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    Predefinito Taormina: la responsabilità è di Cofferati

    http://www.ilnuovo.it/nuovo/foglia/0...112646,00.html

    Taormina: la responsabilità è di Cofferati

    Assassinio Biagi, Taormina: ci sono responsabilità oggettive di Cofferati e della sinistra comunista. La Cgil lo querela. In serata l'ex sottosegretario rettifica: "Ho solo detto che hanno creato le condizioni".


    ROMA - "Gli assassini di Biagi si propongono come braccio armato di Cofferati e dei comunisti". A lanciare queste durissime accuse contro la Cgil è l'ex sottosegretario all'interno Carlo Taormina, per il quale nell'omicidio dell'economista bolognese ci sono ''responsabilità oggettive di Cofferati, della sinistra comunista e di chi non ha arrestato gli assassini di D'Antona''.Immediata, e altrettanto dura, la reazione del sindacato di Corso Italia. Cofferati, al termine di una giornata drammatica , ha dato mandato ai suoi legali per querelare il deputato di Forza Italia. E in serata è arrivata la smentita di Taormina: ''Non ho mai affermato che Cofferati
    abbia responsabilità oggettive nell'omicidio Biagi''. Rettifica che non smussa la durezza delle parole, malgrado Taormina sottolinei che quanto ha detto è solo una "valutazione politica". Nella amentita, infatti, l'ex sottosegretario dice di aver semplicemente detto: "Cofferati e i comunisti hanno creato le condizioni perché i terroristi si mettessero a disposizione". Ma mai fatto riferimento a responsabilità.

    ''Gli italiani vogliono il cambiamento - aveva affermato Taormina in una nota - il governo vuole il cambiamento. La riforma dell' art 18 dello statuto dei lavoratori è elemento essenziale del cambiamento. Biagi era uomo-chiave del cambiamento. Cofferati e i comunisti sono contro il cambiamento. Biagi è stato assassinato contro il cambiamento. Gli assassini si propongono come braccio armato di Cofferati e dei comunisti. Cofferati e i comunisti hanno creato le condizioni perchè i terroristi si mettessero a disposizione.

    "Gli assassini di Biagi - prosegue - sono gli stessi che hanno assassinato D'Antona. Gli assassini di D'Antona non sono stati arrestati dalla magistratura. Chi non ha arrestato gli assassini di D'Antona ha creato oggettivamente, pur se involontariamente, le condizioni perchè gli assassini di D'Antona trucidassero Biagi.Chi non ha arrestato gli assassini di D'Antona è oggettivamente, pur se non involontariamente, responsabile dell' azione terroristica ed altrettanto oggettivamente ed involontariamente allineato a quei Cofferati e a quei comunisti contrari al cambiamento''.

    ''C'è da augurarsi - conclude Taormina - che la signora Biagi non segua le orme della signora D'Antona, la quale, oggi siede sui banchi della Camera dei deputati insieme a quei comunisti storicamente padri dei terroristi che hanno ucciso il marito''.

    (20 MARZO 2002, ORE 19:45, aggiornato alle 225)
    Saluti Liberali
    Giorgio

  2. #2
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    Predefinito


    "Gli assassini di Biagi - prosegue - sono gli stessi che hanno assassinato D'Antona. Gli assassini di D'Antona non sono stati arrestati dalla magistratura. Chi non ha arrestato gli assassini di D'Antona ha creato oggettivamente, pur se involontariamente, le condizioni perchè gli assassini di D'Antona trucidassero Biagi.Chi non ha arrestato gli assassini di D'Antona è oggettivamente, pur se non involontariamente, responsabile dell' azione terroristica ed altrettanto oggettivamente ed involontariamente allineato a quei Cofferati e a quei comunisti contrari al cambiamento''.

    Saluti Liberali
    Giorgio

  3. #3
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    Predefinito Parte 1° Continua ...

    D'Antona e Biagi

    10 marzo 2002 - ARRESTATO IN SVIZZERA BRIGATISTA NICOLA BORTONE
    Il militante delle Br-Pcc, Nicola Bortone, ricercato da tempo, e' arrestato a Zurigo, in Svizzera dalla Polizia italiana. La notizia e' confermata l' 11 marzo dal direttore dell'Ucigos, Carlo De Stefano. L'operazione che ha portato alla cattura del latitante e' stata condotta dalla Polizia elvetica insieme agli uomini dell' Ucigos e della Digos di Roma e coordinata dalla Procura di Roma.Bortone e' stato arrestato per la strada e non opposto resistenza. Nicola Bortone, 45 anni, nome di battaglia 'Vincenzo', era irreperibile dal 1992. Considerato tra i fondatori delle nuove Br, nell' assetto organizzativo, cosi' come si presentava a fine '88, veniva inquadrato nella cosiddetta "Struttura sud", insieme ad Antonio De Luca, Franco La Maestra, Simonetta Giorgieri (che poi divento' sua moglie), Giuseppe Armanente, Marcello Tammaro Dell'Omo e Alberto Marino. Nato a Cesa, in provincia di Caserta, Bortone fu raggiunto da un mandato di cattura emesso nel settembre 1989 dal giudice istruttore del Tribunale di Roma per i reati di associazione sovversiva e banda armata. Era gia' stato arrestato, insieme ad altri brigatisti, il 2 settembre dell' 89, in Francia, per associazione per delinquere, porto e detenzione illegali di armi, contraffazione di documenti amministrativi ed altri reati. In quell' occasione si dichiaro' "militante rivoluzionario". Il 23 aprile 1992 e' stato condannato dal tribunale di Parigi a 3 anni di reclusione, con il divieto, per lo stesso periodo di tempo, di soggiorno in Francia. Al momento della scarcerazione non fu ne' estradato ne' espulso ed elesse domicilio in Francia. Il 3 settembre 1992 si e' sposato con Simonetta Giorgieri. Risulta irreperibile dall'ottobre del '92, insieme alla moglie, dopo una breve permanenza nel soggiorno obbligato. Di lui si e' tornati a parlare, per i legami con alcuni esponenti della cellula romana smantellata nel maggio del 2001 e sospettata di un coinvolgimento nel delitto D'Antona e della preparazione di un nuovo attentato. La Corte di Assise di Roma ha condannato Bortone, il 18 settembre del 2001, a 5 anni e 6 mesi di reclusione, all'interdizione dai pubblici uffici e al risarcimento del danno in favore delle parti civili (Presidenza Consiglio dei Ministri e ministero dell'Interno) per associazione sovversiva e banda armata.
    12 marzo 2002 – CORRIERE DELLA SERA SU ARRESTO DI BORTONE
    "Il Corriere della sera"
    E' il fondatore dell'organizzazione che ha rivendicato l'omicidio D'Antona
    Preso in Svizzera il Br Bortone
    Catturato in una cabina telefonica: deve scontare 5 anni e mezzo di carcere
    ROMA - "Sono Nicola Bortone, militante delle Brigate Rosse". Sono le uniche parole pronunciate dal terrorista ricercato da dieci anni arrestato domenica mattina a Zurigo, dagli investigatori svizzeri, mentre telefonava da una cabina ai parenti italiani. Bortone, 45 anni, nome di battaglia "Vincenzo", aveva in tasca un documento falso intestato al fratello, ma con la sua foto: è stato condannato dalla Corte d'Assise di Roma lo scorso 18 settembre a 5 anni e 6 mesi di reclusione per banda armata ed associazione sovversiva e, secondo gli esperti dell'antiterrorismo, è uno dei fondatori delle nuove Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente, l'organizzazione eversiva che ha rivendicato l'omicidio di Massimo D'Antona nel maggio del '99. Gli investigatori stanno valutando la posizione delle persone con cui era in contatto nel nostro Paese e sviluppi potrebbero arrivare dalle numerose perquisizioni andate avanti per tutta la giornata di ieri: sono state passate al setaccio le due case che il brigatista aveva a disposizione in Svizzera ed anche a Cesa, in provincia di Caserta, il paese di cui è originario, sono in corso accertamenti per verificare se qualcuno lo abbia aiutato nella latitanza. Le indagini per cercare di arrestare il terrorista avevano avuto un ulteriore impulso un anno fa. Il Procuratore Salvatore Vecchione ed il pm Franco Ionta avevano autorizzato decine di intercettazioni sugli apparecchi di persone che potevano avere contatti con Bortone. La svolta è arrivata giovedì scorso. Il terrorista ha chiamato da Zurigo un amico di Cesa (il cui telefono era sotto controllo), dicendogli di fissare un appuntamento con i parenti ad un determinato numero per mezzogiorno di tre giorni dopo: gli agenti dell'Ucigos diretti da Carlo De Stefano e della Digos di Roma, agli ordini di Franco Gabrielli, hanno capito che poteva essere l'occasione giusta per arrestarlo. La polizia elvetica è stata messa in allarme ed è stata attivata un'ulteriore intercettazione sul numero indicato da Bortone. Il più era fatto, bisognava solo aspettare che il terrorista chiamasse l'Italia e sperare che la conversazione non fosse breve. E così è stato: Bortone ha telefonato al numero indicato all'amico a mezzogiorno in punto e ha parlato con lui per cinque minuti. I poliziotti italiani hanno immediatamente "girato" ai colleghi svizzeri il numero di Zurigo da cui il brigatista stava chiamando: prima che riattaccasse la cornetta, Bortone è stato bloccato all'interno di una cabina pubblica nella zona industriale della città elvetica. Gli agenti della Digos hanno assistito in diretta all'arresto: "Era un anno che non chiamavo, la prima volta mi avete subito beccato...", ha detto prima che la conversazione si interrompesse. "Ci sono alcune decine di terroristi latitanti, stiamo lavorando senza lesinare sforzi per cercare di catturarli", ha garantito De Stefano. A parte il periodo in cui è rimasto in Francia, cosa abbia fatto Bortone in questi dieci anni di latitanza è un mistero. Si sa solo che, dopo aver sposato l'altra terrorista Simonetta Giorgieri ed essersi separato da lei, il brigatista ha conosciuto una donna svizzera nota agli investigatori per la sua appartenenza a formazioni eversive. E che con lei ha cominciato una nuova vita. Nell'ordinanza che ha portato in carcere lo scorso maggio alcuni militanti di Iniziativa Comunista (tra i quali Barbara Battista e Luca Ricaldone), il gip Otello Lupacchini ha ipotizzato poi un collegamento tra il gruppo e l'omicidio D'Antona. E quel provvedimento ha riacceso i riflettori anche su Bortone: secondo i carabinieri del Ros, malgrado fosse latitante il terrorista si era incontrato con Ricaldone nel metrò di Milano nella primavera del 2000.
    Flavio Haver

    14 marzo 2002 - ALLARME DEI SERVIZI: SULL' ART. 18 RISCHIO TERRORISMO
    "Il Corriere della sera"
    La relazione dei servizi segreti: nel mirino persone impegnate sul fronte politico-sindacale
    Allarme degli 007, sull'articolo 18 rischio terrorismo
    ROMA - Non solo le nuove tensioni internazionali successive all'11 settembre, ma anche e soprattutto le "congiunture di ordine economico-politico" che sta vivendo l'Italia possono essere prese a pretesto per nuovi attacchi dei gruppi terroristici nostrani, primo fra tutti le Brigate rosse per la costruzione del partito comunista combattente che tre anni fa uccisero Massimo D'Antona. L'allarme è contenuto nell'ultima relazione semestrale sulla politica informativa e della sicurezza consegnata ieri al Parlamento. Nel documento di 41 pagine, gli 007 analizzano quanto è accaduto nel secondo semestre 2000, e avvisano: "Il terrorismo brigatista può predisporsi a nuovi interventi offensivi, calibrati ora contro obiettivi simbolo dei principali Paesi partecipanti all'operazione "Enduring freedom" (l'intervento militare in Afghanistan, ndr), ora contro le espressioni e le personalità del mondo politico, sindacale ed imprenditoriale maggiormente impegnate nelle riforme economico-sociali e del mercato del lavoro e, segnatamente, quelle con ruoli chiave in veste di tecnici e consulenti". Quest'ultimo riferimento fa pensare al timore di un'azione simile all'omicidio D'Antona, così come l'accenno alle "riforme economico-sociali" sembra alludere alle tensioni innescate dal conflitto tra governo e sindacati sull'articolo 18 e le altre questioni. I Servizi scrivono che "l'analisi della pubblicistica eversiva" fa prevedere "un percorso operativo che coniughi forte proiezione internazionalista e decisa ostilità nei confronti della compagine governativa per le scelte di politica economica ed estera", arrivando a ipotizzare "eventualità di convergenze, pur solo programmatiche" delle Br "con frange del fondamentalismo islamico".

    15 marzo 2002 – PANORAMA SU RELAZIONE SERVIZI SEGRETI: ALLARME BR-PCC
    "Panorama"
    I prossimi obiettivi dei terroristi
    I nostri 007 avvertono: dopo la guerra in Afghanistan, il governo è a rischio di attentati. Ma, soprattutto, preoccupano possibili azioni dei brigatisti per fare arenare le riforme in materia di lavoro. E i nipotini delle Br starebbero cercando consensi perfino nelle scuole.
    di GIACOMO AMADORI
    È il governo Berlusconi il nuovo obiettivo delle Brigate rosse-Partito comunista combattente. Una notizia shock contenuta nella "Quarantottesima Relazione sulla politica informativa e della sicurezza", messa a punto dai nostri servizi segreti, la prima dopo gli attentati dell'11 settembre e che Panorama ha letto in anteprima. Tra le righe del documento, a pagina 5, si legge che i terroristi stanno coniugando "una forte proiezione internazionalista con una decisa ostilità nei confronti della compagine governativa per le scelte in materia di politica estera".
    Il risultato? Preoccupante: "Che il terrorismo brigatista possa predisporsi a nuovi interventi offensivi" contro "obiettivi simbolo" dei principali paesi che hanno partecipato alla guerra in Afghanistan, quindi anche l'Italia. Non solo. La minaccia che spaventa ancora di più è quella "contro le espressioni e le personalità del mondo politico, sindacale e imprenditoriale maggiormente impegnate nelle riforme economico-sociali e del mercato del lavoro, e, segnatamente, quelle con ruoli chiave in veste di tecnici e consulenti".
    In pratica i servizi segreti paventano il rischio di un attentato come quello che nel maggio 1999 costò la vita a Massimo D'Antona, consulente del ministero del Lavoro. E se all'epoca di D'Antona sul piatto c'era la riforma della concertazione sindacale oggi, nel centro del mirino dei terroristi, ci sarebbero soprattutto gli esponenti delle istituzioni impegnati su temi caldi come l'abolizione dell'articolo 18 su cui governo e sindacati si stanno scontrando da mesi. Ed è chiaro che in cima alla lista dei potenziali obiettivi delle nuove Brigate rosse, anche se non espressamente citati nella relazione, ci sono il ministro del Welfare, Roberto Maroni, e i suoi collaboratori più stretti che lavorano nell'ombra.
    Non sono sottovalutati altri potenziali bersagli: dalla Confindustria a quelle aree del sindacato meno intransigenti sulle modifiche allo Statuto dei lavoratori. Ma, già nell'introduzione del documento, gli 007 danno un'altra notizia clamorosa: "La contestazione violenta antisistema in chiave antimilitarista, antiatlantica, antioccidentale potrebbe saldare" no global duri, terroristi nostrani e integralisti musulmani. In fondo già al G8, dice la relazione, c'erano state numerose segnalazioni "sul possibile convergere di attivazioni dell'integralismo islamico, del terrorismo ideologico e dell'area autonoma ed anarchica".
    Tutti insieme in nome di una crociata contro l'Occidente. "Un'unica articolazione "antimperialista" nella quale ricomprendere formazioni terroristiche dell'area europea, mediterranea e mediorientale". Un esercito della paura che si starebbe compattando in modo non casuale: gli 007 citano un "risalente disegno strategico" per formare "un fronte unitario il cui collante è rappresentato da rivendicazioni e motivi propagandistici di carattere "trasversale"". Insomma per ora le convergenze sarebbero di tipo "solo programmatico". In futuro chissà.
    Gli 007 mettono in guardia anche da un'altra internazionale, quella dei gruppi anarco-insurrezionalisti, in particolare dopo che hanno rivendicato i pacchi esplosivi inviati nel luglio scorso prima del G8 contro carabinieri, polizia, Benetton ed Emilio Fede. Gruppi sospettati pure per la bomba davanti al ministero dell'Interno del 26 febbraio. Secondo la nostra intelligence, quegli ordigni avrebbero la stessa matrice degli incidenti causati durante il G8 da "anarchici di varia nazionalità" e delle "azioni dinamitarde di segno ritorsivo, compiute specie in Grecia e in Spagna". Un'escalation che confermerebbe la costituzione di "una sorta di fronte sovranazionale imperniato su tematiche quale, in primo luogo, la contestazione ai regimi detentivi di massima sicurezza".
    Insomma, la violenza no global è sempre più globale. E la guerra in Afghanistan avrebbe acceso ulteriormente "l'area insurrezionalista". Tanto da far "temere atti dimostrativi contro le Forze dell'ordine, il sistema giudiziario e penitenziario nonché obiettivi simbolo del sistema occidentale come le multinazionali, gli istituti di credito e le grandi opere di modernizzazione (trasporti, energia, telecomunicazioni) per l'asserito impatto sull'ambiente". Una serie infinita di possibili bersagli che ha già fatto scattare l'allerta ai piani alti del ministero dell'Interno.
    Secondo la relazione, le milizie italiane di questa cupola mondiale del terrore sarebbero guidate dalle Br-Pcc. Come confermano i "sempre più frequenti richiami alla riaggregazione intorno al loro progetto dell'intera area eversiva". E i brigatisti sarebbero già pronti a riprendere "la lotta armata ancorandola a strumentali interpretazioni di eventi interni ed internazionali". In particolare dopo l'11 settembre.
    Nei documenti dei terroristi ci sarebbe una corsa a citare Bin Laden e gli attentati di settembre. Con "esplicite esortazioni a mettere in pratica disegni terroristici a seguito dell'attacco alle Twin Towers" conferma il rapporto dei servizi. Il riferimento non è solo alle Br-Pcc, ma anche ai Nuclei territoriali antimperialisti (la formazione più aggressiva dell'universo eversivo) che già il 20 novembre 1999 avevano scritto una risoluzione strategica che esaltava "le avanguardie rivoluzionarie e combattenti che fanno riferimento alla guida dell'antimperialista Osama Bin Laden". E il 17 settembre 2001, con un altro dattiloscritto, gli Nta avevano omaggiato i kamikaze di New York e Washington: "Onore ai martiri caduti nella guerra all'imperialismo Usa". Con una sinistra previsione: "Questo attentato registra il primo e non certo ultimo attacco mortale alla centrale del terrore dell'imperialismo mondiale: gli Stati Uniti d'America". Che non siano proprio gli Nta (dopo l'omicidio D'Antona sempre più vicini alle Br-Pcc), specializzati in attentati contro la base aerea statunitense di Aviano, a lanciare le "nuove "campagne di lotta"" anti Usa e anti Nato paventate dagli 007?
    Omicidi annunciati, sante alleanze terroristiche, ma anche piazze esplosive. Per gli agenti, la protesta violenta potrebbe estendersi a settori del movimento no global e non solo. L'uccisione di Carlo Giuliani, infatti, "ha determinato un'ulteriore divaricazione tra le strategie dell'ala moderata e quelle dei gruppi oltranzisti". Con un pericolo in più: che le frange più dure tentino "di convogliare fermenti, presenti anche in altri campi, come quello studentesco, in funzione antimilitarista e antistatunitense". Dunque persino le scuole potrebbero essere a rischio di infiltrazione.
    Come la protesta operaia: infatti, nel dossier, si dice che "gli ambienti oltranzisti e semiclandestini" starebbero cercando consensi più vasti sostenendo "le istanze estreme provenienti tanto dalla contestazione antiglobalizzazione e anticapitalista, quanto dalle proteste operaie". Chissà se Cipputi è davvero pronto a farsi sedurre dall'idea di impugnare una P38. Per gli 007 non sarebbe un pericolo da sottovalutare.

    16 marzo 2002 - CENTO (VERDI), DA SERVIZI A VOLTE MESSAGGI OBLIQUI
    ANSA:
    "Ci sembra che a volte i servizi lancino messaggi obliqui per creare tensione e criminalizzare questa grande protesta sociale". Ha commentato cosi' il deputato dei Verdi, Paolo Cento, la recente relazione inviata dai servizi segreti italiani in Parlamento, intervenendo al 'Workday' della Uil contro la modifica dell'art.18 al Pantheon a Roma. Per Cento "il governo ha scelto la strada dello scontro sociale, ma sia chiaro che contro il governo della devastazione sociale va bene anche la disobbedienza sociale". E sul presunto rischio di atti di terrorismo, l'esponente dei Verdi ha ammonito: "nessuno si azzardi ad usare forme violente, o peggio a pescare nel torbido, per rilanciare la via della violenza", riferendosi anche "ai titoli di alcuni periodici pubblicati questa settimana". Cento ha definito l'art.18 "il simbolo della difesa del mondo del lavoro", ed auspicando uno sciopero generale unitario, ha sottolineato che manifestazioni come quella di oggi, servono anche "a contrastare lo scontro padri-figli di Berlusconi, il quale vuole togliere i diritti dei padri per massacrare meglio i figli".

    19 marzo 2002 – UCCISO MARCO Biagi
    "Il Nuovo"
    Ucciso Marco Biagi, consulente di Maroni
    Marco Biagi, consulente del ministro del Welfare, ma anche dei ministri dei governi di centrosinistra, è stato ucciso davanti a casa a Bologna da due uomini in scooter.
    ROMA - E' stato ucciso a Bologna Marco Biagi , 52 anni, consulente del ministro del Welfare Roberto Maroni. Alle 20 e 30 di martedì il professor Biagi stava rientrando a casa in bicicletta, in via Valdonica 14, tra i vicoli del centro storico della città, quando è stato avvicinato da due uomini a bordo di uno scooter, che hanno esploso quattro colpi di arma da fuoco: due sono andati a segno. Secondo indiscrezioni, i proiettili sarebbero calibro 9 corto "incamiciato", sparati cioè da un'arma militare. E forse c'è un testimone, ma gli abitanti della zona non avrebbero sentito i colpi.
    Biagi era arrivato in treno da Modena, dove aveva tenuto una lezione all'Università, e nel capoluogo Emiliano non era più protetto da una scorta da novembre. Il primo commento di Luigi Persico, il procuratore incaricato dell'inchiesta, è stato: "E' un segnale. Con tutta l'attenzione che c'è sull'articolo 18"
    Non ci sono ancora rivendicazioni, ma tutto fa pensare che si tratti di un attentato terroristico. Dagli Stati Uniti, il ministro degli Interni Scajola - che ha interrotto la sua visita all'estero per far ritorno in Italia - ha confermato che l'antiterrorismo è già al lavoro. E a Bologna è arrivato il generale Giampaolo Ganzer, comandante del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri (Ros), tra i massimi esperti di eversione.
    Il ritrovamento. Secondo Alessandra Servidori, amica di famiglia dei Biagi, i primi a dare la notizia della morte dell'economista sarebbero stati la moglie e i due figli maschi, che lo aspettavano a casa. "Tornava in bici come sempre. Lo hanno aspettato sotto casa", racconta commossa Alessandra Servidori, aggiungendo che Biagi avrebbe telefonato a casa pochi minuti prima di essere ucciso dicendo "sto arrivando". Insospettiti dal mancato arrivo dell'uomo, i familiari si sarebbero affacciati dalle finestre e lo avrebbero visto riverso sul selciato.
    Le prime testimonianze. Un consigliere comunale interrogato dagli investigatori ha raccontato di aver visto gli assassini fuggire verso piazza San Martino, dove sono installate diverse telecamere. Dalla registrazioni delle immagini potrebbero quindi emergere qualche elemento utile, anche se le videocamere sono puntate nella direzione opposta a quella della fuga.
    Il corpo dell'economista è stato portato via a bordo di un furgone funebre due ore dopo l'assassinio. Secondo le prime, sommarie, testimonianze. Ma nessuno pare abbia visto o sentito nulla. Un gruppo di studentesse, che abitano nelle vicinanze, hanno detto che da casa loro non hanno udito alcuno sparo: "Eppure - hanno ripetuto più volte - quando due persone litigano sotto i portici, noi sentiamo tutto come se fossimo a due centimetri".
    Il ministro del Welfare Maroni era negli studi della Rai di Roma per registrazione della trasmissione Porta a Porta, dove si trovavano anche il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, il segretario generale della Cisl Savino Pezzotta, quello della Uil Luigi Angeletti e il presidente di Confindustria Antonio D'Amato. In seguito sono giunti anche il direttore generale del Tesoro Domenico Siniscalco e il direttore generale di Confindustria Stefano Parisi.
    Marco Biagi aveva partecipato alla redazione del "libro Bianco" sul lavoro, era stato consulente dell'ex ministro del Lavoro Tiziano Treu e amico e collaboratore di Romano Prodi, sia al governo che prima ancora. Era nato a Bologna e insegnava diritto del lavoro all'Università di Modena. Collaborava al "Sole-24 ore" e proprio per il quotidiano economico martedì ha firmato l'articolo di fondo in prima pagina, dal titolo "Chi frena le riforme è contro l'Europa" , dedicato alle conclusioni del vertice europeo di Barcellona e ai temi della flessibilità dell'occupazione.
    I Servizi segreti nei giorni scorsi avevano lanciato un allarme terrorismo legato alle deroghe all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, la norma sui licenziamenti che il Governo vuole modificare. La minaccia prioritaria, per i Servizi, è stata indicata ne lle Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente e nei gruppi che a esse si ispirano. Nella relazione - che non sottovalutava comunque il ruolo eversivo anche dei circoli oltranzisti di estrema destra - c'era anche un accenno all'ipotesi di attentati contro "espressioni e personalità del mondo politico, imprenditoriale e sindacale impegnate nelle riforme economico-sociali e del mercato del lavoro".
    Molte sono le analogie con l'omicidio di Massimo D'Antona , il consulente dell'ex ministro del Lavoro Bassolino, assassinato il 20 maggio del '99. Mentre in molti ricordano le somiglianze con il delitto dell'economista Ezio Tarantelli, ucciso dalle Brigate Rosse il 27 marzo 1985, pochi giorni prima del referendum sulla scala mobile.

    20 marzo 2002 – UCCISIONE MARCO Biagi: DAI GIORNALI
    "La Stampa"
    IN UNA SUA LETTERA AVEVA SCRITTO: "QUESTO STATO NON HA APPRESO LA LEZIONE DEL DELITTO D´ANTONA" Era nel mirino, ma tre mesi fa gli avevano tolto la scorta Ora gli esperti dell´Antiterrorismo puntano sulla pista delle "nuove Br"
    ROMA
    MARCO Biagi era preoccupato, dalla fine di novembre gli avevano tolto la scorta a Bologna e a Modena, dove insegnava, e lui si sentiva esposto, indifeso. Lo aveva anche scritto, nelle settimane scorse, in una lettera amara al ministero del Lavoro: "Questo Stato non ha imparato niente da D´Antona". Uno sfogo che gli uomini di Maroni avevano inserito nel dossier inviato al Viminale per chiedere di ripristinare il servizio di tutela al professore. La scorta, Biagi l´aveva avuta per più di un anno, lui che al pari di Massimo D´Antona e di altri tecnici, consulenti ed esperti del ministero del Lavoro, svolgeva incarichi delicati. Era considerato il "padre" del Patto del lavoro di Milano, l´accordo firmato da Cisl e Uil e non dalla Cgil di Milano per creare nuova occupazione. Adesso, sindacalisti e amministratori milanesi ricordano che lui fu "il costruttore" di quel piano, che "trovò le soluzioni tecniche per realizzare tutta l´impalcatura del documento". Il Patto di Milano è stato più volte richiamato negli ultimi documenti dell´eversione di sinistra. Prima ancora che si celebrino i funerali, è già un scoppiato caso della tutela tolta al professore. Oggi toccherà al ministro dell´Interno, Claudio Scajola, prima in Consiglio dei ministri e poi in Parlamento, rispondere alle tante domande su questo omicidio. Il ministro Maroni, ricordano in via Flavia, in questi ultimi mesi aveva tempestato il Viminale, chiedendo che a Biagi e ad altri suoi stretti collaboratori fosse ripristinata e garantita la scorta. Proprio ieri, dopo l´uscita - alla fine della settimana scorsa - della relazione semestrale dei Servizi segreti al Parlamento che segnalava il rischio di una iniziativa brigatista contro obiettivi legati al mondo del lavoro, Maroni aveva preparato una nuova missiva. Il ministro chiedeva al Viminale e al Cesis, la struttura di coordinamento dell´intelligence, di intervenire per garantire la sicurezza a Biagi e "a quei tecnici di punta impegnati nella riforma del mercato del lavoro". La segreteria di Maroni proprio alle 18,30 di ieri pomeriggio aveva letto il testo al professor Biagi. Lui l´aveva apprezzato. Il ministro avrebbe dovuto firmarlo tornando dal salotto di "Porta a Porta". Un omicidio inatteso ma anche annunciato. Prevedibile, a rileggere oggi l´allarme lanciato nell´ultimo rapporto semestrale dei Servizi al Parlamento: "Si delinea il rischio che il terrorismo brigatista possa predisporsi a nuovi interventi offensivi, calibrati ora contro obiettivi simbolo dei principali Paesi partecipanti all´operazione "Enduring Freedom" (l´offensiva contro il terrorismo islamico di Al Qaeda, ndr), ora contro le espressioni e le personalità del mondo politico, sindacale ed imprenditoriale maggiormente impegnate nelle riforme economico-sociali e del mercato del lavoro, e, segnatamente, quelle con ruoli chiave in veste di tecnici e consulenti". Mondo del lavoro, tecnici, consulenti. Marco Biagi, appunto. Biagi come Massimo D´Antona, ambedue "sconosciuti al grande pubblico". Sottolinea ancora il rapporto dei Servizi: "Gli stessi ambienti oltranzisti con connotazioni semiclandestine, in via di ricompattamento, hanno mostrato rinnovato dinamismo in contesti sensibili, finalizzato ad integrare in un´ottica rivoluzionaria le istanze estreme provenienti tanto dalla contestazione antiglobalizzazione e anticapitalista quanto dalle proteste operaie". Nonostante le analisi, gli allarmi lanciati dagli analisti dei Servizi segreti, Marco Biagi ieri sera rientrava a casa da solo, in bicicletta, senza angeli custodi. Due ragazzi, su una moto, gli hanno esploso contro tre colpi di pistola. Due soli sono andati a segno. Il consulente del ministrero di via Flavia aveva avuto la tutela. L´aveva decisa il Comitato provinciale per l´ordine e la sicurezza di Bologna che gliel´aveva tolta a fine anno. Il ministro dell´Interno, Claudio Scajola, oggi dovrà spiegare il perché di questa scelta. Dovrà rispondere alle tante lettere inviate dal ministro Maroni, alle sue richieste di garantire la sicurezza ai suoi collaboratori, dovrà spiegare al ministro perché non ha mai risposto a quelle lettere. E dovrà convincere i familiari di Marco Biagi che la sua "amarezza" per uno Stato "che non ha imparato niente da D´Antona" non si fondava su elementi certi. Naturalmente, è ancora presto per attribuire con certezza alle Brigate Rosse l´omicidio del professore Biagi, si aspetta la rivendicazione. Gli esperti dell´Antiterrorismo, però, sono convinti che è da questa sigla che arriverà la rivendicazione. Colpisce che il teatro di questo omicidio sia la "piazza" di Bologna: "E´ la prima volta - spiegano dalla questura bolognese - di un omicidio politico-terrorista. Bologna era la città delle stragi degli Anni 70 e 80, dell´Italicus, della stazione centrale. Nell´area dell´antagonismo e della sinistra eversiva si segnala da tempo la presenza di un gruppetto di anarco-insurrezionalisti". E´ quel "gruppetto", probabilmente, l´autore, nei giorni del G8 di Genova, della pentola imbottita di esplosivo fatta ritrovare nel centro della città. E su Bologna che si sono concentrati i sospetti sugli autori di quelle lettere-esplosive fatte recapitare, sempre in quei giorni di luglio, a una caserma di Genova dei carabinieri, al Tg4 e a Benetton. In attesa della rivendicazione, gli esperti dell´Antiterrorismo restringono il campo delle ipotesi sostanzialmente a una, alle Brigate Rosse. Si va anche per esclusione, in questo lavoro di analisi e di ipotesi, in attesa di riscontri investigativi: finora, nel recente passato terrorista, gli altri gruppi, le altre sigle comparse in questi anni - i Nuclei territoriali antimperialisti, gli Nta, i Nipr, gli anarco-insurrezionalisti - non hanno mai colpito "obiettivi umani". Poco prima di imbarcarsi sull´aereo che lo riporterà in Italia,da New York il ministro dell´Interno, Claudio Scajola, ha ribadito l´analogia dell´omicidio Biagi con quello D´Antona. Erano le otto e venti del mattino, di quel 20 maggio del 1999 quando il professore Massimo D´Antona fu ammazzato. Erano le otto e mezza della sera, di ieri sera, quando i sicari, i killer sono entrati in azione a Bologna. Degli assassini di D´Antona, ancora oggi non sappiamo nulla. Ed è ancora troppo presto per ipotizzare che sia lo stesso gruppo di fuoco ad essere intervenuto a Bologna.

