....bipolare?
Anche il proporzionalismo può funzionare a dovere”, ha scritto ieri il professor Giovanni Sartori, in garbata ma puntigliosa polemica nei confronti di Angelo Panebianco. Dibattito accademico, si dirà, visto che le difficoltà della maggioranza che il premier ieri ha intensamente lavorato a comporre sono sul piano politico, non della legge elettorale. Ma la febbre della maggioranza all’indomani di un evento trascurabile come la sconfitta a Roma e in Friuli è accresciuta dal criterio proporzionale con cui nel 2004 si voterà alle Europee. La questione ha la sua importanza.
Sartori ha ragione nel sostenere che riduzione della patologica frammentazione partitica, stabilità ed efficienza dei governi sono stati altrove garantiti anche dal proporzionale, purché sia un “buon” proporzionale, congegnato per tali obiettivi. Quanto però alle condizioni del “buono”, gli esempi spagnolo e tedesco non calzano, per la ragione ricordata da Michele Salvati ieri su Repubblica: da noi, a differenza di quella ispano-germanica, la ripulsa del totalitarismo è stata asimmetrica, solo quello nero è stato messo al bando.
Resta contro la frammentazione la soglia di sbarramento, diciamo del cinque per cento. Ma qui Sartori scivola. Perché sa bene che l’attuale Parlamento ha votato la legge 156 del 2002, che per l’ammissione al rimborso elettorale dei partiti non solo ha confermato la scelta di aprirla alle formazioni che raccolgano anche solo l’un per cento dei voti validi, ma ha anche abrogato la clausola che avessero almeno un eletto nei collegi uninominali. E questo stesso Parlamento voterebbe una soglia del cinque per cento, con la proporzionale?
Noi l’abbiamo detto mille volte: il maggioritario ha portato governi finalmente più stabili, quanto alla loro qualità giudichino gli elettori. Che ci sia stato bisogno di una personalità anomala e “impolitica” come quella di Berlusconi, per “impersonare” la leadership maggioritaria agli occhi degli italiani dal 1994 in avanti, è un merito che difenderemo fino alla noia.
Anche a sinistra, del resto, c’è chi lo fa.
Nell’ultimo numero del Mulino il costituzionalista Stefano Ceccanti è pronto a riconoscere che se Berlusconi non avesse allora compreso le necessità del tempo, era bell’e pronto nel 1993 l’allargamento trasformistico dei residui del pentapartito al Pds. I problemi, semmai, sono venuti dai mancati scioglimenti scalfariani delle Camere, in violazione del principio maggioritario, dopo il ribaltone ai danni di Berlusconi e la caduta di Prodi.
E la soluzione sta nel rafforzamento della scelta del premier da parte degli italiani.
Da il Foglio di sabato 12 luglio 2003
saluti




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