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    Predefinito Impertinenze sullo scontro....

    ....intorno a Bankitalia

    Roma.
    Donato Menichella rimase alla testa della Banca d’Italia dodici anni. Guido Carli, quindici. Paolo Baffi, cinque. Carlo Azeglio Ciampi, tredici. Antonio Fazio, quanti?
    Questa domanda può sembrare per molti versi paradossale, con un governo e una maggioranza alle prese con visibilissimi problemi di tenuta politica e concordia programmatica, innanzitutto sui temi del risanamento economico e del rilancio dello sviluppo.
    Eppure è da mesi che echeggia a bassa voce in alcuni Palazzi che contano.
    E allora, a costo di incorrere in rituali e scontate irritazioni e smentite, tanto vale affrontarla esplicitamente, per quella che è, senza mezzi termini.
    Al centro del braccio di ferro che va avanti da due anni tra il ministero dell’Economia e la Banca d’Italia, infatti, non c’è solo l’ipotesi di un eventuale modifica delle attribuzioni di via Nazionale
    per quanto riguarda la vigilanza sugli intermediari finanziari. C’è un eventuale bersaglio ancora più impegnativo. La stessa permanenza in carica del governatore Antonio Fazio. E’ un bersaglio che non era nel mirino, quando il governo prese le mosse nel 2001. Si era tratta allora lezione del passo falso registrato subito dopo l’insediamento del primo governo Berlusconi, quando l’allora sottosegretario agli Interni Maurizio Gasparri si attirò l’esecrazione generale per una ruvida dichiarazione in cui chiamava il governatore “a stare al suo posto” e a una “necessaria concertazione col governo” per evitare l’allora ipotizzata nomina di Tommaso Padoa Schioppa a direttore generale dell’Istituto.
    Ma, col tempo, le cose sono cambiate. Nessuno da via XX Settembre incorrerebbe mai nell’errore marchiano di fare polemiche pubbliche su questo tema. Né tanto meno da palazzo Chigi.
    L’ultimo premier a far questioni pubbliche sull’argomento – va ricordato – fu Romano Prodi, che il 27 giugno 1997 se ne uscì polemicamente con un “l’Italia è l’unico paese al mondo dove esiste la nomina di governatore a vita”. Accusa tecnicamente scorretta, visto che la nomina non è a vita ma “a tempo indeterminato”, e che si doveva allora alle tensioni per i tassi d’interesse praticati da Fazio, troppo alti secondo Prodi ma necessari per difendere la lira, visto che non si erano ancora chiuse le “code” della terribile crisi del 1995 in cui il governatore da solo salvò la nostra moneta.
    E tuttavia, la pervasività delle decisioni assunte da Fazio nell’intreccio dei poteri reali bancari e d’impresa in questi due anni, l’irrituale sistematicità dei suoi interventi pubblici (la media è di una volta a settimana), l’anomalia della configurazione italiana dei poteri residui di Palazzo Koch rispetto alle altre banche centrali occidentali, tutto questo ha fatto maturare nel tempo una tentazione. Quella di vedere se non sia possibile sloggiarlo, il governatore.

    I precedenti storici, certo, sono temerari. Nessuno potrebbe paragonare Fazio a Vincenzo Azzolini, pur stimato tecnico, messo da parte alla caduta del fascismo per Luigi Einaudi.
    Né alcuno può aver intenzione di ripetere la manovra di potere andreottiansindoniana che portò alla caduta di Baffi.
    Fatto sta che l’articolo 19 del regio decreto 11 giugno 1936 numero 1067, che stabilisce sia il Consiglio superiore della Banca a nominare il governatore, il direttore generale e i due vice, attribuisce allo stesso organo anche il potere di revoca. Legioni di causidici sono da sempre divisi sul rilievo “politico” che inevitabilmente tale nomina e revoca – dovendo essere approvate per divenire vigenti da decreto del presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio, di concerto col ministro del Tesoro e sentito il Consiglio dei ministri – finisce istituzionalmente per avere, visto il concorrente intervento del governo nel suo processo di formazione.
    Tuttavia la possibilità teorica sussiste. E allora parliamone.