    “LA STAMPA”
    IERI SUL "SOLE-24 ORE" L´ULTIMO SCRITTO: UN APPELLO AI SINDACATI Hanno colpito l´uomo che credeva nelle riforme E´ stato consulente di tanti governi e della Commissione europea Le nuove norme sui licenziamenti la sua ultima "battaglia"
    POICHÉ in Italia abbiamo il peggior mercato del lavoro d´Europa non vi sono davvero alternative. Ignorare le richieste di modernizzazione provenienti da Barcellona sarebbe in fondo una scelta egoistica, propria di chi pensa a sé stesso e non immagina un futuro migliore per i propri figli. La solidarietà è effettiva se davvero si cerca di costruire una società diversa e più giusta". Le ultime parole scritte dal professor Marco Biagi stanno sulla prima pagina del Sole 24 ore di ieri mattina e sono un appello al mondo sindacale italiano perché scelga la strada del negoziato con il governo anche alla luce delle conclusioni del Consiglio europeo dello scorso fine settimana. Un tema, quello della riforma del mercato del lavoro che da venticinque anni era il fulcro della vita accademica e professionale del professor Biagi e che in questi ultimi mesi lo porta - anche in qualità di consulente del ministro del Welfare Roberto Maroni - ad andare a fondo nelle polemiche sull´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, opponendosi alle contestazioni dei sindacati con parole assai nette: "La vera questione di principio non è affatto l´articolo 18, visto che non è in discussione la giusta causa di licenziamento, ma un mercato del lavoro ingiusto che lascia ancora oggi poche speranze a chi non abbia la fortuna di aver già trovato occupazione". Una posizione la sua, che non è però di scontro a tutti i costi con i sindacati, ma che cerca sempre la mediazione, come quando qualche giorno fa propone di mettere sul piatto dello scambio anche maggiori garanzie per i neoassunti al Sud, di cui il governo non ha finora parlato. L´occupazione, l´accesso dei meno garantiti, la convinzione che sotto troppe regole il mercato del lavoro può anche soccombere, tutto questo s´intreccia nel percorso intellettuale e professionale del professore che fa delle riforme la sua unica bussola. Tra i libri che pubblica c´è un titolo dissacratorio come "Il diritto dei disoccupati", all'Università di Modena dove insegna Diritto del lavoro e di Diritto sindacale italiano e comparato non si limita a fare lezione, ma è anche delegato del rettore per l´orientamento professionale dei giovani che escono da quell´ateneo. A Bologna, la città dove era nato 52 anni fa, dove viveva e dove ieri sera è stato ucciso, ha anche un posto di professore aggiunto in relazioni industriali comparate alla John Hopkins Univesity, l´ateneo statunitense con sedi in Italia.
    Ma soprattutto Biagi è a fianco del ministro del Welfare Maroni con lo stesso ruolo che aveva ricoperto in passato anche durante il governo Prodi con l´allora ministro del Lavoro Tiziano Treu e poi con Bassolino, sempre portando avanti le sue linee di pensiero. Con Maroni al ministero del Welfare Biagi diventa il vero motore delle riforme sul mercato del lavoro. Conosciuto e stimato dagli interlocutori è tra gli estensori del Libro Bianco sull´occupazione e sempre a lui viene affidato il compito di redigere lo Statuto dei Lavori che nelle intenzioni del ministro dovrebbe ridisegnare l´impianto del diritto del lavoro, aprendone i confini anche al vasto mondo dei lavoratori atipici. Impegno da "tecnico" e ancora impegno da accademico. Insegna, interviene sempre più spesso sui quotidiani e cinque giorni fa sottoscrive assieme ad altri cento nomi del mondo accademico e professionale l´appello "dalla parte del lavoro" lanciato dal professore e parlamentare del Polo Renato Brunetta. Sempre nelle ultime settimane i rapporti con la Cgil diventano più tesi. Il segretario generale Cofferati lo attacca a distanza, durante il convegno confindustriale di Torino, citandolo come esempio - anche se non lo nomina mai, di "collateralismo" tra governo e mondo delle imprese. Una ruggine, quella con la Cgil, che del resto ha radici anche nel passato recente. Proprio Biagi era stato il cervello dietro al costruzione del "Patto per il lavoro" di Milano, nato sotto l´egida del city manager cittadino Stefano Parisi - oggi direttore generale di Confindustria - e firmato il 31 gennaio 2000 dal sindaco Gabriele Albertini, dalle associazioni imprenditoriali e da Cisl e Uil, ma non dalla Cgil che consuma in quel caso la rottura con gli altri sindacati confederali. Ma niente di più sbagliato che dipingere un Marco Biagi a una sola dimensione, schiacciato sulle posizioni di un governo liberista e di un mondo imprenditoriale che sull´articolo 18 si mette in rotta di collisione con i sindacati. Il suo ambiente è quello dell´accademia emiliana, quella rete di relazioni amicali oltre che professionali, cementate dai libri ma anche dalle gite in bicicletta, che si sviluppa nei pensatoi bolognesi come il Mulino o l´Arel di Beniamino Andreatta. Una rete che si spinge in Europa con le consulenze alla Commissione di Bruxelles, che guarda con interesse e molto da vicino al al mondo anglosassone, come testimoniano l´incarico alla John Hopkins University o il libro sul "trade union act" britannico pubblicato nel 1986. Così non è un caso che adesso lo pianga Enrico Letta, che ha preso il testimone di Andreatta alla guida dell´Arel, o che da Bruxelles lo ricordi con dolore un concittadino come Stefano Manservisi, vicino ai Ds bolognesi e ora capo di gabinetto di Romano Prodi. Biagi stesso, parlando due settimane fa proprio con il nostro giornale, rivendicava la sua linea di continuità passata per molti governi: "Le innovazioni sull´articolo 18 non possono scandalizzare nè il sindacato nè l´Ulivo perché non sono una trovata del centrodestra, ma erano state veicolate lungo tutta la passata legislatura e rilanciate in modo ancora più stringente dalle proposte avanzate da Treu, come senatore dell´ulivo, nell´ultimo scorcio di quella stagione". Da Treu a Maroni, passando per tutte le esperienze dell´Ulivo ("ho collaborato anche con Bassolino e marginalmente con Salvi" rivendicava il suo percorso di uomo fermo nelle sue convinzioni tra ministri e governi che cambiavano: "Ne sono orgoglioso perché ciò che conta è che le idee si facciano strada".

    “LA STAMPA”
    "TROPPO PRESTO PER DARE GIUDIZI, VOGLIO SAPERNE DI PIU´" "In quel ministero qualcosa non va" Rutelli: governo e sindacati non devono piegarsi
    ROMA FRANCESCO Rutelli parla piano, scandisce le parole sul filo di un ricordo anche personale: "Conoscevo Marco Biagi, era venuto ad un congresso della Margherita come osservatore. Davanti a quel che è accaduto bisogna esprimere orrore, dolore e disgusto per la persistenza di gruppi di assassini che hanno tolto la vita a un tecnico, a un moderato come Marco Biagi, esattamente così come furono uccisi Ezio Tarantelli, Massimo D´Antona ed altri innocenti". E´ trascorsa un´ora dall´assassinio del collaboratore di Roberto Maroni e Francesco Rutelli è impegnato in un filo diretto ininterrotto per raccogliere informazioni, scambiare opinioni, organizzare una risposta politica all´ultima azione terrorista e anche se il leader dell´opposizione ci tiene più volte a ripetere con energia che "è troppo presto per esprimere giudizi" o "per avanzare ipotesi che appartengono agli inquirenti", pur tuttavia Rutelli non può fare a meno di far notare come gli omicidi di Tarantelli, di D´Antona e ora di Biagi siano uniti da filo. Che porta dentro al ministero del Lavoro.

    "Il Giorno"
    L'esperto del ministro che ha riscritto l'articolo 18
    ROMA - "Cosa vuole che le dica, noi siamo tecnici, prepariamo le ipotesi... poi tocca ai politici scegliere...". Erano le ore concitate della riscrittura dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, appena qualche pomeriggio fa, e Marco Biagi, come al solito punto di riferimento dei giornalisti economici in cerca di indiscrezioni, stava al suo posto, al ministero del Welfare, pronto a sfornare, una dopo l'altra norme e regole nuove per il vecchio mercato del lavoro italiano... Era lui da mesi il teorico e l'autore di tutto il pacchetto di innovazioni contenuto nella delega sul lavoro. Così come era stato lui a scrivere, l'autunno scorso, il "Libro bianco" di Maroni. E portava la sua firma anche il testo sul nuovo collocamento ancora in gestazione, ma ormai definito nella sua bozza essenziale.
    Il regista
    Come Massimo D'Antona per Antonio Bassolino, così Marco Biagi per Maroni e il suo vice, Maurizio Sacconi, l'altro grande regista della rivoluzione del mercato del lavoro progettata dal governo Berlusconi. Sono di Biagi tutte le idee-guida (e le stesse parole con cui sono state tradotte in norme) contenute nella delega sul mercato del lavoro. Uno per uno, gli articoli del pacchetto sono usciti dalla sua mente e addirittura dalla sua penna. Dalle nuove tipologie contrattuali (per esempio il contratto a progetto, il lavoro a chiamata, temporaneo, coordinato e continuativo, occasionale, accessorio e a prestazioni ripartite, come lui stesso le aveva battezzate) ai nuovi orari di lavoro (ispirati a una maggiore flessibilità), al part-time, dalla revisione degli ammortizzatori sociali fino alla cosiddetta formazione continua.
    E, soprattutto, a quella norma del famigerato articolo 10 sulle modifiche all'articolo 18. L'aveva ispirata, ipotizzata, teorizzata da tempo, sulla scia delle idee di una lunga schiera di giuslavoristi moderati e "moderni" alla scuola dei quali si era formato (a cominciare da Tiziano Treu, con il quale aveva appena pubblicato un saggio). A lui, l'autunno scorso, era toccato l'onere di metterla nero su bianco, quella modifica, e l'aveva fatto, partorendo tre ipotesi di cambiamento, quella finite al centro di tutto il dibattito e lo scontro sociale di questi mesi. Lo doveva sapere bene chi l'ha colpito, come doveva saperlo chi uccise Massimo D'Antona.
    La flessibilità in uscita - ripeteva di continuo - non significa licenziamenti. In Italia abbiamo un mercato del lavoro ingessato, da terzo mondo. Ci credeva, in quelle novità, magari per lui anche limitate, ci credeva e le difendeva, anche quando, nelle ultime settimane, sembrava che il governo volesse fare marcia indietro. La volontà politica, spiegava, quella conta. Noi siamo tecnici, non siamo decisori. Un ruolo minimalista che non corrispondeva alla realtà dei fatti, perchè a lui, come a D'Antona, facevano riferimento i ministri e i politici che poi avrebbero firmato le leggi.
    Un punto fermo
    E così, di fronte all'esigenza tutta politica della riscrittura della delega, Biagi non si era tirato indietro. Era lì, al suo posto, a vedere come rimettere in sesto i cocci, tentando l'impresa di non snaturare i cambiamenti timidamente introdotti. E, alla fine, si era presentato da Maroni e Sacconi con sette, otto ipotesi ("Sì, diceva al telefono, ne abbiamo pronte sette o otto, poi loro decideranno..."). Il ministro e il suo vice, al dunque, avevano scelto quella che meno tradiva l'ispirazione originaria del cambiamento. L'unica novità toccava il Mezzogiorno. Biagi l'aveva accettata... "Sono loro che decidono, ma un po' alla volta si capirà... che cambiare è necessario".
    di Raffaele Marmo

    "Il Nuovo"
    Biagi, una stella a 5 punte sul portone
    Il consulente del lavoro ucciso a Bologna è stato finito con due colpi alla nuca. Il simbolo delle Br era inciso sul portone di casa, a pochi passi dal luogo del delitto. I Ris simulano l'agguato.
    BOLOGNA - C'è una stella a cinque punte incisa sul portone del palazzo dove abita la famiglia di Marco Biagi. Quando le forze dell'ordine hanno allentato il cordone in via Valdonica, dove il consulente del ministero del Lavoro viveva ed è stato ucciso, i cronisti hanno notato che sul portone del palazzo al civico 12 c'è l'inconfondibile marchio caratteristico delle Brigate rosse, grande non più di 10-15 centimetri, inciso malamente con un oggetto appuntito nel legno marrone scuro del portone e contornato da un cerchio molto più largo. Ma non è l'unico segno grafico inequivocabile, e definito "interessante" dagli inquirenti, presente sul luogo dell'agguato. C'è un'altra stella a cinque punte sulla vetrina di un negozio vicino, e sono stati trovati due timbri su una colonna del porticato sotto nel quale i killer erano nascosti: riproducono due frecce che mirano al centro di un bersaglio, e la macabra scritta: "Obiettivo centrato". Il muro era stato dipinto da poco.
    Poco più in alto c'è il foro di un proiettile, segnalato da un numero apposto dagli investigatori. Per il momento è stato impossibile capire se la stella sia stata incisa da tempo, o più di recente. Il tratto è frettoloso e non si può escludere nemmeno che sia stata vergata come una macabra firma, da qualcuno che stava per fuggire.
    Sono almeno quattro i cerchi per terra segnati dagli investigatori per indicare altrettanti bossoli di proiettili sparati dagli attentatori, ma di sicuro è accertato che Biagi è stato finito con due colpi alla nuca. Due killer avrebbero avvicinato il professor Biagi mentre rientrava a casa, ma si ipotizza che ci fosse un terzo complice alla stazione, per avvisare il commando dell'arrivo della vittima da Modena, dove insegnava. Per questo, oltre alle riprese delle telecamere dell'ex ghetto ebraico di Bologna, i carabinieri esamineranno anche i filmati della stazione. La zona è fortemente presidiata dalle telecamere anti-microcriminalità del Comune, ma gli attentatori sono fuggiti verso via San Martino, in direzione contraria a quella in cui sono puntati gli occhi elettronici. Gli inquirenti potrebbero comunque contare su almeno un testimone utile a ricostruire l'agguato.
    A tarda notte, gli esperti del Ris, il Reparto investigazioni speciali dei carabinieri, hanno simulato la possibile dinamica dell'omicidio, studiando con particolare attenzione le probabili traiettorie dei proiettili. La scena del delitto, a pochi metri dal portone del numero civico 14, è stata illuminata con potenti luci. A dirigere la simulazione lo stesso comandante del Ris, il tenente colonnello Luciano Garofano.
    Un carabiniere, con indosso tuta bianca e copriscarpe, ha impersonato la posizione della vittima, mentre un altro militare, in piedi fra due colonne del portico, a pochi passi di distanza, ha mimato uno dei killer, con una pistola in pugno. L'intera simulazione è stata ripresa con fotografie scattate da diverse angolazioni. A guidare la ricostruzione sono stati i fori dei proiettili nel muro e nel portone, le macchie di sangue della vittima, ancora ben visibili sul pavimento del portico, e infine la posizione del corpo steso in terra di Marco Biagi. I Ris hanno poi ultimato altri rilievi all'interno dello stabile, e hanno lasciato la scena delitto intorno alle 4.
    Circa un'ora prima si era svolto un nuovo sopralluogo sul sul luogo dell'agguato da parte del pm di turno Claudio Caretto, che si occuperà delle indagini insieme ai Procuratori aggiunti Luigi Persico e Italo Materia, e al collega della Dda Paolo Giovagnoli, un veterano delle indagini sul terrorismo.

    "Il Giorno"
    E il suo Patto di Milano
    fu accolto da una bomba MILANO - Un filo di terrore lega la morte di Marco Biagi al suo lavoro. Presente e passato.
    Un filo che si dipana dall'accordo per il Patto per il lavoro che fu raggiunto a Milano circa due anni fa. I contenuti del documento erano frutto del contributo soprattutto di Biagi, che era anche consulente del Comune di Milano. Al Patto aderirono - oltre al Comune - Cisl, Uil, Provincia, Assolombarda, Unione del Commercio, Api, Cespel Lombardia, Italia Lavoro e le confederazioni cooperative e artigiane.
    La Cgil disse di no. Un diniego che il sindacato di Cofferati tutt'ora conferma.
    Nell'accordo sono previsti, fra l'altro, contratti a termine e retribuzioni in deroga ai contratti nazionali di categoria per le fasce più deboli della popolazione come immigrati, ultraquarantenni, disabili e disoccupati di lungo corso.
    A quell'accordo seguì un attentato. Due bottiglie incendiarie furono nascoste nel luglio del 2000 a circa dieci metri dall'entrata della sede provinciale della Cisl di via Tadino, a Milano. I due ordigni, celati in un vaso di fiori, per fortuna non esplosero. La rivendicazione arrivò a due quotidiani via e-mail, a firma del "Nucleo proletario rivoluzionario" contro la "sottoscrizione del patto per il lavoro".

    "Il Nuovo"
    L'ultimo articolo di Marco Biagi
    Il consulente del ministro del Welfare era anche collaboratore del quotidiano il Sole 24 ore. Questo il suo ultimo articolo pubblicato proprio il giorno del suo assassinio.
    di Marco Biagi
    Anche il consiglio europeo di Barcellona non ha avuto esitazioni nell'indicare agli Stati membri la strada per modernizzare il mercato del lavoro. Si tratta di principi molto chiari e utili per approfondire il dibattito in corso in Italia.
    La cosiddetta strategia europea per l'occupazione ad avviso dei capi di Stato e di Governo, "si è dimostrata valida", ma "deve essere semplificata". Gli orientamenti che vengono definiti ogni anno dal Consiglio devono vincolare più efficacemente gli Stati membri. Questo genere di soft laws deve essere ulteriormente perfezionato, condensando in pochi e essenziali principi gli obblighi per i Governi nazionali. Con buona pace per quelli che che in Italia sostengono che il ricorso alle norme leggere è un attentato alla democrazia.
    La scelta strategica dell'Europa è quella di concentrare gli sforzi per aumentare il tasso di occupazione. Si tratta essenzialmente della prospettiva assunta dal Libro Bianco del Governo, che ha accolto l'indicazione, ribadita dal vertice di Barcellona, di eliminare "gli ostacoli e i disincentivi a entrare o rimanere nel mondo del lavoro". Non c'è quindi nulla di diabolico nella pretesa di rivedere istituti che, come il part time, sono oggi regolati in modo da scoraggiare la partecipazione al mercato del lavoro, in particolare delle lavoratrici.
    Quanto poi al tema della flessibilità, le conclusioni di Barcellona ricordano che deve essere coniugata con la sicurezza (intesa sul mercato, cioè con una forte enfasi sulla formazione continua). Non solo, ma i Governi sono invitati a "riesaminare la normativa sui contratti di lavoro...al fine di promuovere la creazione di più posti di lavoro".
    Dunque, chi si oppone strenuamente alla revisione della nostra legislazione sul lavoro, si colloca in una prospettiva anti europea. Difendere lo status quo normativo, significa non tenere conto di cinque anni di richiami comunitari.
    La dimensione locale o territoriale diviene centrale nel documento di Barcellona che richiama le istituzioni e "i sistemi di contrattazione collettiva" a migliorare l'occupazione per "tutte le aree geografiche".
    Quando, poi, si raccomanda di consentire "l'evoluzione dei salari in base agli sviluppi della produttività", per un Paese come l'Italia, l'indicazione non potrebbe essere più chiara: le parti sociali devono tener conto dei diversi mercati locali del lavoro. E allora non può certo essere definita "vergognosa" la scelta del Governo si sperimentare normative differenziate al Sud per favorire l'occupazione. I sindacati scozzesi o gallesi, oppure ancora quelli di alcune province spagnole, non si sono mai vergognati di agire per attrarre investimenti stranieri, anche rivedendo elementi attinenti al costo del lavoro.

    "La Stampa"
    FASSINO FRENA: ORA SERVE L´UNITA´ DI TUTTE LE FORZE POLITICHE "Questo è terrorismo a orologeria" L´Ulivo: hanno colpito alla vigilia della grande manifestazione
    ROMA
    Il centrosinistra accusa: è terrorismo a orologeria, proprio a pochi giorni dalla grande manifestazione della Cgil. Il centrosinistra si interroga: perché Marco Biagi, malgrado la relazione dei servizi, era senza scorta? Il centrodestra replica: questo attentato è frutto di quel clima anti-governativo che si è cercato di instaurare nel paese. L´omicidio dell´economista bolognese diventa dunque un caso politico, con la maggioranza che punta l´indice contro le manifestazioni di questi ultimi tempi, e con l´Ulivo che è pronto a mettere sul banco degli imputati il ministro dell´Interno Claudio Scajola. La notizia dell´attentato arriva in serata, e subito i Ds decidono di riunire la segreteria del partito. L´appuntamento è per le undici di sera. Gli uomini della Quercia non nascondono i loro sospetti. Osserva il vicepresidente della Camera Fabio Mussi: "Perché, dopo la relazione dei servizi, non si è provveduto a proteggere quel gruppo di persone di cui certamente Biagi faceva parte?". E il segretario dei Ds dell´Emilia Romagna Mauro Zani aggiunge: "Colpisce la non spontanea tempestività di questo attentato, poco prima di una delle più grandi manifestazioni del dopoguerra". Ma Piero Fassino frena: "E´ necessaria l´unità di tutte le forze politiche", esorta. Però è tutto il centrosinistra che non riesce a nascondere i propri dubbi. Antonio Di Pietro accusa: "Torna la strategia della tensione. Come la gente ricomincia a esprimere liberamente il proprio dissenso, ecco la violenza terroristica". Di strategia della tensione parla anche il capogruppo della Margherita alla Camera Pierluigi Castagnetti. L´ex ministro dell´Industria Enrico Letta, invece, si confessa "sconvolto per questo ritorno a orologeria del terrorismo". E il leader dei verdi Alfonso Pecoraro Scanio insinua: "Sembra che ai terroristi dia fastidio la grande mobilitazione pacifica dei lavoratori". Mentre uno dei leader dei "no global", Vittorio Agnoletto, fa un parallelo con piazza Fontana e individua le responsabilità dell´attentato negli "apparati deviati dello Stato". Di contro, la Casa delle Libertà addossa al centrosinistra la responsabilità di aver creato un clima favorevole all´attentato. Il capogruppo della Lega alla Camera Alessandro Cè osserva: "Il continuo accusare il governo del taglio dei diritti dei lavoratori sta creando un clima plumbeo". E al Senato il Carroccio punta l´indice anche contro i girotondisti. Inutilmente il capogruppo di An a Montecitorio Ignazio La Russa invita tutti a evitare il "balletto delle responsabilità". I primi a non ascoltarlo sono i dirigenti del suo partito. Gustavo Selva, infatti, dichiara: "Questo attentato è stato preparato, volontariamente o involontariamente, da una campagna di odio e da parole eccessive usate contro la maggioranza sia in Parlamento che in parecchie manifestazioni". E da Forza Italia, dall´avvocato Carlo Taormina, parte una delle più violente bordate contro il sindacato: "Questa spirale di violenza - sottolinea il deputato azzurro - si è innescata anche con le iniziative di lotta della Cgil che certamente hanno rappresentato una delle cause della formazione di un clima nel quale le cellule terroristiche hanno preso la palla al balzo".
    m. t. m.

    "La Nazione"
    Terrorismo
    Anarchici nel mirino dei Ros
    Il terrorismo alza il tiro. Tanto che due squadre dei carabinieri del Ros - gli esperti antiterrorismo con le stellette - sono piombati nelle abitazioni fiorentine di presunti terroristi all'alba. I militari hanno notificato alle persone da perquisire un ordine del magistrato. Per prima cosa hanno verificato che non ci fossero armi in casa. Si tratta di personaggi fiorentini che i carabinieri ritengono legati al mondo delle frange più estremiste e violente della protesta no global, provenienti a quanto pare dall'area anarchico insurrezionalista.
    Sempre secondo l'ipotesi investigativa dei militari del Ros si tratterebbe di giovani particolarmente esperti in informatica che avrebbero trasmesso ai black blok importanti notizie e consigli "tattici" di guerriglia, utilizzando Internet. Le perquisizioni antiterrorismo sarebbero avvenute giorni fa, coperte dal riserbo più stretto. L'indagine è partita da molto lontano anche nel tempo, e in questo periodo sarebbe in carico a Bologna, città sconvolta ieri sera dall'omicidio dell'economista Marco Biagi.
    Gli esperti antiterrosimo si erano mossi all'indomani degli scontri di primavera.

    "Il Corriere della sera"
    LE INDAGINI
    In un volantino eversivo accuse al "Libro bianco" Nella notte scattano perquisizioni in molte città
    Gli investigatori non hanno dubbi, aspettano solo la firma: Br o Nuclei rivoluzionari
    ROMA - Aspettano solo la firma, gli investigatori. Un omicidio come quello di Marco Biagi, fotocopia del delitto D'Antona e di altri degli anni Ottanta eseguiti dalle Brigate Rosse, da Tarantelli a Ruffilli, parla da sé. Il dubbio, in attesa della rivendicazione, riguarda solo la sigla: le Br - come tutti si immaginano - oppure uno di quei Nuclei - "rivoluzionari", "antimperialisti" o "proletari" che siano - che da tre anni girano intorno alla nuova lotta armata. La cautela, naturalmente, fa da premessa a ogni ipotesi, ma dalle 20.30 di ieri sera non c'è un solo poliziotto, carabiniere o magistrato disposto a scommettere un centesimo che non si tratti di terrorismo. Con tutto quello che questa parola significa oggi, dopo quasi tre anni di indagini praticamente inutili sull'assassinio di un altro consulente di un altro ministro del Lavoro. Ieri D'Antona, oggi Biagi. E oggi come ieri, una delle prime mosse degli uomini dell'antiterrorismo, nelle polizie e nei Servizi segreti, è controllare i nomi di tutti i partecipanti ai vari "tavoli" di trattative e contrattazione sui quali svolgere accertamenti.
    Tutti gli organismi investigativi, centrali e periferici, sono in movimento da ieri sera: a Roma e in altre città sono scattate decine di perquisizioni a personaggi legati all'estremismo di sinistra, alcuni dei quali già coinvolti nell'inchiesta sull'omicidio D'Antona. Nel frattempo gli analisti riprendono in mano i documenti eversivi degli ultimi mesi, nel tentativo di leggerci dentro indicazioni utili. Perché i tre anni che ci separano dal delitto D'Antona sono stati senza sangue, ma non certo di silenzio. Anzi. Fiumi di parole sono state prodotte dai gruppi che proclamano di voler ripercorrere le gesta delle Brigate Rosse e intraprendere una nuova lotta armata; fogli mandati in giro per rivendicare "piccoli fuochi", azioni poco più che dimostrative, quasi sempre esplosioni che hanno fatto pochi danni ma incutevano grandi timori negli investigatori, perché accompagnate da lunghissime rivendicazioni piene di indicazioni ideologiche e operative. Difficili, però, da prevenire.
    Basta prendere in mano uno degli ultimi volantini messi in giro dai Nuclei territoriali antimperialisti, nel novembre scorso. C'è scritto che nel "Libro Bianco" del ministero del Lavoro è stato "travasato un assalto ai lavoratori", che "si prefigge di forzare abbondantemente il pensionistico, l'assistenziale e, più compiutamente, di avviare una drastica controriforma del mondo del lavoro". Uno degli autori del "Libro bianco" era Marco Biagi. E sempre Biagi aveva collaborato a quel "Patto per il lavoro di Milano" attaccato da un altro gruppo, il Nucleo proletario rivoluzionario, in un documento del luglio 2000 che rivendicava un mini-attentato alla Cisl milanese.
    Dopo quell'episodio a Biagi, come ad altri esponenti sindacali e della politica del lavoro, era stata assegnata una "tutela" che a Bologna è stata tolta nell'ottobre scorso, in seguito al piano di revisione delle scorte deciso dal ministro Scajola. A novembre gli Nta sono tornati a prendersela con un progetto firmato da Biagi, ma evidentemente, almeno nella sua città, non è scattata una nuova protezione.
    Tutti i gruppetti comparsi negli ultimi anni hanno rivendicato e appoggiato "l'azione D'Antona" ed esaltato il progetto delle Brigate Rosse tornate in azione nel '99 dopo undici anni di silenzio. Gli Nta si firmano addirittura "per la costruzione del partito comunista combattente", esattamente come i brigatisti. Scrivono di perseguire la "guerra di lunga durata", e a gennaio, dopo una fallita azione contro un aeroporto militare del Nord, hanno diffuso un nuovo volantino che gli investigatori hanno tenuto segreto. In attesa che una firma autentica rivendichi l'omicidio di ieri sera anche quel pezzo di carta acquista una nuova, drammatica importanza.
    Giovanni Bianconi

    "Il Corriere della sera"
    Con lui al telefono poche ore prima Era in pericolo, lo sapeva da tempo
    Mi ha chiamato per telefono ieri mattina confermandomi l'invio di un articolo sull'armonizzazione delle relazioni sindacali nell'Unione Europea, per la Rivista italiana di diritto del lavoro : anche questa volta l'impegno quotidiano intensissimo in campo politico non gli aveva tolto il tempo e il gusto per la riflessione teorica, sul terreno in cui eccelleva, del diritto comunitario e della comparazione fra i sistemi nazionali di diritto del lavoro. Aveva appena diramato gli inviti per un convegno internazionale su questi temi nell'Università di Modena, dove insegnava. Ho discusso con lui anche del suo articolo di fondo appena apparso sul Sole 24 Ore, in cui aveva preso una posizione pacata e ragionata contro lo scontro frontale in atto sullo Statuto dei lavoratori. Ci univa profondamente, pur nella diversità delle rispettive storie politiche e accademiche, il rifiuto della radicalizzazione ideologica del dibattito sulla riforma del mercato del lavoro: lo stesso rifiuto che aveva animato Massimo D'Antona, e prima di lui Ezio Tarantelli, e tanti altri. Disgraziato Paese, questo nostro, nel quale chi rifiuta la logica della contrapposizione faziosa, chi opera per il dialogo senza pregiudizi, senza apriorismi, senza tabù, soprattutto sui temi del lavoro, è esposto alla condanna a morte.
    Marco sapeva di essere "a rischio" già da tempo, come lo sapeva Massimo D'Antona. Ma entrambi hanno avuto il coraggio di andare avanti nel loro impegno di "giuslavoristi di frontiera".
    L'uno, D'Antona, come consigliere di un ministro del Lavoro del centrosinistra, l'altro, Marco Biagi, come consigliere di un ministro del centrodestra, ma entrambi animati dalla convinzione - che non è né di destra, né di sinistra, ma è soltanto profondamente ragionevole - secondo cui il diritto del lavoro può essere difeso efficacemente soltanto da chi sa lavorare per farlo evolvere. Fu proprio Marco a ricordarmi qualche tempo fa le parole dell'ultimo intervento pubblico di D'Antona, pronunciato dodici giorni prima che mani assassine gli togliessero la vita per punirlo delle sue idee e del suo impegno a realizzarle: "Il diritto al lavoro perde qualcosa, rispetto ai densi riferimenti storici che lo connotano, e il qualcosa è il forte orientamento all'"avere" (alla stabilità, all'uniformità). Avere il lavoro, ossia il posto, con le garanzie di stabilità, cosa che si può esprimere anche i n termini di property in job , ... rimanda a un modello di impresa e di organizzazione del lavoro rigida, uniforme, durevole, che tende al declino. Il diritto al lavoro sembra spostare il suo baricentro... sull'"essere" ossia sulla persona. Quando si parla di impiegabilità, quando si sottolinea l'irrinunciabilità di una tutela che assicuri a chi cerca, o cerca di conservare, il lavoro, uguali punti di partenza ma non di arrivo; quando si indica nelle strategie di sostegno del lavoratore nel mercato il meglio che l'approccio micro-econ omico può fare in aree di alta disoccupazione... altro non si fa che "prendere sul serio il diritto al lavoro" come garanzia costituzionale della persona sociale, aggiornandola però come garanzia dell'essere anziché dell'avere". Sarebbero potute essere parole di Marco; ed è per trasformare in fatti concreti idee come queste che negli ultimi anni egli ha lavorato con una tenacia e una intensità straordinarie. Fino a che anche a lui la violenza assassina ha impedito di andare avanti.
    di PIETRO INCHINO

    "Il Corriere della sera"
    Vertice dei magistrati romani, parla il procuratore Ormanni
    "Strana coincidenza con l'arresto di un br"
    ROMA - "L'omicidio di Marco Biagi è stato commesso a pochi giorni di distanza dall'arresto a Zurigo del brigatista Nicola Bortone. Su questo bisogna interrogarsi...". Il Procuratore aggiunto Italo Ormanni è a capo del pool di magistrati romani che stanno conducendo le indagini sugli ultimi episodi di eversione e sull'omicidio di Massimo D'Antona, rivendicato dalle Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente. Sono passati pochi minuti dall'agguato di Bologna, gli investigatori hanno appena notato le prime similitudini tra l'assassinio del consulente del ministro del Welfare Roberto Maroni e quello dell'allora collaboratore del ministro del Lavoro Antonio Bassolino: il telefono cellulare del magistrato squilla in continuazione. Il Palazzo di Giustizia di Roma viene riaperto: i pm Franco Ionta e Giovanni Salvi si consultano con i funzionari della Digos e gli ufficiali del Ros. E vengono prese le prime decisioni operative: il sottobosco dell'antagonismo e dei centri sociali in cui potrebbero nascondersi i fiancheggiatori delle Br viene passato al setaccio. Mentre ripartono con nuove vigore gli accertamenti sulle persone che in Italia erano in contatto con Bortone. Dottor Ormanni, perchè associa l'arresto di Zurigo con il delitto di Bologna?
    "Perchè Nicola Bortone si è dichiarato prigioniero politico. Ha detto di essere un "attuale" militante delle Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente e poi non ha più pronunciato una parola. E se vogliamo fare un percorso concreto su cui ragionare, dobbiamo partire da questo fatto".
    Biagi e D'Antona, "obiettivi" dall'identico significato politico e strategico, per i terroristi.
    "Ci sono anche modalità operative che accomunano in maniera preoccupante i due delitti".
    Che peso può aver avuto lo scontro sull'articolo 18 nella scelta del momento?
    "E' inutile fare ipotesi. Se l'origine dell'agguato è la stessa di quello contro D'Antona, il gruppo che ha agito è lo stesso. E questo è un altro elemento su cui riflettere e lavorare".
    F.Hav

    "Il Corriere della sera"
    "Mi disse: c'è un brutto clima che non mi piace..."
    MILANO - "Ricordo il convegno di Confindustria a febbraio, quando lo accusarono di essere la prova del "collateralismo" fra industriali e governo, pensa che roba, c'era Maroni sinceramente indignato, da tempo Marco non era più consulente di Confindustria, e quel giorno anche lui stava a Torino, ne parlammo assieme: c'è un brutto clima, mi disse, un clima che non mi piace per niente". Guido Gentili tira il fiato e dà un'occhiata al suo computer, sono passate un paio d'ore dalla notizia e c'è un giornale da rifare, il direttore del Sole 24Ore fissa l' incipit dell'articolo che nessun direttore vorrebbe scrivere: "Le parole, in questi casi, valgono niente. Meno che mai valgono per Marco Biagi, un uomo che odiava le discussioni fumose e le dispute ideologiche...". È il "fondo" di oggi, quello di ieri l'aveva scritto proprio Biagi, uno degli editorialisti di punta del quotidiano: "Maroni, D'Amato, Pezzotta, hanno chiamato tutti insieme dallo studio di Porta a Porta , poco prima che uscissero le agenzie", sospira Gentili. "Io l'avevo sentito lunedì mattina, commentavamo le conclusioni del Consiglio europeo di Barcellona, e il frutto di quella conversazione è proprio il suo ultimo articolo, un articolo che era necessario fare. Basta leggerlo: mi piaceva come scriveva, stile asciutto e pragmatico, era un uomo che aveva il dono della sintesi e della chiarezza".
    Il titolo del "fondo" di Marco Biagi, "Chi frena le riforme è contro l'Europa", si mostra da tutte le scrivanie del quotidiano di via Lomazzo. Un giornale al lavoro, "allora nella "tre" la notizia della morte, nella "due" le reazioni", televisori accesi, gente che va avanti indietro, pagine da rifare, la luce dei computer che vibra sui pannelli gialli che separano la redazioni.
    Al piano di sopra c'è Guido Palmieri, responsabile del settore lavoro, da anni teneva i contatti con Biagi e ora gli tocca scrivere la cronaca del suo assassinio, asciutta come ogni cronaca, senza concessioni ai ricordi: "Un bolognese estroverso, disponibile, una persona preparata e semplice. Era appassionato di bicicletta, come me, mi raccontava dei giri che faceva assieme a Prodi sull'Appennino...". È facile ammazzare uno così, senza difese. Ed è dura chiedersi: ma perché? Il direttore Gentili scuote la testa: "Perché? E perché hanno ammazzato D'Antona o Tarantelli? Quando spararono a D'Antona, Biagi mi ha detto: sono cose che potrebbero succedere a tutti noi, in questo clima esasperato, di contrapposizione. Avere il coraggio delle proprie idee può essere pericoloso nella campagna di surriscaldamento ideologico che si è venuta a creare".
    Gian Guido Vecchi

    "Il Corriere della sera"
    "E' successo, me l'hanno ammazzato sotto casa"
    La moglie è stata la prima a vederlo. Gli era stata tolta la scorta a Bologna, aveva chiesto l'intervento di Maroni
    "E' successo! E' successo! Me l'hanno ammazzato davanti casa...". Marina Biagi non riesce a dire altro. E' stata la prima a vederlo, per terra a pochi metri dal loro appartamento. Il ritardo per cena aveva amplificato l'angoscia covata da mesi. Poi la corsa fuori dal portone assieme ai figli e l'orrore: l'immagine del corpo in una chiazza di sangue. "E' successo! - urla -. E' successo!". Perché era da più di un anno e mezzo che la famiglia Biagi viveva nella paura, sempre con l'incubo dell'attentato, sempre con lo spettro di questo terribile epilogo. Già nell'estate del 2000 il professore bolognese era finito nel mirino dei nuovi terroristi. Era uno degli artefici del "Patto del lavoro", l'accordo voluto dal Comune di Milano che aveva spaccato i sindacati. Una frattura nella quale si erano inseriti i disegni di chi puntava alla rinascita del "partito armato". Prima un attacco dinamitardo fallito contro la Cisl milanese, l'unica sigla a promuovere il "patto". Poi un documento diffuso su Internet dal "Nucleo proletario rivoluzionario" che alzava il tiro, rivendicando idealmente l'omicidio di Massimo D'Antona e indicando come bersaglio principale proprio il "patto del lavoro". Per questo il 18 luglio 2000 l'allora ministro dell'Interno Enzo Bianco decise di mettere sotto protezione Biagi e gli altri "obiettivi sensibili" legati a questo accordo. Al professore bolognese venne assegnato un agente di scorta. In termine tecnico, come ha spiegato il vicepremier Fini, si chiama "tutela": un singolo uomo armato di pistola che lo accompagnava negli spostamenti e lo seguiva in tutti i luoghi aperti. Una sorta di ombra che serve soprattutto come deterrente. La presenza di un tiratore scelto infatti costringe gli attentatori a mettere in campo un gruppo di fuoco più numeroso: un'organizzazione che forse gli emuli delle Br non hanno ancora raggiunto. E con la "vita blindata" per Biagi tutto era cambiato: ogni motorino provocava un brivido di sospetto, ogni pacco vicino casa faceva scattare l'allarme. Ma c'era la tutela che lo copriva per strada, c'era di notte la vigilanza più discreta della Digos davanti all'abitazione: il segno della presenza dello Stato. Poi nello scorso autunno le misure erano state revocate. Nell'emergenza dell'11 settembre, l'attenzione si era spostata tutta sull'estremismo islamico. Il Viminale aveva deciso un taglio radicale alle scorte, limitando al massimo la protezione a magistrati, politici e sindacalisti. Il fronte interno, quello del terrorismo di ispirazione marxista, non sembrava più caldo. La decisione viene presa a fine settembre dal ministro Claudio Scajola: una riduzione del 30 per cento in tutta Italia per trovare personale destinato a schierarsi nella campagna contro Bin Laden. Così a ottobre anche Biagi perde la tutela. Gode ancora della protezione in alcune trasferte verso Roma o verso Milano, quando lo attendono in quelle città appuntamenti ufficiali che possono venire "programmati" dai terroristi. Ma a Bologna non ha più difese.
    All'inizio forse per lui sono stati giorni di sollievo. La minaccia pareva essersi allontanata verso altri scenari. Ma è durato poco. A novembre un nuovo volantino con la stella a cinque punte si concentra proprio sul libro bianco a cui l'economista stava lavorando. A gennaio la tensione sindacale torna a crescere con il confronto sull'articolo 18. Anche Biagi l'avverte. Prova sulla sua pelle lo stesso clima vissuto da Massimo D'Antona: le accuse di chi non capiva la sua ricerca di un compromesso, di chi contestava il suo impegno per costruire riforme umane. E ha paura, per sé e per la sua famiglia. La scorsa settimana i servizi segreti rilanciano l'allarme. Lo scontro sui licenziamenti, il dibattito interno ai sindacati sull'opposizione al governo, il radicalizzarsi della situazione con l'annuncio dello sciopero generale hanno creato quelle condizioni definite "ideali" nelle ciniche analisi diffuse più di un anno fa dai profeti della rinascita brigatista. Nonostante questi segnali preoccupanti, nessuno provvede a proteggerlo. Eppure la relazione del Sisde pone l'accento proprio sui pericoli per i consulenti. Come lui. Biagi si rivolge a Maroni, gli chiede di intervenire sul Viminale per ottenere una scorta. Il "suo" ministro si sarebbe mosso per aiutarlo. Ma gli assassini sono stati più veloci dello Stato.
    Gianluca Di Feo

    "Il Corriere della sera"
    Il senatore a vita attacca: se da sinistra si dice che è salita al potere la criminalità...
    Cossiga: le parole spesso diventano pallottole
    MILANO - "Le parole sono come pietre, ma molto spesso si trasformano in pallottole... Purtroppo io l'avevo previsto". Il senatore Francesco Cossiga è netto. E i suoi giudizi sono un duro atto d'accusa verso i dirigenti della sinistra, politica e sindacale. Il clima politico che si respira da un po' di tempo in qua, spiega il presidente emerito della Repubblica, favorisce crimini come quello di Bologna.
    Cossiga ricorre a uno dei suoi paradossi per spiegare esattamente che cosa intende: "Se esponenti di primo piano della sinistra dicono che è andata al potere la criminalità, allora l'assassinio di Marco Biagi deve essere considerato alla stregua di un atto della guerra di liberazione, bisogna avere il coraggio di dirlo apertamente...". Parole durissime.
    Cossiga torna con la memoria agli anni di piombo. Il senatore a vita è stato ministro dell'Interno negli anni di piombo, si dimise dall'incarico dopo la morte di Aldo Moro sequestrato ed ucciso dalle Brigate Rosse nel 1978.
    Lo stesso Cossiga era uno dei bersagli dei giovani autonomi che scrivevano sui muri il suo nome con la "K" e le "s" del carattere runico dei nazisti. "Sembra di essere tornati - dice - indietro al tempo in cui le città erano solcate da cortei degli autonomi e dalle manifestazioni di piazza".
    Tuttavia qualche differenza c'è. E non è di poco conto. "Rispetto ad allora - osserva il presidente emerito della Repubblica - non abbiamo il Pci d'un tempo. Un Pci che aveva fatto da argine alle violenze". E non solo Cossiga lamenta l'assenza di un interlocutore politico. "Manca - sottolinea - una Cgil guidata da gente come Luciano Lama".
    R. P

    20 marzo 2002 - PROCURA ROMA CHIEDE ESTRADIZIONE NICOLA BORTONE
    I magistrati del pool antiterrorismo di Roma hanno avviato la procedura per la richiesta di estradizione dalla Svizzera di Nicola Bortone, il militante delle Br-pcc arrestato il 10 marzo scorso a Zurigo. A sollecitare il ministero della Giustizia a chiedere l' estradizione di Bortone sono stati il procuratore Salvatore Vecchione e il sostituto Franco Ionta. Il brigatista deve scontare in Italia un residuo di pena di tre anni e sei mesi di reclusione per partecipazione a banda armata.

