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Discussione: L'audace colpo dei....

  1. #1
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    Predefinito L'audace colpo dei....

    ....soliti noti.


    L’Economist aveva colpito duro già nel corso della campagna elettorale, nell’aprile del 2001. Silvio Berlusconi, dissero in copertina, è inidoneo a guidare l’Italia.
    E giù pagine e pagine sulla complessa situazione giudiziaria del candidato alla premiership del centrodestra.
    Il Cav. parlò di “spazzatura”, e vinse le elezioni.
    Poi intraprese azione civile per danni, e l’Economist gliela ha giurata, come si dice. Un nuovo capitolo della soap fu di recente “l’inidoneità di Berlusconi a guidare l’Europa”, e adesso arriva un superdossier à la Marco Travaglio imperniato sul caso Sme e sulle dichiarazioni spontanee del Cav. a Milano, che hanno travolto l’Italia e l’hanno divisa, come sempre, tra innocentisti e colpevolisti. Non abbiamo letto tutta la lunga lettera aperta al premier italiano del settimanale britannico, abbiamo avuto solo la possibilità di piluccare qualche delizia, ma a partire da domani cercheremo di darne notizia e di commentarlo in modo più specifico.
    Berlusconi ha detto di non avere tempo per queste amene letture, e di aver delegato la bisogna agli avvocati. Punto.

    Qualche osservazione a caldo.
    Può essere che l’Economist si ostini per la semplice ragione che, sfidato in tribunale, desidera fare più male che sia possibile al suo avversario. Può essere che il settimanale londinese sia gratificato dal rumore che una inaudita sfida a un premier straniero, who happens to be presidente in carica dell’Unione europea, sicuramente farà. Può essere che prevalga il gusto purissimo per il giornalismo investigativo, e che il direttore Bill Emmott e la sua squadra stiano facendo soltanto il loro mestiere. Può anche essere vero, invece, che la coalizione di interessi e sensibilità finanziarie e politiche rappresentata da quel giornale sia incline a raggiungere lo scopo di indebolire il maverick, l’outsider della politica europea, al fine di consolidare e rassicurare un establishment leso nelle sue abitudini e nelle sue tasche dalle performance del Cav., come businessman e come politico.
    Dai primi scampoli di una divertente lettura, a spanne, emerge però con certezza questo: all’Economist non conoscono la storia italiana degli ultimi vent’anni, non si sono letti nemmeno loro le memorie di Carlo De Benedetti, e parteggiano per la coppia Ingegnere&Professore (CDB e Romano Prodi) con inusitata spavalderia. Fino a dire che l’Italia avrebbe fatto un grande affare se avesse venduto il colosso agroalimentare alla Buitoni a un prezzo quattro, cinque volte inferiore a quello pattuito sette anni dopo.
    Precisamente la tesi di Prodi e del suo mancato acquirente.

    da il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Caspita; l'ha "scritto" il Foglio!!!!



    Pensa te!!!

  3. #3
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    Predefinito

    In origine postato da MrBojangles
    Caspita; l'ha "scritto" il Foglio!!!!



    Pensa te!!!
    Mr Boiate è uno di quegli italiani fasulli che prendono per oro colato qualsiasi cazzata che dice qualcuno oltreconfine, uno di quelli che tutto quello che si fa e si dice in Italia è merda mentre l'estero è troppo figo.
    Da un pirla così ci si potrebbe pure aspettare che domani dicesse che un piatto di vermicelli alla griglia dei cinesi sono meglio di un piatto di Agnolotti al brasato.

  4. #4
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    Predefinito Il fantasma della....

    ....Sme sulla Cirio.

    oltre all'opinione di bojangles è interessante anche sentire come un ex ministro ricorda la vicenda.

