Quasi quasi....avremmo avuto la fortuna di sbarazzarcene.....
Al Tesoro confronto maratona da martedì notte
E spunta anche il "preambolo" politico
"Basta richieste, mi dimetto"
poi Tremonti accetta la trattativa
Dall'altra parte del tavolo Rocco Buttiglione e Gianni Alemanno
di CLAUDIO TITO
Il ministro Tremonti
ROMA - In due anni di governo è stata la prima volta. Di fronte al Dpef anche Giulio Tremonti ha dovuto pronunciare quelle due paroline cui in genere si ricorre nei momenti più difficili: "mi dimetto". Davanti ad un Documento di programmazione economica e finanziaria che si stava trasformando in un "colabrodo" e che perdeva l'originaria impostazione, il super-ministro dell'Economia non è riuscito a trattenere la rabbia.
Dall'altra parte del tavolo Gianni Alemanno e Rocco Buttiglione. Che nella maratona di martedì notte al ministero del Tesoro continuavano a porre paletti e condizioni. "Basta - è esploso Tremonti citando i conti in rosso fornitigli dal ragioniere generale dello Stato Vittorio Grilli - questo Dpef non può diventare la lista della spesa. Se metto in fila tutte le richieste dei ministeri, mi servono almeno 20 miliardi di euro solo per loro. Una cosa inaccettabile. Se è così, io me ne vado".
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Certo, si è trattato solo di una minaccia. Di un modo per controllare l'"assalto alla diligenza". Sta di fatto che fino a ieri, per frenare le irruenze finanziarie degli alleati, non aveva mai dovuto ricorrere a questo escamotage. Peraltro non riuscito se si pensa che Alemanno senza scomporsi ha risposto: "mi dispiace, dovremo trovare un altro ministro dell'economia...".
Sarà stata per la risposta del collega o solo perché con quello sfogo voleva saggiare il sangue freddo dei suoi interlocutori, ma a quel punto l'uomo di Via XX settembre ha subito cambiato tattica. Ha ripreso in mano il dossier Dpef e ha accettato la trattativa. Un confronto che ha portato ad una sostanziale rivisitazione del Documento. L'incontro di martedì notte, presenti anche i viceministri Baldassarri e Miccichè e il capo del dipartimento economico Polillo, è andato avanti fino alle ore piccole con tanto di pausa-cena a base di pizza margherita. Poi un appendice ieri mattina. Protagonisti gli stessi uomini con qualche nuovo invitato come il ministro Giovanardi al posto di Buttiglione.
Una lunga maratona appunto che ha condotto alla riformulazione del Dpef e all'introduzione nel consiglio dei ministri di ieri sera, di un "preambolo" politico. Un mucchietto di pagine introduttive che fanno perno essenzialmente sulle richieste di An e Udc: dialogo sociale, sviluppo, ricerca, Mezzogiorno. Quasi un ritorno alla "concertazione" come metodo per affrontare nodi come quello della riforma delle pensioni. Una sorta di "nuovo patto sociale", lo ha definito il ministro dell'agricoltura.
La mossa, però, è stata preceduta dallo "svuotamento" del Documento originario. Il quarto e il quinto capitolo sono stati riscritti, il secondo volume, quello più ricco di indicazioni concrete, è diventato quasi un optional. Tutti i punti critici sono stati rimossi per evitare qualsiasi tipo di attrito nella coalizione. Basti pensare che martedì, Gianfranco Fini aveva in un primo momento ipotizzato di trasformare in un vertice politico l'incontro fissato al Tesoro. Un'idea scartata dopo una telefonata con il segretario centrista, Marco Follini.
"Depotenziare" il Dpef e rinviare la battaglia cruciale a settembre, è stata la linea concordata dai due e trasmessa agli ambasciatori Alemanno e Buttiglione. In occasione della Finanziaria, insomma, scatterà il redde rationem nella Casa delle libertà. Quella sarà la prova del nove per il centrodestra. In quella sede si consumerà lo scontro finale con la Lega di Bossi che non a caso aveva deciso di disertare la riunione da Tremonti in attesa della partita che avrà la posta più pingue: gli stanziamenti e i "tagli" della manovra 2004. Perché l'osservazione dell'ala "sociale" della maggioranza si basa proprio sul rischio che si arrivi alle elezioni europee del prossimo anno senza un minimo di distribuzione della ricchezza e con nuovi sacrifici.
Il titolare dell'Economia ieri ha dovuto fronteggiare anche un generale nervosismo degli altri ministri che hanno visto circolare una serie di bozze informali del Dpef dopo aver ricevuto dei secchi "no" alla richiesta di riceverne una copia. Ma soprattutto ha dovuto constatare l'irritazione di Berlusconi per come era stata gestita tutta la vicenda. Certo, il Cavaliere non ha nascosto la sua "delusione" più nei confronti dei partner che di Tremonti. "Un atteggiamento senza sbocchi", ha ripetuto riferendosi ad An e Udc. Ma che lo ha anche costretto a rimanere quasi in silenzio nell'incontro di ieri mattina con le parti sociali.
Mentre lo scorso anno, al varo del Dpef, poté annunciare "il via libera alla riduzione delle tasse più grande nella storia della Repubblica", ieri ha semplicemente rinviato ai prossimi "intensi tavoli di confronto" per l'elaborazione della finanziaria 2004. Nel frattempo Tremonti spiegava a sindacati e Confindustria che il "vero problema è la Cina che fa concorrenza sleale, non rispetta le regole: anche Karl Marx, se fosse vivo, se ne preoccuperebbe".
Del resto, l'incontro di ieri mattina si è svolto in un clima surreale nel quale tutti i presenti non facevano che criticare il Dpef e Tremonti replicava seraficamente: "Ho molto apprezzato lo spirito costruttivo del dibattito". Il secondo tempo della partita, però, deve ancora cominciare. A settembre si ricomincerà e il ministro dell'economia sta già preparando la rivincita. Contro Fini e Follini.
(17 luglio 2003)
Ciao




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