    Primo di tre articoli apparsi su il Foglio di mercoledì 16 luglio 2003

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Le ragioni di....

    ....Tremonti.

    Roma.
    La vulgata vuole che a dar fastidio all’Economia siano innanzitutto i richiami pubblici del governatore sulla politica economica del governo. In realtà, sulla politica fiscale e di bilancio analisi, rimbrotti e proposte di un governatore sprovvisto della leva monetaria, per chi è ministro dell’Economia possono dar fastidio, vista l’autorevolezza della Banca d’Italia, unica istituzione
    rafforzatasi nel crollo della Prima e nel travaglio della Seconda Repubblica, ma restano parole.
    A maggior ragione con un ministro come Tremonti, che di suo tende al pratico, spesso andando fin troppo per le spicce, qualità che in politica diventa un difetto visto che rende sospettosi e intrattabili sinanco gli alleati.
    Contano molto di più tre altri fattori. L’influenza decisivadel governatore sugli assetti proprietari del sistema del credito. Le modalità con cui le banche il credito lo offrono o lo negano, a chi e perché. Lo “scudo” contrapposto al tentativo di riorientare a fini di investimento pubblico sussidiario parte del patrimonio di quegli strani centauri tutti italiani che sono le fondazioni bancarie.
    Tutti e tre i fattori fanno capo ai particolari poteri attribuiti nell’ordinamento italiano al banchiere centrale in materia di vigilanza, e per questo Tremonti è riuscito a farsi mettere nero su bianco nella verifica l’impegno a intervenire – con la prossima finanziaria e senza più attendere il vascello incagliato del ddl Frattini-Manzitta – per riordinare i poteri delle Autorità “a tutela del pluralismo dell’informazione al mercato e a garanzia dei risparmiatori”.
    Nella speranza che magari Fazio molli anche l’incarico.
    C’è un discorsetto che a Tremonti è talvolta capitato di fare a Silvio Berlusconi.
    Certo tu sei protagonista di una grande storia di successo, ma ricordi bene le difficoltà che ti costarono in alcuni momenti decisivi le porte improvvisamente chiuse dei grandi banchieri italiani. In un mercato del credito libero, caro Silvio, può capitare, capitò a te, che Enrico Cuccia ti chiudesse le porte e allora Cesare Geronzi te le aprisse.
    Ma in una situazione invece in cui si è realizzato un grande cartello, dove ogni mossa di maggior rilievo dei primi cinque-sei istituti di credito ha un’unica regia svolta da chi queste banche controlla nei loro assetti proprietari, oltre che negli accantonamenti prudenziali di bilancio e nei massimali di credito praticati ai clienti, ecco caro Silvio che la situazione cambia. Io posso inventarmi le più azzeccate misure di reperimento di risorse senza deprimere ulteriormente una crescita sempre più asfittica.
    Ma poi in un paese banco-centrico e senza public company controllate dai fondi d’investimento come è l’Italia, a decidere se e quanto “il cavallo beve”, se i grandi, medi e piccoli gruppi industriali investono e ristrutturano o meno, caro Silvio, mettitelo in testa che non siamo né io né te. E’ qualcun altro.
    Che di tutto questo non risponde. Anzi, che delle decisioni che promuove nel cartello bancario – accendete ieri il prestito da 3 miliardi di euro alla Fiat in difficoltà, non convertitelo oggi e lesinate sul nuovo capitale finanziario richiesto dal piano Morchio; voi banche azioniste in Olimpia date il via libera alla semplificazione della catena di controllo di Telecom; voi altre ora che vi siete prese Mediobanca fate prendere paura fino all’ultimo momento al cavalier Lucchini fino a spingerlo a un passo dal default – non è tenuto a dar alcuna informazione né al mercato, né tanto meno a noi del governo.
    E guarda caro Silvio che nei nuovi incroci Hopa-Unipol- Mps, in quelli dei costruttori che sostengono Veltroni e hanno via libera per l’ingresso nelle banche romane come Capitalia e Bnl, sarà un caso ma non c’è uno solo di questi nuovi equilibri costruito intorno a figure che siano vicine ai nostri progetti.