    A Torino a Porta Palazzo, dove ci sono i vecchi, grandi mercati, c’è gente anche a fine luglio. Prezzi buoni, tanta merce, frutta e verdura, altri alimentari, ben assortiti gli inscatolati. C’è anche la lapide per Francesco Cirio, nato a Nizza Monferrato il 24 dicembre 1836, il giorno prima di Natale. Ragazzino, lavorò in questi mercati. Poi girovagò e si fece un piccolo gruzzolo. Tornò a Torino nel ’56 e fondò, in via Borgo Dora 26, la prima fabbrica di conserve d’ortaggi. “Fra gioie e dolori – dice la lapide – suscitò gloriose fortune, inseguendo nuovi commerci, nuove vie e nuovi mercati”. La società crebbe.
    Francesco morì nel 1900, stroncato dal lavoro di conservare, inscatolare, commerciare. La sua grande impresa s’era installata a San Giovanni a Teduccio, vicino a Napoli, ove c’era e c’è abbondanza di ortaggi da inscatolare, pomodori specialmente. Ho conosciuto un erede di Francesco negli anni 60, a un convegno. Un signore sui cinquanta, che gesticolava veloce con accento partenopeo, sostenendo il ruolo della Cassa del Mezzogiorno e di Cirio per l’agricoltura del Sud.
    “Natura crea, Cirio conserva”.

    L’anno del terrore, 1993
    Anche le famiglie piemontesi emigrate in Campania pensano volentieri alla pensione.
    E negli anni 70 gli eredi preferirono cedere la Cirio alla Sme, la Società Meridionale di Elettricità dell’Iri che aveva reinvestito gli indennizzi della nazionalizzazione degli impianti elettrici passati all’Enel, in società alimentari, supermercati, autogrill. Nella Sme, la Cirio diventa capo gruppo, inglobando De Rica e Bertolli. Anche l’olio toscano era finito allo Stato. E ora il gruppo si chiamava Cdb. Il presidente dell’Iri Romano Prodi, nel 1985, decise di vendere la Sme alla Buitoni di Carlo De Benedetti, per 480 miliardi nominali, con pagamento dilazionato.
    Ma fu bloccato dal governo e fece rapida retromarcia.
    La Cirio, rimasta nel gruppo Iri-Sme, se ne giovò. E al principio degli anni 90 macinava utili. Adesso siamo nel 1993: l’anno giudiziario tragico dell’economia italiana.
    Nel febbraio viene trovato suicida, sulle colline di Sacrofano, Sergio Castellari, direttore generale delle Partecipazioni statali.
    Era stato raggiunto da un avviso di garanzia del tribunale di Roma. In luglio si suicida in carcere a Milano Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni, ormai proprietario di Enimont. Tre giorni dopo, mentre è in corso il suo funerale, si suicida, sempre a Milano, Raul Gardini, presidente di Ferruzzi-Montedison, raggiunto da invito a comparire al tribunale di Milano.

    Ma facciamo qualche passo indietro. E’ il 7 gennaio, il neo presidente dell’Iri, Franco Nobili, decide di privatizzare la Sme. Non a trattativa privata e non in blocco, come aveva, a suo tempo, immaginato Romano Prodi, ma mediante gare e in parti separate. C’è un vecchio detto, fra gli industriali della carne, secondo cui se dividi bene il bue ne ricavi molto di più, perché a ciascuno interessa una parte, anche il muso, non solo le spalle e le cosce. Nobili volle frazionare la Sme nella Italgel (gelati e panettoni), nella Gs e Autogrill (distribuzione), nella Cdb, conserve
    ed oli. S’erano fatti avanti Montedison- Ferruzzi, Parmalat, la multinazionale Unilever, Sergio Cragnotti, stretto collaboratore di Gardini nel gruppo Ferruzzi, ma anche titolare in proprio della Cagnotti e partners, che aveva da poco acquisito dalla Federconsorzi, già mezzo fallita, la Polenghi Lombarda, alla metà del prezzo a cui la proprietà la aveva offerta.
    C’era anche, fra i pretendenti di Cdb, un gruppettino di cooperative campane, la Fisvi, messa su da un “carneade”: Carlo Saverio Lamiranda. Ai primi di maggio anche Franco Nobili ricevette il suo bravo avviso di garanzia. Venne incarcerato, poi processato, poi assolto.
    Intanto, in suo luogo, all’Iri, il 15 di maggio, tornava Romano Prodi. La vendita frazionata di Sme, per lo Stato, che aveva urgente bisogno di tamponare i debiti dell’Iri, fu, finalmente, un buon affare. Italgel fu venduta a Nestlè per 437 miliardi. 704 miliardi furono incassati per Gs supermercati e autogrill, 310 per Cbd, che – sorpresa – andò alla piccola Fisvi di Lamiranda. Certo, Gardini non era più un rivale. Però c’erano Parmalat e Unilever.
    La Fisvi li aveva sbaragliati. Davide che batte Golia. Ma la vittoria costava 310 miliardi.
    Come poteva sborsarli un gruppetto campano squattrinato e poi trovare i capitali per rilanciare la Cirio-Bertolli-De Rica? La risposta arrivò presto. In realtà Unilever voleva solo l’olio del gruppo Bertolli. E Lamiranda glielo dette a un prezzo ragionevolmente
    fruttuoso per entrambe le parti. Passarono pochi mesi e CD (il binomio Cirio-De Rica) fu ceduto a Cragnotti & C, che con la ormai appestata Montedison-Ferruzzi non aveva più niente a che fare. Questo colosso ormai sfasciato era nelle cure di Mediobanca; tutto il vecchio vertice era stato eliminato. Il gruppo alimentare Cragnotti e partners, invece, si affermava e acquistava un bel blasone, si chiamava Cirio, con una vocazione in più: stava anche diventando il primo operatore sul mercato del latte e dei suoi derivati. Cercava avidamente risorse finanziarie, anche per comperare altre partecipazioni in Brasile, Francia, Stati Uniti. Intanto Cagnotti s’era impegnato come presidente della Lazio, che rivendicava l’orgoglio di una tradizione altrettanto gloriosa di Cirio.