    20 marzo 2002 - Biagi: LE BR RIVENDICANO. LA PISTOLA E' LA STESSA USATA PER D'Antona ?
    "Il Nuovo"
    Biagi-D'Antona, arma identica. Scajola: "Sono le Br"
    Dalla comparazione dei proiettili risulterebbe che l'arma che ha ucciso Marco Biagi è la stessa usata nell'assassinio di Roma. Una prova che a uccidere sono state le Brigate Rosse, secondo il ministro dell'Interno.
    BOLOGNA - ''Sono le Brigate Rosse''. Per il ministro dell'Interno Claudio Scajola non ci sono dubbi sulla matrice dell'omicidio di Marco Biagi. A dimostrare che la "firma" dell'assassinio sia proprio la stella cinque punte per il ministro dell'interno è soprattutto un elemento: l'identità, provata dalla comparazione dei proiettili, tra l'arma usata ieri a Bologna e quella con cui venne freddato nel maggio del '99 a Roma il professore Massimo D'Antona. Stesse striature, stesse tracce, dicono le accurate analisi al microscopio eseguite dagli uomini del reparto investigativo scientifico. Un'identità provata "in maniera inoppugnabile", "fuori da ogni dubbio", con assoluta sicurezza", come ha confermato il procuratore di Bologna Luigi Persico.
    Quasi una rivendicazione, una sigla sull'omicidio, lascia intendere Scajola: "Com'era già stato con la famosa mitraglietta Scorpion del delitto Moro e di tanti altri delitti delle BR: è un'ulteriore conferma di come questo delitto, come tanti altri, sia firmato". Le analogie più volte ricordate tra i due omicidi hanno trovato in questo modo un'ulteriore, significativa conferma. E hanno intanto una prima conseguenza: le indagini della procura di Roma e quella di Bologna saranno collegate.
    Quanto valga invece la rivendicazione, l'unica al momento, giunta oggi al centralino del "Resto del Carlino" è ancora molto dubbio. L'attendibilità della telefonata, che rivendicava proprio alle Brigate rosse l'assassinio è molto incerta. E lascia incerti anche la seconda rivendicazione, giunta in serata al Sole 24 Ore, con cui una voce maschile he reclamato ad una "Colonna Carlo Giuliani" la paternità dell'omicidio.
    Alle Brigate rosse riconducono anche altri dettagli. A cominciare dall'incisione ritrovata sul portone di casa del consulente del ministro del Welfare Roberto Maroni: una stella a cinque punte. Come quella rinvenuta sulla vetrina di un negozio vicino. Al vaglio degli inquirenti c'è l'inquietante timbro su una colonna del porticato sotto il quale i killer si erano nascosti che raffigura due frecce che mirano al centro di un bersaglio, e la scritta "obiettivo centrato".
    Molto si attende anche dalle analisi di una serie di video registrati dalle telecamere poste in tutta Bologna dal comune contro la micro-criminalità. Una in particolare, che riprende Biagi appena alla stazione di Bologna, appena sceso dal treno proveniente da Modena. Nelle immagini ci sarebbe una persona che segue l'economista da vicino. Potrebbe essere il basista che ha avvertito i killer dell'imminente arrivo del professore.
    E' stato inoltre accertato che Marco Biagi aveva ricevuto nell'estate scorsa una serie di telefonate in cui veniva avvertito che qualcuno lo stava tenendo sotto controllo. Tanto che lo stesso Biagi, con l'inasprimento dello scontro sociale, pare che avesse chiesto il ripristino del servizio di scorta .
    La dinamica dell'agguato. Almeno tre i colpi sparati e due quelli che hanno raggiunto il professore, che sarebbe stato finito sparandogli alla nuca. I bossoli trovati sono calibro 9 x 7 corto incamiciato: è stata usata un'arma da guerra. Il ritrovamento dei bossoli, oltre a quello dei proiettili finiti a vuoto, è l'unica forte differenza con l'agguatao di via salaria a Roma dove morì Massimo D'Antona. In quel caso, come in molte altre azioni di fuoco delle Br, venne usato il sacchetto in cui cadono i bossoli. Un espediente usato proprio per non lasciare tracce agli inquirenti. Ma grazie ai proiettili finiti a vuoto in entrambi gli attentati si è potuto effettiare il riscontro che ha accertato l'identità dell'arma usata.
    Gli sviluppi delle indagini dicono che ad agire sarebbero state quattro persone: due arrivate a bordo di uno scooter. Un terso attentatore si sarebbe avvicinato a piedi. Mentre un altro uomo ancora avrebeb avvisato dalla stazione che il professore stava per arrivare.
    La simulazione dei Ris. A tarda notte, gli esperti del Ris hanno simulato la possibile dinamica dell'omicidio. Ricostruendo la scena sulla base dei fori lasciati sul muro dalle pallottole, delle macchie di sangue della vittima, ancora ben visibili sul pavimento del portico, e infine della posizione del corpo steso in terra di Marco Biagi. L'intera simulazione è stata ripresa con fotografie scattate da diverse angolazioni.
    I magistrati. Circa un'ora prima si era svolto un nuovo sopralluogo sul luogo dell'agguato da parte del pm di turno Claudio Caretto, che si occuperà delle indagini insieme ai Procuratori aggiunti Luigi Persico e Italo Materia, e al collega della Dda Paolo Giovagnoli, un veterano delle indagini sul terrorismo. La procura di Bologna ha incaricato come consulente Corrado Cipolla D' Abruzzo, un medico legale molto esperto di balistica che farà subito i primi accertamenti pre-autoptici. Intanto sono state effettuate diverse perquisizioni. Provato il collegamento con il delitto D'Antona, le indagini andranno avanti collegate tra procura di Roma e di Bologna.

    21 marzo 2002 – UCCISIONE Biagi: DAI GIORNALI
    "La Repubblica"
    Tutto cominciò con un fallito attentato alla Cisl di Milano nell'estate del 2000
    La prova del fuoco della nuova colonna
    Il dossier dei Servizi sull'arruolamento del Nucleo Proletario
    di GIUSEPPE D'AVANZO
    La storia che ha scritto un altro capitolo di morte alle 20.10 di martedì 19 marzo a Bologna può avere un inizio a Milano nell'agosto del 2000 con l'entrata in scena di un uomo dal tormentato passato che chiameremo l'Innominato. L'Innominato è un ex brigatista. Qui non interessa sapere perché si decide a fare il "gran passo". Conta soltanto dire che "il passo" lo fa cominciando a collaborare con gli agenti segreti del Sisde "in maniera fiduciaria", come si dice. Che poi vuol dire che gli 007 gli assicurano l'anonimato. Il suo nome non salterà mai fuori: mai, nemmeno se magistrati dovessero fare la voce grossa. L'intelligence non chiede poi molto all'Innominato. Vuole soltanto che legga i documenti del frammentato arcipelago del terrorismo, magari incrociando quel che legge con quel poco (o molto) che sa.
    Diciamo che siamo nell'agosto del 2000. Un mese prima, il 6 luglio, alle 8,15 del mattino, il segretario organizzativo del pensionati Cisl Luciano Fontana scopre sui davanzali delle due finestre della sede sindacale di via Tadino a Milano due fioriere con crisantemi di plastica. Dentro le foriere ci sono due ordigni esplosivi. Bombe fatte in casa, alla buona. Sacchetti di plastica colmi di petrolio con un innesco chimico al cloruro di potassio e un timer. Non è la bomba che preoccupa le barbe finte, ma il documento che la rivendica. Dieci cartelle inviate via e-mail ai quotidiani, stella a cinque punte nel frontespizio, firma Nucleo Proletario Rivoluzionario. Per dirla con Sergio D'Antoni, allora segretario della Cisl, "in quelle pagine c'è, con un linguaggio da addetti ai lavori, un'analisi puntuale, folle ma puntuale. Sono persone evidentemente ben informate sul nostro dibattito, sui rapporti confederali".
    Il documento contiene un insensato delirio. Si legge: "Il principio di organizzazione sociale che radica il Patto di Milano ha un contenuto proto o post-nazista, che dir si voglia". Cofferati? "Il cane da guardia dei padroni". Chi diavolo sono questi qui e che cosa si preparano a fare?, chiedono gli 007 all'Innominato. L'ex-brigatista si mette al lavoro. Quel che conclude è raccolto nel documento del servizio segreto inviato al Viminale il 10 agosto e, per competenza, alla Procura di Milano. L'Innominato la racconta così. Le Brigate rosse per il partito comunista combattente (Br/Pcc), radicate nell'area di Roma, responsabili dell'assassinio di Massimo D'Antona (1999) e ideologicamente dipendenti dagli irriducibili in galera per la morte di Roberto Ruffilli (1988), vogliono "estendere il campo di azione ad altri contesti territoriali".
    D'altronde, che cos'è la rivendicazione dell'omicidio D'Antona se non una chiamata alle armi delle Br/Pcc "ai gruppi clandestini minori"? Si faccia avanti chi ha "l'ambizione di costituire nuove colonne locali" del Partito comunista combattente. Il Nucleo Proletario Rivoluzionario, "che ha una conoscenza non comune delle problematiche trattate, offre l'opportunità alle Br di estendersi alla realtà milanese", una prospettiva che esercita "un'indubbia attrazione in funzione del mito operaista delle grandi città del Nord, tuttora fortemente sentito negli ambienti vetero-brigatisti", scrivono le barbe finte. Il problema, spiega l'Innominato, è che il Nucleo Proletario Rivoluzionario dovrà dimostrare di saperci fare con le pistole. Dunque, conclude l'intelligence, bisogna attendersi un attentato a Milano.
    L'allarme è molto serio. Ricevuto il rapporto del Sisde, il 10 agosto il ministro dell'Interno Enzo Bianco invia una direttiva con cui "dispone il rafforzamento degli obiettivi sensibili potenzialmente a rischio". Tra gli "obiettivi sensibili" c'è al primo posto l'estensore del "patto per il lavoro" di Milano, Marco Biagi. Il professore, in quell'estate del 2000, comincia a vivere "spaventato" e "blindato" con la scorta, come spiega in un fax al professore Luigi Montuschi.
    Non si comprende quel che è accaduto in una tranquilla sera di marzo in via Valdonica, Bologna, se non si racconta la storia a partire da via Tadino, Milano. È questa connessione che oggi impegna investigatori e analisti. Nesso che spiega, a loro avviso, il ritardo della rivendicazione: "Il gruppo minore, il Nucleo Proletario Rivoluzionario, dopo la "prova del fuoco", lo sta discutendo con il gruppo maggiore, le Brigate Rosse per il Partito comunista combattente. Ci vuole tempo. Ma, dopo la telefonata al Sole 24 Ore, ammesso che sia autentica, si può dire che il gruppo minore si è ormai organizzato in colonna armata. Era quello che voleva ottenere con l'agguato di Bologna".
    La connessione degli investigatori tra l'assassinio di Biagi e il fallito attentato alla Cisl di Milano sgombra il campo da qualche accaldata strumentalizzazione che oggi agita la scena politica. Non c'è nessun rapporto di causa ed effetto tra il conflitto governo/sindacato sull'articolo 18 e la morte di Marco Biagi, tra la congiuntura politica del momento e la sua tragica fine, per il banalissimo motivo che il disegno terroristico ("attaccare e spezzare l'irregimentazione del proletariato operata dalle politiche e dalle sedi neocorporative/portare l'attacco nei nodi politici generali dello scontro) era già in movimento. Ha solo attraversato oggi questa congiuntura politica (articolo 18/governo di centro-destra/sciopero generale) come ieri ha incrociato un'altra congiuntura politico-sindacale (concertazione/patto sociale/governo di centro-sinistra).
    È un progetto politico-terroristico che, al di là delle contigenze, colpisce sempre le figure di mediazione razionale dei conflitti sociali e del lavoro. Questa considerazione dovrebbe consigliare a destra (a qualcuno, nella destra) e a sinistra (a qualcuno, nella sinistra) di abbandonare l'armamentario polemico (chi sollecita l'odio?) per comprendere che cosa sta accadendo, e quanto pericoloso sia. Uno sforzo che dovrebbe ispirare anche il ministro dell'Interno, Claudio Scajola, che ieri ha avuto un infelicissimo mercoledì. Doveva rispondere a due questioni. Perché Marco Biagi non era protetto da una scorta adeguata? Il ministro ha farfugliato qualcosa di burocratico, come gli accadde anche dopo il disastro di Genova: "I prefetti lo hanno deciso". In realtà, è stato il ministro Maroni a chiedere al Viminale a voce e per iscritto che Biagi venisse scortato. Maroni non è un ingenuo. È stato ministro degli Interni. Sa a chi rivolgersi per queste questioni, ammesso che non ne abbia parlato direttamente con lo staff del ministro (se non con il ministro). Perché allora al Viminale si sostiene che la lettera del ministro del Welfare non è mai arrivata?
    Secondo infortunio di Scajola. Alle 20.05 dichiara che "dalle prime risultanze l'arma che ha ucciso Biagi è la stessa del delitto D'Antona". Una dichiarazione sorprendente. Accanto al corpo senza vita di Marco Biagi, in via Valdonica a Bologna, sono stati ritrovati quattro bossoli di calibro 9x17. In via Salaria a Roma, accanto al corpo di Massimo D'Antona, non è stato trovato nessun bossolo, il che ha convinto per anni gli investigatori che la pistola che ha ucciso il collaboratore di Bassolino fosse un revolver calibro 38, precisamente una Franchi-Llama calibro 38 special. Recentemente la procura di Roma ha ordinato una nuova perizia sui frammenti di proiettili presenti nel corpo di D'Antona. Ne è venuto fuori un ventaglio di ipotesi. Tra queste, la possibilità che si tratti di una calibro 9x14 (gli assassini ne avrebbero raccolto i bossoli dopo l'omicidio). Come si può affermare con certezza che "l'arma è la stessa" se, a Bologna, ci sono bossoli e, a Roma, non ci sono? L'unica possibilità che siano già stati comparati i frammenti di proiettile trattenuti dai corpi e verificate le "compatibilità" (un'identità probabile, non certa) tra deformazioni all'impatto, peso eccetera.
    Non c'è stato tempo per un lavoro simile (si tratta di mesi); e, dunque, perché Scajola sceglie l'indicativo categorico per la sua rivelazione, precludendo a se stesso e al Paese la possibilità di veder chiaro quel che sta accadendo? E quel che sta accadendo più fonti lo raccontano così: non c'è un gruppo di disperati "odiatori" che va in giro per l'Italia ad ammazzare giuslavoristi, ma al gruppo di pericolosi folli di Roma se n'è aggiunto un altro che ha dato la sua prova di "adeguatezza militare" a Bologna uccidendo un uomo braccato da due anni e lasciato solo in una sera di marzo indifeso davanti ai suoi assassini.

    "Il Corriere della sera"
    Biagi seguito in stazione, la prova in un video
    Bologna: le telecamere filmano un sospetto. Il commando composto da sei persone forse è venuto da fuori L' uomo potrebbe avere segnalato agli assassini l' arrivo del professore Interrogati i tossicomani della zona: l' ipotesi è che possano avere visto i killer
    Biondani Paolo
    DA UNO DEI NOSTRI INVIATI BOLOGNA - "Pochissimi testimoni" che parlano di due killer, sicuramente inseriti in un commando di almeno 5-6 persone. Tre proiettili calibro 9 corto esplosi dalla stessa pistola dell' omicidio D' Antona. E una figura sospet ta, ripresa dalle telecamere della stazione all' arrivo del professor Marco Biagi e poi ricomparsa, molti fotogrammi dopo, mentre il consulente del ministero del Lavoro sta partendo in bicicletta verso casa, dove gli assassini lo aspettano su uno sco oter acceso. Sono questi i pochi punti fermi dell' inchiesta sul primo omicidio politico delle Br a Bologna, città simbolo della sinistra italiana. IL COMMANDO - Almeno due testimoni, "pochissimi", conferma il procuratore Luigi Persico, hanno visto d ue persone scappare in moto poco dopo il delitto: carabinieri e polizia cercano una Vespa rossa (ma potrebbe essere anche grigia o verde). A pochi metri dal portone di casa Biagi, in via Valdonica 14, c' erano due tossicodipendenti che potrebbero ave r osservato gli assassini da vicino. Polizia e carabinieri stanno torchiando da martedì sera l' intero ambiente degli eroinomani da strada, nella speranza di identificarli e di verificare così quantomeno la via di fuga dei killer. Gli esperti dell' a ntiterrorismo si dicono convinti che il commando fosse composto da non meno di sei persone: una o più persone incaricate di pedinare il professor Biagi forse già a Modena e sicuramente a Bologna; un basista in stazione per dare il segnale ai killer; un "palo" sul luogo dell' esecuzione; uno o più fiancheggiatori per coprire la fuga. VIDEOCASSETTE - Il procuratore Persico ha confermato che gli inquirenti stanno esaminando decine di filmati registrati da molte telecamere in funzione nel centro di Bologna. Le immagini più utili, per ora, escono dai video installati in stazione dopo la strage nera del 2 agosto 1980: due serie distinte di fotogrammi ritraggono una persona giudicata "molto sospetta" accanto a Marco Biagi. Vicinanza, cautele e mov imenti alimentano l' ipotesi di un pedinamento all' arrivo del professore in treno da Modena e alla sua partenza in bici verso casa. Altri filmati sono stati registrati, oltre che dalle telecamere anticrimine del Comune, dagli impianti di un albergo e del Museo ebraico, vicinissimi al luogo del delitto. Sotto osservazione, tra l' altro, sono i movimenti di tre giovani che si allontanano in fretta. Ma gli spunti si contano a decine. Proprio qui, alla vigilia del delitto, si girava addirittura un film. IL DELITTO - Fino alle 4.07 dell' altra notte, i carabinieri del Ris di Parma hanno ricostruito l' omicidio con una simulazione sul campo. Un militare, con una pistola impugnata con il braccio teso verso terra, in modo da nasconderla, si è appo stato dietro la colonna del portico a sinistra di casa Biagi. A meno di tre metri, un altro carabiniere impersonava la vittima: il professore è stato ucciso mentre cercava di aprire il portone con la chiave, caduta sul marciapiede, con un piede sul g radino dove aveva appoggiato la sua valigetta nera. È caduto accanto alla sua bicicletta, colpito da due proiettili alla nuca. Una pallottola ha trapassato il portone scalfendolo e finendo a destra, nel corridoio interno. Un' altra ha aperto uno squa rcio nella colonna dell' arco d' ingresso. I carabinieri hanno "repertato" decine di mozziconi di sigaretta (cercando tracce di Dna), nelle due zone del possibile appostamento: vicolo Luretta e due colonne tra i cinque e i dieci metri da casa Biagi. Il commando potrebbe aver commesso errori soprattutto nei sopralluoghi precedenti al delitto. STELLE BR - Proprio sul portone d' ingresso, sotto la pallottola, campeggia una stella a cinque punte, cerchiata con una punta metallica. I carabinieri, l' altra notte, cercavano impronte digitali sia qui che in un secondo vicinissimo portone in legno dove un oggetto in ferro ha disegnato altri due marchi brigatisti: sotto una stella cerchiata si legge "BR", sotto una non cerchiata il numero "18", l' ar ticolo dello Statuto dei Lavoratori al centro dello scontro politico sociale. "CENTRATO" - Sul lato opposto della via, dietro una colonna e sul muro del Freedom Café, i carabinieri hanno fotografato anche tre simboli sinistri impressi con uno stesso timbro: un bersaglio con due frecce circondate da una scritta circolare, "obiettivo centrato". Secondo alcuni vicini (smentiti da altri) timbri e stelle erano presenti "da parecchi giorni". Ma troppe coincidenze fanno temere un' indicazione per i kil ler, probabilmente arrivati da fuori e ora già lontani da Bologna. Paolo Biondani

    "Il Corriere della sera"
    "Gli agenti ritirati su indicazione di Roma"
    Ecco i motivi degli interventi delle prefetture di quattro città: non c' erano più rischi immediati e imminenti, né pericolo di vita
    Galluzzo Marco
    ROMA - Nessun pericolo di vita. Non sussistono più rischi "immediati e imminenti" per l' incolumità di Marco Biagi. Con queste motivazioni, che oggi suonano incomprensibili, il consulente del ministro del Walfare Roberto Maroni fu gradualmente spogli ato della protezione dello Stato. Per nove mesi, fra il 2000 e il 2001, Marco Biagi fu protetto contemporaneamente in quattro città italiane. A Roma e Milano, dove lavorava. A Modena, dove insegnava all' università. A Bologna, dove risiedeva. Poi, di colpo, un mese dopo l' altro, ritornò cittadino comune. Polizia e carabinieri, il prefetto competente, il Viminale: tutti d' accordo, chi proponendo, chi ratificando, nel giudicarlo soggetto senza rischi. Il 9 giugno del 2001 il professore perse un primo pezzo di tutela: nella capitale, dove godeva anche di un servizio di radiovigilanza. Quindi a Milano, a settembre, dove ricominciò a lavorare senza il poliziotto che lo seguiva come un' ombra. Poi a Bologna, dove nonostante avesse denunciato mi nacce telefoniche, nonostante avesse confidato alla polizia di avere paura, il Comitato provinciale per l' ordine e la sicurezza decise lo stesso la revoca, ignorando un' indagine della Procura sulla sicurezza personale del professore. Ultimo capitol o a Modena, in ottobre: "La decisione fu presa - dicono in prefettura - anche in un' ottica derivata da valutazioni fatte prima in altre sedi". La dinamica della vicenda della tutela a Marco Biagi lascia aperto più di un interrogativo. Alla Camera, i eri, il ministro dell' Interno ha chiarito date e tappe delle decisioni delle quattro autorità provinciali: tutte, ha detto Claudio Scajola, ritennero "cessate le esigenze di tutela". Lo stesso Scajola però, nel pomeriggio, ha avviato un' indagine pe r chiarire le ragioni delle revoche della protezione. E qui l' argomento necessita di alcune precisazioni. Il Comitato provinciale per la sicurezza è presieduto dal prefetto e composto da rappresentanti di tutte le forze dell' ordine, che redigono un ' istruttoria sulle necessità della protezione. La decisione del Comitato deve essere però ratificata dal Dipartimento della pubblica sicurezza, organo centrale, il cuore del Viminale. Basta descrivere questi passaggi per toccare la frizione di quest e ore fra ministero e prefetti. Le parole di Emilio Del Mese, prefetto di Roma, sono eloquenti: "Ovviamente le scorte vengono date e tolte su indicazioni di carattere nazionale, occorre la ratifica finale del Dipartimento, che ha una sensibilità non ristretta all' ambito locale". L' espressione "indicazioni nazionali", che si registra anche in altre prefetture, richiama la circolare con cui lo scorso anno il ministro dell' Interno ha preteso "una rimodulazione delle misure di vigilanza": taglio del 30% alle scorte, circa un migliaio di uomini recuperati al marciapiede, "una vergogna nazionale", disse Scajola, in parte corretta. Decisioni che produssero aspre polemiche politiche. Nei giorni di quelle polemiche Marco Biagi fu ritenuto cittadi no senza rischi. Marco Galluzzo

    "Il Corriere della sera"
    Scalzone: tutto nasce dal Palavobis e dalle parole di Borrelli
    Guerzoni Monica
    ROMA - "Troppi girotondi", diceva un signore bolognese davanti al corpo di Marco Biagi. Nelle ultime ore lo ripetono in tanti: allusioni, ma anche accuse esplicite. "Dai gioiosi girotondi" alle "più tragiche manifestazioni d' intolleranza e odio il p asso è stato breve" ha detto Ombretta Colli, presidente della Provincia di Milano. E l' ex leader di Potere Operaio, Oreste Scalzone, rintraccia l' origine dell' omicidio "nelle tematiche del Palavobis", nel "resistere" di Borrelli, nelle parole di i ntellettuali come Vattimo e Moretti. Ma loro, i protagonisti dei tanti movimenti che hanno "svegliato" l' Ulivo, respingono critiche e sospetti, preparano un comunicato indignato contro chiunque alluda a "inqualificabili accostamenti" tra terrorismo e "pacifiche manifestazioni" e annunciano che sabato sfileranno con il lutto al braccio, dietro uno striscione unitario: "Mille girotondi per la democrazia". Avanti, quindi. Anche se Cossiga ha invitato Cofferati a lasciar stare i girotondi, anche se una frase (poi precisata) di Massimo D' Alema contro "quei salotti dove tra un drink e l' altro si parla di regìme" ha fatto temere la rottura del recente "idillio" con i Ds. "Di regìme ha parlato sul Corriere Giovanni Sartori, che non solo è uno de i massimi esponenti mondiali del pensiero liberale moderato, ma che è anche l' autore di un classico dal titolo Democrazia e definizioni", replica il direttore di Micromega Paolo Flores d' Arcais, durissimo contro Ombretta Colli: "Dichiarazioni come quelle del presidente della Provincia non solo sono pure e semplici farneticazioni, ma costituiscono un anello di quella catena di odio e menzogna che Berlusconi ha chiesto di interrompere". E poiché odio e menzogna in queste settimane "non sono mai venute dai movimenti spontanei e "fai da te", è evidente che Berlusconi si riferiva proprio ai suoi". Anche Francesco Pardi, leader dei professori fiorentini, respinge ogni sospetto: "I movimenti hanno dimostrato di essere pacifici. Anche a Genova, d ove hanno preso un sacco di botte ma non hanno reagito. Questa voglia distruttiva di appiccicare ai movimenti un' etichetta di violenza è veramente insopportabile". Perché fermarsi, allora? "Vorrebbe dire fare il gioco dei terroristi", riflette la gi ornalista Daria Colombo, che ha ideato il girotondo di Milano: "Non abbiamo niente di cui vergognarci e siamo troppo convinti delle cose che stiamo portando avanti". Difende il rapporto con D' Alema ("voleva venire al girotondo di Roma...") e condann a le parole della Colli: "Chi ha incarichi istituzionali non può confondere cittadini che manifestano per i principi democratici con qualsiasi tipo di istigazione alla violenza". Da Bologna il filosofo Stefano Bonaga invita a evitare letture strument ali. "Qualcuno dica come e chi nella nuova movimentazione della cittadinanza attiva ha tentato di definire utile un orrore come il delitto Biagi". Ieri il fondatore di Citoyens e del Gruppo 6,30 era in piazza per commemorare l' economista ucciso. "C' erano girotondini, no global, esponenti di Attac e tutti hanno dimostrato straordinaria maturità. Guazzaloca ha ricevuto solo applausi". E ora, "silenzio e pensieri" propone Benedetto Zacchiroli, il teologo del Gruppo 2 febbraio che ha organizzato i l "pacificissimo" girotondo intorno alla sede Rai. "In via Valdonica ho sentito qualcuno dire "troppi girotondi". I sospetti ci sono, ma non ci faremo intimorire". Monica Guerzoni

    "Il Corriere della sera"
    Ricordiamoli ricordiamoci
    Gli agguati mortali a magistrati, forze dell' ordine, imprenditori, giornalisti, sindacalisti: oltre 400 le vittime
    Trentatré anni insanguinati: ecco le cifre 420 sono le vittime del terrorismo dal 1969 a oggi Anno nero il 1980 con 125 morti. In 33 anni gli attentati sono stati quasi 15 mila. I feriti 1.200 circa. Con una lunga tregua, dal 1988 (assassinio di Roberto Ruffilli, consigliere di Ciriaco De Mita, 16 aprile) al 1999 (omicidio D' Antona, 20 maggio) 360 gli attentati che hanno provocato morti dal 1969 in poi All' ultrasinistra ne vengono attribuiti 289, ai neofascisti 27 e 26 al terrorismo internazionale, in netta prevalenza mediorientale. Matrice incerta per gli altri. In 182 aggressioni mortali non c' è una rivendicazione credibile 193 le persone uccise e 209 quelle rimaste ferite nelle stragi Pesante il bilancio della stagione delle bombe, in gran parte attribuite alla destra eversiva ma in molti casi ancora senza colpevoli. A Milano, piazza Fontana, 17 morti il 12 dicembre '69. Il 28 maggio '74 in piazza della Loggia a Brescia 8 vittime 85 le vittime della bomba del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna E' il più sanguinoso. Altre due stragi sui treni: il 4 agosto '74 sull' Italicus (12 morti) e il 23 dicembre '84 sul rapido 904 (16 vittime). Il 22 luglio '70, per un attentato ai binari, deraglia un treno a Gioia Tauro: 7 morti, 50 feriti 63 morti è il bilancio degli attentati del terrorismo internazionale I feriti sono 228. Delle 63 vittime, 45 si sono avute nei due assalti compiuti all' aeroporto di Fiumicino, il 17 dicembre 1973 (32 morti e 12 feriti) e il 27 dicembre 1985 (13 morti e 75 feriti). Per quasi tutti gli attentati la matrice è mediorientale 81 persone perdono la vita nel disastro aereo al largo di Ustica Il 27 giugno ' 80 un Dc 9 dell' Itavia in volo tra Bologna e Palermo esplode e si inabissa. Bomba a bordo o missile lanciato per errore? A 22 anni dalla tragedia, è ancora mistero. Il Viminale inserisce le 81 vittime nell' elenco delle vittime di stragi 7 vittime e 14 feriti ad Alessandria nella rivolta in carcere E' il 9 maggio ' 74. Nelle mani delle Br c' è il giudice genovese Mario Sossi, per il cui rilascio si chiede la liberazione dei detenuti del gruppo XXII ottobre. Nelle carceri si susseguono le sommosse, culminate nella rivolta di Trani (28 dicembre ' 80) 3 gli esperti d' economia e diritto del lavoro assassinati dai terroristi Ezio Tarantelli, presidente dell' Istituto di studi economici della Cisl (Roma, 25 marzo ' 85), Massimo D' Antona, consulente del ministro Bassolino (Roma, 20 maggio ' 99), Marco Biagi, consulente del mi nistro Maroni (Bologna, 19 marzo 2002) Luigi Calabresi commissario, ucciso il 17 maggio 1972, Donato Poveromo ucciso a Peteano il 31 maggio 1972, Franco Dongiovanni caduto a Peteano il 31 maggio 1972, Antonio Ferraro Il brigadiere è la terza vittima a Peteano, Mario Lupo Il militante di Lc è ucciso il 26 agosto 1972, Mikis Mantakas Studente greco di destra ucciso il 28 febbraio ' 75, Sergio Ramelli Lo studente di destra muore il 29 aprile ' 75, Francesco Coco Il pg è ucciso dalle Br l' 8 giugno 1976, Vittorio Occorsio Il giudice colpito da Ordine Nuovo il 10/7/76, Giuseppe Ciotta L' agente Digos ucciso da Prima Linea, 12/3/77, Fulvio Croce Ucciso il presidente degli avvocati, 28/4/77, Carlo Casalegno vicedirettore "La Stampa" colpito il 16/ 11/77, Riccardo Palma Consigliere di Cassazione, cade il 14/2/78, Fausto Tinelli Leoncavallino ucciso con Jannucci, 18/3/78, Antonio Esposito Commissario ucciso dalle Br il 21/6/78, Girolamo Tartaglione Il magistrato colpito il 10 ottobre del ' 78, Alfredo Paolella Criminologo, vittima di PL l' 11/10/78, Fedele Calvosa Il procuratore capo ucciso l' 8/11/78, Guido Rossa Sindacalista Cgil, muore il 24/1/79, Emilio Alessandrini Giudice, ucciso da PL il 29 gennaio ' 79, Antonio Varisco Il carabinier e ucciso dalle Br il 13/7/79, Carlo Ghiglieno Il dirigente Fiat colpito da PL il 21/9/79, Michele Tatulli Il carabiniere ucciso con 2 colleghi, 8/1/80, Emanuele Tuttobene Il tenente colonnello ucciso da PL il 25/1/80, Silvio Gori L' alto dirigente di Marghera ucciso il 28/1/80, Paolo Paoletti Il dirigente Icmesa colpito da PL, il 2/2/80, Maurizio Arnesano Il carabiniere vittima dei Nar il 6/2/80, William Waccher Testimone contro PL, ucciso il 7/2/80, Vittorio Bachelet Il professore e magistrato cade il 12/2/80, Nicola Giacumbi Il procuratore capo colpito dalle Br, il 16/3/80, Girolamo Minervini Consigliere Cassazione, muore il 18/3/80, Guido Galli Il giudice vittima di Prima Linea, il 19/3/80, Alfredo Albanese Il dirigente Digos ucciso dall e Br, il 12/5/80, Pino Amato Assessore regionale colpito dalle Br, 19/5/80, Walter Tobagi Il giornalista del Corriere ucciso il 28/5/80, Franco Evangelista Poliziotto, ucciso dai Nar il 28 maggio ' 80, Mario Amato Giudice, vittima dei Nar il 23 giugno ' 80, Renato Briano Dirigente Magneti Marelli, cade il 12/11/80, Manfredo Mazzanti Dirigente Falck, ucciso il 28 novembre ' 80, Giuseppe Furci Direttore sanitario Regina Coeli, 1/12/80, Enrico Galvaligi Funzionario delle carceri, ucciso il 31/1/80, Luca Peruzzi Teste strage Bologna, ucciso dai Nar 6/1/81, Raffaele Cinotti Agente di custodia a Rebibbia, ucciso l' 1/4/81, Roberto Peci Fratello del pentito Patrizio, vittima Br il 10/6/81, Sebastiano Vinci Il vicequestore è ucciso il 19 giugno ' 8 1, Francesco Straullo Il poliziotto ucciso con un collega il 21/10/81, Eleno Viscardi Agente, ucciso da Prima Linea, il 13/11/81, Germana Stefanini La vigilatrice di Rebibbia cade il 28/1/83, Leamon Hunt Il diplomatico americano è ucciso il 15/2/84, Ottavio Conte Agente Nocs cade in un agguato il 9/1/85, Ezio Tarantelli Docente di economia, ucciso dalle Br, 27/3/85, Lando Conti Sindaco di Firenze, ucciso il 10/2/86, Roberto Ruffilli Il consigliere di De Mita colpito il 16/4/88, Massimo D' Antona Il consulente di Bassolino è ucciso il 20/5/99