    Maggiori sono divenute le difficoltà dell’economia italiana, più stretta si è fatta la presa delle banche. Non a caso è emerso ieri che in caso di contrasto tra le tre categorie di soci della “nuova” Mediobanca, l’accordo è che intervenga direttamente il governatore.
    Così Tremonti si è convinto della necessità di riequilibrare i poteri, visto che l’articolo 47 della Costituzione chiama anche il governo a esercitare funzioni in materia di risparmio. L’inchiesta aperta dalla procura di Monza sulle 11 banche che si sono liberate dei bond Cirio, poco prima di decretare il default del gruppo, piazzandole senza prospetto informativo a 130 mila risparmiatori (l’ammontare di questi bond “ballerini”, emessi su piazze estere e senza trasparenza, oscilla nelle stime tra i 4 e i 10 miliardi di euro); lo scontro sui criteri dell’accordo “Basilea 2” sugli accantonamenti prudenziali a fronte di prestiti alle piccole e medie imprese; le contestazioni sul repulisti di centri direzionali bancari meridionali, effetto delle ristrutturazioni operate negli anni 90, sono tutte condizioni che a giudizio di Tremonti offrono nei prossimi mesi il destro per affondare il colpo.
    La campagna su Cirio del Sole 24 ore, gli articoli puntuti di Francesco Gavazzi sul Corriere, quelli di Massimo Mucchetti sull’Espresso, testimoniano un’accoglienza che sarebbe favorevole. E anche nel fronte bancario, sia pur a bassa voce, c’è chi come Unicredit si è stancato di esser penalizzato
    da una regia tarata sulle necessità e sulle possibilità del gruppo più debole da salvare, invece che su quello più forte da lasciar libero di crescere.
    Berlusconi al discorso di Tremonti ha prestato ascolto.
    Di qui a dar via libera, naturalmente, è altro paio di maniche.

    Secondo dei tre articoli

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Le ragioni....

    ....di Fazio.

    Roma.
    La scienza economica come bene pubblico può non trovare sostegno e popolarità nell’arena politica. E’ una massima del grande economista Herbert Giersch, che negli anni 60 si trovò a fronteggiare aspre polemiche in Germania per il suo ruolo di guida del “Consiglio dei cinque saggi” nella Repubblica federale tedesca.
    E Antonio Fazio ne ha fatto un riferimento costante del proprio governatorato. I lunghi decenni precedenti all’assunzione della carica lo hanno abituato a considerare le critiche della politica alla Banca centrale come l’espressione di una dinamica per alcuni versi inevitabile e fisiologica, purché però ne vengano contenuti gli effetti perversi.
    In più, nel banchiere di Alvito ha il suo peso la formazione dottrinaria e filosofica di cui non ha mai fatto mistero. Tendente a identificare nella pervicacia polemica di Tremonti punte di mistica intolleranza analoghe a quelle che Lutero riservava a Tommaso d’Acquino senza però troppo conoscerlo.
    A via Nazionale, nel rispetto della dovuta forma, vengono date ai rilievi critici tutte le risposte del caso.
    Sui meriti acquisiti quando esercitava il magistero della politica monetaria, nessuno discute. Sulla conferma delle previsioni negative che il governatore formulava ammonendo che l’euro sarebbe stato un Purgatorio, neppure.
    Quanto alla ristrutturazione del sistema bancario italiano, il governatore non manca di tornarvi spesso. E’ vero, negli anni 90 i salvataggi bancari meridionali hanno comportato esborsi di denaro pubblico per 9 miliardi di euro, ma tale cifra è senza paragoni rispetto a quanto alla Francia è costato il salvataggio del solo Credit Lyonnais, per tacere poi di quanto costarono agli Usa le casse di risparmio 15 anni fa.
    E’ vero, Banco di Sicilia, Banco di Napoli, Sicilcassa, Irfis, Isveimer, nessuno dei banchi meridionali è rimasto indipendente, ma il loro recupero è stato reso possibile attraverso una concentrazione che grazie all’oculata regia di Fazio ha interessato l’intero Stivale.
    Se nel 1993 gli istituti erano 362 e nel 2003 sono 353, si deve al fatto che ne sono nati in media ogni anno una trentina di nuovi. Purtroppo, è vero, gli istituti bancari italiani all’estero sono scesi a 23 oggi, erano 26 solo 3 anni fa. Mentre oltre 100 banche straniere operano in Italia. Ma grazie al governatore la ristrutturazione del credito è avvenuta senza una capitolazione alle grandi banche straniere, più redditive e meglio capitalizzate, che credevano di aggiudicarsi il controllo di qualcuno dei maggiori istituti bancari italiani.

