....intorno a Bankitalia
Roma.
Donato Menichella rimase alla testa della Banca d’Italia dodici anni. Guido Carli, quindici. Paolo Baffi, cinque. Carlo Azeglio Ciampi, tredici. Antonio Fazio, quanti?
Questa domanda può sembrare per molti versi paradossale, con un governo e una maggioranza alle prese con visibilissimi problemi di tenuta politica e concordia programmatica, innanzitutto sui temi del risanamento economico e del rilancio dello sviluppo.
Eppure è da mesi che echeggia a bassa voce in alcuni Palazzi che contano.
E allora, a costo di incorrere in rituali e scontate irritazioni e smentite, tanto vale affrontarla esplicitamente, per quella che è, senza mezzi termini.
Al centro del braccio di ferro che va avanti da due anni tra il ministero dell’Economia e la Banca d’Italia, infatti, non c’è solo l’ipotesi di un eventuale modifica delle attribuzioni di via Nazionale
per quanto riguarda la vigilanza sugli intermediari finanziari. C’è un eventuale bersaglio ancora più impegnativo. La stessa permanenza in carica del governatore Antonio Fazio. E’ un bersaglio che non era nel mirino, quando il governo prese le mosse nel 2001. Si era tratta allora lezione del passo falso registrato subito dopo l’insediamento del primo governo Berlusconi, quando l’allora sottosegretario agli Interni Maurizio Gasparri si attirò l’esecrazione generale per una ruvida dichiarazione in cui chiamava il governatore “a stare al suo posto” e a una “necessaria concertazione col governo” per evitare l’allora ipotizzata nomina di Tommaso Padoa Schioppa a direttore generale dell’Istituto.
Ma, col tempo, le cose sono cambiate. Nessuno da via XX Settembre incorrerebbe mai nell’errore marchiano di fare polemiche pubbliche su questo tema. Né tanto meno da palazzo Chigi.
L’ultimo premier a far questioni pubbliche sull’argomento – va ricordato – fu Romano Prodi, che il 27 giugno 1997 se ne uscì polemicamente con un “l’Italia è l’unico paese al mondo dove esiste la nomina di governatore a vita”. Accusa tecnicamente scorretta, visto che la nomina non è a vita ma “a tempo indeterminato”, e che si doveva allora alle tensioni per i tassi d’interesse praticati da Fazio, troppo alti secondo Prodi ma necessari per difendere la lira, visto che non si erano ancora chiuse le “code” della terribile crisi del 1995 in cui il governatore da solo salvò la nostra moneta.
E tuttavia, la pervasività delle decisioni assunte da Fazio nell’intreccio dei poteri reali bancari e d’impresa in questi due anni, l’irrituale sistematicità dei suoi interventi pubblici (la media è di una volta a settimana), l’anomalia della configurazione italiana dei poteri residui di Palazzo Koch rispetto alle altre banche centrali occidentali, tutto questo ha fatto maturare nel tempo una tentazione. Quella di vedere se non sia possibile sloggiarlo, il governatore.
I precedenti storici, certo, sono temerari. Nessuno potrebbe paragonare Fazio a Vincenzo Azzolini, pur stimato tecnico, messo da parte alla caduta del fascismo per Luigi Einaudi.
Né alcuno può aver intenzione di ripetere la manovra di potere andreottiansindoniana che portò alla caduta di Baffi.
Fatto sta che l’articolo 19 del regio decreto 11 giugno 1936 numero 1067, che stabilisce sia il Consiglio superiore della Banca a nominare il governatore, il direttore generale e i due vice, attribuisce allo stesso organo anche il potere di revoca. Legioni di causidici sono da sempre divisi sul rilievo “politico” che inevitabilmente tale nomina e revoca – dovendo essere approvate per divenire vigenti da decreto del presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio, di concerto col ministro del Tesoro e sentito il Consiglio dei ministri – finisce istituzionalmente per avere, visto il concorrente intervento del governo nel suo processo di formazione.
Tuttavia la possibilità teorica sussiste. E allora parliamone.
Primo di tre articoli apparsi su il Foglio di mercoledì 16 luglio 2003
saluti




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