    "Il Corriere della sera"
    Papalia: "I gruppi più pericolosi si stanno alleando, lanceranno l' offensiva"
    Haver Flavio
    ROMA - "Le Brigate Rosse, i Nuclei territoriali antimperialisti e i Nuclei d' iniziativa proletaria rivoluzionaria sono sicuramente in contatto". Il Procuratore di Verona Guido Papalia indaga da anni sui gruppi terroristici attivi nel Nord-Est del no stro Paese. E per la prima volta si sbilancia sugli scenari inquietanti destinati ad aprirsi nei prossimi mesi: le formazioni eversive che hanno firmato delitti e attentati dinamitardi negli ultimi anni stanno cercando di compattarsi, di adottare una strategia comune per scatenare una nuova e ancora più violenta offensiva contro le istituzioni. "L' obiettivo dei terroristi è di attaccare il cuore dello Stato, e l' utilizzazione della stessa pistola per uccidere D' Antona e Biagi assume perciò an cor più significato. Compiendo un omicidio politicamente molto significativo, sperano di fare un' ulteriore opera di proselitismo". Dottor Papalia, la scelta del momento è casuale? "No. Nel 1999, quando è stato assassinato Massimo D' Antona, c' era l a guerra nei Balcani. Adesso c' è lo scontro sull' articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. I terroristi non agiscono senza considerare il momento storico". Due omicidi e tanti attentati. I terroristi possono attaccare qualsiasi "obiettivo"? "Non ha nno ancora le capacità dei gruppi attivi negli anni Settanta e Ottanta, sia per numero di aderenti, sia per strutture logistiche. E non sono in grado di agire con grande frequenza. Ma proprio in questo periodo stanno tentando di organizzarsi per fare il definitivo salto di qualità nella lotta armata". Qual è l' "identikit" dell' ultima generazione di terroristi? "Escludo che ci siano ancora i cosiddetti "regolari", quelli che nel passato avevano abbandonato la vita pubblica per darsi alla latita nza. Adesso i terroristi conducono un' esistenza "normale"". Ma chi li informa sull' "importanza strategica dell' obiettivo"? Nei ministeri ci sono forse delle "talpe"? "Le "talpe" sono sicuramente esistite negli anni Setttanta e Ottanta, allora eran o anche la prova della forza e della consistenza delle formazioni eversive. Adesso non è così, ma sicuramente c' è qualcuno in grado di accedere a notizie capaci di far individuare i "bersagli" da colpire". Insomma, le nuove Brigate Rosse hanno una " mente". "Senza alcun dubbio. Una "mente" dal grande spessore intellettuale, in grado non solo di redigere documenti politicamente significativi, seppure vagamente vetero stalinisti-leninisti, ma anche di scegliere strategie efficaci per portare avant i la lotta del proletariato contro la borghesia imperialista". Flavio Haver

    "La Stampa"
    NELLA SEDE DEL MINISTERO DEL LAVORO, DOVE TRE GIORNI PRIMA DELL'AGGUATO A D'Antona CIRCOLAVANO DOCUMENTI SOSPETTI
    In via Flavia fra talpe e volantini brigatisti Treu, Martelli e Selva: si fa strada la tesi di possibili infiltrazioni terroriste
    SENSINI MARIO
    ROMA SI', al ministero del Lavoro a via Flavia, tre giorni prima dell'omicidio di Massimo D'Antona, successe davvero un fatto inquietante. Molto inquietante, tanto che decidemmo di tenere la cosa nel piu' assoluto riserbo. Avvertimmo la Digos, e mi pare che i giornali non scrissero niente di quei volantini con la stella a cinque punte trovati sul tavolo...>>. Luigi Viviani, senatore Ds ed ex sottosegretario al ministero del Lavoro con Antonio Bassolino, ricorda quei giorni di fine maggio del '99. <<A via Flavia era in corso una trattativa con i sindacati per gli esuberi alla Telit. Andava avanti da settimane, se non da mesi. Quella sera erano di nuovo tutti al ministero, ci fu una pausa del negoziato, era gia' notte. Quando rientrarono nella stanza trovarono sul tavolo un fascio di volantini... con la stella a cinque punte e la scritta Brigate rosse. Avvertimmo la Digos che si precipito', fece i rilievi e prese le carte. Decidemmo di tenere la cosa nel massimo silenzio, per evitare qualsiasi enfasi. Sa, anche allora il clima non era facile... Tre giorni dopo uccisero D'Antona>>. <<Una talpa al ministero del Lavoro? Normale che ci si pensi oggi, dopo l'assassinio di Biagi, come ci si pensava allora, quando ammazzarono D'Antona. Ci furono episodi strani, come quello. E poi il ministero del Lavoro e' un sistema complesso, a via Flavia prima c'erano piu' di mille dipendenti, si prestava a infiltrazioni. Proprio dopo quell'episodio venne deciso di aumentare i controlli sui visitatori>> ricorda Viviani. Anche l'analisi della rivendicazione dell'attentato a D'Antona puntava dritto sull'<<insider>>, su qualcuno che conoscesse molto bene la materia, da cercare nel ministero, nelle frange del sindacalismo di base, nelle universita'. <<Pero' - aggiunge Viviani - mi sembra eccessivo quel che dice l'ex ministro Tiziano Treu, che li' dentro, a via Flavia, ci sia addirittura un covo di terroristi...>>. Il sospetto, comunque, ritorna: lo alimentano Treu, Francesco Rutelli, Claudio Martelli, alcuni collaboratori dello stesso Biagi, come l'assessore al personale del Comune di Milano, Carlo Magri. Dai tempi dell'omicidio D'Antona a via Flavia, due passi da via Veneto, e' cambiato quasi tutto, a cominciare dal fatto che i mille dipendenti del ministro non abitano piu' li', ma in via Fornovo. L'aria che si respirava ieri, pero', era la stessa di quei giorni di maggio di tre anni fa. Pesante, come quel manifesto scritto con il pennarello grosso e affisso sul portone, che denuncia <<il comportamento assolutamente vessatorio da parte dell'amministrazione ed in primo luogo nella persona del direttore Guido Bolaffi (scritto a stampatello e in nero), ex Fiom Cgil, nei confronti di tutti i lavoratori>> che vengono chiamati alla <<mobilitazione per la difesa dei propri diritti>>. <<Un altro, ne hanno ammazzato un altro, e torneranno a fare indagini qui dentro>> dice un signore che ha tutta l'aria di essere un portiere ma che, a precisa domanda, risponde <<no, sono un amico>>. Un porto di mare. Chiunque, da quel palazzo, entra ed esce, se vuole, come vuole. Controlli zero. Un cartello informa che <<dall'11 marzo tutti i dipendenti sono tenuti a usare in entrata e in uscita i propri tesserini magnetici sugli appositi rilevatori>>. E prima? Anche Marco Biagi aveva un punto d'appoggio a via Flavia: un tavolo con un telefono, che usava il martedi' e il mercoledi' quando era a Roma. A via Fornovo gli stavano ultimando un vero ufficio, con tanto di computer. Ma tutti sapevano dei suoi spostamenti. <<Non c'era bisogno di nessuna talpa per sapere l'orario delle lezioni di Biagi all'universita' di Modena, quando e a che ora sarebbe tornato a casa>> dicono i suoi collaboratori romani. <<D'Antona era davvero uno sconosciuto, ma di Biagi, del suo ruolo nella riforma di Maroni, si sapeva tutto, si e' scritto tutto>>, aggiungono. <<Ho parlato di un covo di terroristi a via Flavia, faccio solo ragionamenti, ma tra Massimo D'Antona e Marco Biagi ci sono parallelismi inquietanti. Lo stesso impegno nelle riforme, gli stessi contenuti, lo stesso ambiente>> dice Treu. Da Bruxelles l'eurodeputato Claudio Martelli va giu' pesante: <<I serial killer delle Br devono avere occhi e orecchie attente dentro il ministero per individuare con tanta precisione i loro bersagli>>. I magistrati esperti di terrorismo, come Ferdinando Pomarici, Carlo Mastelloni, Armando Spataro, non credono alla talpa o alle menti raffinate dietro la mano di chi ha sparato a Marco Biagi. A giudicare dalla faccia di chi entra e chi esce da via Flavia e a via Fornovo, neanche loro. Del resto da tre anni, da quell'episodio raccontato da Viviani e tenuto fino ad ora nascosto, la Digos li controlla tutti, dal primo all'ultimo.

    "La Stampa"
    I PROFESSORI COLPITI NELL'OMBRA
    Pierluigi Battista
    MARCO Biagi era un intellettuale. Era un intellettuale Massimo D'Antona, colpito dal piombo dei terroristi. Lo era anche Ezio Tarantelli, crivellato dai proiettili dell'estremismo armato. Lo era Roberto Ruffilli, abbattuto dal fuoco brigatista. Lo e' Gino Giugni, gambizzato dai professionisti del terrore. E anche Antonio Da Empoli, ferito in un agguato terroristico. Soltanto sulla base di una visione retorica e tenorile dell'intellettuale moderno i nomi di questi uomini, cosi' terribilmente (e serialmente) esposti alle ritorsioni della violenza armata, non appaiono negli elenchi esclusivi dello star system intellettuale. Soltanto in una cultura soggiogata dal mito letterario dell'intellettuale maitre a' penser, circondato di discepoli e folle adoranti, puo' capitare che una folta scuola di economisti, giuslavoristi, sociologi ed esperti di diritto non venga percepita come una fucina di intellettuali meritevoli del pubblico applauso. Intellettuali molto speciali, cosi' speciali da fare delle stanze polverose del ministero del Lavoro un agone culturalmente molto piu' stimolante di qualunque accademia o di qualunque palcoscenico. Intellettuali cosi' speciali da essere indicati dai terroristi come bersagli privilegiati della loro pluridecennale strategia di annientamento, <<nemici di classe>> da cancellare e sopprimere. E' straordinaria la somiglianza biografica e la vicinanza culturale di questi intellettuali colpiti perche' impegnati nel piu' delicato e rischioso dei compiti: modificare lo statuto del lavoro anche a costo di sfidare il conservatorismo testardo e le rendite di posizione. E' straordinario ricostruire gli itinerari culturali di questi intellettuali, forgiati da comuni letture, cementati da una comune sensibilita' anche nella diversita' delle posizioni politiche, spesso cresciuti alle lezioni di comuni maestri, a cominciare da Federico Mancini, anche lui bolognese e riformista, padre, assieme a Giugni, dello Statuto dei lavoratori, proprio di quello Statuto in cui compare l'articolo 18 che Biagi riteneva indispensabile modificare. E' straordinario come i terroristi abbiano perfettamente e perversamente compreso il tratto distintivo, moderato e riformista, di questa scuola facendone l'oggetto della loro feroce e persistente ostilita'. Pericolosissimi intellettuali, che la talpa brigatista ha saputo fiutare nell'ombra, lontano dalle luci della ribalta.

    "La Stampa"
    LA SINISTRA ANTAGONISTA DI IERI E OGGI
    Casarini e la manifestazione di sabato <<Perche' proprio oggi questo omicidio?>> <<Questo omicidio ha rafforzato chi non vuole la manifestazione del 23 a Roma>>: lo ha detto Luca Casarini, uno dei leader del movimento no global, a margine della grande manifestazione di oggi in piazza Maggiore a Bologna. <<Vogliamo veramente capire cosa sia successo? Vogliamo combattere quello che e' successo o vogliamo fare le scenette della politica, quelle dei palazzi, quelle degli slogan o degli spot? Ci chiediamo perche' e' successo. E' successo un omicidio, ma ci chiediamo perche' cosi', perche' oggi, perche' in questo modo?>>. L'ex brigatista Morucci <<Sono degli isolati>> <<Da quel che mi sembra di capire, ci sono dei nuovi brigatisti autoreferenziali, chiusi alla societa' e senza alcun rapporto con niente. Per questo appaiono e scompaiono, capaci di rimanere silenti anche per lungo tempo>>. Lo dice Valerio Morucci, l'ex capo della colonna romana delle Brigate Rosse, uno dei rapitori di Aldo Moro. Bifo: come i marziani, aiutano il premier <<E' accaduto proprio a trenta metri da casa mia. Ho avuto l'impressione che siano sbarcati i marziani, ma devo anche dire che questi marziani mi sembra che lavorino solo nell'interresse del cavaliere Berlusconi>>. E' la reazione a caldo di Francesco Berardi, il Bifo di Potere operaio, sull'omicidio di Marco Biagi.

    "La Stampa"
    Il GIUDICE DI <<EUROJUST>> FU TRA I PIU' ESPOSTI AI TEMPI DEL TERRORISMO
    <<Un film di violenza gia' visto>> Caselli: agiscono come le Br degli Anni 70
    LA LICATA FRANCESCO
    ROMA IL terrorismo, quello degli Anni Settanta e Ottanta, Giancarlo Caselli lo ha conosciuto. E' stato uno dei magistrati piu' esposti ed impegnati, durante i drammatici anni di piombo. Poi e' andato in Sicilia a conoscere l'altra faccia della violenza terroristica: la mafia delle stragi di Capaci, via D'Amelio e della campagna del '93. Oggi, dopo una parentesi a Bruxelles, presso Eurojust, il nuovo organismo di coordinamento delle Procure europee, si appresta a tornare in Italia. Giudice Caselli, cosa prova di fronte al cadavere di una persona indifesa, uccisa da un terrorismo che credevamo definitivamente tramontato? <<Mi sembra di assistere drammaticamente, cupamente, ad un film di violenza e di orrore gia' visto: la vittima innocente annientata, schiantata da una barbarie bestiale, dall'esplodere di una furia che, qualunque siano le argomentazioni di questi signori che non so come definire, di politico non hanno assolutamente nulla>>. Non li definisce brigatisti? <<Allo stato delle cose, in assenza di una rivendicazione scritta, bisogna parlare genericamente di terrorismo. Anche se, a giudicare da quello che ho letto stamattina sui giornali, e' molto probabile che un documento brigatista giunga. Lo leggeremo e valuteremo. In ogni caso, pero', ancora una volta sembra che questa violenza terroristica sia caratterizzata da due connotati che si sommano: efficienza e subalternita'>>. Ci puo' spiegare meglio? <<Efficienza criminale, anche se vigliacca perche' per ammazzare una persona indifesa, senza scorta, come in questo caso, mentre arriva sotto casa in bicicletta, bisogna essere vigliacchi. Di una vigliaccheria armata di un fanatismo ideologico e politico senza confini. Una vigliaccheria capace di nascondersi nel cuore della societa' civile, del benessere, della civilta', per comparire ogni tanto e comportarsi come belve>>. E la subalternita'? <<E' un po' la storia di sempre, per esempio delle Brigate Rosse degli Anni 70. La storia delle Br e' caratterizzata da salti di qualita' di efficienza criminale, in corrispondenza di momenti particolarmente delicati della nostra vita economica, politica e sociale. Il sequestro Sossi, momento in cui per la prima volta si pongono come soggetto politico nazionale, esplode nel 1974 in piena campagna per il divorzio. Uccidono per la prima volta nel 1976 - ne pagarono le conseguenze, a Genova, il compianto giudice Coco e due uomini della scorta -, cioe' in un momento delicatissimo della storia del Paese che aveva registrato alle elezioni una fortissima avanzata delle sinistre. Per finire con la punta piu' alta: il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, quando - siamo nel 1978 - i comunisti si apprestavano ad entrare nella maggioranza attraverso il cosiddetto governo delle astensioni. E anche oggi assistiamo ad un dibattito su questioni importanti e molto tormentate>>. Ma perche' parlava di subalternita'? <<Perche', al di la' dei loro sterili proclami e documenti, non hanno mai avuto un progetto politico capace di camminare con le proprie gambe. Hanno cercato e cercano di insinuarsi nei grandi movimenti popolari: ecco la subalternita', per afferrare, a modo loro, qualche briciola>>. Come si batte il terrorismo, dottor Caselli? <<Tecnicamente abbiamo bisogno di riprendere in mano i mille fili delle indagini e favorire lo scambio e la circolazione delle notizie concentrandole in un unico motore. Ho gia' avuto modo di esporre e dora confermo la mia convinzione di allargare le competenze delle procure antimafia alle inchieste sul terrorismo. A livello europeo si sta lavorando per concentrare e coordinare le indagini sui gruppi eversivi islamici sparse nei vari paesi. Lo stesso e' bene che si faccia con le inchieste in corso nelle procure italiane>>. Bastano giudici e poliziotti, per vincere il terrorismo? <<Noi abbiamo vinto col concorso di tutti, magistrati, investigatori, politica e societa' civile. La nostra forza fu anche la grande mobilitazione che si registro' contro la scelta della violenza. L'intera Italia vinse perche' si combatte' usando la democrazia e gli strumenti civili della collettivita'. Nessuna rinuncia sul piano della rivendicazione al diritto di riunirsi e di esprimere le proprie opinioni. Fu questa grande mobilitazione, le assemblee, il confronto, a far si' che si riuscisse a superare quel clima di intimidazione che aveva raggiunto il culmine nel '77, quando a Torino non si riusciva a formare una Corte d'Assise per il rifiuto di massa del giudici popolari, improvvisamente ammalati di depressione>>. C'e' una campagna d'odio che alimenta la violenza? <<L'unica cosa che posso dire e' che non v'e' coerenza quando si parla di odio riferendosi agli altri e si dimentica i propri atti di rottura>>.

    "Il Nuovo"
    Delitto Biagi: su Internet 26 pagine di rivendicazione Br
    "Un nucleo armato ha giustiziato Marco Biagi": arriva attraverso Internet il documento, considerato attendibile, con cui le Brigate rosse rivendicherebbero l'attentato di Bologna. A Verona un volantino siglato Nta.
    (con la collaborazione di Raffaele Sardo)
    BOLOGNA - "Il giorno 19 marzo 2002 a Bologna un nucleo armato della nostra Organizzazione ha giustiziato Marco Biagi". Dopo le tre telefonate di rivendicazione (una sola delle quali è considerata attendibile) e la certezza che l'arma usata per uccidere il consigliere del ministro Maroni è la stessa del delitto D'Antona, arriva via e-mail, spedito a circa 500 indirizzi da un mittente fasullo, anche un documento di 26 pagine che rivendicherebbe l'attentato di Bologna. E' emerso oggi che, ancor prima della diffusione in Internet del documento, un altro volantino, ritenuto "attendibilissimo", è stato ritrovato a Verona ieri sera alle 21. Si tratta di un testo di 4 pagine di appoggio all'azione che viene attribuita alle Br-Partito comunista combattente. La firma è di una sigla nota appartenente a uno dei gruppi che ruotano intorno alle Br-Pcc: gli Nta, Nuclei territoriali antiimperialisti.
    Il documento è giudicato ''attendibile'' dagli esperti dell'anti-terrorismo. A un primo esame il linguaggio e il contenuto del volantino sembrano infatti convincere gli investigatori della autenticità del documento, che potrebbe essere collegato alla telefonata giunta ieri al "Resto del Carlino" di Bologna (oltre a rivendicare l'attentato, si annunciavano appunto successivi contatti per il "comunicato"). ''Sembra autentico, il contenuto e lo stile sono quelli'' ha detto parlando il generale Giampaolo Ganzer, comandante del Ros dei carabinieri, uscendo dalla Procura di Bologna. Anche la Digos di Bologna conferma l'attendibilità del documento.
    Con quella che sarebbe in parte una novità per la storia delle Br, la rivendicazione arriva "a pioggia" attraverso Internet in numerose caselle di posta elettronica di alcuni giornali (Resto del Carlino, Nazione, Giorno, gruppo Rcs, Repubblica, Stampa, Manifesto e a Radio Popolare), sindacati (in particolare Cgil e Fiom), sedi di partito (soprattutto di Rifondazione Comunista) e centri sociali.
    Tra queste il sito Caserta24ore, la cui redazione lo ha pubblicato integralmente e che stamattina è stata visitata dagli agenti della Digos. Gianluca Parisi, il responsabile dell'agenzia di informazione indipendente della Provincia di Caserta, è stato interrogato. "Non ne abbiamo dato comunicazione alla Digos", afferma Parisi, "ma abbiamo ritenuto opportuno di pubblicarlo integralmente e avvisando poi i nostri iscritti alla mailing list".
    "L'e-mail col comunicato è arrivata nella nostra posta elettronica - spiega Giancluca Parisi - alle ore 22.30 di ieri sera. Io ho scaricato la posta attorno all'una di stanotte. E poco dopo le due ho diffuso la notizia alla nostra mailing list. Gli altri se ne sono accorti stamattina attorno alle 8.00. L'e-mail è anonima ed è stata inviata ad una serie di indirizzi del mondo sindacale, credo scaricati da Internet dopo una ricerca in cui siamo comparsi anche noi col nostro sito perché abbiamo una 'sezione Lavoro'. Gli agenti che stanno acquisendo l'e-mail stanno cercando di capire da dove può essere arrivata. Sulle prime sembra anonima di un indirizzo inesistente.
    Nella notte un comunicato che citava la ricezione della rivendicazione Br è stato infatti spedito tramite posta elettronica a centinaia di persone. Il documento è stato inviato in copia carbone a diversi indirizzi di posta elettronica; dalla denominazione e-mail della maggior parte dei quali si
    deduce siano di organizzazioni sindacali. Pubblichiamo il documento con le dovute cautele. "Il documento è lunghissimo - diceva il comunicato di Caserta24ore - lo pubblichiamo integralmente proprio per valutare assieme a voi lettori l'autenticità dello stesso e per valutarne i contenuti".
    La Digos ha effettuato alcuni rilievi sui computer della redazione di Caserta24 ore per cercare di risalire a chi ha inviato il comunicato grazie all'iuto degli esperti telematici dell'antiterrorismo. I redattori di Caserta24Ore, ragazzi vicini ai centri sociali e alle tematiche No Global, non sanno spiegarsi come mai sia arrivato anche a loro il volantino di rivendicazione. Nel quale si parla di Marco Biagi come di un "consulente del ministro del lavoro Maroni, ideatore e promotore delle linee e delle formulazioni legislative di un progetto di rimodellazione dello sfruttamento del lavoro salariato, e di ridefinizione tanto delle relazioni neocorporative tra Esecutivo, Confindustria e Sindacato confederale, quanto della funzione della negoziazione neocorporativa in rapporto al nuovo modello di democrazia rappresentativa''.
    In mattinata a Bologna sono arrivati anche i militari del Gruppo Anticrimine Tecnologico della Guardia di Finanza (Gat), comandati dal tenente colonnello Umberto Rapetto che hanno già lavorato in passato sul contenuto del documento di rivendicazione del delitto D'Antona. Analizzeranno le parole che eventualmente fossero state ripetute nell'ultima rivendicazione, e soprattutto cercheranno di individuare il server da cui sono partite le e-mail.
    Il testo fa riferimento anche al delitto D'Antona e alla partecipazione (una delle "responsabilità" imputategli nel documento) del professor Biagi all'elaborazione delle modifiche dell'articolo 18, al "Libro Bianco" sul lavoro e al Patto sull'occupazione di Milano .
    ''Il rilancio dell'attacco al cuore dello Stato - recita un altro stralcio - con l'iniziativa del 20 maggio 1999 contro il responsabile dell'esecutivo nel patto di Natale Massimo D'Antona colloca la proposta della strategia della lotta armata a tutta la classe, in un contesto caratterizzato dalla stabilizzazione del portato della controrivoluzione nel campo proletario e rivoluzionario e nei compiti della fase della ricostruzione delle forze rivoluzionarie e proletarie avviatasi all'interno della Ritirata Strategica''. ''Tale rilancio - prosegue il testo - non ha esaurito i compiti della fase di ricostruzione delle forze rivoluzionarie proletarie''.
    "Onore tutti i compagni e combattenti antimperialisti caduti" si legge nella conclusione. Firmato: Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente.

    "Il Nuovo"
    Fini: "Una talpa al ministero? E' un'ipotesi"
    Secondo il vicepremier Gianfranco Fini l'esistenza di una "talpa" della nuove Br al ministero del welfare potrebbe essere un'ipotesi. "Chi ha scritto la rivendicazione è a conoscenza di certi meccanismi".
    BRUXELLES - Una "talpa" delle nuove Br al ministero del welfare? L'ipotesi non viene esclusa daI vicepremier Gianfranco Fini che si trova a Bruxelles.
    ''E' una delle ipotesi'' ha infatti spiegato. "La volta scorsa, dopo l'omicidio D'Antona, si diede quasi per scontato che fosse all'interno del ministero: è una delle ipotesi, ma sicuramente le indagini si svolgeranno in tutte le direzioni'' ha continuato.
    Fini ha però precisato che ''non soltanto all'interno del ministero si può avere la percezione, o la conoscenza di alcuni meccanismi: non vedo come si possa escludere a priori questo o quel settore, ovviamente qualificato, perchè non sono solo assassini''. ''Quello che scrivono è demente, però denota - ha aggiunto, parlando della rivendicazione delle Br - la conoscenza di certi meccanismi, di certi equilibri''. ''Chi ha scritto - ha detto ancora Fini - è addentro a certi meccanismi: dire però chi sia stato, non lo so''.

    "Il Resto del Carlino"
    TREU: "NEL MINISTERO C'È UNA TALPA". E SCOPPIA LA BUFERA
    ROMA - Un muro impenetrabile. I dipendenti del ministero del Lavoro, oggi Welfare, si sentono attaccati, chiusi, additati. Sentono su di loro addensarsi il sospetto che esista una "talpa" che gravita nell'ambiente del sindacato e che è stata in grado, per Marco Biagi come per Massimo D'Antona, di fornire obiettivi possibili. Obiettivi sconosciuti ai più, ma vitali nell'ingranaggio. L'ex ministro del Lavoro Tiziano Treu lo dice chiaramente: "Tarantelli, D'Antona, Biagi, tre consulenti del ministero. In quel ministero c'è un covo. Sì, un covo terroristico". E ieri ha aggiunto: "Intorno al ministero c'è una lunga scia rosso sangue".
    Parole che pesano come pietre su quanti lavorano tra via Flavia e in via Veneto, dove Maroni ha trasferito i suoi uffici. Ieri mattina, in via Flavia, è stata convocata un'assemblea dai sindacati confederali. Ma c'era solo una trentina di persone e tra queste due, in particolare, hanno letto un ricordo di Biagi. La gran parte dei dipendenti si è tenuta a distanza e a far da padrone di casa solo un responsabile Fp-Cgil, Roberto Giordano. Per oggi è prevista l'emissione di un documento unitario.
    Prudenza è la parola d'ordine nelle stanze dove il ricordo di Biagi è vivo. Ma non c'è prudenza nelle parole di Treu e in quelle di molti altri politici che ora pretendono chiarezza. Perchè le indagini sull'omicidio D'Antona non hanno permesso di accertare connessioni interne, ma i fatti di queste ore preoccupano oltre misura. Gustavo Selva, di An, invita Treu a parlare chiaro. "Deve tradurre il sospetto in informazioni", dice, mentre l'eurodeputato Claudio Martelli sottolinea: "I serial killer delle Br devono avere occhi e orecchie attente dentro il ministero per individuare con tanta precisione i loro bersagli e devono disporre di una rete di informatori ben piazzati per conoscere in diverse città italiane percorsi e abitudini delle loro vittime".
    Un parere condiviso da Giovanni Pellegrino, ex presidente della commissione stragi: "E' probabilmente in quello stesso ambiente che in passato sono stati decisi anche gli omicidi Tarantelli e D'Antona". Accuse anche da Carlo Magri, assessore al personale del Comune di Milano, che con Biagi ha lavorato a lungo gomito a gomito: "Da tempo si sa benissimo dove sono le menti del terrorismo e i loro fiancheggiatori, soprattutto negli uffici dei ministeri, sindacati e università". I magistrati, però, restano scettici e, come per D'Antona, sono propensi a escludere la presenza di un informatore.
    s. m.

    "Panorama"
    La chiave è in via Flavia
    Giovanni Pellegrino: "Chi ha colpito conosce bene il mondo del sindacato e del ministero del Lavoro. E ha voluto eliminare l'uomo delle intese".
    di MAURIZIO TORTORELLA
    Un mese fa, il 18 febbraio, aveva previsto che in Italia il terrorismo, dopo cinque mesi di stasi, avrebbe rialzato la testa: "Si stava allentando la forte pressione investigativa seguita, in tutto il mondo, agli attacchi kamikaze dell'11 settembre". Ora, dell'attentato contro Marco Biagi, individua con sicurezza il brodo di coltura: "Chi lo ha assassinato conosce molto bene, e dall'interno, il mondo del sindacato e del ministero del Welfare".
    Giovanni Pellegrino, ex presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sulle stragi ed ex senatore dei Ds, è uno dei politici più consapevoli in materia di terrorismo. Ed è il primo che punta il dito contro il palazzone bianco di via Flavia: "È probabilmente in quello stesso ambiente" dice a Panorama "che in passato sono stati decisi anche gli omicidi di Ezio Tarantelli e di Massimo D'Antona".
    Non è nuovo ad analisi di questo tipo Pellegrino. Quando nel maggio 1999 i sicari delle Brigate rosse-Partito comunista combattente uccisero D'Antona, Pellegrino dichiarò, sicuro, che tra di loro c'era chi aveva già commesso altri omicidi: "Era mancata" spiega oggi "la tipica escalation preventiva, rapimento-gambizzazione, di un gruppo terroristico ai primi passi. E quei killer non sono mai stati presi".
    L'ipotesi più credibile, quindi, è, secondo Pellegrino, che ci sia una continuità diretta fra i delitti. Nel caso degli ultimi due, non è da escludere che siano stati eseguiti addirittura da un medesimo gruppo di fuoco. L'alternativa, più debole ma forse più preoccupante: quella di una "cellula terroristica imitativa, probabilmente di ambito universitario o contigua alle frange del sindacalismo estremo, attrezzata per condurre un'inchiesta approfondita su un obiettivo da abbattere e tanto determinata da compiere un delitto".
    Pellegrino è convinto comunque che non sia stato il riacutizzarsi del conflitto sociale sulla riforma dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ad aver armato la mano dei terroristi: "Hanno ucciso un uomo che per cultura puntava agli accordi, alle intese, non al conflitto. Avrebbero colpito comunque".
    Quanto all'allarme sul terrorismo lanciato dai servizi segreti proprio pochi giorni prima dell'omicidio (vedere "Panorama" n. 12), con l'individuazione di un potenziale obiettivo che sembrava ricalcato sul ruolo coperto da Biagi, Pellegrino è critico: "Quelle previsioni erano tragicamente esatte" commenta "ma anche ai limiti dell'ovvio".
    Il problema vero, adesso, è quello delle indagini. E anche su questo punto Pellegrino va controcorrente: "La procura di Bologna non ha consuetudine con questo tipo di eventi. Una volta di più si rende evidente che servirebbe una centralizzazione delle indagini sul terrorismo. E a livello politico servirebbe una nuova commissione d'inchiesta: sul passato non c'è stata possibilità di intesa, tra destra e sinistra. Ma sul presente sì".