    E’ un punto su cui con i liberisti la polemica resta aperta: alla loro obiezione che la redditività del sistema italiano ne sarebbe uscita complessivamente migliorata, il governatore non deflette, non si vede perché l’Italia debba essere l’unico paese europeo ad abdicare ai propri centri direzionali del credito.
    Diverso è quando in questione entrano concrete vicende di assetti proprietari e finanziari italiani. Fazio è assolutamente convinto che chi critica il suo operato per il ruolo che ha avuto in vicende come Fiat, Mediobanca, Generali, per i sì e i no che ha pronunciato quando in ballo erano operazioni come quelle lanciate da Sanpaolo su Banca di Roma e dal Credito sulla Comit, o sulle successive aggregazioni intorno all’attuale Capitalia, parli ignorando che ciò che lo ha di volta in volta spinto è stata solo la puntuale analisi delle debolezze patrimoniali, reddituali e di sovrapposizione territoriale o di offerta di servizi che sarebbero derivate da decisioni diverse da quelle che ha preso.

    Il rapporto personale di Fazio con Cesare Geronzi, criticato dagli avversari, è costruito innanzitutto, si osserva intorno al governatore, sulla condivisione negli anni di questi rischi sistemici sventati.
    La convinzione è che un sistema che ha bandito per sessant’anni la banca universale, dalla legge bancaria del ’36 fino al testo Unico del 1993, solo attraverso un ruolo “energico” della Banca centrale possa garantire che l’acquisizione graduale di nuove competenze e professionalità non avvenga a discapito della stabilità e della “nazionalità” del sistema. Per questo, si osserva
    con una punta d’ironia intorno al governatore, quando all’Economia riscoprono Colbert, cadono in un’evidente contraddizione criticando Bankitalia.
    Quanto al caso Cirio, le inchieste appureranno se vi sono “responsabilità individuali”, ma questa è l’unica eventuale fattispecie, non vi sono stati scollamenti di sistema e distrazioni di via Nazionale, solo maglie troppo larghe di una normativa internazionale lacunosa.

    Ma il Comitato interministeriale per il credito e il risparmio non può essere l’arma “assoluta” che la politica sogna sull’autonomia di Bankitalia, su questo sono pronte fior di memorie giuridiche, oltre a quella già prodotta la settimana scorsa. Via Nazionale è consapevole del lavorio messo in atto da Tremonti. Ma, si osserva, è innanzitutto nella maggioranza che Tremonti mostra lacune. La visita di Gianfranco Fini e Pietro Armani, l’altroieri, parla da sola. Nell’Udc Bruno Tabacci su Bankitalia è isolato. Vincenzo Visco, di fronte agli attacchi portati da Tremonti e alla campagna del Sole 24 ore, proprio sul Sole ha scritto sul caso dei Cirio bond per migliorare la cooperazione con la Consob, ma senza animosità verso Bankitalia.
    L’opposizione non darà una mano a Tremonti, Pierluigi Bersani è per spostare a via Nazionale anche i poteri di Isvap e Covip, vigilantes su assicurazioni e fondi pensioni.


    saluti

  4. #4
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    Predefinito Il....

    ....genio!

