Il triangolo che resiste agli USA

(da "Il Manifesto")

La composita mappa della resistenza all'occupazione: nazionalisti e conservatori sunniti al centro, filo-saddamisti a Tikrit, Hezbollah che avevano combattuto Saddam nelle paludi. Nelle zone sciite del sud per ora il fuoco cova sotto la cenere.

Nemmeno Bush minimizza più il problema della sicurezza in Iraq. Ieri dal Botswana, dove si trova in visita, ha detto che gli attacchi alle truppe americane hanno provocato problemi di «sicurezza» e occorre mantenersi «determinati». La resistenza comunque continua ad essere attribuita esclusivamente a ex-baathisti. Dopo aver ostentato sicurezza, la Casa bianca ha fatto ricorso anche alla taglia su Saddam e alla promessa di ricompense ai delatori. Dopo tre mesi di occupazione, che hanno ulteriormente deteriorato le condizioni di vita degli iracheni, l'ostilità nei confronti delle truppe straniere è sempre più tangibile, e non solo in chi sostiene le azioni di resistenza sempre più armata. Peraltro in Iraq non è difficile recuperare armi: le stime dicono che nel paese circolano 7 milioni di fucili su 24 milioni di abitanti, il che vuol dire che ogni maschio adulto ne ha uno. Oltre ai fucili ci sono granate, lanciagranate, bombe e mine. Molte armi sono state rubate dalle caserme, altre sono ancora abbandonate in depositi senza protezione. I tentativi del «viceré» Bremer di disarmare la popolazione con un'amnistia è fallito: il pretesto per non cedere i fucili è la totale insicurezza - i saccheggiatori continuano ad assalire case e negozi -, ma dietro c'è anche la convinzione che le armi servano o possano servire per cacciare gli americani e nessuno vuole privarsi di questa possibilità. Nemmeno i ladri che pensano di poterle vendere la refurtiva al momento più opportuno. E poi ci sono le armi in dotazione dell'esercito, ancora nelle mani dei militari licenziati con lo scioglimento del ministero della difesa che rivendicano, forse opportunisticamente, di aver fatto parte dell'esercito dell'Iraq e non di Saddam. Ma forse un fondo di verità c'è, o almeno un tentativo di riscatto. Gli ufficiali e i soldati si sono sentiti traditi dai loro capi che alla vigilia dell'occupazione di Baghdad hanno ordinato la ritirata o comunque li hanno abbandonati comprandosi - sostengono loro - la via di scampo. Ma anche in questi militari si nota una frustrazione - anche loro in fondo hanno tradito - e potrebbero cercare un riscatto: hanno le armi e sono ben addestrati. Proprio per questo timore alla fine Bremer ha dovuto cedere promettendo loro uno stipendio e forse persino un reintegro nel nuovo esercito.

E per quanto riguarda il disarmo l'esercito americano è passato alla coercizione: rastrellamenti, perquisizioni realizzati soprattutto di notte durante il coprifuoco, irrompendo nelle case, buttando giù uomini e donne dal letto, puntando i fucili anche contro i bambini. Il risultato è stato disastroso: poche le armi sequestrare, delle persone arrestate molte sono state rilasciate non essendoci nessuna accusa a loro carico, e la loro arroganza ha aumentato l'ostilità della popolazione.

A percepire l'ostilità sono soprattutto le truppe, terrorizzate, che fanno di tutto per lasciare l'Iraq. Anche perché lo stillicidio è quotidiano, soprattutto in quel triangolo di fuoco che si estende da Baghdad verso ovest passando per Fallujah e Ramadi, per poi salire verso la frontiera siriana a Hit e ritornare verso il Tigri a Tikrit e seguirne la discesa verso la capitale attraverso Balad e Baquba (vedi cartina).

La scintilla della resistenza era scoccata a Fallujah, a cinquanta chilometri da Baghdad, dopo che gli americani alla fine di aprile avevano ucciso sedici manifestanti, da allora la cittadina è diventata il simbolo della lotta all'occupazione. E' chiamata la città delle moschee, ma anche di madrasa dove si sono formati i maggiori leader religiosi sunniti, che impongono una visione dell'islam molto conservatrice. Come a Najaf e Kerbala, le città sante sciite, gli imam avevano negoziato con gli americani perché non entrassero in città, ma l'accordo non è stato rispettato. I «ribelli» di Fallujah, che abbiamo incontrato, hanno sempre negato la loro matrice «saddamista», sottolineando che Saddam non ha mai risparmiato nemmeno i sunniti - privilegiati dal regime contro sciiti e i kurdi - se si schieravano all'opposizione. E molti di questi oppositori si richiamavano al partito Baath delle origini e ora è in nome di quel nazionalismo che alcuni dicono di voler combattere gli invasori. Ma a Fallujah l'antiamericanismo è alimentato da una saldatura dello spirito nazionalista con l'appartenenza tribale e il conservatorismo religioso che non tollera interferenze esterne, tanto meno occidentali. Se a Fallujah respingono la matrice «saddamista» a Tikrit, invece, città natale di Saddam e l'unica dove sono persino sopravvissuti alcuni suoi ritratti, se ne vantano. Del resto gli abitanti di Tikrit godevano di privilegi che andavano oltre l'appartenenza alla comunità sunnita ed erano riservati alla tribù del rais, quindi hanno buoni motivi per rimpiangerlo.

A rimpiangerlo non possono certamente essere gli sciiti per ora protagonisti solo di sporadici attacchi contro le forze di occupazione. Forse perché «riconoscenti» di essere stati liberati dal loro persecutore e perché, approfittando del momento, occupano gli spazi di potere lasciati liberi dalla caduta del regime e, attraverso al-haa (il consiglio dei leader religiosi) stanno costituendo una sorta di potere parallelo che prima o poi entrerà in rotta di collisione con gli occupanti, ma per ora no. A frenare gli sciiti è anche la divisione e la contrapposizione tra i leader religiosi che aspirano alla guida della comunità, alcuni dei quali dipendono da direttive che arrivano dall'Iran. Il tono si alza solo nei sermoni del venerdì. Ma anche nel sud sciita il fuoco della rivolta cova sotto la cenere.

E in alcuni casi è già esploso come a Majar al-Kabir, dove il 24 giugno sono stati uccisi sei soldati britannici dai militanti del gruppo Hezbollah (che non ha nulla a che vedere con l'omonimo gruppo libanese), che ha combattuto con le armi il regime di Saddam per vent'anni nascondendosi nelle paludi poi prosciugate dal rais proprio per contrastare la guerriglia.