    22 marzo 2002 – UCCISIONE Biagi: DAI GIORNALI
    "Espresso" on line
    Terrorismo
    Perché uccidono le colombe
    Marco Biagi, il professore bolognese non era un liberista sfrenato, ma un mediatore. Il progetto nichilista di chi lo ha colpito vuole attaccare il sindacato e ammutolire la democrazia
    di Edmondo Berselli
    Gli spari di via Valdonica, a Bologna, quei colpi di pistola che hanno spezzato la vita di Marco Biagi, non sono stati solo un attentato brutale e disumano. Ci vuole un'intelligenza freddamente distorsiva per individuare come bersaglio un professore di diritto del lavoro, uno studioso bipartisan nella prassi (ma di cui non erano ignote le simpatie di fondo per il centrosinistra), l'analista e il consigliere di cruciali organi di governo la cui massima esposizione pubblica erano i convegni scientifici e i commenti sul "Sole 24 ore". E occorre una competenza addirittura chirurgica per fare deflagrare questo assassinio alla vigilia della manifestazione indetta a Roma dalla Cgil per sabato 23 marzo, in una fase di aspro confronto politico su un tema simbolicamente rilevante come l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
    Biagi era stato allievo di Federico Mancini, un giurista scomparso pochi anni fa, che con Gino Giugni e Giuliano Amato aveva espresso al meglio la cultura riformista del Partito socialista. Le sue radici culturali affondavano in una matrice cattolica, come dimostrano anche sul piano della biografia le sintonie intellettuali e il lavoro sul campo con uomini come Tiziano Treu e Romano Prodi: cioè in un terreno culturale che privilegiava un lavoro di mediazione continua fra gli schemi giuridici e la realtà effettuale del mercato del lavoro.
    Colpire lui non ha significato soltanto mettere sotto bersaglio, come hanno scritto i giornali, "un consulente del governo". Il lavoro del docente bolognese per i governi e i ministri della Repubblica era la dimensione operativa di un'attività intellettuale caratterizzata da un intento febbrile di incrociare le necessità di modernizzazione del paese e delle sue istituzioni giuridiche con il ripensamento del sistema di garanzie per l'emergente società dei "lavori", al plurale, come aveva individuato un altro studioso riformista, Aris Accornero, riferendosi ai mutamenti nella struttura sociale e alle trasformazioni delle attività produttive.
    Ecco perché il suo assassinio non è soltanto un colpo nel vuoto e nel nulla. Così come Ezio Tarantelli, Roberto Ruffilli e Massimo D'Antona, pur nella differenza dei ruoli ricoperti nella vita pubblica italiana, erano stati immolati con l'esplicito intento di colpire un modello di azione politica, vale a dire nel tentativo di infrangere "la ricomposizione neocorporativa" (in sostanza la politica dei redditi per Tarantelli, il riformismo istituzionale per Ruffilli, la concertazione per D'Antona), Marco Biagi è stato identificato come il fattore umano e intellettuale, e quindi l'elemento più debole e nello stesso tempo esemplificativo, di una politica tesa a governare i processi di trasformazione nella realtà sociale del lavoro.
    C'è quindi una coerenza accanita, nelle azioni di questo terrorismo: non la follia o la disperazione di frange marginali, non il delirio della rivoluzione di massa da innescare con le pallottole delle avanguardie presunte, non l'impazzimento di nuclei votati al delirio politico. Per questo sono da respingere con fermezza, e anche con indignazione, le tesi secondo cui l'assassinio di Biagi sarebbe il frutto di un clima politicamente e socialmente avvelenato: "la catena dell'odio e della menzogna", "la spirale dell'odio politico" e il "funesto linguaggio degno di una guerra civile" che Silvio Berlusconi ha indicato come il dato ambientale che avrebbe favorito l'omicidio sono gravi deformazioni della tragica vicenda attuale. Non tanto diverse dalle imbarazzanti espressioni con cui l'attuale presidente del consiglio ricondusse la vicenda D'Antona a un regolamento di conti a sinistra.
    La realtà è un'altra. In generale è quella di un movimento ancora informe ma già semi-ufficiale, non più estraneo al circuito della politica istituzionale (dai centri sociali allo spontaneismo dei girotondi), che rischia ora di essere riconsegnato alla marginalità. In termini di cronaca più puntuale è quella di uno scontro duro ma aperto fra il governo e il sindacato: un conflitto perfettamente legittimo e ineccepibile sul piano democratico, i cui pericoli, che esistono, risiedono nella possibilità che al termine del confronto una parte, la parte sindacale, si ritrovi sconfitta senza realistiche possibilità di recupero. Oppure che l'esecutivo e la maggioranza di centrodestra, in crisi di immagine, si trovino a dover forzosamente recuperare in chiave di potere ciò che avranno perduto in termini di capacità di governo. In ogni caso, che l'impermeabilità delle rispettive posizioni predisponga il campo da un lato al rancore sociale, dall'altro all'avventurismo come rimedio estemporaneo a una qualità riformatrice scadente.
    A uno sguardo emotivo, potrebbe sembrare che l'uccisione di Marco Biagi avesse come obiettivo una doppia sconfitta: per un verso l'annullamento del "traditore di classe" e quindi qualsiasi forma di complicità anche solo tecnica con il governo di destra, per l'altro l'azzeramento del potenziale sociale del sindacato, con l'ammutolimento delle voci di rappresentanza di una consistente e ancora viva parte, malgrado tutto, della società italiana.
    Ma neppure questa interpretazione tiene. Nella sua logica infame, l'attentato di Bologna è un esercizio di accademia nichilista. Realizzato da entità che tentano di colonizzare il normale (normale anche quando è durissimo) confronto fra le parti sociali per produrre inceppamenti nell'evoluzione politica. Alla fine resterà un uomo assassinato sotto casa sua e sotto lo sguardo della famiglia, e un documento di terroristi che rivendicheranno la distruttiva lucidità politica consistente nell'avere individuato ed eliminato uno snodo, una funzione di mediazione. Di fronte a tutto ciò, non resta che la lealtà strenua al confronto democratico, in parlamento come nelle piazze: comprese tutte le sue asprezze, le sue incertezze, comprese perfino le sue eventuali strumentalità.
    Saluti Liberali
    Giorgio

  4. #4
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    Predefinito Taormina: la responsabilità è di Cofferati

    In origine postato da GiorgioB
    Taormina: la responsabilità è di Cofferati

    Assassinio Biagi, Taormina: ci sono responsabilità oggettive di Cofferati e della sinistra comunista. La Cgil lo querela. In serata l'ex sottosegretario rettifica: "Ho solo detto che hanno creato le condizioni".....
    Errata corrige:"Ho solo detto la mia settimanale cazzata..."
    Cum Feris Ferus

    Chi striscia non inciampa. Cit.

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    Predefinito Parte 2° Continua ...

    "L'Avvenire"
    Tarantelli, D'Antona, Biagi. L'"ex" Treu: ormai troppi indizi
    E sul ministero del Lavoro si allunga l'ombra della talpa
    Giovanni Pellegrino: chi ha compiuto quest'omicidio conosceva troppo bene la sua vittima
    Salvatore Mazza
    Roma. L'inquietante, lunga ombra della "talpa" si allunga sull'assassinio di Marco Biagi. Così come era stato per Massimo D'Antona. Evocata già la sera di martedì dal leader della Margherita Francesco Rutelli, ieri s'è rafforzata in parallelo al procedere della consapevolezza che il destino del professore di Bologna, lontano - come lo era D'Antona - dalle luci della ribalta, sia stato deciso da "qualcuno che sapeva".
    Qualcuno dentro il ministero di cui Biagi era consulente. "Intorno al ministero del Lavoro - osserva Tiziano Treu, che fu a capo del dicastero per l'Ulivo, rilevando il nesso strettissimo col precedente di D'Antona - c'è una lunga scia rosso sangue". Nel primo caso, rileva, "ci furono molti indizi, ed anche nella rivendicazione c'era un linguaggio molto specifico che tradiva la presenza di persone vicine all'ambiente. Poi purtroppo anche le indagini sull'omicidio D'Antona non hanno portato a nulla. I parallelismi però sono inquietanti, stesso profilo di persona, stesso impegno nelle riforme, stessi contenuti, stesso ambiente". Gli fa eco Giovanni Pellegrino, ex presidente della Commissione stragi: "Chi ha assassinato Biagi conosce molto bene, e dal suo interno, il mondo del sindacato e del ministero del Welfare. È probabilmente in quello stesso ambiente che in passato sono stati decisi gli omicidi di Ezio Tarantelli e di Massimo D'Antona".
    Carlo Magri, assessore al personale del Comune di Milano, di cui Biagi era anche consulente, dà - polemicamente - ragione a Treu: "Ha ragione quando dice che al ministero c'è un covo di terroristi. Ripeto da tempo, e per questo sono stato anche querelato e assolto, che si sa benissimo dove si trovano le menti del terrorismo e i loro fiancheggiatori, soprattutto negli uffici studi di ministeri, sindacati e università".
    Di fatto, a suo tempo, le indagini finirono in un vicolo cieco. Gli esperti sottolinearono, come ricordato da Treu, che alcuni passaggi del documento di rivendicazione riportavano pressoché integralmente "pezzi" dei verbali di discussione degli ultimi tavoli di confronto al ministero. Lo stesso ministro Antonio Bassolino parlò di "qualcosa di torbido" e di "informazioni che vengono da dentro". Dalla lettura attenta del comunicato delle Br-Pcc, alcuni investigatori ipotizzarono che dietro al testo ci fossero "tre teste", che potevano collocarsi nel mondo del sindacato estremista, o tra tecnici o consulenti dello stesso ministero del Lavoro, o, forse, nel mondo universitario.
    Salvatore Mazza

    "L' Avvenire"
    Per il magistrato di tanti processi di terrorismo potrebbe essere il gruppo storico che si ripropone
    Attenti al ritorno delle vecchie br
    Rosario Priore: i cinquantenni soffiano sul fuoco dello scontro
    "Il fatto che si è scelto questo obiettivo in questo momento, non è casuale Gli autonomi? Non hanno capacità militare per simili episodi. La scorta? Non sarebbe bastata a fermarli"
    Angelo Picariello
    Milano. "Le Br potrebbero aver concluso la ritirata strategica". Il giudice Rosario Priore ha seguito da vicino le grandi inchieste degli anni di piombo, da Autonomia Operaia al caso Moro. Da qualche tempo è a capo del dipartimento giustizia minorile del ministero di via Arenula, e su questo ritorno del terrorismo usa parole preoccupate. Parla di "menti raffinate" del "gruppo di Parigi", sfuggite alle grandi inchieste e rimaste "nella più piena clandestinità".
    "L'episodio - dice - ha forti analogie con la catena di attentati a persone impegnate sul fronte del sindacato e del lavoro. Io ne ho seguiti molti, dal ferimento di Giugni all'omicidio Tarantelli. Poi c'è stato D'Antona e ora Biagi".
    C'è però chi ritiene che non debbano vedersi in quest'ultimo attentato collegamenti con lo scontro in atto. Ma può davvero essere avulso dal clima di questi giorni un episodio del genere?
    È difficilissimo. Sembra piuttosto inserito a pieno titolo nello scontro in atto.
    Un colpo in canna da qualche tempo e il grilletto è stato azionato in un momento ben preciso.
    Queste operazioni vengono preparate, loro si predispongono e agiscono nel momento più opportuno. Hanno una sensibilità politica altissima, sanno come inserirsi negli scontri politici, sociali ed economici. La loro ambizione massima, d'altronde, è proprio essere soggetti politici, a pari titolo con partiti e sindacati.
    O magari essere avanguardie. Agire in pochi a nome dei tanti che poi, loro sperano, verranno dietro.
    Avanguardie sì, ma come soggetto politico. È la loro ragion d'essere. E in quest'attentato tutto - la scelta dell'azione, dei tempi e il modus operandi - ci induce a vedere un forte legame con gli attentati precedenti e con la loro matrice. Riportandoci alle vecchie Br per la costruzione del partito comunista combattente, l'unica organizzazione, d'altro canto, ad aver conservato una sua struttura. Il "gruppo di Parigi" è sfuggito addirittura agli arresti degli anni '80. Un nucleo forte cui apparteneva pure Burtone, arrestato in Svizzera pochi giorni fa.
    Un altro fattore forse non casuale. Arrestato uno dei presunti killer di D'Antona, ecco il nuovo segnale, come per dire: ci siamo ancora. E forse hanno colpito con la stessa arma.
    Si tratta di un nucleo di cinquantenni, al quale sicuramente se ne sono aggregati altri, delle nuove generazioni. Ma la struttura direzionale è la stessa, non ha mai cessato di esistere nella clandestinità più totale.
    Quindi non schegge di autonomi, ma una struttura ben più collaudata.
    Le "schegge" non credo possano portare a compimento operazioni di questo livello.
    Possono al massimo, lei dice, lanciare degli "avvertimenti". Come quello del Viminale.
    O episodi come la bomba allo Iai, l'Istituto Affari Internazionali, a Roma. O nel Nordest, alla base di Aviano. Mentre attentati come questo di Bologna richiedono ben altra "raffinatezza" politica, e il possesso di un'alta tecnica militare. Biagi sicuramente ha subito un'"inchiesta", è stato seguito, agganciato all'università di Modena, e una staffetta lo deve aver seguito fino a casa.
    Pare che avessero in passato anche "avvertito" Biagi sulla scorta soppressa: "Sappiamo che sei solo...".
    Questo confermerebbe che l'"inchiesta" sul suo conto durava da tempo. Purtroppo però le indagini che dovevano portare a catturare la struttura che ha selezionato gli obiettivi sono state carenti. È una struttura infiltrata in ambienti insospettabili, che studia a fondo gli obiettivi, le attività. Ci furono sospetti pure all'interno di ambienti di lavoro, anche istituzionali. Sia per D'Antona che per Tarantelli. Ma non è stata mai scoperta nessuna talpa, purtroppo.
    Possiamo immaginare una serie di "inchieste" sulle vittime da colpire, salvo poi a decidere a farlo in un certo momento, e con una certa persona?
    Sicuramente le inchieste erano più d'una. A un certo punto avviene la selezione, a seconda del contesto politico. E quale contesto più idoneo, a pochi giorni da una grande manifestazione?
    Anticipata da questo evento drammatico.
    C'è, certo, anche l'obiettivo-propaganda, aggregare giovani dell'area della contestazione. Va detto però che i servizi mai come stavolta avevano ben operato, prevedendo un'azione simile.
    Di sicuro era stata messa nel conto anche l'assenza della scorta.
    Sì, ma in genere quando si decide di portare a termine certe operazioni poi lo si fa comunque.
    Ma intanto, siccome erano uscite anticipazioni sull'allarme dei servizi, non potrebbe - anche questo - aver spinto ad accelerare il piano omicida?
    Può darsi, ma ripeto: l'aspetto decisivo è stato l'avvicinarsi di un momento cruciale nello scontro sociale in atto.
    Angelo Picariello

    "L' Avvenire"
    In un rapporto riservato dei Ros nomi e ipotesi sull'organizzazione dei gruppi emergenti
    La rivista, le sigle e i latitanti: l'eversione adesso ha tre livelli
    (E.Ran.)
    Bologna. Sono divisi in tre diversi, distinti livelli. Il primo, il più basso, che opera anche nella legalità. Il secondo, l'intermedio, e il terzo, il più pericoloso, invece basano la loro attività su atti illegali e i loro protagonisti hanno scelto la clandestinità in un "numero estremamente ristretto".
    Secondo l'informativa dei Ros dei carabinieri di Roma, datata 17 ottobre 2001, le nuove brigate rosse-Pcc (Partito comunista combattente), quelle che avrebbero ucciso Massimo D'Antona, sarebbero strutturate in questo modo. Il rapporto, molto dettagliato, è composto da 120 pagine dense di ricostruzioni, di contatti, di riferimenti a documenti cartacei sequestrati o intercettati dagli investigatori a soggetti che ruotano intorno a questo ambiente, in molti casi attigui alla nuova lotta armata. Tra gli strumenti utilizzati dal primo livello viene citata anche una rivista, "La Riscossa", che verrebbe utilizzata, sempre stando agli elementi in mano agli investigatori, per diffondere le idee del movimento, spesso in ambienti vicini ai centri sociali.
    Le organizzazioni incluse nel cosiddetto "secondo livello" sarebbero invece tre: "Iniziativa comunista", "Linea rossa" e il "Movimento popolare anarchico" (Mpa). Questi gruppi garantirebbero una sorta di supporto logistico, di manovalanza, alle iniziative del terzo livello.
    Emblematico, per i Ros, è l'incontro avvenuto a piazzale Loreto a Milano, oltre due anni fa, tra un esponente di Iniziativa comunista e Nicola Bortone, esponente di spicco delle nuove Br, arrestato la scorsa settimana a Zurigo e per il quale la procura di Roma ha chiesto ieri l'estradizione in Italia. Proprio Bortone per i nostri investigatori è il tipico esempio di un esponente del livello più pericoloso dell'attuale organigramma delle nuove Br. Già coinvolto in fatti di sangue negli anni Ottanta, insieme alla moglie Simonetta Giorgieri, ha vissuto per quasi dieci anni come latitante, si sospetta in Francia.
    Stando ai Ros, Bortone, Giorgieri e Carla Vendetti sono i fautori della nuova "politica" brigatista e anche gli organizzatori dell'omicidio di Massimo D'Antona. Questa organizzazione, composta secondo gli investigatori da un totale di 8-9 elementi, si sarebbe fusa con quello che viene definito il "gruppo Spazzali", in riferimento a Sergio, avvocato milanese morto latitante in Francia a metà degli anni Novanta. In quest'ultimo gruppo si sarebbe aggiunto anche Angelo Mai, esponente di Iniziativa comunista, sfuggito a un'ordinanza d'arresto della procura di Roma per associazione sovversiva del dicembre del '99. Mai, insomma, sarebbe secondo gli investigatori stato "promosso" dal secondo al terzo livello dell'organizzazione.
    "Mai e il gruppo Spazzali - sostengono oggi i Ros dei carabinieri - sono a tutti gli effetti all'interno delle nuove br-pcc". Nell'informativa dei carabinieri non ci sono riferimenti a città o a luoghi da cui presumibilmente partono le direttive dell'organizzazione. Quello che emerge, però, è che è solo il livello più alto a stabilire le modalità dei contatti con i sottoposti e non viceversa. E oggi, dopo l'omicidio del professor Biagi, i sospetti degli investigatori puntano dritto verso questa organizzazione per trovare i responsabili di un nuovo omicidio firmato Brigate rosse.
    (E.Ran.)

    "Il Messaggero"
    Si cercano due br appena tornati in libertà
    Scarcerati per fine pena poche settimane fa: è un'altra pista che porta a Caserta
    dal nostro inviato
    BOLOGNA - Uno schiocco delle dita e un grido: "Ecco l'errore che non dovevano fare". Quando arriva la notizia che un sito Internet della provincia di Caserta ha messo in rete la rivendicazione autentica dell'omicidio Biagi, l'ufficiale del Ros dei Carabinieri porta a casa la sua ennesima conferma. Che in Campania c'è ancora la cellula più forte delle nuove Brigate rosse. Perché mandarlo anche li? Perché gratificare la cerchia ristrettissima di utenti che conosce caserta24ore.it? "Perché loro sono lì" sibila l'uomo in divisa. "Loro", sarebbero i punti di riferimento delle nuove Brigate Rosse, gli uomini-simbolo, gli esperti della lotta armata. Due nomi: Franco La Maestra, romano, classe '60 e Giuseppe Armante, di Cesa, nel casertano, classe '61. Entrambi finiti in carcere, processati, condannati a dodici anni e mezzo. Entrambi idealmente d'accordo con l'omicidio di Massimo D'Antona, per il quale non sono stati mai indagati perché erano in carcere, ma che hanno appoggiato con documenti ormai pubblici. Ed entrambi liberi da poche settimane. Franco La Maestra, considerato in passato il capo della colonna Sud delle Br - Pcc, è uscito dal carcere il 18 febbraio scorso, un mese prima del delitto Biagi. Giuseppe Armante, considerato invece esponente di spicco della colonna Estero (Svizzera e Francia), lo ha seguito pochi giorni dopo, il primo marzo scorso. Tutti e due non hanno goduto di nessun beneficio: hanno scontato le loro condanne e sono usciti; niente poteva trattenerli in carcere.
    Inevitabilmente, dopo il delitto del professor Biagi, sono loro i due punti di riferimento intorno ai quali si concentrano le indagini del Ros dei Carabinieri. E non solo le loro. Già dal momento della scarcerazione, i due sono stati controllati con discrezione. Sapevano di essere pedinati da carabinieri e agenti della Digos eppure uno di loro, La Maestra, avrebbe immediatamente riallacciato i contatti con alcuni esponenti del mondo anarchico.
    Gli investigatori sono convinti che i due hanno più di un collegamento con gli assassini di Massimo D'Antona, anche se all'epoca del delitto erano in carcere. Vicino ad una delle cabine telefoniche dalle quali fu rivendicato il delitto, la Digos di Roma trovò il motorino di Armante; e sempre lui, insieme agli irriducibili Mara Cappello, Flavio Lori, Fabio Ravalli Rossella Lupo, Enzo Grilli, Fausto Marini, La Maestra e Franco Grilli, firmò un documento intitolato "Documento dei prigionieri Br-Pcc su Indulto e soluzione politica" che si conclude con una serie di slogan identici a quelli che chiudono anche la rivendicazione del delitto di Marco Biagi.
    L'attenzione degli investigatori sulla colonna Sud delle nuove Brigate Rosse è adesso altissima. Secondo un rapporto riservato del Ros, che in questi giorni è stato rispolverato, ne farebbero parte anche Antonio De Luca, Simonetta Giorgeri, Nicola Bortone, Marcello Tammaro Dell'Omo, e Alberto Marino. Molti di loro, (Marino, Bortone e Tammaro Dell'Omo) sono stati arrestati in passato nel Casertano e qui avrebbero organizzato una rete fittissima di connivenze anche con la malavita locale. Addirittura, in un caso, Alberto Marino fu arrestato a Cesa insieme a Hussein Hassan Birawi, un mediorientale che aveva addosso 8 chili di tritolo.
    M.Mart.

    23 marzo 2002 – UCCISIONE Biagi: DAI GIORNALI
    "La Stampa"
    De Gennaro: le minacce al professore? Non sono tipiche delle Br
    Il capo della polizia da Santoro: "Quelle intimidazioni non sono necessariamente riconducibili ai terroristi"
    ROMA
    La scorta a Marco Biagi fu tolta e non restituita perché "in un certo momento storico si è ritenuto che quella tutela non fosse più necessaria". Parla per la prima volta il Capo della polizia, Gianni De Gennaro, dagli schermi di "Sciuscià". Incalzato dalle domande di Santoro, il prefetto De Gennaro ha risposto sul tema del rinato terrorismo rosso. Per l´occasione ha spolverato toni guerreschi: "Se l´obiettivo è destabilizzare lo Stato, noi dobbiamo essere in grado di annientare le Brigate Rosse come si fece già una volta. Massimo impegno a contrastarli, colpirli, eliminarli". Eppure Santoro non era soddisfatto. Insisteva: prefetto, ma lei una telefonata sulla situazione di Biagi l´ha ricevuta o no? E lui, rigorosamente all´impersonale: "Premesso che questi sono ragionamenti a posteriori, in un certo momento storico si è ritenuto che il pericolo fosse reale e la tutela l´ha avuta". E la storia delle minacce telefoniche? "Le minacce c´erano, ed erano sicuramente intimidatorie. Ma non si possono ricondurre all´accaduto. Non c´è un precedente alcuno nella storia del terrorismo in cui i brigatisti abbiano minacciato la loro vittima". Ma c´è un messaggio in particolare che il Capo della polizia tiene a inviare: "Non possiamo far credere che l´esistenza di una scorta avrebbe salvato una vita. O si sarebbe innalzato il livello dello scontro. Oppure sarebbe stato selezionato un altro obiettivo. E comunque un innocente avrebbe pagato con la vita la follia terroristica". Sottinteso: non è con le scorte che si combatte il terrorismo, ma con le buone indagini. Resta però bollente la questione della scorta negata a Marco Biagi. L´intervista televisiva al prefetto De Gennaro arriva mentre è in pieno svolgimento l´inchiesta interna. Il capo di gabinetto del ministro, il prefetto Roberto Sorge, è in attesa di chiarimenti. I quattro prefetti interessati (sedi di Roma, Milano, Bologna e Modena) stanno preparando una relazione con tutta la documentazione annessa. "Essendo una indagine seria e approfondita, ci vorranno ancora alcuni giorni. E´ presumibile che il prefetto Sorge potrà concludere a metà della prossima settimana", si fa sapere dallo staff di Scajola. Intanto, ieri sera, al Viminale stavano ratificando tutte le proposte che arrivano dalle prefetture. E´ l´effetto di una calda "raccomandazione" partita dal Dipartimento di Ps tre giorni fa a vigilare con maggiore attenzione sulle persone a rischio. Centinaia di agenti che erano stati distaccati ai commissariati stanno facendo velocemente ritorno ai reparti d´origine. Erano almeno 750 gli agenti della polizia "recuperati". Con formali ordini di servizio, erano finiti ai commissariati. Da due giorni, contrordine, "per fronteggiare l´emergenza", sono tornati a disposizione di chi pianifica le scorte. Significa che i questori possono nuovamente utilizzarli a protezione di singole personalità o a presidio di sedi a rischio. E se dopo l´omicidio di Biagi, a caldo, soltanto il ministro Maroni aveva una scorta rafforzata, nel corso della giornata di ieri si sono cominciate a vedere di nuovo i presidi di fronte alle sedi della Cgil, della Cisl e della Uil. Non solo: anche davanti alla Confindustria è comparsa una volante. "Tutti i ministri avranno una scorta", è la parola d´ordine del Dipartimento della pubblica sicurezza. Naturalmente il ragionamento vale anche per diversi sottosegretari. Maurizio Sacconi, figura di spicco al ministero del Welfare, da ieri è scortato. Saranno scortati gli esperti del ministero che hanno firmato il Libro Bianco. Lo stesso si può dire per Savino Pezzotta, per Sergio Cofferati e Luigi Angeletti, i tre segretari confederali. Una particolare attenzione sarà rivolta a tutelare i leader leghisti, a cominciare da Umberto Bossi. E´ un vero terremoto quello che si vive dentro il Viminale dopo l´omicidio di Marco Biagi. Il prefetto di Roma, Emilio Del Mese, ha spiegato che è sbagliato illustrare i prefetti come "esecutori passivi degli ordini del ministro. La direttiva sul taglio delle scorte non era un´ordinanza. Un prefetto l´applica in totale autonomia". Lui stesso l´aveva applicata molto parzialmente: anziché un taglio secco del 30%, era riuscito a ridimensionare l´impegno delle scorte appena del 6%.
    Francesco Grignetti

    "L' Avvenire"
    "Mix di elementi grammaticali cari ai centri sociali e vecchio linguaggio staliniano"
    Sorbi: un proclama scritto da ultraquarantenni
    "Possibile una saldatura tra terroristi occidentali e del mondo arabo
    Carlo Baroni
    MILANO. Una lettera scritta da gente che viene dal passato. E che si è "saldata" con fuorusciti dai centri sociali. Vecchi terroristi che vivono all'estero o che stanno ancora in carcere. Una squadra che ha cominciato a formarsi subito dopo "l'intifada di Genova" come la chiama il professor Paolo Sorbi, sociologo e protagonista del Sessantotto.
    Professore, ritiene sia attendibile la rivendicazione fatta pervenire sul sito Internet dalle Brigate Rosse?
    Sì, assolutamente sì.
    Quindi anche il legame col precedente omicidio di D'Antona?
    È chiaro.
    Che idea si è fatto in base al linguaggio usato?
    Da una prima lettura mi sembra che venga confermato che questo documento è un mix di elementi grammaticali cari ai centri sociali e il vecchio linguaggio staliniano.
    Centri sociali, pensa per caso, ci sia contiguità tra questi terroristi e il mondo dei no global?
    Non ho detto questo. Penso, anzi, che ci sia stata una rottura tra elementi dei centri sociali.
    La lettera delle Br è lunga ventisei pagine...
    Il solito documento torrenziale. Ma è tipico. Ed è un ulteriore segnale che chi ha scritto questa lettera di rivendicazione non può avere meno di quarant'anni.
    Vecchi terroristi, quindi. Gente che magari vive all'estero o addirittura sta in carcere. Non a caso ci sono state perquisizioni in queste ore nei penitenziari.
    Andare a vedere nelle carceri è una cosa giustissima.
    Oreste Scalzone, l'ex leader di Potere Operaio, ha puntato il dito contro gli intellettuali: "Le parole pesano" ha detto.
    Condivido. Quella di Oreste è un'analisi molto interessante.
    Adriana Faranda, brigatista dissociata, dice di non credere che dietro ci sia ancora la stella a cinque punte?
    La Faranda intendeva dire che non c'è in atto un processo meccanico. Credo che la sua valutazione vada letta in questo senso.
    Pensa che questi terroristi abbiano, oggi, un mare nel quale nuotare?
    Credo ci sia un'area potenziale. Constato che la Cgil ha spostato il suo baricentro troppo a sinistra. Cofferati deve stare attento. Essere molto prudente in questa fase. Attenzione, con questo, però, non voglio dire che i terroristi vengono dal sindacato.
    Lei parla di saldatura tra estremismo e terrorismo. Una saldatura che sia l'espressione di elementi che hanno rotto coi centri sociali e aree di carattere marxista.
    Il preomicidio di Marco Biagi è stata l'intifada di Genova. Da quel momento potrebbero essere iniziate delle operazioni di reclutamento.
    Dobbiamo temere una recrudescenza del terrorismo che insanguinò l'Italia negli anni Settanta ed Ottanta, un ritorno agli anni di piombo?
    Più che ad una recrudescenza del terrorismo penso, ripeto, ad una possibile saldatura tra gruppi armati occidentali e il terrorismo di stampo mediorientale. Sotto un'egemonia degli arabi, sia di natura organizzativa che economica.
    Carlo Baroni

    "Il Corriere della sera"
    "I terroristi sono pronti a colpire di nuovo"
    Allarme dei Servizi: potrebbero avere già individuato altri due bersagli. Le indagini sugli Nta e sui vecchi brigatisti
    DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
    BOLOGNA - Piccoli "nuclei" sparsi sul territorio e pronti a colpire di nuovo. A tre giorni dall'agguato mortale contro Marco Biagi, gli esperti dell'Antiterrorismo analizzano i "segnali" inviati dai brigatisti e lanciano un allarme preciso: potrebbero tornare presto in azione. In queste ore si susseguono le riunioni dei vertici dei servizi di prevenzione e intelligence , tutte convocate per analizzare la situazione e individuare i prossimi, possibili obiettivi. Le "fonti" attivate dagli 007 ipotizzano che siano già state effettuate almeno altre due "inchieste" parallele a quella condotta sul consulente del ministro Maroni. Una prassi già sperimentata nel passato.
    L'ATTACCO - Durante la preparazione degli attentati, le Br hanno sempre individuato "bersagli" alternativi studiandone abitudini e comportamenti. Questa considerazione, sommata alle analisi investigative e all'esame del documento di rivendicazione fatto recapitare due giorni fa via Internet a oltre 500 indirizzi, fa ipotizzare che non passerà molto tempo prima che arrivi un nuovo attacco allo Stato. Forse non un omicidio, ma comunque un'azione eclatante per dimostrare che le Br si sono ormai riorganizzate e, soprattutto, che hanno accettato il contributo di quei gruppi che in questi ultimi tre anni - cioè dall'omicidio D'Antona in poi - si sono proposti e affiancati ai brigatisti, quantomeno nell'incitare la ripresa della lotta armata facendo esplodere ordigni di fronte a "obiettivi sensibili" e facendo recapitare volantini.
    "I movimenti anarco insurrezionalisti - avvertono gli analisti - hanno dimostrato di essere pericolosi perché in grado di colpire con azioni destabilizzanti e su obiettivi diversificati". Grande attenzione anche nei confronti dei Nuclei territoriali antimperialisti che si muovono soprattutto nella zona del Nord-Est, dopo che il loro "appoggio" all'omicidio Biagi, proclamato con un documento di quattro pagine, è stato divulgato prima ancora che le Br inviassero la loro rivendicazione. Per gli investigatori questa circostanza è molto importante perché confermerebbe l'esistenza di contatti diretti tra i due gruppi, attraverso i quali gli Nta potrebbero aver saputo della nuova azione prima ancora che fosse compiuta.
    I BERSAGLI - Sono numerose le prefetture che hanno già riassegnato la "tutela" a chi, come il professor Biagi, era stato invece ritenuto "non più a rischio". O che hanno rafforzato le misure di protezione già esistenti per consulenti del governo, persone che operano nel settore delle carceri, dei sindacati, ma anche per chi è collegato con gli ambienti militari e internazionali. Una delle ultime "segnalazioni" dell'Antiterrorismo riguardava proprio questi ultimi due ambiti. "Il rinnovato attivismo per il pacifismo e l'antimperialismo - scrivevano gli analisti - potrebbe andare contro esponenti politici o militari della Nato e dell'Unione europea". A Reggio Emilia è di nuovo sotto scorta una docente universitaria che insegna a Modena e che collabora con il governo.
    I VECCHI BRIGATISTI - "Nella rivendicazione dell'omicidio di Marco Biagi - spiega un investigatore - le Brigate Rosse fanno capire di poter contare su vari nuclei e questo appare più che un avvertimento". Non a caso numerosi inquirenti hanno riaperto fascicoli su vecchi brigatisti o su gruppi eversivi che negli ultimi mesi hanno dimostrato il proprio attivismo. E, mentre il procuratore Cordova conferma la pista campana, in Toscana sono scattate varie perquisizioni. I controlli continuano pure nelle carceri per verificare se ci siano minute di proclami che possano collegarsi alla "risoluzione" di 26 pagine recapitata due giorni fa.
    L'analisi del documento viene ritenuta fondamentale anche per arrivare alla presunta "talpa" interna al ministero del Lavoro e a quei rappresentanti del sindacato di base che potrebbero aver fornito informazioni preziose ai terroristi. Personaggi che, sia pur nell'ombra, partecipano ai tavoli delle trattative. La verifica sugli elenchi dei nominativi di chi è tuttora impegnato nel negoziato e i confronti che vengono effettuati con la lista di chi partecipò alle contrattazioni quando c'era Massimo D'Antona avrebbero già fornito alcuni elementi "interessanti" da verificare. Presenze costanti che potrebbero non aver avuto un ruolo casuale.
    Fiorenza Sarzanini

    "L' Avvenire"
    ANALOGIA
    Linguaggio copiato dal testo di tre anni fa
    (D.Pao.)
    Roma. Senza dubbio diverse: più internazionalista la prima, più mirata agli affari interni italiani la seconda. Ma anche analoghe, per forma, lessico, premesse e approdi ideologico-militari. Così a piazzale Clodio, sede della Procura di Roma, si sintetizza il paragone tra le rivendicazioni dei delitti D'Antona e Biagi. Gli omicidi, è stato già appurato, sono stati compiuti con la stessa arma. Sarà invece una consulenza, che i magistrati romani affideranno nelle prossime ore, a stabilire se i due documenti sono stati scritti dalla stessa mano. Un esperto dovrà analizzare i testi e mettere in risalto analogie e differenze di natura linguistica e di contenuto.
    Il pool anti-terrorismo della Capitale ha disposto inoltre una serie di perquisizioni "mirate" all'interno delle carceri che ospitano alcuni brigatisti irriducibili della vecchia guardia. Contemporaneamente il sostituto procuratore Pietro Saviotti (lo stesso che si occupa della rivendicazione via Internet dell'attentato dinamitardo
    del 10 aprile del 2000 all'Istituto affari internazionali, rivendicato dal Nucleo d'iniziativa proletaria rivoluzionaria - Nipr) sta coordinando gli accertamenti telematici volti a ricostruire il percorso seguito dal testo trasmesso via e-mail.
    Il fatto che sia stato recapitato anche a un'agenzia d'informazioni di Caserta non basta, tuttavia, agli inquirenti capitolini per concentrare la loro attenzione su quei vecchi brigatisti come Nicola Bortone, Marcello Tammaro Dell'Omo e Alberto Marino, originari proprio della provincia campana, i cui nomi sono contenuti nell'ordinanza di custodia cautelare per gli otto militanti di Iniziativa Comunista firmata dal gip Otello Lupacchini. Anzi, si fa notare in ambienti qualificati, potrebbe addirittura essere un tentativo di depistaggio.

    "Il Messaggero"
    PENITENZIARI NEL MIRINO
    Microspie e perquisizioni nelle carceri
    In corso trasferimenti di circa 60 "irriducibili"
    di ROSANNA SANTORO
    ROMA - Microspie sono state piazzate nelle carceri di massima sicurezza in cui sono detenuti 128 terroristi rossi, quasi la metà dei quali irriducibili. Come si era fatto dopo il delitto D'Antona, nella convinzione che dietro alle nuove Br ci siano vecchi brigatisti, molti in prigione, altri liberi o latitanti. Al Dipartimento amministrazione penitenziaria, diretto da Giovanni Tinebra, si stanno studiando trasferimenti mirati, per evitare di tenere i terroristi in una manciata di carceri. Dove, stando assieme, hanno più possibilità di organizzarsi e comunicare con l'esterno, anche grazie al fatto che 49 su 128 sono semiliberi e altri 19 autorizzati al lavoro esterno. A Trani si è addirittura brindato al delitto Biagi nelle celle dei killer di Roberto Ruffilli, Ezio Tarantelli e Lando Conti. E in un rapporto riservato dei carabinieri del Ros si sottolinea che c'è stata una "partecipazione dialettica dei detenuti irriducibili, che hanno assicurato sostegno politico alle azioni dei Nuclei comunisti combattenti, manifestatosi dopo quelle alla Confindustria del '92 e al Nato defence college del '94, e fornito il successivo riconoscimento con l'adesione al delitto D'Antona".
    La procura indaga sull'Internet Cafè di Roma da cui è stata inviata la rivendicazione del delitto Biagi. E non chiederà a Bologna gli atti per connessione con D'Antona. Le due procure continuano a lavorare assieme. E Roma si è messa pure in contatto con i pm del Nordest, perché preoccupa il volantino degli Nta di adesione all'agguato di martedì, lasciato a Padova e Verona: "E' la richiesta di consenso di un'organizzazione che vuole accreditarsi con le nuove Br. C'è un pericoloso dialogo in corso tra i vari gruppi".
    Nelle carceri vengono fatte continue perquisizioni. Tra le prigioni nel mirino c'è sempre quella di Trani, dove sono rinchiusi una quindicina di irriducibili, tra i quali Fabio Ravalli, Franco Grilli e Antonino Fosso, e dove era stata trovata una delle presunte bozze della rivendicazione D'Antona. L'altra, su cui continuano gli accertamenti, era stata sequestrata a Latina, dove erano detenute Maria Cappello, la moglie di Ravalli, Graziella Lupo e Tiziana Cherubini, condannate all'ergastolo per il delitto Ruffilli. Secondo indiscrezioni, l'esperto della procura ha dato un primo responso, sostenendo che non si può escludere che quelle carte siano state la base di preparazione del documento finale. Il sospetto è legato al fatto che si tratta di fogli di carta velina battuti a macchina e nascosti tra dei libri nelle celle. "Perché - si chiede un investigatore - i vecchi br si sarebbero presi la briga di ricopiare il testo che era su Internet?". E sulle presunte bozze c'erano anche note a mano, come se si trattasse appunto della rivendicazione preparatoria.
    Per la procura l'elemento di saldatura tra vecchi e nuovi br sarebbero i militanti di Iniziativa comunista arrestati nel 2001 e poi scarcerati, tra i quali ci sono 3 dei 5 indagati per il delitto D'Antona. Gli altri sono il presunto telefonista Alessandro Geri e Giorgio Panizzari, il br graziato dopo 28 anni di galera e riarrestato nel 2000 per una rapina. Il ruolo di Ic sarebbe poi confermato dai contatti, documentati dal Ros, tra un suo militante, Luca Ricaldone, e il br Nicola Bortone, ammanettato dalla Digos a Zurigo il 10 marzo. Marito della latitante Simonetta Giorgeri, è un altro irriducibile: in Svizzera si è dichiarato "prigioniero politico e militante delle Br".
    (D.Pao.)