    Il 1993 era stato, per l’industria italiana, l’anno dei terremoti giudiziari. Nel 1994 c’è l’assestamento verso la Seconda repubblica: già si respira l’aria del nuovo centro sinistra.
    Le grandi banche tradizionalmente collegate alla Dc e ai repubblicani cercano nuovi lidi.
    La Banca di Roma (adesso Capitalia), gigante imperfetto collegato a Mediobanca, sorto dalla fusione fra Banca di Roma, Cassa di risparmio di Roma e Banco di Santo Spirito, aveva bisogno di un nuovo identikit, anche perché era indagata. Puntava su una fusione con l’Imi, il cui presidente Luigi Arcuti era ben visto nel nuovo corso, e con cui aveva simpatizzato già negli anni 80, in epoca non sospetta. Ma anche l’Imi aveva bisogno di nuovo smalto, dopo le ombre della strana vicenda con la Sir.

    Niente più scatole di pelati
    Intanto la Banca di Roma s’alleava con Carlo De Benedetti per chiedere per Omnitel la licenza del secondo gestore di telefonini.
    Sergio Cragnotti pareva l’uomo da sostenere.
    La Banca di Roma gli diede prestiti ed entrò, con una quota, nel suo gruppo. Pareva, non solo politicamente, una bella puntata su un cavallo vincente. Nel 1995 il gruppo Cragnotti-Cirio era ormai nel nuovo gotha industriale e otteneva un mega prestito dall’Imi. Vi parteciparono anche Banca di Roma e Banca Commerciale Italiana (anch’essa legata a Mediobanca). Il prestito scadeva
    il 31 dicembre 2000. Il gruppo Cirio, diventato Cirio Del Monte, perdeva colpi. Il rimborso fu posticipato al 31 gennaio 2001. Frattanto Cirio emetteva obbligazioni da offrire al pubblico e, con i proventi, rimborsava il prestito.
    Si diceva che fossero un affare questi bond Cirio (che i clienti delle banche sostenitrici di Cragnotti & C hanno acquistato a piene mani). Ora valgono meno del 20 per cento del loro valore nominale: junk bonds, cioè titoli spazzatura.

    E ora che cosa accadrà, mi domandavo lo scorso weekend, mentre sostavo proprio al mercato di Porta Palazzo (che è sulla via dell’autostrada), per chiedere sei scatole di pelati Cirio, da mettere in macchina per la casa al mare. Spiacente, da qualche settimana non ne abbiamo più negli scaffali. Imi-Sir e caso Sme, questi fantasmi giudiziari, non si sono fermati alle aule di Milano.

    Francesco Forte


    E, naturalmente, su il Foglio

    saluti

  5. #5
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    Oltre alle palle che propinate dalla discesa in campo in poi; sarebbe interessante sapere il perchè di tutti quei giri di danaro da conti Fininvest a conti Previti a conti Squillante.
    Datosi che il processo verte NON sulla vendita mancata della SME, bensì su CORRUZIONE DI GIUDICI.

    I complici si sono beccati 11 anni in prima istanza; vogliamo verificare, prima??

