....e di governo.
Non è della Lega che il centrodestra al governo dovrebbe liberarsi per marciare spedito, come nell’esasperazione generale dei giorni scorsi aveva sostenutoGianfranco Fini e come, in un eccesso di semplificazione, pensano, alla spicciolata, molti esponenti del “centro” della coalizione, da Forza Italia all’Udc.
Dovrebbe liberarsi del complesso della Lega, proiezione, e alibi, di inferiorità maggioritaria, della paura (o della tentazione) che da un giorno all’altro si materializzi il fantasma del 1994.
Ignazio La Russa, il solo nella maggioranza a evocare l’aspetto psicopolitico, l’ha definito il complesso “del figliol prodigo”. Voleva alludere, con invidia fraterna, alla soggezione della coalizione nei confronti dell’alleato tornato nella casa paterna e per il quale si uccide ogni giorno un vitello grasso.
Ma è anche questa, pur nella suggestione delle Scritture, un’interpretazione succube del complesso. Concede alla Lega quel troppo che le vorrebbe sottrarre: il suo eccezionalismo politico, l’impenetrabilità del suo potere, sospeso non solo al patrimonio elettorale che rappresenta (il suo valore marginale in molti collegi è tuttora elevato), ma al suo, non analizzato, status di temuta variabile indipendente dell’alleanza di governo. E’ la condizione meno favorevole, a quest’ultima, per trovare il bandolo dell’enigmatico profilo di un alleato al quale non può rinunciare, ma nei confronti del quale, come nei confronti di ciascun altro, non può neppure abdicare.
Il coagulo politico dei diversi interessi è un problema anche nei sistemi in cui la maggioranza governante smussa in anticipo le differenze tra le sue componenti.
Si è affacciato all’orizzonte di Tony Blair.
Si affaccia, proprio in questi giorni, all’orizzonte di Jacques Chirac. Per la prima volta dai tempi di Georges Pompidou, cioè per la prima volta in trent’anni come ha calcolato Jérôme Jaffré, analista del Monde, la destra non insegue l’ambizione di conquistare “due francesi su tre” a scapito della sua efficacia di governo (fu la trappola di Valéry Giscard d’Estaing), ma fonda su questa la sua immagine nazionale, a scapito dell’efficacia dell’opposizione, compattando,a un tempo, il suo elettorato. La funzione di rassembleur imperniata sui risultati è più salda di una mediazione rinunciataria che scambia gli effetti con le cause.
Chirac e la destra francese lo hanno capito. Se c’è una cosa di cui il complesso della Lega, nel centrodestra italiano, è la metafora è dunque questa: il malcelato timore della coalizione di governo nell’assumere, ed esercitare, il suo ruolo maggioritario. Come se questo, anziché essere una funzione governante, fosse solo un abito elettorale.
Nel 2001 il Cav. ha vinto le elezioni esibendo una coalizione il cui pregio non era l’improbabile incastro di un puzzle i cui pezzi non sempre collimano, ma l’aver raccolto e incanalato nel fiume della politica molte spinte radicali della stagione rivoluzionaria, dal popolo delle partite Iva a quello dell’antipolitica, che esiste non solo a sinistra, moderandole in un programma di governo e di riforma.
A guardare indietro, i leghisti hanno anche fatto la loro parte preservando la legislatura da molti mediocri gattopardismi. Nelle politiche del lavoro, quando Roberto Maroni ha interpretato il leghismo come riformismo sapienziale.
Sulla giustizia, quando non prevale l’istinto vendicativo del ’92 (vedi Sofri).
Infine, per eterogenesi dei fini, imponendo il tema della revisione istituzionale, puntando i piedi sul particulare della devolution.
Può darsi anche, come sostiene Giuliano Urbani, che per evitare attriti, almeno in materia, basti “cambiare vocabolario”. Un po’ quel che succede nel testo (concordato) della riforma destinato alle prossime letture, da oggi forse, insieme al Dpef, all’esame degli alleati. Il potere leghista, fondato, come quello del mago di Oz, sull’abuso della propria voce, è forse permeabile all’uso delle parole.
Il popolo padano “a pranzo col diavolo”
Quando Umberto Bossi parla nel suo mobilitante amplificatore, la Lega di governo scompare e non fa sconti a nessuno.
Fanno testo l’essersi messo di traverso sulla presidenza Mieli alla Rai, l’attacco al ministro Pisanu, il caso Friuli e la lotta sulle candidature, l’ostruzionismo sull’indulto che ne ha prodotto una versione stiracchiata, il recente voto contro il governo, ma anche la iattanza con la quale alcuni mesi fa la compagine parlamentare leghista respinse un decreto salva-Bossi sui reati di opinione.
Detta le circostanze il primum vivere, la legge del capo. Bossi, però, sa fare anche il contrario e, sottovoce, portare il suo popolo “a pranzo col diavolo”. E’ il momento di rimetterlo a tavola.
A differenza del 1994, del 1995, del 1996, quando la solitudine della Lega “contro tutti” pagava in nome dell’antagonismo permanente al (vecchio) sistema, oggi non c’è niente da lucrare sulla débâcle della coalizione. Né in Parlamento, né fuori. Nata contro, la Lega può vivere ormai solo nel sistema, cambiando pelle.
Il suo declino percentuale non deriva dalla compromissione di governo. Segna, al contrario, l’esaurimento storico della lunga fase eversiva dei Novanta.
Bossi può tenere il suo elettorato offrendo stabilità, garantendo la realizzabilità delle riforme. Negoziando le risorse destinate a sostenerle. Anche la Lega (aiutata dalla coalizione) deve scegliere. Accettando di discutere della revisione pensionistica. O dei 200 mila immigrati che gli imprenditori stimano necessari alla ripresa. O avanzando una terza proposta. Non capendolo resterà vittima dei suoi becchini.
E la coalizione prigioniera del suo complesso.
Pialuisa Bianco
Da il Foglio di martedì 15 luglio 2003
saluti




Rispondi Citando
). Probabilmente donne adulte e consenzienti, nonchè mogli sue o dei suoi amichetti...quindi tutto lecito 