    "Il Nuovo"
    Il pm: nessun dubbio sulla perizia balistica
    Luigi Persico: "La pistola che ha ucciso il professor Marco Biagi è la stessa che assassinò Massimo D'Antona e tutte le osservazioni in contrario avviso sono chiacchiere o illazioni". Sei i colpi repertati.
    BOLOGNA - La pistola che ha ucciso il professor Marco Biagi è la stessa che assassinò Massimo D'Antona e ''tutte le osservazioni in contrario avviso sono chiacchiere o illazioni''. Il procuratore reggente di Bologna Luigi Persico spazza via i dubbi sulla perizia balistica e la comparazione fra i proiettili sparati contro Biagi e quelli che uccisero D' Antona.
    E si scopre anche che sono in totale sei i colpi repertati per l'omicidio del professor Marco Biagi. Due ogive sono state ritrovate nel corpo della vittima, come è stato verificato durante l'autopsia; tre invece i proiettili trovati a terra e conficcati nei muri; il sesto era stato ritrovato da un cronista il giorno seguente l'omicidio, ad alcuni metri dal luogo del delitto, dove era arrivato forse di rimbalzo.
    Il colpo ritrovamento a una cinquantina di metri da dove è stato ucciso il professor Marco Biagi, sarebbe però un proiettile calibro 38 special. La pallottola, che sarebbe adatta a un revolver, è stata rinvenuto nei pressi di piazza San Martino, la via di fuga che avrebbero seguito i killer di Biagi. Una zona che di notte è frequentata da personaggi dello spaccio e della piccola criminalità. E gli investigatori sono molto cauti nella valutazione del reperto, perché finora non si è potuto stabilire quale pistola l'abbia perso.
    Sulle perplessità avanzate da alcuni giornali sull'arma del delitto, il procuratore di Bologna ha osservato invece che le prime conclusioni di ordine balistico, l'identificazione del calibro delle ogive e la comparazione, gli sono state personalmente comunicate la sera del 20 marzo a Bologna.
    ''Il tenente colonnello Luciano Garofalo di cui ho la massima stima, in presenza di due suoi collaboratori - ha detto Persico - mi ha personalmente mostrato e illustrato le fotografie degli esami eseguiti al microscopio comparatore. Non ho pertanto alcun dubbio sulla esattezza di questi dati tecnici e non può esistere una dichiarazione di un presunto subordinato del Ris di Parma che smentisca o indubbi tali esiti. E' tutto personale qualificatissimo serio e riservato, che collabora lealmente col comandante. Tutte le osservazioni in contrario avviso sono chiacchiere o illazioni''.

    24 marzo 2002 – UCCISIONE Biagi: DAI GIORNALI
    "Il Corriere della sera"
    ROMA - I due terroristi stavano preparando il pranzo nel carcere di Novara, e la microspia registrava: considerazioni varie di un brigatista e un militante di Prima Linea su come è meglio fare il sugo. Il primo si chiama Franco La Maestra, è uno degli ultimi arrestati delle Br-Partito comunista combattente, collegato agli assassini di Roberto Ruffilli (ucciso a Bologna nell'aprile '88) bloccato al confine con la Svizzera nell'agosto 1989, il secondo è Pietro Guido Felice, un "piellino" in cella dal 1980. E' il 5 luglio del '99. Da poco più di un mese La Maestra ha firmato con altri "irriducibili" un comunicato di appoggio all'omicidio di Massimo D'Antona, ammazzato a Roma il 20 maggio. A un tratto, i due detenuti parlano di altre questioni, e La Maestra accenna più volte a non meglio specificati "questi". Felice non capisce e chiede: "Ma questi chi?". La Maestra risponde: "Questi qui che hanno fatto l'operazione D'Antona... Io, quando sono entrato in galera, questi erano dei raccordi... capisci... So' cresciuti... so' cresciuti...". Subito dopo, La Maestra aggiunge: "Poi io in singolo non li conosco... non li conosco...". Per i carabinieri è uno spunto importante. Nei vecchi testi brigatisti, alla "risoluzione strategica" numero 2, trovano la definizione di "raccordi", elementi che costituiscono le cosiddette "reti di propaganda e di appoggio".
    Uno degli ultimi brigatisti finiti in carcere, pur ammettendo di non conoscere personalmente i suoi successori ai quali ha comunque dato il suo appoggio, fornisce un'indicazione agli investigatori, che si mettono a cercare i "raccordi" di un tempo. I carabinieri li individuano nei militanti dei Nuclei comunisti combattenti, autori di due attentati del '92 e del '94 richiamati - non a caso, secondo questa ipotesi - nella rivendicazione del delitto D'Antona. Comincia da qui la lunga operazione che porterà, nel maggio 2001, agli arresti degli appartenenti al gruppo di Iniziativa comunista. Sebbene formalmente ancora indagate per associazione sovversiva (e alcune anche per l'omicidio D'Antona), quelle persone sono state tutte scarcerate.
    Dopo l'assassinio del professor Biagi, e ancor più dopo le prime indicazioni sul fatto che la pistola usata nei due delitti sarebbe la stessa, quel brandello di intercettazione del luglio '99 è stato ripreso in mano dagli investigatori. Perché Franco La Maestra, condannato solo per reati associativi e non fatti di sangue, il mese scorso è uscito di galera per "fine pena", insieme a un altro br del "Partito comunista combattente" che esaltò l'uccisione di D'Antona, Giuseppe Armante. Tre anni fa La Maestra non sapeva chi fossero i nuovi brigatisti; il sospetto è che in questo periodo, anche se in carcere, abbia avuto qualche indicazione in più, e possa decidere di ricongiungersi alle nuove leve del brigatismo rosso.
    E' quello che, sempre secondo la pista seguita dai carabinieri, stava cercando di fare Nicola Bortone, altro "militante rivoluzionario" latitante fino a poche settimane fa, riconosciuto dai "segugi" che stavano dietro ai militanti di Iniziativa comunista in uno dei supposti "appuntamenti strategici". Naturalmente tra investigatori e inquirenti serpeggia già la polemica sull'arresto di Bortone, preso dalla polizia in Svizzera mentre telefonava da una cabina pubblica: se per i carabinieri era una pedina importante della nuova lotta armata, non sarebbe stato più opportuno seguirne le mosse anziché mettergli le manette?
    A parte i soliti contrasti, tutti coloro che da martedi sera hanno aperto la caccia agli assassini del professor Biagi danno molta importanza a ciò che avverrà sul fronte carcerario. In particolare si aspetta di vedere le mosse dei compagni di Armante e La Maestra rimasti in carcere. E' il "nocciolo duro" delle Brigate rosse: Fabio Ravalli e Maria Cappello, i coniugi condannati per l'omicidio Ruffilli, Antonino Fosso, condannato per l'omicidio Tarantelli, Cesare Di Lenardo, uno dei carcerieri del generale Dozier, più un pugno di altri irriducibili.
    Poche settimane dopo l'assassinio di D'Antona misero il marchio di garanzia sulle risorte Br rivendicando quell'"iniziativa combattente". Faranno lo stesso con l'"azione Biagi"? E' quello che si aspettano gli investigatori. In caso contrario lo scenario cambierebbe: il silenzio degli irriducibili varrebbe come una presa di distanza dalle nuove Br, tutta da valutare. Ecco perché da giorni sono in corso perquisizioni nelle carceri dove sono rinchiusi gli ultimi militanti del partito armato. Nella speranza che un'eventuale traccia, come fu l'intercettazione del luglio '99, porti a risultati migliori.
    Giovanni Bianconi

    "L' Avvenire"
    Telefonista, il cerchio si stringe
    Pista telematica: bocche cucite alla procura di Roma
    I bossoli sparati nell'agguato al professor Biagi sono sei, due dei quali andati a vuoto
    Emilio Randacio
    Nostro Inviato
    Bologna. Il cerchio degli investigatori si stringe sempre di più intorno alla pista informatica. E' da qui che si intravedono gli spiragli decisivi per risolvere l'inchiesta sull'omicidio del professore bolognese Marco Biagi. E, dopo gli incidenti diplomatici che hanno accompagnato le presunte svolte sull'omicidio di Massimo D'Antona a Roma (vedi l'arresto di Alessandro Geri), questa volta la procura capitolina, dopo aver preso in mano la parte centrale dell'inchiesta, ha imposto un rigidissimo riserbo. Il silenzio che è calato intorno al filone che cerca di smantellare il ritorno della lotta armata ha anche indispettito i pm di Bologna che, due giorni fa, dichiaravano di non sapere ancora nulla sulle verifiche informatiche coordinate dai colleghi romani. Si spiega così il fatto che nessuno ha voluto smentire o confermare ufficialmente di aver rintracciato colui che materialmente ha rivendicato, mercoledì sera, l'omicidio bolognese a firma Brigate rosse, Partito comunista combattente. La richiesta di conferma, ieri, ha incassato un secco "no comment", niente più.
    L'indagine sarebbe ormai giunta alla fase più delicata, anche perché si ha la netta percezione che l'autore materiale dell'invio a cinquecento indirizzi di posta elettronica della risoluzione che "motiva" l'attentato, non farebbe parte del vertice dell'organizzazione, ma più verosimilmente sarebbe da ricondurre a una di quelle nuove sigle che tentano di accreditarsi nel ristretto numero dei nuovi terroristi. La sfida lanciata sul terminale mercoledì sera presenta molte similitudini con gli strumenti utilizzati in precedenti attentati minori effettuati tra il '99 e lo scorso anno in diverse città, tra cui Roma e Milano. Da allora le tecniche investigative avrebbero fatto passi da gigante, di qui l'input che ha permesso alla polizia postale di risalire a un computer privato e al suo proprietario. I tempi in cui l'inchiesta potrebbe giungere alla svolta? "Medio-lunghi" si fa scappare un inquirente. Ma che ci siano già elementi concreti, questo è un dato certo.
    Da Roma a Bologna, dove i pm tentano di dare un volto ai basisti dell'agguato di martedì scorso. L'identikit stilato due giorni fa dagli uomini della questura, grazie ai due testimoni del delitto, allo stato non sarà diffuso. Al momento verrà utilizzato per essere confrontato con le numerose fotografie di possibili sospetti: personaggi bolognesi che ruoterebbero intorno all'autonomia. A esponenti di questo ambiente, già martedì sera, poche ore dopo l'omicidio Biagi, avevano fatto visita gli agenti di polizia in cerca di un collegamento con l'agguato. Le verifiche, una quindicina in tutto, non hanno dato gli esiti sperati.
    Infine, finisce appena nata una polemica relativa all'arma, la calibro "9 e 17", utilizzata sia per l'omicidio D'Antona che per quello di Marco Biagi. Un quotidiano ha lanciato la tesi secondo cui non è possibile aver già comparato le ogive ritrovate a Roma con quelle rinvenute nel capoluogo emiliano. Un sospetto che proprio non è piaciuto ai magistrati.
    "Non ci sono dati contrari - ha dichiarato in una nota il procuratore di Bologna Luigi Persico -. Tutte le osservazioni contrarie sono solo chiacchiere o illazioni". Un altro inquirente, sempre ieri, faceva notare che il Ris di Parma ha documentato come le comparazioni sulle ogive dei due agguati abbiano dimostrato la certezza di questo importante elemento investigativo.
    Sullo stesso fronte, sempre ieri, si è saputo che i bossoli sparati nell'agguato di via Valdonica non sono stati quattro come si pensava in un primo momento bensì sei. Due sono andati a vuoto. Un piccolo, ulteriore giallo è nato dopo che giovedì sera, a circa trenta metri dal luogo del delitto, era stato rinvenuto un altro proiettile inesploso. In questo caso, però, non si tratterebbe di un'arma automatica, bensì di una calibro 38 a tamburo. Gli inquirenti, in questo caso, non troverebbero alcun nesso con l'omicidio Biagi. Più semplicemente potrebbe trattarsi di una guardia giurata che ha perso il proiettile nei giorni successivi all'omicidio, o addirittura di un esponente delle forze dell'ordine che stazionava nella zona. Il calibro, in questo caso, è compatibile con le armi in dotazione ai due corpi.
    Emilio Randacio
    Nostro Inviato

    "La Stampa"
    I TERRORISTI HANNO SCELTO Biagi FRA TRE VITTIME "DESIGNATE"
    Altri due consulenti del governo nel mirino delle Br
    Rafforzate le scorte a funzionari ed economisti che si sono occupati della redazione del "Libro Bianco" sulla riforma del mercato del lavoro
    inviato a BOLOGNA
    Scorte rafforzate per gli "estensori" del "Libro Bianco" del ministero del Welfare e per gli "autori" del Patto per il lavoro di Milano. Scorte rafforzate per Natale Forlani, l'ex sindacalista della Cisl presidente dell'Agenzia Italia-Sviluppo del ministero di Roberto Maroni, per Paolo Sestito, che è responsabile dell'Osservatorio del mercato del lavoro (e poi anche per il docente della Cattolica di Milano, Carlo Dell'Aringa e per l'economista Paolo Reboani). Insieme al professore Biagi sono stati loro che hanno materialmente contribuito alla realizzazione di quel documento, il "Libro Bianco", di proposte di politica contrattuale per l'occupazione. L'annuncio della decisione del ministero dell'Interno conferma che l'allarme di un nuovo possibile attacco terrorista è ancora alto. E' il Sisde che ha raccolto l'indicazione che le Brigate Rosse avevano "portato a termine altre due inchieste sui movimenti di altre due potenziali vittime": la nostra intelligence non esclude un'altra azione terroristica in tempi brevi. Una informazione troppo dettagliata, forse corredata addirittura dall'indicazione della loro identità. Una notizia quasi certamente arrivata da una "fonte" interna alla "nebulosa" terrorista. I brigatisti avevano studiato tre possibili bersagli e alla fine hanno scelto il professore di Bologna, Marco Biagi. Tre gruppi di "lavoro", molto probabilmente, hanno "studiato" contemporaneamente i movimenti dei loro obiettivi, gli orari, gli spostamenti, le abitudini. E solo alla fine hanno scelto di entrare in azione a Bologna e non in altre città. L'intelligence ipotizza che le Br possano preparare un'altra azione in tempi ravvicinati. L'altra sera, intervenendo alla trasmissione "Sciuscià" di Michele Santoro, il capo della Polizia, Gianni De Gennaro, aveva detto: "La struttura terroristica appare più stabile, sicuramente più convinta della sua azione". Tre anni dopo l'omicidio D'Antona, le Brigate Rosse sono tornate in azione. Una parentesi lunga, di apparente inattività. In realtà, in questi tre anni i terroristi avrebbero costruito alleanze con altre sigle: "Anche il volantino dei Nuclei territoriali antimperialisti - ha detto il capo della Polizia - quasi contemporaneo (alla spedizione delle e-mail di rivendicazione dell'omicidio Biangi, ndr) significa che (le Br, ndr) già trovano un qualche consenso". Alleanze con alcune mentre altre sigle come il Nipr o il Npr, secondo gli investigatori, sarebbero state assorbite dalle Br. Sempre nell'intervento nel corso di "Sciuscià", il prefetto Gianni De Gennaro ha voluto rassicurare l'opinione pubblica: "Raggiungeremo in tempi rapidi l'obiettivo di colpire e annientare le Brigate Rosse". E' più della riaffermazione dell'impegno dello Stato a neutralizzare questo nuovo pericolo. Quando si ripresentarono in via Salaria per uccidere il professore Massimo D'Antona, i brigatisti rossi trovarono impreparati gli apparati di repressione e di prevenzione dello Stato. Oggi, non è più così: tre anni di indagini su quel delitto hanno consentito di recuperare il terreno perduto perché, secondo De Gennaro, "c'è una maggiore consapevolezza e una maggiore azione investigativa". Dunque, ci sarebbe una "fonte" dei Servizi che ha fatto filtrare la notizia che i terroristi avevano lavorato su "tre obiettivi". Una fonte, "un circuito informativo" che inizia a funzionare. Una vecchia pratica degli anni '70 e '80 che, grazie alla fonte, agli infiltrati, ai pentiti, ha consentito di contrastare le Brigate Rosse. Nella rivendicazione via Internet dell'esecuzione di via Valdonica, le Br hanno spiegato perché hanno voluto colpire Biagi: "L'azione riformatrice di Marco Biagi, esperto giuslavorista e delle relazioni industriali, rappresentante delle istanze e persino dei sogni della Confindustria, si è espressa nell'Esecutivo Berlusconi nelle responsabilità primarie ricoperte nell'elaborazione del "Libro Bianco"". E ancora: "Con questa azione combattente le Brigate Rosse attaccano la progettualità politica della frazione dominante della borghesia imperialista nostrana per la quale l'accentramento dei poteri nell'Esecutivo, il neocorporativismo, l'alternanza tra coalizioni di governo e il "federalismo" costituiscono le condizioni per governare la crisi e il conflitto di classe". E' chiaro, dunque, l'obiettivo di fase di questo gruppo terrorista. Nel documento di rivendicazione, si fa esplicito riferimento al "Libro Bianco", al "Patto per il lavoro" di Milano, all'abrogazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, alla elaborazione annunciata dello "Statuto dei lavori". Le Br hanno scelto di colpire in Biagi chi, come consulente o tecnico partecipa all'elaborazione di queste iniziative. Le Brigate Rosse che sono entrate in azione a Bologna, spiegano perché tre anni fa decisero di eliminare il consulente del ministro del Lavoro Antonio Bassolino, Massimo D'Antona: "La concertazione, come "metodo per governare", entra in crisi manifesta con il governo D'Alema... l'iniziativa contro Massimo D'Antona.. incideva nello scontro politico indebolendo l'azione dell'Esecutivo". Oggi, quelle Br si sono strutturate. Ed è una corsa contro il tempo per impedire che possano continuare a uccidere".
    Guido Ruotolo

    "Il Messaggero"
    NUOVE BR
    "Nuclei territoriali", i veri interlocutori
    dal nostro inviato RITA DI GIOVACCHINO
    BOLOGNA- Non è come nel '99, dice il capo della polizia Gianni De Gennaro, quando le nuove Brigate Rosse uccisero Massimo D'Antona. Tre anni non sono passati invano, sono stati ricostituiti gli apparati antiterrorismo, ci sono state investigazioni rigorose; del rinascente partito armato, delle sue analisi su "classe e Stato", dei suoi progetti funesti, della sua dislocazione territoriale e della possibile area di riferimento sappiamo molto di più. Ma tre anni non sono passati invano neppure per loro, i terroristi che oggi sono "più strutturati", ammette De Gennaro, e hanno allargato la loro base di consenso grazie all'appoggio di formazioni armate che nel Nord-Est hanno la massima diffusione. Il capo della polizia fa un preciso riferimento agli Nta, i Nuclei territoriali antimperialisti, che dal '95 ad oggi hanno firmato molti attentati contro obiettivi militari, dalla base Nato di Aviano all'aeroporto militare di Rivolto ad Udine, con grande dispendio di volantini e perfino di "Risoluzioni strategiche".
    L'ultima è un documento di 16 pagine, ritenuto molto importante dagli investigatori, fatto trovare il 10 gennaio scorso in un cestino di rifiuti al parco Mozart di Conegliano Veneto. I contenuti sono perfettamente in linea con le Br-Pcc, anzi nella parte riguardante l'analisi sul mercato del lavoro e le relazioni sindacali sono addirittura anticipatori rispetto al documento con cui è stato rivendicato l'assassinio di Marco Biagi. Non a caso, la sera successiva al delitto, prima ancora che le Br-Pcc diffondessero la rivendicazione via Internet, gli Nta hanno fatto trovare un volantino a Verona, in una cabina telefonica a due passi dalla casa del generale Dozier (rapito dall'ala militarista delle Br nell'82), in cui si inneggiava alla perfetta riuscita dell'agguato. Il messaggio non è casuale, c'è il riferimento alla continuità con le vecchie Br ma soprattutto si vuole far sapere che tra le due organizzazioni c'è sintonia ma anche uno stretto legame di vertice. Insomma lo sapevano prima. Non a caso dal '99 i Nuclei territoriali sono diventati Nta-Pcc.
    Scuotono la testa i carabinieri del Ros: "L'attuale gruppo dirigente delle Br-Pcc è molto diffidente, teme infiltrazioni, non ha alcuna intenzione di fondersi con formazioni non sufficientemente compartimentate. Forse è vero che gruppi minori premono per inserirsi in quella che è considerata l'erede della più importante organizzazione terroristica degli anni '70. Impensabile che abbiano la delega per l'antimperialismo".
    Non è così, dice il procuratore capo di Verona Guido Papalia: "Dal '99 sappiamo, diciamo che ce lo hanno fatto sapere con i loro documenti, che se non c'è stata una fusione, c'è rapporto operativo di vertice tra le Br-Pcc e gli Nta. In una Risoluzione dell'aprile '99, i Nuclei territoriali annunciarono che da quel momento gli attentati sarebbero stati firmati con un'unica sigla, ovvero Br-Pcc, la stessa che per la prima volta apparve nella rivendicazione dell'omicidio D'Antona". Il procuratore di Verona non lo dice, ma teme che il gruppo operante nel Triveneto abbia garantito un supporto logistico nell'attentato di via Valdonica. Tre anni sono stati importanti per capire che le Br sono uscite dalla "ritirata strategica" del '92, decretata dopo l'uccisione del generale Giorgieri. Importanti soprattutto perchè non sono stati ancora presi gli assassini di Massimo D'Antona.

    "Il Corriere della sera"
    Milano da Tobagi a Biagi
    I SERIAL KILLER DEL TERRORISMO
    di GASPARE BARBIELLINI AMIDEI
    Sembra un secolo, per molte trasformazioni e molte vicende. Ma i serial killer del terrorismo accorciano i tempi e ci obbligano a sovrapporre sentimenti e ricordi. Così mi sembra ieri. Franco Di Bella ed io avevamo la scorta, Walter Tobagi era solo, quella mattina di oltre vent'anni fa. Solo come Marco Biagi. Ricordo i brevi minuti dopo la notizia dell'agguato, da via Solferino fino alla strada dell'assassinio. Il direttore del "Corriere" e il suo vicedirettore dentro l'automobile blindata erano assillati da un pensiero. Avrebbe dovuto avere la scorta anche lui. Avevano sparato a quello tra noi che aveva portato più danno al disegno dei criminali. Con la sua analisi metodica, con il suo scavare in profondità nelle contraddizioni e nelle viltà dei brigatisti, aveva fatto loro paura. E loro lo avevano eliminato. Ricordo un'altra mattina, poco tempo prima, era l'alba, il direttore mi aveva svegliato con una telefonata breve ed emozionata. Un gruppo di brigatisti era stato sorpreso in un appartamento di Genova. C'era stata una sparatoria, c'erano morti. "Mandiamo Walter". "Sì, mandiamo Walter". Andò, raccontò. Scrisse che "non erano samurai invincibili".
    Mi colpisce la sincronicità, un quarto di secolo dopo. Anche Marco Biagi ha fimato un articolo, sul "Sole 24 Ore", alla vigilia del suo sacrificio. C'è un'impressionante affinità di biografie e di stili. Persone semplici, un gestire e uno scrivere senza esibizioni, pacati ragionieri dell'intelligenza. So bene perché Walter faceva paura a una politica assassina. Chi riprendesse in mano i suoi libri e i suoi articoli, troverebbe la decifrazione quotidiana del mediocre segreto dell'eversione. È un'intuizione rintracciabile anche nell'opera di Massimo D'Antona e di Marco Biagi. Il loro riformismo non è soltanto una scelta strategica. È un modo di essere che mette in scacco il totalitarismo delle parole e delle azioni violente. È anche una maniera di vivere, così nella professione come negli spazi privati della giornata, la moglie, i figli, il quartiere, i colleghi.
    C'è una somiglianza nel retroterra di questi uomini. Di Tobagi assassinato sull'asfalto mi restano in mente le suole consumate delle sue scarpe. Questi brigatisti avevano e hanno paura degli onesti, dei miti, di quelli senza scorta che tornano a casa a piedi o in bicicletta. Hanno paura di quelli che vivono con discrezione il successo della loro intelligenza. Si dice che il terrorismo ha sempre cercato i personaggi della seconda fila. Questo non è stato sempre vero. A Torino uccisero Carlo Casalegno, vicedirettore della "Stampa", a Milano ferirono Indro Montanelli, il maggiore giornalista italiano. Hanno sempre mirato contro le persone che rendevano impossibile il loro progetto. Erano e sono bene informati. Lasciano però sempre la stessa orma. Vengono dai bassifondi di vite sbagliate o fallite, ma contigue a quelle delle loro vittime.
    Milano capì subito la gravità della perdita patita. E reagì con lucidità e misura. Il ricordo di quella reazione può essere oggi utile nei comportamenti singoli e collettivi. Tobagi, D'Antona, Biagi aiutano a capire l'importanza delle parole. Intesero, con il loro pacato riformismo, che le parole dell'estremismo sono incubatrici della violenza e del delitto politico. Sono un veleno che lascia tracce indelebili. Come non cancellano la nicotina mortale le campagne antitabacco dei produttori di sigarette, paradosso dell'ipocrisia.

    "L' Avvenire"
    Ma per l'esperto americano Weinberg l'unione con gli estremisti islamici "è un aspetto atipico"
    "Br e terroristi arabi? Legame antico"
    Elena Molinari
    New York. L'attacco dell'11 settembre come "concreto elemento di contrasto della strategia imperialista" che ne dimostra "la vulnerabilità". Le vittime del Pentagono e delle Torri gemelle di New York come "effetto collaterale" della destabilizzazione del nemico.
    Alcuni passaggi del documento-fiume di rivendicazione dell'omicidio di Marco Biagi erano troppo espliciti per non rimbalzare immediatamente sull'altra sponda dell'Atlantico, e per non spingere gli esperti di terrorismo americani a chiedersi che cosa abbia in comune un gruppo di origine tutta italiana e storicamente anti-religioso con gli estremisti islamici che hanno firmato le stragi dell'11 settembre.
    "Più di quanto si creda", risponde Leonard Weinberg, uno dei pricipali studiosi di terrorismo americani. È direttore del dipartimento di Scienze politiche all'Università del Nevada e ha appena pubblicato un libro su "Terrorismo e violenza politica" che fa il punto sui gruppi estremisti attivi nel mondo occidentale. Inoltre ha vissuto in Italia alla fine degli anni '70, seguendo da vicino le vicende degli anni di piombo.
    Professor Weinberg, la stupisce questa dichiarazione di unità di intenti degli autori dell'omicidio Biagi con al Qaeda?
    Non troppo se effettivamente si tratta degli eredi ideologici delle Brigate Rosse. Le Br sono sempre state antiamericane. Si pensi al rapimento del generale Dozier nel 1981 e all'uccisione del diplomatico statunitense Leamon Hunt tre anni dopo. Il principale obiettivo delle Brigate Rosse negli anni '70 e '80 era distruggere il cosiddetto Sim, il sistema imperialistico delle multinazionali americane che a loro dire governava l'Italia. In questo senso l'attacco al World Trade Center risponde al desiderio di colpire un centro altamente simbolico del potere economico Usa. Lo vedo come la continuazione di un fenomeno già in atto nel passato, con qualche nuovo elemento.
    Come l'apertura del "fronte internazionale antimperialista" ad alleanze con gruppi arabi e musulmani?
    Mi riferisco più che altro all'infiltrazione di un elemento islamico nell'ideologia marxista. La simpatia e i legami fra brigatisti e gruppi estremisti arabi sono infatti noti. Sono dimostrati i contatti, negli anni '70, fra Br e fazioni estremiste dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina, così come il fatto che alcuni brigatisti hanno frequentato i campi di addestramento terroristici libanesi. Allora però i gruppi cui le Br facevano riferimento erano marxisti o perlomeno secolari. Fare causa comune con al Qaeda invece comporta accettare l'estremismo religioso come giustificazione della violenza. Questo non è storicamente tipico delle Br.
    A cosa pensa sia dovuto questo cambiamento?
    Devo cautelarmi dicendo che è difficile sapere quanto prendere sul serio questa promessa di collaborazione con al Qaeda. Ma è del tutto possibile che i personaggi che oggi si firmano Br siano vecchi brigatisti o membri della sinistra extraparlamentare degli anni di piombo che alla soglia della mezza età si sono avvicinati o convertiti all'Islam. Non sarebbe un percorso sorprendente.
    Che idea si è fatto sull'identità degli assassini di Biagi e D'Antona?
    Ho la sensazione che si tratti di un gruppo ridotto, di una manciata di individui che cercano di riproporsi come paladini dei lavoratori, ma che hanno perso il contatto con la realtà. La lode degli attacchi alle Torri gemelle e al Pentagono lo dimostra. Dopo l'11 settembre si è vista in Italia un'ondata di solidarietà umana enorme che ha toccato ogni strato delle società italiana, a mio parere superando anche i sentimenti anti-americani di alcuni gruppi. Se i nuovi brigatisti vogliono ottenere il sostegno della classe operaia, inneggiare all'11 settembre è una mossa sbagliata.
    Elena Molinari

    "Il Corriere della sera"
    Testimone ha visto in faccia il killer delle Br
    Presto pronto l'identikit del terrorista che ha sparato al professore. La Procura: esplosi sei colpi, interrogate cento persone
    DAI NOSTRI INVIATI
    BOLOGNA - Non soltanto gli identikit di possibili basisti e del "palo". Non soltanto i fotogrammi delle telecamere piazzate lungo la rotta degli assassini. Per il delitto del professor Marco Biagi è stato tracciato anche l'identikit del killer: dell'uomo che ha sparato e che per qualche istante si è ritrovato a volto scoperto nel campo visivo di uno o forse più testimoni. Prima di premere il grilletto o subito dopo quell'uomo si sarebbe tolto il casco o, quantomeno, avrebbe sollevato la visiera. Ma c'è una seconda ricostruzione dei fatti che secondo gli inquirenti merita attenzione e che disegna uno scenario decisamente diverso da quello finora noto. Perché stando a questa seconda versione, a sparare, martedì sera, sarebbe stata una persona a volto scoperto che avrebbe agito con l'aiuto dei due basisti e cioè i due uomini sullo scooter ancora oggi non trovato.
    FACCIA A FACCIA - Con o senza casco che fosse, comunque, il killer è stato visto per qualche istante a volto scoperto. In quella manciata di secondi passata fra il primo colpo di pistola e la sua fuga qualcuno ha avuto il tempo di memorizzare sia i lineamenti di chi ha premuto il grilletto sia la corporatura dei due fuggiaschi in scooter prima che tutti e tre scomparissero dietro l'angolo di via Valdonica. E adesso la ricostruzione del volto dell'assassino - che sarà perfezionata nelle prossime ore - è uno dei punti chiave dell'inchiesta, sia pure "un punto di partenza che potrebbe anche non portare a nulla", come valutano gli stessi inquirenti.
    NECESSITA' O SCELTA - E' vero che è un angolo della città abbastanza illuminato, quello scelto dal commando di brigatisti per "giustiziare" il consulente del ministero del Lavoro, ma è anche vero che la persona che ha sparato poteva avere un casco dalla visiera oscurata e quindi una visibilità ridotta. Può darsi che con quel tipo di visiera calata sugli occhi sarebbe stato troppo alto il rischio di uno sbaglio e più complicato verificare di aver portato a termine l'esecuzione, oppure quello di sparare al professor Biagi guardandolo in faccia era un atto previsto dal copione fin dal principio.
    A MODENA - Nell'indagine sul caso Biagi è aperto da ieri anche un filone modenese legato alla sua attività universitaria. Da ieri negli uffici del professore - che nella facoltà di Economia dell'Università di Modena insegnava diritto del lavoro - sono stati messi i sigilli dalla magistratura. Le stanze numero 43 e 45, gli studi che si trovano di fronte e l'aula numero 78 sono stati chiusi. Gli investigatori stanno cercando elementi utili alle indagini tra le carte e i file registrati sui computer in uso al consulente del ministro del Welfare, con particolare attenzione alla posta elettronica ricevuta: perché sarebbero arrivate proprio via email alcune delle minacce a causa delle quali il docente aveva inutilmente sollecitato una scorta per sé e per la sua famiglia. Nel materiale d'inchiesta c'è da ieri anche l'agenda privata del docente. Intanto i colleghi e gli studenti di Marco Biagi hanno lanciato un appello: chiedono di non strumentalizzare l'omicidio del docente per fini politici e di non legare il suo nome esclusivamente alla modifica dell'articolo 18: "Non era questo - dicono - l'unica riforma della quale Biagi si stava occupando".
    SECONDA ARMA - Il giorno dopo l'omicidio Biagi la polizia, avvisata da una ragazza, ha recuperato una pallottola inesplosa calibro 38 special all'imbocco di piazza San Martino, a 30-40 metri dal luogo del delitto, lungo la possibile via di fuga dei killer. Questo proiettile è incompatibile con l'arma del delitto: la procura ieri ha riconfermato che l'esecutore sparò sei colpi calibro 9 corto (quattro contro il professore, altri 2 a vuoto) con la stessa pistola semiautomatica che il 20 maggio 1999 uccise Massimo D'Antona. La nuova pallottola intatta porta invece a una diversa rivoltella, probabilmente una Smith & Wesson. Gli inquirenti non escludono una pur singolare coincidenza e stanno sentendo le guardie giurate della zona per capire se qualcuno abbia perso in quei giorni proprio una pallottola calibro 38 special. Il ritrovamento è comunque finito agli atti dell'omicidio Biagi, per verificare se possa trattarsi di un proiettile perduto da un componente del commando: il guidatore dello scooter o forse il misterioso terzo uomo (un "palo" per coprire la fuga?) visto da più di un testimone mentre "si allontanava in fretta, a volto scoperto", dal luogo del delitto. La polizia ha già preparato l'identikit anche di questo ulteriore sospetto complice dei brigatisti assassini. Alla fine della settimana la procura traccia il primo bilancio dell'inchiesta: decine di perquisizioni in case e nelle carceri e un centinaio le testimonianze raccolte.
    Paolo Biondani Giusi Fasano

    "Il Corriere della sera"
    Una volta mi disse Franceschini, che ebbe a che fare con le Br: "Si spara a un simbolo"; una toga, insomma, una uniforme. Peccato che sotto ci sia un uomo. Mi confessò, mentre era detenuta, Francesca Mambro, che aveva tirato in testa a un carabiniere: "La mia generazione non conosce la parola rimorso".
    Mi sono tornati in mente questi incontri, mentre alla Certosa di Bologna seppellivano il professor Marco Biagi. Uno studioso, una persona "normale": di quelle che lavorano e pensano alla famiglia, che vanno a far gita la domenica in bicicletta con gli amici, che si sono fatta strada con la fatica e l'impegno. E poi che hanno qualche convinzione politica, e credono magari nel socialismo. Forse in quello che mi spiegava Pietro Nenni, che voleva portare avanti quelli che erano nati indietro.
    Di Marco Biagi io condivido il nome, le comuni origini, un paese dell'Appennino tosco-emiliano, dove tutti conoscono la fatica di vivere, e forse il sogno di quegli apostoli laici, che pensavano "alla umana redenzione", e intanto fondavano cooperative, aprivano Case del popolo, dicevano che tra gli ispiratori del partito ci poteva essere anche Gesù Cristo: in fondo, quando moltiplicava pani e pesci anticipava le mense popolari. E poi c'era sempre un cammello che poteva passare per la cruna di un ago, più facilmente che uno con tanti soldi per la porta del paradiso.
    Ho molto apprezzato la dignità e il coraggio della sposa di Marco: ha chiesto che nell'ultimo viaggio gli fosse accanto non il mondo "ufficiale", che alla fine lo aveva lasciato solo e indifeso, ma quelli che gli avevano voluto davvero bene.
    Con il professor Marco Biagi se ne è andato un uomo giusto e buono che si occupava degli altri. E forse è morto proprio per questo.