  6. #6
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    In origine postato da MrBojangles
    Oltre alle palle che propinate dalla discesa in campo in poi; sarebbe interessante sapere il perchè di tutti quei giri di danaro da conti Fininvest a conti Previti a conti Squillante.
    Datosi che il processo verte NON sulla vendita mancata della SME, bensì su CORRUZIONE DI GIUDICI.

    I complici si sono beccati 11 anni in prima istanza; vogliamo verificare, prima??

    So proprio de..... COCCIO !!!!!!! Stí Bananas!!!


  7. #7
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    In origine postato da MrBojangles
    Oltre alle palle che propinate dalla discesa in campo in poi; sarebbe interessante sapere il perchè di tutti quei giri di danaro da conti Fininvest a conti Previti a conti Squillante.
    Datosi che il processo verte NON sulla vendita mancata della SME, bensì su CORRUZIONE DI GIUDICI.

    I complici si sono beccati 11 anni in prima istanza; vogliamo verificare, prima??


    certo che se Berlusca ci spiegasse una volta per tutte dove ha trovato nel 78-80 gli 83 mld di lire in contanti, pari a 191 milioni attuali di euro, verstate sui libretti di deposito delle sue 23 holding con socio misterioso, ci metteremmo una volta per tutte il cuore in pace e la pianteremmo tutti di sospettare l'ovvio.

  8. #8
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    Predefinito Dear....

    ....mr Berlusconi

    Pubblichiamo il testo integrale della lettera
    aperta a Silvio Berlusconi apparsa
    sull’Economist il primo agosto.

    1. LA VICENDA DELLA SME
    Le accuse
    Nell’ultimo processo che vi rimane da affrontare siete accusato di corruzione dei giudici. Tra gli imputati figura anche Cesare Previti, vostro intimo amico, senatore di Forza Italia e ministro della difesa nel vostro primo governo del 1994. I giudici sospettati di aver preso tangenti sono Filippo Verde e Renato Squillante, entrambi precedentemente impiegati nelle corti di Roma.
    Durante le indagini sulla fallita vendita, nel 1985, della Sme a Carlo De Benedetti, un ricco imprenditore italiano, i magistrati hanno scoperto un pagamento effettuato dalla All Iberian, una compagnia offshore segreta, facente parte della Fininvest, la società a capo di tutto il vostro impero finanziario.
    Nel marzo 1991 la All Iberian aveva versato 434.404 dollari sul conto appartenente a Previti della Mercier Bank presso Darier Henscht & Cie a Ginevra, facendoli trasferire per mezzo di due conti di transito chiamati Polifemo e Ferrido. Il giorno dopo, la stessa cifra fu trasferita dal conto di Previti a un altro acconto, intestato alla Rowena Finance, una compagnia panamense titolare di conti bancari in Svizzera. Il proprietario beneficiario della Rowena Finance era Squillante.
    Alla fine del 1999, voi e il signor Previti siete stati accusati di corruzione nei confronti di Squillante e Verde i quali, insieme ad altri due giudici della corte di primo grado di Roma, emisero un controverso verdetto che impedì a De Benedetti di acquistare la Sme.
    Il 30 maggio 2003, il pubblico ministero ha chiesto 11 anni di reclusione per Previti e Attilio Pacifico, 11 anni e 4 mesi per Squillante e 4 anni e 8 mesi per Verde.
    Non è stata presentata nessuna richiesta di sentenza nei vostri confronti, perché il 16 maggio la corte aveva dichiarato che il vostro processo avrebbe dovuto continuare in separata sede, a causa dei vostri importanti impegni come primo ministro e come prossimo presidente dell’Unione Europea.

    In questo processo, vi trovate in una posizione davvero unica. Nella vostra veste di primo ministro, siete parte lesa; nella vostra veste personale, come cittadino Silvio Berlusconi, siete un imputato.
    Il 6 giugno l’avvocato di Stato Domenico Salvemini, che vi rappresenta come primo ministro, ha detto ai giudici che bisognerebbe risarcire con un milione di euro voi (in quanto Silvio Berlusconi) e altri imputati. Alla fine del suo discorso, Salvemini ha detto che la vicenda Sme aveva inflitto gravi danni alla credibilità della giustizia.
    “Anche così”, ha aggiunto, “le mie richieste non sono enormi perché sono il risultato di accordi e contatti che ho avuto con … l’ufficio del primo ministro”.
    Il 18 giugno, il parlamento italiano ha approvato un decreto che garantisce l’immunità dai processi penali al primo ministro. Di conseguenza, il processo Sme è stato sospeso fino a quando voi resterete in carica. Tuttavia la legge sull’immunità viene impugnata nella Corte costituzionale.

