....liberal americano con dubbi sulla guerra.


Tre esempi forti del Keller pensiero.
L’ultimo, nell’ultima rubrica non da direttore:
“Qualunque cosa pensiate della giurisprudenza di Clarence Thomas, il suo disaccordo nel caso sull’affirmative action della Scuola di legge del Michigan è sicuramente uno dei più emozionanti documenti mai emessi dalla Corte Suprema degli Stati Uniti”.
E’ l’arringa irata di un nero che si sente personalmente tutelato e sminuito da quella che vede come una manipolazione della razza. L’amarezza spilla dalle note a pié di pagina, in una spiega perché deride la differenza razziale come un concetto estetico.
“La scuola di legge”, scrive Keller, “vuole avere una certa apparenza, dalla forma di scrivanie e tavoli nelle aule al colore degli studenti destinati a sedercisi. Nella testa del giudice Thomas diversità significa il nero come oggetto decorativo”. Questo da un dichiarato “trustee” di un college che tenta di attrarre studenti neri e latinos con lo stesso metodo del Michigan, che “lavora in un
giornale che si sforza di assumere e promuovere giornalisti talentuosi appartenenti a minoranze, (ndr, come Jayson Blair il fantasioso?)”, ma che sul dogma della affirmative action qualche dubbio lo coltiva.

Il secondo pensiero forte è sulle ragioni per liberare l’Iraq: “Ho sostenuto la guerra, con dubbi sulla sicumera, su ‘l’America sa quel che è meglio’, sulla nostra capacità di vincere la pace. Il fattore decisivo per me non è stata la mostruosità del regime, far fuori tiranni è causa nobile ma dove ti fermi?, e nemmeno per l’opportunità di disintossicare il Medio Oriente, altra causa nobile ma dubbia giustificazione per una guerra, quando quasi nessun altro nel mondo ti sostiene. L’ho sostenuta per la convergenza fra minaccia reale e opportunità reale. La minaccia era un dittatore con dimostrato insaziabile desiderio di armi mortali che facessero diventare lui o uno dei suoi sadici figli il re della regione.
Il fatto che desse aiuto e occasionale asilo a terroristi praticanti aggravava la minaccia.
E alla fine la sua sfida aperta ci faceva sembrare deboli e vulnerabili, un’impressione che non ci possiamo permettere. L’opportunità era un momento di consapevolezza e volontà politica creato dall’11 settembre, combinato con la sanzione legale riaffermata dalla risoluzione 1441 dell’Onu”. Non male per uno che poi si è molto arrabbiato per la storia delle armi di distruzione di massa che non si trovano, ma così lo ha motivato: “La verità è che la macchina che raccoglie le informazioni che devono guidare i nostri leader in materia di guerra e pace mostra segni di corruzione. Per me è un problema preoccupante, ma non perché invalidi la guerra che abbiamo vinto. E’ un problema perché ci indebolisce per le guerre che dobbiamo ancora fare”.

Professione inviato
Il meno recente pensiero forte, ma sempre del 2003, sulla fervente religiosità del presidente: “Le frequenti invocazioni di mister Bush dell’Onnipotente nei suoi discorsi irritano le orecchie dei mondani europei, i quali, quando il presidente dice ‘Dio benedica l’America’, immaginano di sentire ‘e all’inferno tutto il resto’. Ma è una tradizione antica in America, dove le nostre origini
dissidenti, le protezioni del Primo emendamento, e lo spirito d’impresa hanno creato la popolazione religiosamente più variegata del mondo. Mr. Bush non si avvicina affatto al linguaggio settario di Lincoln o dei Roosevelt, è stato il primo presidente ad allargare l’omaggio abituale alle chiese e alle
sinagoghe per comprendervi le moschee”.
Non male per uno che democratico ha votato e continuerà a votare.

Accompagnare i tre pensieri forti a uno solo dei grandi ritratti reportage di Bill Keller, quello dedicato a Paul Wolfowitz, seguito per settimane in giro per l’America, copertina smagliante di un magazine del Times; ricordare che ha fatto il corrispondente negli anni giusti in Sudafrica, in Unione Sovietica poi Russia, vincendoci sopra un Pulitzer, che la sua passione erano e restano gli esteri, il grande mondo e non l’isola di Manhattan, ma obtorto collo ha fatto pure il managing editor per due anni, che non ha fatto una piega quando due anni fa l’editore lo ha scansato preferendogli l’esterno, altero, brillante, aristocratico e superliberal Raines, anzi disse e ripete che allora fu una scelta più che giusta, che si fece la più straordinaria copertura immaginabile dell’11 settembre, sette Pulitzer sette, ma poi qualcosa nella newsroom è andato storto, difetti di comunicazione fra la cupola che crea e la massa che sgobba. Registrare quel che dice il corrispondente a Roma, Frank Bruni, dice che è stato nominato l’uomo migliore per il momento difficile che la Grande Signora non più in grigio sta vivendo, un giornalista straordinario, esperto, maturo, indipendente, brillante e sicuro di sé, ma affabile e disponibile.
Non scordare che lo scandalo del New York Times ha affascinato più il resto dei media che i lettori del giornale, uno che ce ne fossero in Europa.
Il direttore è morto, viva il direttore.

Da il Foglio di mercoledì 16 luglio 2003

saluti