regia) ma sbaglia i tempi (nel semestre europeo non si fanno crisi); l'opposizione oscilla fra cachinni ed elezioni anticipate del giornale diretto dall'ex-uomo Fiat, il continuismo di chi rischia di scomparire in caso di voto (tale Pecoraro), la richiesta di chiarimenti di chi non sa che fare, ma sa che le elezioni sono impossibili; Follini – intelligente e felpato – lancia il sasso e nasconde la mano; Bossi resta con il cerino acceso in mano e non sa far altro che alzare la posta. Così, in questo paesaggio di nani della politica e di Pantagrueli delle poltrone è la Lega a finire sotto processo – e giustamente, ma anche qui la giustizia si manifesta a senso unico.
A mano a mano che dalla bocca di questo o di quel leghista – spesso anche con responsabilità di governo –, escono a freddo sciocchezze ed estemporanee anticipazioni, aumenta il numero di coloro che con tono compunto ci fanno la predica per aver avuto l'idea balzana di imbarcare nella maggioranza la «costola della Sinistra». Mi pare inutile rispondere a simili interessate lavate di capo, visto che il problema, da entrambe le parti, è il medesimo: cercar di convivere e perfino di allearsi con le "estreme" è l'unico modo per vincere, ma anche il modo migliore per incontrare difficoltà nel governare.
Da entrambe le parti, con strategie diverse e con diverse conseguenze sulle compagini dei partiti alleati (i DS insegnano, con la fuga a sinistra di una loro parte cospicua), si spera di trovare una forma di convivenza basata su un programma concordato in partenza, proponendosi su tempi più lunghi di ricondurre le formazioni «irriducibili» su una linea più lontana dal «tanto peggio tanto meglio» e da estremismi, che come è noto sono una «malattia infantile».
Ma occorre anche cercar di capire.
Pur non avendo mai votato per la Lega, io sono fra coloro che ritengono che se quel partito un po' particolare avesse trovato sul nascere un gruppo dirigente più capace , più colto e più serio, il suo successo in Lombardia e nel Nord sarebbe stato anche maggiore, ed assai meno effimero. Non si tratta di cosa da poco, se pensiamo che circa un italiano su 6 è lombardo, e che il movimento, nelle sue diverse articolazioni locali, si sviluppa su una zona ben più vasta…
Non sono nemmeno certo che davvero la Lega sia un partito di anziani, e che i giovani se ne siano ormai staccati: collegare la Lega ai soli fenomeni di xenofobia, magari rilevati per giunta nelle aree metropolitane del Nord invece che nelle zone di origine – le valli alpine e prealpine –, penso significhi poco. In realtà, la xenofobia è solo un aspetto – quello che si è voluto maggiormente sottolineare, e che del resto non potrebbe prendere gran piede fra gente abituata a vivere ed a lavorare fra Italia, Svizzera, Austria e Francia – di un atteggiamento che cercherò di spiegare brevemente.
Si tratta di un complesso di sentimenti rimasti a covare nel profondo di lombardi e veneti, dopo che con il Risorgimento l'ipotesi di stato nazionale a loro più congeniale – quella federalista del laico Cattaneo e dei cattolici Manzoni e Cantù, dunque di alcune fra le menti più aperte e brillanti del tempo – fu sconfitta dalla cultura angustamente militarista dei Sabaudi, e dalle preoccupazioni di talune ali liberali della classe dirigenti del Sud, che giacobinamente ritennero più "sicura" la strada di uno stato centralista per ottenere la modernizzazione e l'aggregazione di quelle terre (già regno autonomo) al nuovo regno unitario.
Si tratta insomma della cultura residua e sotterranea di una comunità rimasta delusa e sconfitta, che non poté o non seppe coltivare una ideologia federalista e di opposizione al centralismo, schiacciata fra retoriche unitarie, accentramenti fascisti, meridionalismi che non davano spazio ad elaborazioni culturali non tanto contrarie, quanto diverse rispetto a quelle dominanti.
E mentre le comunità alpine di Val d'Aosta, di Trento e di Bolzano, del Friuli, godono di finanziamenti molto più alti e di ampie autonomie, chi viveva e lavorava nelle nostre valli – in gran parte di tradizione agricola e silvopastorale – si è visto messo in concorrenza con le aziende agricole delle pianure a Sud e a Nord della Alpi. E per di più constata ogni giorno di persona come la Svizzera abbia invece superato il concetto stesso di protezionismo per le proprie produzioni agricole, per adottare l'idea più complessa del contadino che opera sulla montagna come "giardiniere" e operatore turistico addetto al mantenimento del territorio: talché le sue produzioni, vendute in Svizzera agli Svizzeri a prezzi per noi esorbitanti, contengono il valore del loro servizio e del loro contributo per un altro settore economico fondamentale: quello del turismo.
Infine, sull'idea dello Stato centrale sperperatore di ricchezza – una ricchezza prodotta in così gran parte proprio in Lombardia e in Veneto – non occorre rifarsi ai luoghi retorici leghisti, ma basta scorrere i quotidiani italiani di ogni colore… E di fronte a tanto sperpero, l'idea che dietro il federalismo fiscale si annidi anche l'idea di istituire una più vantaggiosa corrispondenza fra il reddito prodotto e l'ammontare di fondi pubblici disponibili non mi pare nemmeno peregrina. Come si può accusare di «egoismo» chi sostiene e sosterrà comunque il massimo sforzo nell'economia italiana? Anche certe forme di «popolarismo» vengono probabilmente da lì, innestate su una struttura sostanzialmente localista, liberista e contraria all'espansione dei poteri dello Stato centrale.
Ecco perché, a ben vedere, la «xenofobia» dietro la quale pudicamente si nasconde tanta stampa italiana parlando della Lega, se vogliamo tralasciare ipocrisie e tartufismi dovrebbe essere più opportunamente definita uno stato di disagio non verso gli stranieri, ma verso i propri connazionali ed il proprio governo centrale. Ed è, come ripeto, un sentimento diffuso ben al di là dei risultati elettorali della Lega.
Queste, forse troppo in breve, sono le "scandalose" ragioni per cui ritengo che una attenzione del Governo ai problemi del decentramento e delle autonomie – sappiamo che il federalismo nasce e cresce diversamente, ma ormai la frittata (pardon, intendevo lo stato nazionale centralista) è fatta – sia non solo giustificata, ma addirittura necessaria per il mantenimento della concordia e dell'unità di intenti nazionale: indipendentemente dalla Lega e dal suo 3,5%.
Queste, infine, sono le ragioni per cui ritengo che, al di là delle gravi carenze culturali e delle intemperanze che sono sotto gli occhi di tutti, la Lega debba essere mantenuta fra gli alleati e aiutata a crescere: «costole» a parte, non ho mai visto nel Dna della sinistra europea una propensione verso il federalismo e verso il decentramento, e questo è il vero «messaggio forte» della Lega.

Marco Cavallotti - http://www.legnostorto.com/node.php?id=5945