    Il decreto sul monopolio televisivo (1984)
    Nel 1985, quando fallì la vendita della Sme a De Benedetti, la vostra principale attività economica riguardava la televisione commerciale, di cui vi eravate assicurato quasi il monopolio.
    Fino agli anni Settanta, soltanto la Rai, la televisione di Stato italiana, aveva il permesso di trasmettere su scala nazionale, ed era infatti la sola televisione nazionale. Ma negli anni Settanta cominciarono a diffondersi le televisioni private. La Corte costituzionale ne regolarizzò la posizione negli anni Ottanta, stabilendo che le stazioni televisive private avevano il permesso di trasmettere, ma soltanto su una scala locale.
    Voi avete trovato il modo di aggirare l’ostacolo.
    Avete comprato programmi, soprattutto film e telefilm americani, e li avete offerti a prezzi molto bassi a piccole stazioni televisive regionali. Vi siete riservato i guadagni ottenuti con la pubblicità inserita in questi programmi. Ogni stazione di questo embrionale network è stata d’accordo a trasmettere gli stessi programmi agli stessi orari: in tal modo vi siete assicurato, di fatto, un pubblico nazionale.
    Per riuscire ad aggirare la legge e cominciare a trasmettere su scala nazionale avete avuto bisogno dell’aiuto di Bettino Craxi, che divenne capo del partito socialista nel 1976 e primo ministro nel 1983. Il 16 ottobre 1984, tre magistrati di tre diverse città italiane oscurarono le vostre stazioni televisive (e quelle di altri) con l’accusa di trasmettere illegalmente.
    Nel giro di quattro giorni, Craxi firmò un decreto che consentiva alle vostre stazioni (e a tutte le altre) di continuare a trasmettere. Dopo qualche rissa parlamentare, il decreto fu trasformato in legge all’inizio del 1985.
    Nel 1994 Craxi scappò in Tunisia, dove morì nel 2000, come un disgraziato esule, in fuga dalla giustizia italiana.
    Era stato condannato in contumacia al carcere per reati di corruzione.

    Fatti e antefatti della vicenda Sme
    Fino alla metà degli anni Ottanta lo Stato controllava buona parte dell’economia italiana per mezzo di tre holding, la più grande delle quali era l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri).
    Le vendite operate dall’Iri erano massicce, ma subiva perdite e aveva gravi debiti.
    Romano Prodi, a quel tempo un intraprendente e rispettato economista di Bologna, divenne presidente dell’Iri nel novembre 1982.
    Cristiano democratico pentito, Prodi era un uomo avanti ai suoi tempi: credeva nelle forze del mercato e mostrava favore e simpatia per una privatizzazione pragmatica e concreta.
    I politici avevano governato l’Iri per comprare voti; l’obiettivo di Prodi era vendere quelle parti dell’Iri che il settore privato sarebbe stato in grado di far funzionare meglio.
    Il primo candidato alla vendita fu un’azienda che era ormai diventata una burla nazionale: la Società Meridionale di Elettricità (Sme), nella quale l’Iri aveva una partecipazione del 64,4 per cento. Originariamente un servizio pubblico quotato in Borsa, il suo patrimonio fu acquisito direttamente dallo Stato nel 1962. La Sme investì i propri ricavi per creare un’impresa del tutto nuova: un impero alimentare. Nei successivi vent’anni, la Sme è diventata la pattumiera nella quale venivano depositate le compagnie che avrebbero dovuto fallire, una sorta di agglomerato senza una strategia razionale.
    Si occupava della produzione di alimenti (pomodori con la Cirio, olio con la Bertolli e latte con la De Rica) e della loro distribuzione (supermercati Gs e ristorazione austradale con Autogrill), nonché di gelati e cibi surgelati (con Italgel).
    La Sme aveva anche sottoscritto un contratto manageriale per amministrare un gruppo consociato chiamato Sidalm, proprietario di compagnie che producevano biscotti, crackers e brioche. La Sidalm era in pratica un vuoto senza fondo: nel 1984 era in perdita per circa 47 miliardi di lire (allora pari a 27 milioni di dollari) e necessitava di un’iniezione di capitale di almeno 30 miliardi di lire per interromperne la vertiginosa caduta.
    La Sme disponeva di manager molto capaci, come Giuseppe Rasero, preso dalla Unilever (un gigante anglo-olandese dell’industria alimentare), che negli anni Settanta era stato capo esecutivo del settore distributivo. Nel 1982 Rasero fu nominato capo esecutivo della stessa Sme. Tuttavia, una combinazione di politici, burocrati e joint ventures impedì di realizzare la profonda riorganizzazione di cui quell’agglomerato aveva bisogno.
    Anche così, questi manager riportarono qualche risultato concreto. Nel 1984 la Sme ottenne un profitto di 65 miliardi da vendite per un totale di 2500 miliardi; un guadagno che non si vedeva da anni. I suoi conti finali per il 1984 registravano un debito netto di 247 miliardi di lire e un guadagno netto di 432 miliardi di lire. Il gruppo aveva circa 15.000 impiegati.
    L’industria alimentare italiana era molto frammentata e vendeva i propri prodotti soprattutto al mercato interno. In altri Stati dell’Europa, l’industria alimentare si stava muovendo in modo aggressivo: emergevano gruppi pan-europei, come Bsn Gervais-Danone (ora Danone), un gruppo francese. La Danone non era neanche lontanamente paragonabile per grandezza alla Unilever, ma era senza dubbio molto più grande della Sme.