    "La Stampa"
    GLI INVESTIGATORI SANNO CHE COMPUTER HA USATO, QUALI TASTI HA CLICCATO, DOVE HA ACQUISTATO LA SCHEDA
    Su Internet le tracce del br-hacker
    La pista elettronica arriva fino all´ufficio di Marco Biagi
    inviato a BOLOGNA
    E´ un hacker, non è solo un brigatista comunista e combattente. E´ un "mago" del computer, un esperto di software, uno capace di inviare con un clic 500 messaggi di rivendicazione dell´omicidio di Marco Biagi e poi sparire nella rete. Sperando di non lasciare tracce. E invece le tracce ci sono. Gli uomini del Gruppo Anticrimine Tecnologico della Finanza prima e della polizia postale sanno tutto di lui. Sanno che ha comperato la scheda telefonica in un negozio Wind della capitale, e si è collegato al server di "Inwind", per l´indirizzo e-mail con cui ha inondato mezza Italia, da un Internet café della provincia di Roma. Sanno che computer ha usato e quali tasti ha cliccato prima di cercare di scomparire. Anche se la scheda Wind 329064227 usata dalle Brigate rosse per inviare la rivendicazione dell´omicidio di Bologna è già stata distrutta, le sue tracce sono rimaste in rete. "Gli hacker sono bravi, noi non rimaniamo indietro", ripete da giorni il procuratore reggente di Bologna, Luigi Persico. Gli hacker sono bravi, ma gli investigatori hanno imparato in fretta. Hanno imparato dalla rivendicazione elettronica per l´attentato alla Cisl di Milano e da quella per i dieci chili di esplosivo alla Iai di via Brunetti a Roma. Attentati rivendicati dai Nuclei di Iniziativa Proletaria e Rivoluzionaria, una sigla che viene abbinata alle Br Partito comunista combattente. Attentati rivendicati via e-mail. Forse chi ha fatto clic allora è lo stesso che ha fatto clic dopo l´omicidio di Biagi. Sicuramente le procedure elettroniche sono le stesse. E questa volta gli investigatori non si sono fatti trovare impreparati. La pista elettronica lasciata dalle Brigate rosse arriva fino all´ufficio di Marco Biagi all´Università di Modena. Gli studi numero 43 e 45, gli uffici di fronte e l´aula numero 78, i luoghi in cui aveva accesso il professore e dove ci sono i computer, sono stati messi sotto sequestro dagli investigatori. Due giorni fa i tecnici della polizia postale avevano preso i computer dalla casa di via Valdolica. Nella mailing box del professore potrebbero essere arrivate minacce simili a quelle che riceveva per telefono. Sul disco fisso o nei file potrebbero esserci ancora le tracce che portano a chi ha mandato quei messaggi di morte. Se la pista elettronica è la più importante che stanno battendo gli investigatori, si continua a lavorare anche su quelle tradizionali. Sugli identikit del basista o dei basisti, sul racconto dei testimoni che hanno visto due persone con i caschi integrali a bordo di uno scooter aprire il fuoco contro Marco Biagi e poi scappare verso piazza San Martino. "Non riveliamo l´identikit, servono ancora le indagini", è la spiegazione ufficiale. In realtà fra i troppi che hanno visto - o che dicono di aver visto - ci sono molte contraddizioni. C´è solo il rischio di fare confusione. Come "elemento suggestivo" viene per ora classificato anche il proiettile calibro 38 special Smith&Wesson ritrovato integro due giorni fa da una studentessa, a cinquanta metri dal luogo dell´omicidio, lungo la via di fuga presa dal commando. Il calibro non è compatibile con l´arma usata dai brigatisti, una semiautomatica 9 corto. Ai carabinieri sembra improbabile che possa essere caduto a qualcuno che si trovava armato e in supporto al gruppo di fuoco. Le vie attorno alla zona del ghetto dove abitava Marco Biagi sono frequentate da tossicodipendenti, da spacciatori, oppure potrebbe essere stato perso accidentalmente da una guardia giurata, una delle tante armate con revolver di quel calibro. Una cosa è sicura, da un proiettile integro di un calibro così comune è impossibile risalire al proprietario o all´armeria che lo ha venduto. Sembrano finite anche le polemiche sull´arma usata per ammazzare Marco Biagi. Per il procuratore reggente Luigi Persico non c´è alcuna possibilità di mettere in dubbio le conclusioni cui sono arrivati fin dal primo giorno i tecnici della Ris dei carabinieri di Parma. E cioè che l´arma usata per ammazzare Biagi sia la stessa con cui è stato ucciso l´economista Massimo D´Antona: "Il comandante dei Ris, il tenente colonnello Luciano Garofalo, in presenza di due suoi collaboratori, mi ha personalmente mostrato e illustrato le fotografie degli esami eseguiti con il microscopio comparatore. Non ho dubbi sull´esattezza di qeusti dati tecnici. Tutto il resto sono illazioni". Continuano infine le ricerche dello scooter usato dagli attentatori e della base logistica bolognese per il commando Br. E continuano senza risultato le perquisizioni definite "anche mirate", almeno quindici nella sola Bologna e negli ultimi due giorni.
    Fabio Poletti

    "La Stampa"
    L´EX PRESIDENTE DEL COMITATO DI CONTROLLO: NON C´E´ NESSUNA DEVIAZIONE
    Brutti: i nostri 007 non c´entrano
    Oggi ai vertici dei servizi ci sono funzionari leali allo Stato
    ROMA
    Massimo Brutti, senatore Ds, già presidente del comitato di controllo sui servizi segreti nonché ex sottosegretario agli Interni e alla Difesa, è convinto che il documento che rivendica l´omicidio di Marco Biagi sia stato scritto almeno in parte dalla stessa mano degli assassini di Massimo D´Antona. "Si tratta di un gruppo ristretto costituito da tre componenti: terroristi irriducibili che sono in carcere; latitanti, anche questi terroristi, legati alle esperienze degli Anni 80, e componenti nuovi, poco noti e forse giovani. Poi a mio avviso - aggiunge - si è realizzato un collegamento con gruppi minori che in questi anni hanno realizzato azioni violente, più modeste. Ma la leadership è rappresentata dal nucleo più sanguinario".
    Lei esclude strumentalizzazioni o deviazioni dei servizi?
    "I servizi di sicurezza hanno puntualmente segnalato il perdurante rischio che deriva dall´esistenza di questo gruppo non ancora neutralizzato. In ogni caso gli apparati dei servizi sono molto delicati e devono essere sottoposti a un controllo puntuale e rigoroso".
    Non esiste un comitato parlamentare per il controllo dei servizi di sicurezza?
    "Esiste ma i suoi poteri vanno rafforzati. Oggi fa fatica ad operare perché la sua attività dipende delle informazioni che gli fornisce il governo. Detto questo, analizzando i fenomeni di oggi dobbiamo fare attenzione a non riproporre acriticamente categorie che appartengono al passato. Quando ci fu il sequestro Moro i vertici dei servizi erano tutti nelle mani della P2. Oggi le cose sono molto cambiate e nei servizi lavorano funzionari leali che fanno il loro dovere".
    Esclude anche collusioni con servizi stranieri?
    "Non siamo in grado di dirlo ma non possiamo inseguire congetture senza fondamento. Bisogna tenere gli occhi aperti e potenziare i controlli".
    E le coincidenze di questa come di altre azioni?
    "E´ la logica del terrorismo. Pochi ma lucidi, coerenti autoreferenziali".
    Si è parlato di una talpa al ministero del Lavoro. Cosa ne pensa?
    "Sicuramente hanno una buona conoscenza delle problematiche delle relazioni industriali e del diritto del lavoro. Pensano che sul terreno dei rapporti di lavoro sia possibile attraverso atti delittuosi colpire il dialogo democratico e imbarbarire i conflitto. La risposta naturalmente è la manifestazione di oggi, che difende la democrazia e contemporaneamente le condizioni di un confronto sociale pacifico all´interno di essa".
    m. g. b.

    "Il Messaggero"
    LE ACCUSE DI CASTELLI
    Il ministro Vaillant: l'ospitalità
    ai brigatisti? Storie del passato
    PARIGI - Sdrammatizza il ministro degli Interni francese Daniel Vaillant, dopo le accuse mosse dal ministro della Giustizia Roberto Castelli alla Francia di ospitare "parecchi brigatisti italiani, che non consegna all'Italia". Quelle accuse, commenta Vaillant: "Riguardano storie del passato che hanno ben poco a che fare con la situazione di oggi, non creiamo problemi franco-italiani quando non ci sono".
    Roba vecchia, insiste parlando con i giornalisti mentre al Salone del Libro firma il suo libro in cui illustra il suo socialismo. L'Italia è "un paese amico, la cultura italiana ha sempre avuto il suo posto in Francia", prosegue, "il ministro della cultura Catherine Tasca ha detto quel che si doveva dire", esprimendo disapprovazione per la manifestazione anti-Berlusconi di giovedì sera, perciò "non facciamo falsi problemi". Oltretutto, aggiunge, non ci sono mai stati momenti di pericolo reale.
    In generale poi, sottolinea Vaillant, che la cooperazione tra la polizia italiana e quella francese, specie nella lotta contro il terrorismo, è eccellente, come si è visto nelle inchieste sul terrorismo di matrice islamica. La Francia, afferma, è allerta, pronta ad intervenire se c'è gente che fomenta attentati terroristici, e "anche sulla questione del mandato di arresto europeo, il problema con l'Italia è risolto sul principio".

    25 marzo 2001 - UCCISIONE Biagi: DAI GIORNALI
    "Il Messaggero"
    LA PROCURA DI BOLOGNA
    Il "palo" a volto scoperto?
    Testimoni non concordi
    dal nostro inviato
    RITA DI GIOVACCHINO
    BOLOGNA- I testimoni sono più di cento, ma la generosa partecipazione dei cittadini rischia ormai soltanto di complicare il quadro delle indagini, gli unici attendibili si contano sulle dita di una mano. C'è anche uno staff di consulenti che sta analizzando i 150 nastri registrati dalle web-camere dislocate alla stazione e nel centro storico di Bologna, da cui potrebbe emergere quel volto e quel nome che molti apsettano. Si lavora duro e anche ieri, domenica delle Palme, gli inquirenti non hanno mollato la presa. Nel palazzo di vetro che ospita la Procura in piazza Trento e Trieste si sono incontrati il procuratore Luigi Persico, il capo della Digos Vincenzo Rossetto e Gianni Luperi capo dell'Antiterrorismo della polizia di prevenzione, ex Ucigos. Ma per ora c'è un'unica certezza, fornita dagli uomini del Ris del colonnello Garofalo: a sparare contro Marco Biagi è stata la stessa arma che ha ucciso Massimo D'Antona. A sei giorni dall'attentato non c'è ancora l'identikit di chi ha sparato e non si trova il reperto più importante, ovvero il motorino con cui i terroristi si sono dileguati.
    Il commando. Sarebbero almeno sette i terroristi in azione. Tre presenti sul luogo del delitto, quattro avvistati in azioni di appostamento. Questi ultimi, apparsi sempre in coppia, un uomo e una donna, potrebbero però essere le stesse persone camuffate in modo diverso per sviare le indagini. C'è comunque certamente una donna che sarebbe salita sul treno a Modena insieme al professor Biagi. Ad attenderla alla stazione il presunto fidanzato, insieme avrebbero pedinato la vittima fino al parcheggio delle bici dove se ne perdono le tracce. Nei giorni precedenti, qualcuno ha notato una coppia di fidanzati scambiarsi affettuosità proprio sotto la casa del docente. Nessuna certezza neppure sul terzo uomo, il "palo", che si sarebbe allontanato a piedi e a volto scoperto da via Valdonica dopo aver estratto una pistola a copertura del killer. Ma c'è chi pensa che il proiettile calibro 38 inesploso, trovato da un cronista, potrebbe averlo fatto cadere lui.
    Gli identikit. I disegnatori della scientifica stanno lavorando a tre fotofit. Quelli della coppia, un ragazzo e una ragazza, stile black-bloc, visti alla stazione. Ma c'è anche l'identikit del terzo uomo. Un supertestimone lo avrebbe descritto con la pistola in pugno, a viso scoperto, impugnare l'arma contro Marco Biagi. Una descrizione che però contrasta con quella fornita da due donne. Un'anziana (la stessa che ha dato l'allarme al 113) è sicura di aver visto il killer con il volto coperto da casco integrale impugnare l'arma con la mano sinistra. E una studentessa che ha incrociato la moto conferma questa versione. Dice il procuratore Pesico: "Nessun teste mente, potrebbero aver assistito a fase diverse dell'azione". Come dire il killer potrebbe essersi tolto il casco giusto il tempo di sparare. Se l'interpretazione è questa, il terzo uomo non c'è.
    La fuga. Del motorino non c'è traccia e c'è scetticismo sulla presenza di un covo Br a Bologna. Prende quota l'ipotesi di un furgone parcheggiato poco distante da via Valdonica, covo mobile, dove i killer posso essersi liberati di armi, caschi e moto. Il furgone è stato utilizzato sia nell'omicidio Ruffilli che in quello D'Antona, ma a Bologna per ora è soltanto un'ipotesi investigativa.

    "Il Resto del Carlino"
    "PROPRIO SOTTO CASA Biagi HO VISTO I KILLER IN ATTESA"
    BOLOGNA - Vent'anni, alto e magro. Studia all'Università di Bologna. E' angosciato, distrutto da quella scena che prima di martedì scorso aveva visto solo in un film del terrore. Quell'uomo, poverino, il professore Marco Biagi, era lì davanti a lui, steso a terra nel suo sangue. Aveva gli occhi chiusi, il volto contratto in un dolore senza ritorno. "No - dice - non potrò mai dimenticare... mai. Lo chiamavo, lo chiamavo sempre più forte e lui niente...".
    Eccolo qua il supertestimone. Che per qualcuno, chissà poi perché, non dovrebbe esistere. E' lui ad avere visto in faccia gli assassini del professore, è lui ad averli visti in faccia un attimo prima che si calassero il casco in testa.
    Quei due, sotto il portico
    "In via Valdonica - racconta - sono arrivato alle 20.05, un minuto prima della vittima, forse due minuti dopo i due killer...". I carabinieri lo hanno sentito già tante volte e presto lo riascolteranno ancora. Deve inoltre completare l'identikit di uno dei due assassini, quello che ha visto meglio.
    "Quei due sfumacchiavano - dice lo studente - erano fermi sotto il portico, appoggiati a una colonna... Sì, erano a un metro dalla porta di casa Biagi. Poco più avanti c'era il loro scooter, quello l'ho visto meno bene... non saprei dire di che marca fosse... aveva il parabrezza... il portico sotto casa Biagi è bene illuminato ma la mia attenzione è andata soprattutto a quei due. Uno di loro aveva una tasca rigonfa - racconta il giovane sulla cui identità, per ovvie questioni di sicurezza, non diremo nulla - e adesso, col senno di poi, posso dire con certezza che quel rigonfiamento era senz'altro dovuto alla pistola... Avevano i caschi in mano".
    Li ha guardati in faccia, gli sono sembrati due uomini, dice poi. Quindi è entrato in un portone di via Valdonica, dov'era diretto quella sera. Pochi minuti, il tempo di sentire il crepitio degli spari ovattati dal silenziatore, e il giovane è tornato sui suoi passi col cuore in gola.
    I killer se n'erano andati via in scooter, il 'palo' pure. Per terra avevano lasciato il professore agonizzante, sei bossoli calibro '9 corto' e il dolore eterno di una famiglia distrutta, segnata per sempre.
    "Forse - ha confidato ai carabinieri il supertestimone - porterò sempre dentro di me l'angoscia per non aver capito quel che stava succedendo, che in tasca di quell'uomo col casco in una mano e la sigaretta nell'altra c'era una pistola...". Adesso vive protetto, lo studente. Dalle forze dell'ordine e dalla famiglia, la madre soprattutto, che lo protegge con gli artigli da tutto e tutti.
    C'è un identikit
    Il superteste ha visto due uomini e di uno ha fatto l'identikit. Ma gli investigatori non escludono affatto - dato che a sparare è stata la stessa arma che ha ucciso Massimo D'Antona a Roma, nel 1999 - che il complice dell'assassino possa essere una fanciulla acconciata da uomo. D'Antona, del resto, cadde proprio nella trappola di un uomo e una donna.
    Stessa arma dunque, stesse menti, stesso gruppo di fuoco: gli investigatori ne sono convinti. E da Roma arriva la confema di notizie diffuse nei giorni scorsi: i vari gruppi eversivi si sarebbero saldati alle Brigate rosse - Pcc. Ed è proprio sui Nipr e gli Nta (Nuclei d'iniziativa proletaria e Nuclei territoriali antimperialisti), che si stanno incentrando gli sforzi degli investigatori.
    Ancora niente, invece, si sa del motorino: non si riesce a trovare. E nulla si è scoperto della misteriosa pallottola calibro 38 trovata la mattina dopo l'agguato a pochi metri da casa Biagi. Non è stata persa da nessuna delle guardie giurate interrogate finora.
    di Biagio Marsiglia

    "Il Resto del Carlino"
    E' LA TECNICA DELLE BR: PRIMA DI AGIRE CONTROLLANO ORARI E ABITUDINI DEI POSSIBILI TESTIMONI
    "Scusi, ma lei si è mai sentita pedinata in queste settimane...". Il maresciallo domanda, e la testimone, occhi sgranati, lo guarda stupito.
    "Io? E perchè mai avrei dovuto essere seguita? - ribatte la teste agitata sulla sedia - Mica i terroristi ce l'avevano con me...".
    Tutto vero. I terroristi, quei maledetti, ce l'avevano con Biagi. Ma è proprio per uccidere Marco Biagi che hanno studiato alla perfezione la strada in cui il professore viveva. Hanno studiato la strada e la sua gente, le abitudini.
    Ed emerge allora un particolare inquietante, tutti coloro che lavorano in via Valdonica, che ci abitano o che sono soliti andarci, in base agli elementi in possesso degli investigatori sarebbero stati pedinati.
    Ed è proprio per questo che ad ognuno degli interessati, ad esempio alle bariste, al barbiere, a chiunque, viene chiesto di pensare bene se nei giorni precedenti all'agguato avessero mai notato qualcuno dietro di loro che si comportava in modo sospetto. In pratica quelli di via Valdonica è probabile che siano stati tutti pedinati.
    E' la tecnica delle Br, e chi fa le indagini non lascia nulla al caso. Carabinieri e polizia nel giro di pochi giorni hanno interrogato oltre cento persone e stanno continuando anche in queste ore. Mentre una squadra si dedica alla ricerca dell'inafferrabile motorino che sarebbe stato utlizzato la sera dell'aggutao dai killer e che tuttavia non si trova da nessuna parte. O c'è un buon basista in città, ovvero le nuove Br godono di un 'pulitissimo' appoggio dentro le mura di Bologna, oppure si può ipotizzare che lo scooter (rosso verde o grigio non si sa) se ne sia andato in frertta col comamndo dei terroristi, magari caricato su un furgone. Tutte ipotesi, per carità, nessuna certezza. Così come la ricostruzione in base alla quale sarebbero addirittura sette i componenti del gruppo terroristico che martedì sera hanno partecipato all'esecuzione di Marco Biagi.
    Non si placano, intanto, le polemiche in merito alla perizia balistica del Ris dell'Arma che stabilisce come ad uccidere Biagi sia stata la stessa pistola che ha ucciso D'Antona.
    L'ex presidente della commissione Stragi, il senatore Giovanni Pellegrino, ha espresso le sue perplessità sul fatto che si sia così certi che a sparare a Marco Biagi sia stata la stessa arma dell'omicidio D'Antona.
    "Credo - sostiene il senatore Giovanni Pellegrino - che per una perizia tanto delicata occorresse maggior tempo... Eppure Bologna in poche ore ha dato la risposta definitiva".
    Il procuratore di Bologna, Luigi Persico, sull'argomento ha già detto come la pensa e non ha voluto sprecare fiato. "L'arma è la stessa - ha solo ribadito - punto e basta".
    di Biagio Marsiglia

    "La Stampa"
    AL CONFRONTO LE IMMAGINI DELLE TELECAMERE CON I RACCONTI DI CHI DESCRIVE IL COMMANDO
    Biagi era pedinato già sul treno da Modena
    Sette i presunti brigatisti segnalati lungo il percorso sino a via Valdonica
    inviato A BOLOGNA
    Una ragazza che abbraccia il fidanzato in stazione, due uomini con i caschi integrali sullo scooter a pochi passi dal portone, altri due - uno è brizzolato - che si allontanano di fretta e a piedi da via Valdonica. Sulla scena degli ultimi dieci minuti di vita di Marco Biagi ci sono molti protagonisti e troppi testimoni. Ognuno con la sua verità, che si cerca di fissare sulla carta per un identikit sicuro. A mettere in difficoltà il procuratore reggente Luigi Persico: "I testimoni non mentono, ricostruiscono solamente le fasi diverse dell´omicidio". Dove non arriva le memoria dei testimoni, non sbaglia quella elettronica. Al massimo bisogna interpretarla. Dall´analisi dei frame delle telecamere alla stazione di Bologna, si vede che uno degli uomini che è ripreso accanto a Marco Biagi mentre sale sulla bicicletta per far ritorno a casa pochi minuti prima era al binario d´arrivo del treno per Modena, lo stesso che aveva preso il professore, da dove scende una ragazza che l´uomo abbraccia. Potrebbe essere solo un caso, il saluto tra due fidanzati qualunque. Oppure potrebbe non essere una coincidenza. E sui nastri magnetici è rimasto l´arrivo della staffetta che ha seguito sul treno Marco Biagi, che alla stazione dà la conferma al complice che l´aspetta. Il "fidanzato" segue poi Biagi fino alla bicicletta, avverte un´altra staffetta che pedina il professore mentre pedala verso casa. O avvisa il commando con un telefonino. Tutto da verificare in questa inchiesta fatta di elettronica e ricordi, in cui solo l´elettronica sembra dare certezze. I tecnici della polizia postale stanno ultimando la relazione, sulla spedizione da Roma con un computer e un telefonino via e-mail, delle ventisei pagine firmate Brigate Rosse con la rivendicazione dell´omicidio. L´attende il pubblico ministero Pietro Saviotti, il magistrato della Capitale che indaga sull´omicidio di Massimo D´Antona e che in collaborazione con la procura di Bologna si occupa dell´inchiesta sull´organizzazione Brigate Rosse, sui legami con le altre sigle e degli hacker che almeno due volte in passato, hanno usato Internet per rivendicare le loro azioni. Alla procura e agli investigatori di Bologna rimane la scena del delitto. Quella più difficile da ricostruire. Quella dove l´elettronica, a parte le immagini riprese alla stazione di Bologna, serve a poco e che si basa solo sui testimoni che hanno visto "frammenti della scena del delitto", come ripete il procuratore. C´è chi vede uno o due basisti nei giorni precedenti l´omicidio. C´è chi vede il commando Br che apre il fuoco e scappa sullo scooter verso piazza San Martino. C´è chi vede un terzo uomo a volto scoperto e a pochi metri, potrebbe essere un semplice passante o uno di copertura al commando, e con lui sarebbe il settimo entrato in azione quella sera. Poi c´è chi gira di aver visto in faccia anche se per pochi attimi uno degli uomini sullo scooter con il casco integrale, nel momento in cui si abbassava la visiera. "Troppo poco per fare un identikit anche parziale", ammettono gli investigatori. Troppo poco, in quelle circostanze, sono le otto di sera, è già buio e la luce dei lampioni è fioca. E poi c´è troppa gente su quella scena. C´è anche il figlio maggiore di Marco Biagi, Francesco, che arriva a casa solo pochi minuti prima di suo padre, quando il commando è già pronto. Un altro testimone racconta alla polizia di aver visto due persone allontanarsi da via Valdonica verso via dell´Inferno, pochi istanti dopo l´omicidio quando già stanno arrivando i carabinieri. Dice che uno dei due aveva i capelli brizzolati. E di essere stato colpito dal fatto che non sembravano incuriositi da quello che stava accadendo ma che si sono allontanati in direzione opposta. "Gli identikit hanno una scarsa efficacia investigativa, servono solo a fare raffronti quando ci sono già dei sospetti", spiegano gli investigatori. E poi fanno l´elenco di tutte le volte che un identikit non è servito a niente. Dal capo storico delle Brigate Rosse, Mario Moretti, che sembrava la fotocopia vivente del suo ritratto e lo hanno arrestato sei anni dopo, ai killer di Massimo D´Antona, disegnati solo sulla carta come i brigatisti che hanno ammazzato Marco Biagi.
    Fabio Poletti

    "Il Corriere della sera"
    Casalegno: troppa indulgenza con le vecchie Br
    MILANO - "Giornalisti, intellettuali, politici e semplici cittadini professano attenzione, indulgenza, rispetto e a volte autentica simpatia" nei confronti delle vecchie Brigate rosse. E' l'accusa del figlio di Carlo Casalegno, il vicedirettore de La Stampa che il 16 novembre del 1977 fu ucciso con quattro colpi di pistola mentre rientrava a casa, a Torino. Andrea Casalegno, all'epoca militante di Lotta continua, in un articolo pubblicato ieri su Il Sole 24 Ore , ricostruisce quella che, a suo parere, è una differenza di giudizio e di atteggiamento tra le vecchie e le nuove Br. Mentre le prime "si illudevano che la rivoluzione fosse in marcia", le "nuove" Br "vivono per uccidere" e "sanno che la rivoluzione non verrà". E' forse per questo, dice Casalegno, "per una sorta di omaggio alla "buona fede" rivoluzionaria" che si tiene un atteggiamento più morbido. Ma è necessario ribadire, spiega, che "i vecchi brigatisti non sono stati meno crudeli e meno ingiusti degli assassini di D'Antona e Biagi... E permane l'offesa che hanno arrecato la disinvoltura, la compiacenza, a volte la deferenza, con cui sono stati interrogati quegli assassini".

    "Il Nuovo"
    Nuove Brigate, niente e così sia
    di Vincenzo Tessandori
    Le parole di De Gennaro lasciano sgomenti E dimostrano che delle nuove Br si sa poco
    Per fermare i terroristi occorre conoscerli
    Errori ne sono stati già commessi troppi
    Niente e così sia. Quanto poco sappiamo delle "nuove" Brigate rosse, quale struttura abbiano, quale strategia seguano, quali alleanze cerchino, in quale acqua nuotino, quali forze le manovrino, al di là di un'alluvione di dichiarazioni più o meno interessate, in fin dei conti ce lo ha detto Gianni De Gennaro, capo della polizia, in alcune dichiarazioni, conferenze, esternazioni che, spolverate da quella patina di ovvio buon senso che le ricopre, lasciano sgomenti. Ci ha spiegato, per esempio, che fu deciso di togliere la scorta a Marco Biagi, l'ultimo travolto dal terrorismo, perché "in un certo momento storico si è ritenuto che quella tutela non fosse più necessaria". E ha pure aggiunto come sia impensabile una protezione armata per tutti i possibili obiettivi. Tutto questo, in una elementare equazione politico-investigativa, equivale a zero. Zero notizie dall'interno del gruppo; zero sospetti; zero o poco ma molto poco di più, indizi. Per questo, forse, in mancanza di meglio, e di più solido, si gira attorno alla notizia di un identikit e, quasi fosse un passo decisivo per le indagini, a quella che l'arma assassina di Bologna è la stessa che, nel '99, ammazzò Massimo D'Antona, a Roma. Se anche la cosa fosse provata, come pare sia, non sarebbe una scoperta ma semplicemente la conferma di ciò che queste bierre desideravano intensamente: che non rimanessero coni d'ombra sulla "firma" all'attentato.
    Del resto, è macabra tradizione di alcuni gruppi terroristici fare di un'arma un simbolo. Come accadde con la Nagant e la Skorpion. Il belga Leon Nagant, nel 1894, progettò una rivoltella molto particolare, fabbricata fino al 1944 in Cecoslovacchia e in Unione Sovietica: cinque colpi, calibro 7,62, per l'azione di "controllo" dei gas di sparo, quando il grilletto viene schiacciato, il cane si alza e il tamburo è spinto in avanti fino alla bocca della canna ed è possibile applicare un silenziatore. Insomma, ottima per i killer, che la usarono in almeno dieci attentati, alcuni mortali, compreso quello contro Carlo Casalegno, vice-direttore de "La Stampa". La mitraglietta Skorpion, affermarono i brigatisti arrestati Adriana Faranda e Valerio Morucci, "è patrimonio delle forze rivoluzionarie". Più tardi furono scoperti gli attentatori e i loro strumenti di morte, ma sempre prima i terroristi eppoi le armi.
    I contenuti della risoluzione strategica, l'uso di internet, forse anche il modus operandi fanno dire ad Alberto Franceschini come queste Brigate rosse niente, tranne il marchio, abbiano in comune con il gruppo di cui, negli anni settanta, lui faceva parte. "Il tipo di operazione e l'obiettivo sembrano ruotare nella stessa logica all'origine della strage di piazza Fontana". Quella che, nella sinistra, ma non soltanto, è stata chiamata "la strage di Stato". "Prenderli" a ogni costo, titolò "La Stampa" all'indomani dell'agguato ad Aldo Moro, presidente della democrazia cristiana, e della scorta. Anche oggi, purtroppo, quell'invocazione è terribilmente attuale. Ma per prenderli, bisogna conoscerli, contare su uno strumento investigativo efficiente, muoversi come "pesci nell'acqua", esattamente come fanno loro. Perché di errori, già dall'attentato a D'Antona, ne son stati commessi troppi: e non è una campagna di arresti che sciolga il nodo. Certo, neppure dotando di scorta possibili obiettivi. Tuttavia, individuare i bersagli probabili sarebbe già un gran passo in avanti. E allora, il poliziotto De Gennaro non sarebbe costretto a confessare: niente e così sia.

    "Il Nuovo"
    Biagi era in ritardo, killer avvisati da chi lo pedinava
    Confermato che il professore era pedinato. Rivendicazione via mail: stessa mano dell'attentato allo Iai. Gli inquirenti: "La mente degli omicidi D'Antona e Biagi è in carcere".
    BOLOGNA - Nuove conferme per l'ipotesi che Marco Biagi fosse seguito dai componenti del commando fin dalla sua partenza a Modena. Il professore caduto nell'agguato sotto casa era infatti in ritardo di alcuni minuti e gli investigatori sono sicuri che i killer siano stati avvertiti per poter sorprendere il consulente del governo al momento giusto. Biagi aveva perso il treno delle 19 da Modena a Bologna e aveva preso la corsa successiva, alle 19:12. Inoltre, dopo l'arrivo, si era attardato alla biglietteria per acquistare un altro biglietto. A pedinare il professore potrebbe essere stata la ragazza che è scesa dallo stesso treno e che si è incontrata con l'unica persona presente al binario, un giovane con il quale si è scambiata effusioni riprese dalle telecamere della stazione, e apparse decisamente artificiali agli investigatori.
    I punti fermi dell'indagine . Dagli ambienti investigativi trapela una "certezza". Quella che la "la mente" degli omicidi Biagi e D'Antona sia in carcere, fra gli irriducibili delle Br- Pcc sommersi da ergastoli. Continuano infatti ad avere rapporti con i complici riparati all'estero e con le nuove leve che, in questi tre anni, si sono organizzate. Inoltre, "con buona probabilità" la brutta copia della rivendicazione dell'omicidio di Massimo D'Antona sarebbe stata scritta nelle celle di Trani e Latina, dove è detenuto lo stato maggiore delle Br-pcc. Due i nomi di cui si parla di più: Maria Cappello e Fabio Ravalli. In questi giorni, infatti, la Digos è tornata nelle celle di Trani, Latina e Biella e ha sequestrato scatoloni di carta per metterli sotto esame. Gli inquirenti hanno rilevato forti analogie tra la tecnica di spedizione della e-mail di rivendicazione dell'agguato di Bologna e quella della bomba all'Istituto di affari internazionali di Roma. Un'altra conferma della saldatura tra le Br-Pcc e i gruppi minori, come quello che agì allo Iai. Gli inquirenti ritengono quindi che il numero di militanti a disposizione della colonna principale del nuovo movimento eversivo sia ora passato dalle 20-30 persone prima ipotizzate, ad ottanta.
    Su un versante diverso dell'inchiesta, gli investigatori sono andati al Foro Boario, sede della facoltà di Economia e
    Commercio dell'università di Modena, e hanno setacciato lo studio del professor Biagi, scaricando dal suo computer tutti i file e i messaggi di posta elettronica contenuti in memoria.
    Gli identikit. Nella sede della Procura si sono invece riuniti i vertici della Digos e dell'Antiterrorismo per fare il punto della situazione. Si cercano tracce lasciate dal commando, a partire dal motorino, e una ipotetica base logistica. In più, è stato chiarito che l'uomo visto al momento del delitto a pochi metri dalla casa del docente potrebbe essere un passante qualunque, un altro teste o magari un membro del commando, ma non uno dei killer del professore. Perché l'assassino, hanno ribadito gli inquirenti, aveva il casco integrale.
    Inoltre, spunterebbe anche un terzo uomo col volto scoperto nel gruppo di fuoco. Non solo, quindi, i due killer col casco integrale a bordo di uno scooter, uno dei quali armato della pistola 9x17. Ma anche un'altra persona che non ha sparato, ma che probabilmente era pronto ad entrare in azione se qualcosa fosse andato storto.
    Da domenica sera, inoltre, è pronto un identikit dell'assassino elaborato dal computer della polizia scientifica. E ci sono le immagini registrate dalle telecamere della stazione a tracciare una pista importante.
    La scorta. Stamane, è giunto a Bologna il prefetto Roberto Sorge, capo di gabinetto del ministro Scajola, ed è rimasto sei ore e mezzo in prefettura. A Sorge il ministro dell'Interno, Scajola ha affidato infatti un'indagine interna per accertare eventuali responsabilità amministrative nella decisione della revoca della scorta. Sorge in proposito ha ascoltato il prefetto di Bologna Sergio Iovino e il questore Romano Argenio, i loro colleghi di Modena, nonché gli altri vertici delle forze dell'ordine, componenti del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza. Sorge avrebbe ascoltato tutti e raccolto documenti, completando l'inchiesta sulla quale dovrà riferire a Scajola. All'uscita dalla prefettura Sorge non ha voluto dire nulla ai cronisti.
    Il lutto. E' stata intanto una domenica delle Palme di lutto cittadino a Bologna, per ricordare Marco Biagi. Piazza Maggiore si è fermata un minuto, mentre le campane suonavano a morto a mezzogiorno. E i familiari hanno chiesto di spegnere i riflettori puntati dalla stampa: l'hanno fatto con un appello lanciato da Marina Orlandi, la vedova. Poche righe in cui è stato invocato il rispetto della privacy.

    26 marzo 2002 – UCCISIONE Biagi: DAI GIORNALI
    "La Nazione"
    IL GENERALE PALAZZO È SICURO
    "GIUSTA LA PISTA D'Antona"
    RITENIAMO DI AVERE una visione abbastanza chiara dell'organizzazione nell'ambito della quale è maturato anche l'omicidio Biagi". Lo ha detto l'ex comandante dei carabinieri del Ros, il generale Sabato Palazzo, ora comandante interregionale dell'Arma. Secondo il generale, "la struttura individuata a suo tempo dal Ros per l'omicidio D'Antona" è "in qualche modo la stessa che è implicata" nel delitto Biagi: "Tra l'altro - ha sottolineato Palazzo - hanno sparato con la stessa pistola e in più ci sono gli elementi raccolti in questi giorni che portano sempre in quella direzione".