    Roma. Non se ne farà nulla, ma era una bella idea. Già i problemi non mancavano, ora se ne aggiunge un’altro. Ieri, prima del consiglio dei Ministri, Rocco Bottiglione continuava a dire che Tremonti dovrà sudare sette camicie e Gianfranco Fini informava che lui le cifre “vere” le chiede direttamente alla Banca d’Italia. Poi la riunione del consiglio e l’uscita dal Dpef delle misure
    sui mutui immobiliari ideate da Tremonti.
    Una proposta che ci aveva fatto riaffermare quanto già qui sostenuto: Tremonti è un genio.
    Un genio che porta tutte le corone, anche quelle di spine, come diceva Victor Hugo.
    Ma anche un genio calvinisticamente abile nel creare doveri e non italianamente capace di farli scemare, come Ruggero Borghi diceva illustrando le virtù poi dimenticate della destra storica.
    La deprecata “finanza creativa” del ministro dell’Economia aveva partorito una nuova idea sui mutui immobiliari. Solo propaganda sfacciata poteva presentarla con quel “E ora vendetevi la casa”, gridato dall’Unità.
    Non occorre sapere di asset allocation per capire che si tratta del contrario: facilitare gli italiani nella messa a reddito dei propri acquisti immobiliari, sia già quelli realizzati, sia quelli in procinto di essere compiuti attraverso i mutui.
    Un artigiano o un commerciante può oggi procedere con un contratto di leasing alla cessione di un bene strumentale alla propria attività a una società finanziaria, che a scadenza può o risultarne proprietaria oppure incassare il riscatto che si aggiunge al canone di locazione intanto riscosso dall’artigiano medesimo, e lo stesso artigiano nel frattempo sconta tale contratto a una banca che glielo finanzia, mentre l’artigiano deduce gli oneri dalle tasse.

    Perché una famiglia non dovrebbe fare la stessa cosa? Perché giovani o anziani, proprietari di abitazione, non dovrebbero cedere la nuda proprietà dei propri appartamenti a fondi immobiliari che garantirebbero loro una rendita commisurata all’età, rendita non trascurabile visto che l’apprezzamento immobiliare medio è stato del 5 per cento nel primo semestre 2003 e del 12 nel 2002?
    Perché le banche non dovrebbero incentivare siffatti contratti, per concedere sulla loro base mutui immobiliari per acquisti di usufrutto anche senza anticipi di capitale? E perché le banche stesse non procedono a una generale ricontrattazione verso il basso di tutti i mutui concessi negli anni in cui i tassi erano molto più alti degli attuali, tenuto conto che le richieste aumenterebbero? In tutti e tre i casi alle famiglie verrebbero più risorse disponibili, come da decenni fanno le società che mettono a reddito i propri immobili, impegnandoli a tempo, scontandone a oggi il loro valore futuro, incorporando nella liquidità che ottengono da banche e finanziarie le attese sul loro futuro apprezzamento.
    Tremonti è un genio. L’anno scorso con Patrimonio spa ha iniziato a mettere a reddito l’attivo immobiliare della pubblica amministrazione, oggi lo chiede per i singoli consumatori.

    Il debito non è un problema in sé
    Obietta lo pseudovirtuoso: ma così si spingono le famiglie a indebitarsi. E’ l’ignorante di ogni teoria attuariale del valore, a temere il pretomismo del debito come tentazione diabolica. Non è il debito in sé il male, ma le condizioni cui è stato contratto e l’apprezzamento nel tempo del suo ripiano, a fronte dell’impiego del capitale.
    Il fatto è invece che oggi conviene acquistare immobili a mutuo come non mai, visti i bassi tassi dell’interesse e la prospettiva che risaliranno, quando l’economia ripartirà. A fronte di apprezzamenti immobiliari come quelli prima richiamati, oggi si spunta un mutuo ventennale a tasso fisso con un Irs al 5,5 per cento, e a tasso variabile con un Euribor al 3,2.
    La differenza rispetto all’apprezzamento attualmente doppio o triplo degli immobili può e deve essere scontata subito, e affluire nelle tasche degli italiani. Che oltretutto, da brave formichine, hanno un debito immobiliare con le banche tra i più bassi in Europa, solo il 12 per cento delle loro passività rispetto a 3 volte tanto in Germania e Regno Unito, 5 negli Usa e Spagna.
    Si capisce invece che a parecchi banchieri la proposta non sia piaciuta. E’ uno schiaffo, li invita per conquistarsi i clienti a finanziarli di più abbassando i margini e innovando sui prodotti, mentre ancora negli ultimi sei mesi hanno abbassato in media i tassi concessi sui mutui immobiliari alla clientela solo tra i 50 e i 75 punti base, rispetto ai 125 punti tagliati intanto dalla Bce.
    E’ il vecchio vizio del cartello bancario italiano: rifarsi sulle famiglie.
    Obietta l’ultimo cacadubbi: ma gli italiani non sono abituati. E allora? I lease immobiliari funzionano in Gran Bretagna addirittura dal 1600. Sono lo strumento per cui persino a Chelsea, nel centro di Londra, vecchi Lord risultano ancora proprietari di ettari edificati. E negli Usa sono uno degli strumenti principe del finanziamento ai consumi delle famiglie.
    Non abbiamo inventato noi nemmeno lo champagne. Ma non è un genio, chi ce l’ha fatto bere per primo?
    Peccato, brinderemo un’altra volta.