    Prodi il privatizzatore
    Dal punto di vista di Prodi, era essenziale un maggiore coinvolgimento del settore privato, magari per mezzo di un partner. Non si riuscì ad arrivare ad un accordo con il candidato più ovvio, la famiglia Fossati, partner in tre delle attività Sme (tra cui Alivar, una compagnia quotata in Borsa, proprietaria del 60 per cento di Autogrill).
    All’inizio del 1985, grazie a uno scambio di profitti con la famiglia Fossati, la Sme eliminò uno dei principali ostacoli alla razionalizzazione del gruppo, e aumentò la sua quota di azioni della Alivar dal 50 al 92 per cento. Dopodiché la Sme propose di inglobare in sé l’Alivar, l’8 per cento della quale era ancora quotato in Borsa. Il valore finanziaro della Sme doveva pertanto essere valutato. All’inizio del 1985 uno dei più autorevoli esperti in materia, il professor Roberto Poli, stimò il 64,4 per cento dell’Iri per un valore di 497 miliardi di lire e, di conseguenza, il valore di tutta la Sme in 772 miliardi (allora pari a 389 milioni di dollari).
    continua

    Da il Foglio

    saluti

  9. #9
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    Predefinito Re: Dear....

    In origine postato da mustang
    ....mr Berlusconi

    Pubblichiamo il testo integrale della lettera
    aperta a Silvio Berlusconi apparsa
    sull’Economist il primo agosto.

    1. LA VICENDA DELLA SME
    Le accuse
    Nell’ultimo processo che vi rimane da affrontare siete accusato di corruzione dei giudici. Tra gli imputati figura anche Cesare Previti, vostro intimo amico, senatore di Forza Italia e ministro della difesa nel vostro primo governo del 1994. I giudici sospettati di aver preso tangenti sono Filippo Verde e Renato Squillante, entrambi precedentemente impiegati nelle corti di Roma.
    Durante le indagini sulla fallita vendita, nel 1985, della Sme a Carlo De Benedetti, un ricco imprenditore italiano, i magistrati hanno scoperto un pagamento effettuato dalla All Iberian, una compagnia offshore segreta, facente parte della Fininvest, la società a capo di tutto il vostro impero finanziario.
    Nel marzo 1991 la All Iberian aveva versato 434.404 dollari sul conto appartenente a Previti della Mercier Bank presso Darier Henscht & Cie a Ginevra, facendoli trasferire per mezzo di due conti di transito chiamati Polifemo e Ferrido. Il giorno dopo, la stessa cifra fu trasferita dal conto di Previti a un altro acconto, intestato alla Rowena Finance, una compagnia panamense titolare di conti bancari in Svizzera. Il proprietario beneficiario della Rowena Finance era Squillante.
    Alla fine del 1999, voi e il signor Previti siete stati accusati di corruzione nei confronti di Squillante e Verde i quali, insieme ad altri due giudici della corte di primo grado di Roma, emisero un controverso verdetto che impedì a De Benedetti di acquistare la Sme.
    Il 30 maggio 2003, il pubblico ministero ha chiesto 11 anni di reclusione per Previti e Attilio Pacifico, 11 anni e 4 mesi per Squillante e 4 anni e 8 mesi per Verde.
    Non è stata presentata nessuna richiesta di sentenza nei vostri confronti, perché il 16 maggio la corte aveva dichiarato che il vostro processo avrebbe dovuto continuare in separata sede, a causa dei vostri importanti impegni come primo ministro e come prossimo presidente dell’Unione Europea.