    "La Stampa"
    L´EX CAPO DEL GRUPPO STORICO: NELLA RIVENDICAZIONE MANCANO RIFERIMENTI A GENOVA ED AI NO GLOBAL
    "Queste non sono le Bierre"
    Franceschini: a Bologna solo un´azione di potere
    SE mai ha avuto dubbi, ora li ha cancellati. Dice: "Sono convinto, leggendo lo pseudocomunicato e riflettendo sulle modalità operative sia da un punto di vista militare sia politico, che queste che si definiscono Brigate rosse, con la storia delle Br non c´entrano neppure un po´". Alberto Franceschini, 55, in un´organizzazione di tutti uguali era fra i più uguali: un capo, il "pubblico ministero" che interrogò il magistrato genovese Mario Sossi il cui sequestro, nel 1974, avrebbe dovuto essere, nel progetto "rivoluzionario", il primo "attacco al cuore dello Stato". Diciotto anni dietro alle sbarre e, nel 1992, la scarcerazione per fine pena; oggi lavora in una cooperativa che si occupa, per l´Arci, di progettazione.
    Perché gli assassini di Biagi dovrebbero essere estranei alle bierre?
    "C´è una riflessione da fare, da un punto di vista prima di tutto politico. Le nostre azioni erano sempre pensate in rapporto al movimento delle masse. Pure nella rivendicazione dell´assassinio D´Antona emergeva un ragionamento che, anche se ritenuto delirante, traeva però riflesso dalla situazione: guerra in Bosnia, bombardamenti cui partecipavano gli italiani, cortei dei pacifisti. In qualche modo tutto questo è il marchio di fabbrica delle Brigate rosse, sempre attente al loro operare militare in funzione dello sviluppo dei movimenti. Anche l´omicidio politico, perché nessuno ha mai pensato che ammazzando della gente si facesse la rivoluzione. Cosa che, secondo me, è il punto di partenza, il codice genetico delle Br. Nel documento su Bologna non esistono analisi di questo tipo, nessun accenno a Genova, ai no global... ".
    Però analizza la situazione italiana: allora?
    "Il documento in sostanza dice: "Non ci importa un accidente dei movimenti, ci interessa solo il gioco interno al potere". Ha il sapore forte di un´analisi fatta dal punto di vista del potere. Questo tipo di ragionamento riportato nella situazione odierna, l´azione compiuta a tre giorni da quella che avrebbe dovuto essere, e che poi è stata, la grande manifestazione della Cgil, ci pone davanti a due interpretazioni: o si ha a che fare con persone stupide, incapaci di rendersi conto che tutto ciò che fanno andrà contro le iniziative di della Cgil e delle forze che, in qualche modo, combattono il governo e la Confindustria: il che è improbabile; oppure, questa è un´azione di potere, tutta interna al potere".
    Ma chi avrebbe mandato gli assassini?
    "Quello che so, perché detto e ripetuto sui giornali e in tv, è che si è trattato di un omicidio annunciato. E forse atteso. Riflettiamo. In questi mesi le grandi lamentele di Maroni e del governo sull´articolo 18 erano sul fatto che avessero "perso la battaglia della comunicazione, finora vinta da Cofferati e dalla Cgil". Allora, qual è l´obiettivo principale di questo delitto? Mettere in crisi le capacità comunicative del sindacato e ridar fiato a quelle di governo e Confindustria: cosa successa. Berlusconi e Maroni hanno cercato di utilizzare in tutti i modi l´attentato, come Zorro hanno aspettato che il cavallo passasse sotto la finestra per balzarci sopra. È l´ipotesi più favorevole al governo che possa fare".
    E la meno?
    "Non vorrei che qualcuno fosse tornato alla strategia un tempo chiamata "della tensione", che ha sempre mirato alla sconfitta degli operai, della Cgil e della sinistra, utilizzando anche gli strumenti del terrorismo. Vedo terribili analogie con piazza Fontana, che non fu una strage isolata ma, purtroppo, l´inizio di una stagione. Allora resuscitarono un cadavere chiamato anarchia per scoprire, dopo anni, che gli anarchici non c´entravano; oggi viene ripescato un altro cadavere che: si chiama Brigate rosse o partito comunista combattente, utilizzato per terrorizzare chi lotta e viene assimilato alla sinistra. Non dimentichiamo che Berlusconi ha sempre attaccato la sinistra dicendo: "Siete dei comunisti". Adesso il gioco è molto più complesso e raffinato, e se è così, i prossimi saranno anni terribili"
    Qualcuno sostiene che Luciano Lama e il sindacato avessero deciso la caccia al terrorista soltanto perché si sentivano fragili: è così?
    "Questa è una balla. Certo, esisteva una debolezza relativa del sindacato rispetto non tanto al terrorismo ma al movimento operaio. Però esisteva una profonda cultura democratica: noi siamo stati sconfitti dal sindacato e dal pc,sia dal punto di vista politico sia da quello poliziesco, e loro hanno collaborato a farci arrestare non per un discorso strumentale ma perché convinti che fossimo nemici della democrazia. Il che era vero. Cofferati non è Lama, anche come cultura. Quando alla manifestazione dice "questa è la mia gente", l´impressione che ne trai è che sia brava gente. Una volta c´era la teoria per cui la Cgil viveva degli imput dal partito, adesso il gioco si rovescia: la cinghia di trasmissione va dalla Cgil ai ds".
    Se gli assassini non sono brigatisti, allora chi sono?
    "Gente mandata. Bologna mi ricorda la azioni camorristiche o mafiose, con ragazzini sul "vespino" che ammazzano uno davanti al bar. Ed è inquietante che neppure 24 ore dopo, il ministro dell´interno si sbilanci dicendo che la pistola è la stessa che ha ucciso D´Antona, perché è impossibile dimostrarlo così in fretta. E se lo dici ed è vero, è perché lo sai".

    "Il Corriere della sera"
    Biagi, una telefonata può tradire i brigatisti
    Il professore aveva perso il treno, il basista avvertì il commando a Bologna. Individuati numeri sospetti
    DAI NOSTRI INVIATI
    BOLOGNA - Carabinieri e polizia li chiamano "numeri sensibili". Sono numeri di telefonini sospetti perché potrebbero corrispondere a quelli usati dal commando delle Br che una settimana fa ha ucciso Marco Biagi. Non che gli uomini del gruppo di fuoco fossero sprovveduti: sapevano di dover limitare al massimo le comunicazioni fra loro. Martedì sera, però, c'è stato un imprevisto: un banale ritardo del professore che ha obbligato lui a prendere un treno successivo e che potrebbe aver costretto loro a uno scambio di telefonate non calcolato. Un giro di chiamate fra Modena e Bologna per avvertire dell'intoppo i killer e, forse, anche i pedinatori e i basisti. Di quelle chiamate è rimasta traccia alle compagnie telefoniche. E ora proprio i telefonini in funzione in quei minuti e in quelle zone sono il punto di partenza di una nuova pista investigativa, che ha già rivelato l'esistenza, appunto, di "numeri sensibili". E che si aggiunge agli altri tre filoni dell'indagine: l'arma del delitto; le testimonianze e gli identikit; i controlli telematici sulle rivendicazioni e sui computer della vittima.
    I CELLULARI - Martedì 19 marzo il consulente del ministero del Lavoro sarebbe dovuto tornare a casa con l'Intercity partito da Modena alle 19 e arrivato a Bologna 28 minuti dopo. Ma gli impegni in università lo hanno costretto a un lieve ritardo. Così ha fatto appena in tempo a salire sul treno delle 19.12, giunto a Bologna alle 19.37. Se, come credono gli inquirenti, il docente era pedinato, è molto probabile che dalla stazione modenese sia partita almeno una chiamata per avvisare del ritardo il commando a Bologna. Come è verosimile che altre telefonate siano state fatte per avvertire il killer che aspettava il segnale per muoversi in scooter verso il luogo dell'agguato. Per questo carabinieri e polizia, da sette giorni, stanno analizzando le chiamate registrate dalle stazioni telefoniche (in gergo "celle") installate lungo il tragitto: l'università e lo scalo ferroviario di Modena, la stazione di Bologna e via Valdonica, dove il docente abita e dove è stato ucciso. Tra centinaia di chiamate alcune vengono giudicate "compatibili" con l'ipotesi che a comunicare fossero proprio i terroristi.
    INTERNET - L'omicidio Biagi è stato rivendicato da "un nucleo armato" delle Br-Pcc con un documento spedito anche via email a oltre 500 indirizzi. I terroristi hanno usato un computer collegato a un telefonino, con una scheda Wind. Con la stessa tecnica i "Nuclei di iniziativa proletaria rivoluzionaria", rivendicarono l'attentato esplosivo dell'aprile 2001 in via Brunetti a Roma, dove anche la bomba fu innescata con un cellulare. E non basta: anche per gli ordigni incendiari che colpirono nel luglio 2000 la sede della Cisl a Milano, il comunicato fu spedito con un portatile collegato a un telefonino. Allora, il "Nucleo proletario rivoluzionario" contestava il Patto per il lavoro di cui fu artefice Biagi. I carabinieri ora stanno controllando anche i computer del docente: ieri nei suoi studi all'università di Modena sono stati scaricati tutti i file che potrebbero contenere anche minacce via email.
    TESTIMONI - Gli inquirenti hanno raccolto alcune testimonianze fondamentali: c'è una persona che, prima dell'omicidio, ha visto il killer e un complice in attesa a volto scoperto, accanto allo scooter. Altri hanno fornito gli identikit di due possibili basisti e di un ipotetico "palo". E nei filmati della stazione compaiono un uomo e una donna che sembrano seguire il professore. I magistrati riconfermano infine che Marco Biagi è stato ucciso con la stessa pistola usata dalle Br il 20 maggio '99 per assassinare Massimo D'Antona.
    Paolo Biondani

    "La Stampa"
    Perquisizioni
    Indagini a Roma
    inviato a BOLOGNA
    Continuano le perquisizioni. Dopo le prime trenta a Bologna e Firenze, i Ros dei carabinieri sono in azione a Roma, Napoli, Milano e nelle carceri degli irriducibili. "Sono perquisizioni mirate, non andiamo a caso", spiegano gli investigatori, che nel mirino hanno quelle aree sospettate di essere vicine alle Brigate rosse e ai Nuclei di Iniziativa Proletaria Rivoluzionaria, quelli dell´attentato dinamitardo allo Iai di via Brunetti a Roma, quelli della prima rivendicazione elettronica via e-mail, adottata con le stesse modalità dalle BR-PCC, che hanno firmato l´omicidio di Marco Biagi a Bologna. Nei siti Internet del movimento fa sapere di essere stato perquisito il Centro Azione Ricerca Comunista di Napoli. Altre perquisizioni colpiscono militanti di Iniziativa comunista, il gruppo già finito nelle indagini dopo l´omicidio di Massimo D´Antona. I carabinieri cercano chi ha fatto il salto di qualità passando alla lotta armata, chi ha dato supporto logistico al commando entrato in azione in via Valdonica e chi ha fornito il know-how per inviare la rivendicazione via Internet, cercando di scomparire poi nella rete. "Sono persone che hanno un bagaglio di conoscenze tecnologiche ed informatiche altamente sofisticate", ammettono gli investigatori che stanno stendendo la relazione tecnica destinata alla scrivania del pubblico ministero romano Saviotti e al pool di magistrati di Bologna che però, formalmente si occupa solo della dinamica dell´omicidio. Solo di quello che è successo in via Valdonica martedì sera, dei giorni precedenti nella stessa strada quando c´era in azione più di un basista, e dei minuti successivi, quando il commando si è dato alla fuga in scooter scomparendo nel dedalo di viette del ghetto di Bologna. Ancora una volta i carabinieri cercano di ricostruire nei dettagli gli ultimi minuti di Marco Biagi. Che esce dall´università di Modena e si avvia alla stazione ed è già seguito. Che arriva a Bologna alle 19 e 37, con qualche minuto di ritardo sul previsto e si attarda in biglietteria prima di andare alla bicicletta e pedalare verso casa. Sempre seguito da una coppia di persone, come si vede dalle telecamere a circuito chiuso in stazione. Le stesse che avvisano il commando armato di pistola calibro 9 corto, che aspetta in via Valdonica il collaboratore del ministro del lavoro, da mesi senza scorta e tutela. Al lavoro ci sono anche i tecnici della polizia che stanno cercando di dare un volto agli assassini e al basista, almeno sotto forma di identikit. Un lavoro complesso perché ci sono molti testimoni e le loro versioni non sono concordi. Lo conferma anche il procuratore reggente Luigi Persico: "L´ipotesi di un supertestimone è azzardata e infondata". Alla ricostruzione partecipa anche Francesco Biagi, il figlio maggiore del professore assassinato, che era rientrato a casa pochi minuti prima del padre, quando il commando era forse già appostato. Tutti dicono che i killer avevano caschi integrali. Solo uno giura di averne visto almeno uno in faccia mentre si abbassa la visiera, anche se per pochissini secondi.
    Fabio Poletti

    26 marzo 2002 - ASSEGNATA SCORTA A PROF. CARLO DELL'ARINGA
    ANSA:
    Oggi e' stata assegnata la scorta a Carlo Dell' Aringa, uno degli autori del Libro Bianco sul lavoro fatto insieme a Marco Biagi, e che aveva denunciato ieri all' 'Eco di Bergamo' la sua situazione non protetta. Lo ha riferito lo stesso docente di diritto del lavoro. "Si puo' immaginare - dice all'Ansa - che non e' un bel vivere, ma se la situazione e' questa...". Ha mai ricevuto minacce o telefonate anonime? "No - risponde - e tantomeno pensavamo all' interno del gruppo che lavorava al Libro Bianco che si potesse arrivare a questo". Eravate mai stati messi al corrente di essere in qualche modo persone che correvano dei rischi? "No, pero' e' anche vero che lo scontro si e' acceso solo nell'ultimo periodo, dopo l' inserimento della riforma dell' articolo 18 nella delega. E pensare - aggiunge - che nel Libro Bianco quella riforma non c'era e che e' stata messa successivamente per dare piu' corpo politico al provvedimento". Tuttavia, il gruppo di lavoro svolgeva per piu' versi gli stessi compiti che aveva svolto Massimo D' Antona. "E' vero - risponde Dell' Aringa - pero' il clima nel tavolo di lavoro non era mai stato di forte conflitto. Scontri si', ce ne erano, ma sempre in un clima di rispetto e collaborazione. Insomma, non ci si pensava che potesse accadere una cosa del genere. Il terrorismo l' avevamo, tra virgolette, dimenticato, ma proprio perche' l' attenzione e il rispetto tra gli interlocutori che sedevano al tavolo erano buoni e andavano al di la' delle contrapposizioni".

    26 marzo 2002 - FRANCESCHINI A OGGI, SONO PSEUDOBRIGATISTI
    In un'intervista al settimanale "Oggi", Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Br, commenta l' uccisione di Marco Biagi:"I killer li chiamerei pseudobrigatisti. Soggetti anomali, fuori dagli schemi tradizionali di destra e sinistra". Secondo l'ex br, "si e' parlato di similitudini con il delitto D'Antona, invece e' tutto diverso. Li' c'era il furgone, l'organizzazione quasi militare del commando, il volantino con la sigla e la stella della Br. Ora hanno agito in motorino, invece del volantino e' stato Internet a dare la rivendicazione. E come si fa a parlare della stessa arma? Nel caso D'Antona gli inquirenti ipotizzarono l'uso di una pistola a tamburo, che non lascia cadere i bossoli. Nel caso di Biagi, invece, i bossoli li hanno trovati. E poi, le differenze ideologiche: in questa rivendicazione non c'e' nessun riferimento ai movimenti di oggi, ai no global, all'Afghanistan... Eppure nella lotta armata devi sempre illuderti di poter trovare un collegamento, anche labile, con la cultura e la societa' che ti circonda". "Queste non sono le Br", conclude Franceschini, accusando:"L'uccisione, ne sono convinto, e' stata decisa a tavolino per danneggiare i sindacati e il movimento no global. Il capitolo Br e' chiuso. Non c'e' alibi storico per chi pensa il contrario. Non esiste una strada brigatista al cambiamento".

    26 marzo 2002 - TERRORISMO:ITALIA HA CHIESTO ESTRADIZIONE BORTONE A SVIZZERA
    ANSA:
    L' Italia ha chiesto alla Svizzera l'estradizione di Nicola Bortone, sospettato di essere stato membro delle Brigate rosse ed arrestato lo scorso 10 marzo a Zurigo. La domanda formale di estradizione e' stata inoltrata ieri al competente Ufficio federale di giustizia (Ufg), che ne ha dato oggi la notizia. Bortone, sospettato dalle autorita' italiane di essere stato membro delle Brigate rosse,"grazie alla stretta collaborazione tra autorita' di polizia svizzere e italiane - si afferma in un comunicato dell'Ufg - il 10 marzo 2002 Bortone ha potuto essere arrestato dalla polizia zurighese. Da allora si trova in stato d'arresto in vista di estradizione". L'Ufg informa di aver gia' trasmesso la domanda di estradizione al cantone di Zurigo e in base all'audizione di Bortone e ad un'eventuale presa di posizione del suo avvocato, l'Ufg decidera' in merito all'estradizione. Un'eventuale decisione d'estradizione potrebbe essere impugnata da Bortone davanti al Tribunale federale, massima istanza giudiziaria svizzera. La domanda formale di estradizione si fonda su un ordine d'arresto del Tribunale di Roma, emesso il 12 settembre 1989 per i reati di promozione, costituzione ed organizzazione di associazione eversiva dell'ordine costituzionale e di banda armata. Per i medesimi reati - spiega l'Ufg - il 18 settembre 2001 Bortone e' stato condannato in contumacia dalla Corte di Assise di Roma a una pena di cinque anni e mezzo di reclusione. Sulla base di una domanda di ricerca internazionale proveniente dall'Interpol di Roma, nell'ottobre 1998, l'Ufg aveva provveduto, a scopo d'arresto, all'iscrizione di Bortone nel sistema Ripol.

    26 marzo 2002 - INIZIATIVA COMUNISTA: AUTOSOSPENSIONE
    ANSA:
    "Il comitato nazionale di Iniziativa Comunista ha confermato la sua autosospensione dalla normale attivita' politica come conseguenza e denuncia della negazione delle garanzie costituzionali che tutelano la liberta' dei partiti politici dovuta alla persecuzione contro di noi". E' quanto si legge in un comunicato diffuso oggi da Norberto Natali, leader di Ic, tornato recentemente in liberta' dopo l' arresto disposto lo scorso anno dalla procura di Roma per otto militanti accusati di essere i fiancheggiatori delle Br. "Iniziativa comunista non e' un capro espiatorio e non e' vittima di errori giudiziari", si legge, adesso bisogna "riprendere la lotta di classe, ricostituire il Pci, rilanciare la lotta per la difesa degli interessi dei lavoratori e della democrazia". Per Iniziativa Comunista questi sono gli argomenti politici su cui si basa la loro attivita', "quelli dei nostri avversari sono le manette, le calunnie, i complotti e gli intrighi". Nel comunicato si lamenta che la borghesia avrebbe "scatenato certi apparati dello Stato, la sua stampa e i suoi agenti nel tentativo di distruggere Ic: per questa via si vuole dimostrare che il Pci e' stato solo una grossa banda armata e cercare di cancellarne ogni traccia. Il tentativo e' fallito". Iniziativa Comunista ha quindi deciso che l'autosospensione rimarra' "fino a quando la borghesia non verra' costretta a gettare la maschera costituzionale e a dichiarare i comunisti fuori legge o fino a quando verra' imposto alla borghesia di riconoscere il diritto all'esistenza per un Partito comunista". "Il terrorismo - si legge nel comunicato di Ic - e' un prodotto storicamente tipico della borghesia, che vi ricorre quando deve completare la propria ascesa al potere o quando e' travagliata da acuta crisi. I terroristi sono dei contrabbandieri ideologici e politici che si sforzano maldestramente di consentire alla borghesia di dire che essi sarebbero marxisti-leninisti o comunisti". E infine: "Potrebbe esserci chi crede che la via indicata dalla Br sia un modo per combattere l'ingiustizia e cambiare la societa'. In questo caso bisogna persuadere chi lo pensa facendolo ragionare su come l'avversario si accanisca, per esempio contro Ic, mentre finge di urlare contro i terroristi che invece asseconda in vari modi".

    27 marzo 2002 - UCCISIONE Biagi: DAI GIORNALI
    "Il Nuovo"
    Biagi, la scorta revocata dal Viminale
    Un carteggio agli atti dell'inchiesta tra la prefettura di Bologna e il ministero dell'Interno svelerebbe la verità sulla scorta tolta al professor Biagi. Dal Viminale ci fu il via libera, ma Bologna tentennò.
    ROMA - Il via libera a togliere la scorta all'economista sarebbe arrivato dal Viminale. In realtà, la prefettura di Bologna non avrebbe voluto eliminare alcuna protezione al consulente del ministero del welfare. E' quanto si legge stamane su "Repubblica": Biagi, l'uomo "beffato" dallo stesso Stato in cui credeva e per il quale lavorava, sarebbe stato vittima di una "kafkiana burocrazia", di una "sciagurata scelta del Ministero", secondo la ricostruzione fatta stamani dal quotidiano.
    Un destino, grottesco, già scritto. Scritto in un carteggio che il capo di gabinetto del Viminale Roberto Sorge ha allegato agli atti della sua inchiesta amministrativa durante le sette ore di colloquio con il prefetto di Bologna Sergio Iovine.
    Ed ecco, brevemente, i fatti. La scorta - riferisce sempre "Repubblica" - al professor Biagi viene disposta la mattina del 16 luglio 2000. La mattina del 15 luglio, dopo il rinvenimento presso la sede provinciale della Cisl di Milano di due ordigni incendiari, l'allora questore di Milano Finazzo telefona al questore di Bologna Romano Argento comunicandogli che la decisione di scortare Biagi ha un carattere di tale urgenza che altrettanto si consiglia di fare a Bologna. Risultato: Biagi viene scortato a Bologna e a Milano. E presto lo sarà anche a Roma.
    Un anno dopo, la scorta viene tolta a Biagi, come la mattina del 20 marzo riferisce lo stesso Scajola, "ritenendo cessate le esigenze di tutela".
    Iovino, appresa la notizia del rientrato allarme per Marco Biagi, scrive al direttore dell'ufficio ordine pubblico, Francesco Tagliente, chiedendo come debba comportarsi Bologna.
    Ed ecco "la beffa", ecco il "kafkiano destino" che si stava compiendo per Biagi. Perchè Bologna non avrebbe dovuto togliere la scorta a Biagi, come stavano facendo Milano e Roma? Perchè?
    Inoltre, sempre dalle indagini sulla morte di Biagi, risulta che il professore riceveva minacce anche all'Università di Modena. Lo stesso Biagi chiese copia dei tabulati Telecom impressi nel cervellone della centrale telefonica universitaria che registra il traffico delle chiamate.
    Al termine di un question time in Senato il ministro dell'Interno Claudio Scajola ha annunciato che l'inchiesta sulla scorta di Biagi si sta per concludere, ma ha aggiunto: "non dobbiamo mitizzare le cose. Ho voluto far approfondire bene sia all'interno del Viminale sia nelle prefetture e nelle questure interessate per riuscire a capire al meglio come si e' svolta questa vicenda. Comunque sia non confondiamo il problema del terrorismo con il problema delle scorte perché sono due cose assolutamente diverse. Non si può scortare tutti, non si può far credere che con le scorte si risolve e si vince il problema del terrorismo. Dobbiamo verificare perché Biagi non aveva la scorta, lo stiamo verificando ma il problema è molto piu vasto. Il problema è di avere alta la guardia perché si riesca a frenare il terrorismo con l'impegno di tutti".
    Intanto, dopo il delitto, continuano però ad essere riassegnate scorte che erano state revocate. Di nuovo sotto tutela, tra gli altri, l'ex ministro del Lavoro Tiziano Treu e i membri della commissione di Garanzia guidata da Gino Giugni.

    "Il Messaggero"
    MONDO DEL LAVORO AL SETACCIO
    Caccia alla "talpa" ministeriale
    Si battono anche le piste dell'estremismo sindacale e dell'università
    di ROSANNA SANTORO
    ROMA - Si tornano a battere le piste del sindacato e del ministero del Lavoro. A caccia delle talpe che avrebbero fornito supporti alle Br per l'omicidio Biagi. Come all'epoca del delitto D'Antona. All'antiterrorismo si spulcia tra migliaia di nomi di dipendenti, alla ricerca di personaggi con un passato nell'eversione rossa. E torna alla mente un episodio accaduto nel maggio '99, tre giorni prima dell'omicidio D'Antona e finora tenuto segreto. Al dicastero del Lavoro era in corso una trattativa sugli esuberi nelle telecomunicazioni. L'ennesima riunione notturna era stata interrotta per mezz'ora, per dar modo a dirigenti del ministero e sindacalisti di mangiare un boccone. "Rientrati nella stanza, i partecipanti al negoziato avevano trovato su un tavolo un fascio di volantini delle Br con la stella a cinque punte, sulle vertenze nel mondo del lavoro", ricorda il senatore Ds Luigi Viviani, allora sottosegretario di Bassolino. E aggiunge: "Venne avvertita subito la Digos. Nessuno fece trapelare la notizia, per evitare di fare da cassa di risonanza. Scegliemmo di non dirlo pure dopo il delitto del professor D'Antona, il consulente del ministero che avrei dovuto incontrare anche la mattina dell'agguato. Dopo quell'episodio vennero aumentati i controlli a via Flavia, dove all'epoca c'erano più di mille dipendenti".
    A distanza di quasi tre anni resta ancora un mistero chi abbia lasciato quei volantini lì. Di certo, vista l'ora, era qualcuno che aveva facile accesso a via Flavia, che, entrando, non avrebbe insospettito la vigilanza. E che, soprattutto, sapeva esattamente in che stanza andare. Insomma, o un interno al ministero o uno dei 15-20 sindacalisti che avevano partecipato alla trattativa.
    I contenuti della rivendicazione del delitto Biagi e soprattutto di quello D'Antona fanno ipotizzare la partecipazione alla stesura di personaggi del circuito delle politiche del lavoro, dell'estremismo sindacale se non addirittura di tecnici o consulenti del ministero. "Nella risoluzione su via Salaria - ricorda un esperto dell'antiterrorismo - c'erano passaggi in cui erano riportati, pressoché integralmente, pezzi dei verbali degli ultimi tavoli di concertazione al ministero". Inoltre la scelta delle due vittime, di alto valore simbolico ma sconosciute ai più, rafforza i sospetti su quel mondo. Nel mirino dell'intelligence ci sono una manciata di sindacalisti, considerati una possibile "cintura", cioè una cellula di tecnici che opererebbe con le Br. E nell'inchiesta sull'omicidio D'Antona c'è un legame diretto con il sindacato. Tra i cinque indagati figura anche Rita Casillo, la militante di Iniziativa comunista e attivista dei Cobas. Cobas che, alla Fiat di Pomigliano D'Arco, hanno diffuso un significativo volantino: "Non verseremo una sola lacrima per i loro morti. Biagi come D'Antona faceva parte di quella schiera di consulenti del lavoro pronti ad assecondare le aspettative dei padroni di qualunque potere politico".
    Come per D'Antona, anche per Biagi l'antiterrorismo sta monitorando il mondo universitario, soprattutto gli studenti fuori corso, abbastanza esperti e in confidenza con il linguaggio del professore. Alla Sapienza gli investigatori romani non avevano avuto gran fortuna nella ricerca di possibili complici del commando di via Salaria. Ora alla facoltà di Economia di Modena, dove insegnava Biagi, è aperta la caccia alla talpa, che avrebbe segnalato ai killer di via Valdonica tutti i suoi movimenti. Il 19 marzo il professore aveva infatti improvvisamente cambiato programma, posticipando il rientro a Bologna.

    "Il Mattino"
    SI INDAGA SULL'ANTAGONISMO SOCIALE IN CITTÀ
    ELIO SCRIBANI
    Più cauti di alcuni ministri, gli inquirenti distinguono tra terrorismo, disagio sociale e manifestazioni di piazza. A parte l'allarme, che ora riapre vecchie ferite, la città non mostra segnali di una possibile ripresa della lotta armata. C'è l'humus, quello sì, nel quale l'eversione pescò in passato e potrebbe pensare di tornare a pescare consensi. C"è anche uno dei più vasti fronti di miseria, disoccupazione e precariato. C'è, infine, la storia sanguinaria della colonna napoletana degli anni di piombo. Già c'era, tutto questo, quando le nuove bierre uccisero a Roma Massimo D'Antona, ma dopo l'orrore per l'assassinio-gemello di Marco Biagi a Bologna, le indagini sono ripartite anche a Napoli con impeto e determinazione. Massima attenzione. Le indagini di tre anni fa non portarono ad alcun risultato investigativo sostanziale. I sospetti, del resto, erano circoscrittti a un solo episodio specifico: le venti lettere di rivendicazione dell'agguato a D'Antona spedite, appunto da Napoli, alle rappresentanze sindacali di una ventina di fabbriche italiane.
    Poco. Già troppo perché la macchina dell'intelligence non scattasse in ogni direzione possibile. Gli ambienti dell'antagonismo di sinistra furono rigirati come un guanto. Pedinamenti. Interrogatori. Perquisizioni. Furono inviati 3 avvisi di garanzia per "associazione sovversiva". Digos e Ros rigirano di nuovo quegli ambienti, spulciando tra le idee e la propaganda considerate più audaci e più vicine, da un punto di vista ideologico, alle follie del terrorismo. Nulla più. Tornano nel mirino le sigle della resistenza comunista. Lo zoccolo duro del conflitto sociale. In tutto meno di 200 persone.
    Occorre distinguere, naturalmente, ma un'inchiesta viaggia necessariamente sulle ipotesi ed è, quindi, inevitabile che si tornino a percorrere piste già battute. Nulla di nuovo. Tranne la paura, che può risalire alla ribalta per una stupida stella a cinque punte disegnata sul bagno di una fabbrica o per il ritrovamento di un furgone in una lunga notte di polizia. Alta tensione. La città resta, comunque, anche un crocevia dell'integralismo islamico e il più grande mercato della falsificazione di documenti. Gli allarmismi, però, non servono. Le scorte, pure rafforzate, sono ridotte al minimo: il presidente di Confindustria, Antonio D'Amato, accanito sostenitore delle modifiche all'articolo 18, il presidente della Regione, Antonio Bassolino, che era ministro del Lavoro al tempo dell'omicidio D'Antona, l'assessore regionale alle Politiche formative, Adriana Buffardi, e l'economista Raffaele De Luca Tamajo, collaboratore di Bassolino al ministero e di recente contattato dal nuovo governo per la riforma del mercato del lavoro.
    Un pugno di uomini sotto protezione. Ma la partita della sicurezza resta aperta e l'elenco delle tutele può allungarsi ogni giorno. Le pagine nere delle vecchie e nuove bierre insegnano, infatti, che possono correre rischi maggiori i personaggi meno in vista del mondo istituzionale o sindacale. È successo con D'Antona e con Biagi. Lo sforzo degli investigatori è quello di decifrare logiche illogiche dell'eversione, studiando testi di rivendicazione e materiale propagandistico. Un obiettivo ardito: anticipare le tappe del terrore. Ora. Per non piangere poi sulle scorte negate o sulle minacce messe in burla.

    "Il Messaggero"
    Bologna, cinque ore di vertice in Procura
    Si cerca il filo che congiunge le Br-Pcc con altre sigle eversive, come Nta e Nipr
    dal nostro inviato
    RITA DI GIOVACCHINO
    BOLOGNA- Ci voleva l'omicidio di Marco Biagi per mettere attorno allo stesso tavolo magistrati e investigatori che da anni indagano senza mai incontrarsi su omicidi e bombe, volantini e organizzazioni di sigle e matrici similari a Roma, Milano e Bologna. Per cinque ore sono rimasti chiusi al quarto piano del palazzo di vetro che ospita gli uffici della Procura, nella stanza del procuratore reggente Luigi Persico. Da Milano con il Pm Stefano D'Ambruoso è arrivata anche Ilda Boccassini, da poco tempo cooptata nel pool antiterrorismo, da Roma il sostituto procuratore Pietro Saviotti che indaga sull'omicidio di Massimo D'Antona. Un vertice per fare il punto delle indagini, per scambiarsi opinioni e fascicoli, ma anche nuove tecniche di indagine per risalire dai segreti del software ai cervelli delle nuove Br. Per capire come e quando potrebbero colpire di nuovo.
    C'è un filo che da Milano porta a Roma. E da Roma a Bologna, dove gli eredi delle Br a distanza di tre anni hanno compiuto un delitto gemellare a quello D'Antona, per colpire nuovamente al cuore il progetto di riforma dello Stato sui patti di lavoro a partire dall'articolo 18. Non si è parlato soltanto di Brigate Rosse, ci sono altre realtà che vanno rivisitate, documenti che vanno riletti per capire fino a che punto nel progetto di costruzione del "Partito Comunista combattente" siano confluite nuove formazioni, altre intelligenze e soggetti politicamente inseriti in quelle stesse realtà che vogliono abbattere.
    Prendiamo Milano. Non si può capire quello che è successo in via Valdonica il 19 marzo scorso, se non si fa un passo indietro, al 6 luglio dell'estate 2000 quando in una fioriera di via Tadini davanti alla sede Cisl furono trovati due ordigni esplosivi. Le bombe non esplosero e l'attentato fu rivendicato dal Npr, il Nucleo proletario rivoluzionario, niente a che fare con la firma anarco-insurrezionalista degli attentati al Duomo e a Sant'Ambrogio. Proprio in quei giorni, e in seguito a questo attentato, il prefetto Ferrante decise di porre sotto tutela Biagi che in quel periodo collaborava alla stesura del Patto di lavoro per il Comune di Milano con il sindaco Albertini. Passa qualche mese e lo scenario insurrezionalista si sposta a Roma, in via Brunetti, dove un pacco bomba ad alto potenziale viene collocato davanti alla sede dell'Istituto Affari Internazionali. Attentato firmato dal Nipr, Nucleo di iniziativa proletaria rivoluzionaria, per la prima volta rivendicato via e-mail con un sistema molto simile a quello usato per la rivendicazione dell'omicidio Biagi.
    Ad illustrare il significato dei due attentati è stato un documento di una terza organizzazione, gli Nta, ovvero i Nuclei territoriali antimperialisti. Due pagine dove compare la solita stella a cinque punte in cui, oltre ad inneggiare all'omicidio D'Antona, si considerano gli attentati "un nuovo contributo al radicamento dell'opzione di scontro tra Classe e Stato". Quale filo congiunge Br-Pcc, Npr e Nipr? E perchè hanno colpito a Bologna? Nel capoluogo emiliano potrebbe essersi costituito un primo nucleo operativo, è quasi una certezza. Lo scorso 6 marzo ci sono state tre rapine in due ore. La prima ad un ufficio postale vicino all'università (e dunque a via Valdonica), la seconda in una gioielleria poco distante, la terza in una tabaccheria. Sul posto sono stati lasciati volantini Br e sui muri è comparsa per la prima volta una stella a cinque punte. Di tutto questo si è finalmente parlato e discusso per cinque ore.
    Saluti Liberali
    Giorgio

  6. #6
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    In origine postato da antonio
    Taormina e' lo stesso che conosce da tempo l'assassino di Cogne ..?
    No è quello che ha letto le lettere di Biagi inviate al presidente della camera

  7. #7
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    In origine postato da Montalbano
    Allora stiamo freschi. Con quello che assume chissà cosa leggerà in quelle lettere. Poi dice che uno si dà al proibizionismo...
    Io che non ho mai fatto uso di stupefacenti (me ne guardo bene) ci ho letto un chiaro ed esplicito riferimento agli attacchi di Cofferati citato con nome e cognome dal rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto .

  8. #8
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    Leggiti la lettere a Casini nella quale Cofferati viene nominato esplicitamente in seguito ai suoi attacchi al libro bianco di Biagi.

  9. #9
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    In origine postato da Montalbano
    Ho capito, incrociate le dita, perchè se i NAR ammazzano Rutelli potremo dire che siete oggettivamente responsabili di questo omicidio ispirato dalla vostra crociata anticomunista. A Los Bum Bum, siete ridicoli...
    In un certo senso si, anche se Rutelli non essendo capace di fare alcunchè difficilmente potrebbe essere ritenuto un elemento pericoloso ne tantomeno il bersaglio di critiche di qualsivoglia natura

  10. #10
    email non funzionante
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    Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!
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    In origine postato da Montalbano
    Beh, sicuramente non può raggiungere il livello di Bossi che si pettina col rastrello pensando che sia il pettine. Per sua fortuna dentro la scatola cranica non c'è nulla...
    Come sempre il "professor" (di sta fava) montalbano riesce a trasmettere al sua CULtura a tutto il mondo con questi suoi illuminati post.

 

 
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