    In questo processo, vi trovate in una posizione davvero unica. Nella vostra veste di primo ministro, siete parte lesa; nella vostra veste personale, come cittadino Silvio Berlusconi, siete un imputato.
    Il 6 giugno l’avvocato di Stato Domenico Salvemini, che vi rappresenta come primo ministro, ha detto ai giudici che bisognerebbe risarcire con un milione di euro voi (in quanto Silvio Berlusconi) e altri imputati. Alla fine del suo discorso, Salvemini ha detto che la vicenda Sme aveva inflitto gravi danni alla credibilità della giustizia.
    “Anche così”, ha aggiunto, “le mie richieste non sono enormi perché sono il risultato di accordi e contatti che ho avuto con … l’ufficio del primo ministro”.
    Il 18 giugno, il parlamento italiano ha approvato un decreto che garantisce l’immunità dai processi penali al primo ministro. Di conseguenza, il processo Sme è stato sospeso fino a quando voi resterete in carica. Tuttavia la legge sull’immunità viene impugnata nella Corte costituzionale.

    Il decreto sul monopolio televisivo (1984)
    Nel 1985, quando fallì la vendita della Sme a De Benedetti, la vostra principale attività economica riguardava la televisione commerciale, di cui vi eravate assicurato quasi il monopolio.
    Fino agli anni Settanta, soltanto la Rai, la televisione di Stato italiana, aveva il permesso di trasmettere su scala nazionale, ed era infatti la sola televisione nazionale. Ma negli anni Settanta cominciarono a diffondersi le televisioni private. La Corte costituzionale ne regolarizzò la posizione negli anni Ottanta, stabilendo che le stazioni televisive private avevano il permesso di trasmettere, ma soltanto su una scala locale.
    Voi avete trovato il modo di aggirare l’ostacolo.
    Avete comprato programmi, soprattutto film e telefilm americani, e li avete offerti a prezzi molto bassi a piccole stazioni televisive regionali. Vi siete riservato i guadagni ottenuti con la pubblicità inserita in questi programmi. Ogni stazione di questo embrionale network è stata d’accordo a trasmettere gli stessi programmi agli stessi orari: in tal modo vi siete assicurato, di fatto, un pubblico nazionale.
    Per riuscire ad aggirare la legge e cominciare a trasmettere su scala nazionale avete avuto bisogno dell’aiuto di Bettino Craxi, che divenne capo del partito socialista nel 1976 e primo ministro nel 1983. Il 16 ottobre 1984, tre magistrati di tre diverse città italiane oscurarono le vostre stazioni televisive (e quelle di altri) con l’accusa di trasmettere illegalmente.
    Nel giro di quattro giorni, Craxi firmò un decreto che consentiva alle vostre stazioni (e a tutte le altre) di continuare a trasmettere. Dopo qualche rissa parlamentare, il decreto fu trasformato in legge all’inizio del 1985.
    Nel 1994 Craxi scappò in Tunisia, dove morì nel 2000, come un disgraziato esule, in fuga dalla giustizia italiana.
    Era stato condannato in contumacia al carcere per reati di corruzione.

    Fatti e antefatti della vicenda Sme
    Fino alla metà degli anni Ottanta lo Stato controllava buona parte dell’economia italiana per mezzo di tre holding, la più grande delle quali era l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri).
    Le vendite operate dall’Iri erano massicce, ma subiva perdite e aveva gravi debiti.
    Romano Prodi, a quel tempo un intraprendente e rispettato economista di Bologna, divenne presidente dell’Iri nel novembre 1982.
    Cristiano democratico pentito, Prodi era un uomo avanti ai suoi tempi: credeva nelle forze del mercato e mostrava favore e simpatia per una privatizzazione pragmatica e concreta.
    I politici avevano governato l’Iri per comprare voti; l’obiettivo di Prodi era vendere quelle parti dell’Iri che il settore privato sarebbe stato in grado di far funzionare meglio.
    Il primo candidato alla vendita fu un’azienda che era ormai diventata una burla nazionale: la Società Meridionale di Elettricità (Sme), nella quale l’Iri aveva una partecipazione del 64,4 per cento. Originariamente un servizio pubblico quotato in Borsa, il suo patrimonio fu acquisito direttamente dallo Stato nel 1962. La Sme investì i propri ricavi per creare un’impresa del tutto nuova: un impero alimentare. Nei successivi vent’anni, la Sme è diventata la pattumiera nella quale venivano depositate le compagnie che avrebbero dovuto fallire, una sorta di agglomerato senza una strategia razionale.
    Si occupava della produzione di alimenti (pomodori con la Cirio, olio con la Bertolli e latte con la De Rica) e della loro distribuzione (supermercati Gs e ristorazione austradale con Autogrill), nonché di gelati e cibi surgelati (con Italgel).
    La Sme aveva anche sottoscritto un contratto manageriale per amministrare un gruppo consociato chiamato Sidalm, proprietario di compagnie che producevano biscotti, crackers e brioche. La Sidalm era in pratica un vuoto senza fondo: nel 1984 era in perdita per circa 47 miliardi di lire (allora pari a 27 milioni di dollari) e necessitava di un’iniezione di capitale di almeno 30 miliardi di lire per interromperne la vertiginosa caduta.
    La Sme disponeva di manager molto capaci, come Giuseppe Rasero, preso dalla Unilever (un gigante anglo-olandese dell’industria alimentare), che negli anni Settanta era stato capo esecutivo del settore distributivo. Nel 1982 Rasero fu nominato capo esecutivo della stessa Sme. Tuttavia, una combinazione di politici, burocrati e joint ventures impedì di realizzare la profonda riorganizzazione di cui quell’agglomerato aveva bisogno.
    Anche così, questi manager riportarono qualche risultato concreto. Nel 1984 la Sme ottenne un profitto di 65 miliardi da vendite per un totale di 2500 miliardi; un guadagno che non si vedeva da anni. I suoi conti finali per il 1984 registravano un debito netto di 247 miliardi di lire e un guadagno netto di 432 miliardi di lire. Il gruppo aveva circa 15.000 impiegati.
    L’industria alimentare italiana era molto frammentata e vendeva i propri prodotti soprattutto al mercato interno. In altri Stati dell’Europa, l’industria alimentare si stava muovendo in modo aggressivo: emergevano gruppi pan-europei, come Bsn Gervais-Danone (ora Danone), un gruppo francese. La Danone non era neanche lontanamente paragonabile per grandezza alla Unilever, ma era senza dubbio molto più grande della Sme.

    Prodi il privatizzatore
    Dal punto di vista di Prodi, era essenziale un maggiore coinvolgimento del settore privato, magari per mezzo di un partner. Non si riuscì ad arrivare ad un accordo con il candidato più ovvio, la famiglia Fossati, partner in tre delle attività Sme (tra cui Alivar, una compagnia quotata in Borsa, proprietaria del 60 per cento di Autogrill).
    All’inizio del 1985, grazie a uno scambio di profitti con la famiglia Fossati, la Sme eliminò uno dei principali ostacoli alla razionalizzazione del gruppo, e aumentò la sua quota di azioni della Alivar dal 50 al 92 per cento. Dopodiché la Sme propose di inglobare in sé l’Alivar, l’8 per cento della quale era ancora quotato in Borsa. Il valore finanziaro della Sme doveva pertanto essere valutato. All’inizio del 1985 uno dei più autorevoli esperti in materia, il professor Roberto Poli, stimò il 64,4 per cento dell’Iri per un valore di 497 miliardi di lire e, di conseguenza, il valore di tutta la Sme in 772 miliardi (allora pari a 389 milioni di dollari).
    continua

    Da il Foglio

    saluti
    In parole povere.... il Signor Berlusconi deve spiegare se i giudici furono corrotti o no!!!!

  10. #10
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    Bravo mustang; adesso non ti resta che fare un pellegrinaggio a Villa S.Martino e supplicare il Banana a spiegare UNA BUONA VOLTA dove ha preso i soldi e a chi li ha dati.

 

 
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