    saluti

  5. #5
    SENATORE di POL
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    Mah......

  6. #6
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    Predefinito Tutti all'arrembaggio....

    .....al Tesoro.


    Roma. Il sereno dopo la tempesta? Dalle dichiarazioni che ieri rendevano i membri del governo incaricati dalle rispettive forze politiche di “marcare a uomo” Giulio Tremonti sul Dpef, sembrava di sì. E’ cominciata finalmente la collegialità, è stato un buon lavoro, ora l’essenziale è chiamare famiglie, sindacati e imprese tutti insieme ai tavoli aperti dal governo per scrivere insieme la finanziaria. Così Rocco Buttiglione e Gianni Alemanno, i due “commissari delegati” di Udc e An alle calcagna del ministro dell’Economia. Più defilata la Lega, stretta intorno a un “abbiamo salvato le pensioni di anzianità” di Roberto Maroni. In realtà, bastava farsi un giretto in Parlamento, beninteso nelle file della maggioranza e tra coloro che hanno un ruolo nelle materie finanziarie, per raccogliere un’immagine diversa.
    Sereno? “Al massimo è petrolio gettato sulle onde per nascondere la tempesta”, ci dice un presidente di commissione, “ma dura solo agosto”.
    “Nove tavoli di concertazione”, dice un suo collega in altra commissione, “figuriamoci! Sarà rottura sociale a 360 gradi, le risorse non ci sono per soddisfare neanche la metà del libro dei sogni che abbiamo dettato l’altra notte a Tremonti”.
    Ecco che cosa affiora, scavando appena appena sotto l’inno alla ritrovata “coesione sociale” sciolto da An e Udc. A condizione dell’anonimato, tre diversi capigruppo in commissioni economiche parlano ancor più chiaro.
    Il primo vede una finanziaria tormentata, “sarà il conto alla rovescia del semestre europeo del premier, con i partiti pronti a rivendicare mani libere”. Il secondo sottolinea che “Udc e An hanno capito che Umberto Bossi da qualche settimana ha mollato Tremonti, e dunque il ministro finirà come Prometeo incatenato”. Il terzo profetizza, “l’attacco abortito a Fazio” (già ieri notte la riforma delle Autorità è sparita dal Dpef e Alemanno ieri ironizzava) “si tradurrà nel suo trionfo, quando a Berlusconi sarà chiaro che con Tremonti non va più da nessuna parte”.
    L’immagine ricorrente è quella delle molte mani che si allungano sul Tesoro, il suo commissariamento ad acta, il ribaltamento del metodo sin qui seguito all’Economia di far quadrare i conti riducendo al minimo fughe di notizie sui provvedimenti realmente necessari per farli quadrare. An e Udc hanno colto nel defilamento di Silvio Berlusconi il via libera. Ed è una condizione vissuta “come una liberazione”, per un esponente della destra sociale.
    “Il Foglio ha paragonato Tremonti a Necker, ma deve stare attento a non fare la fine di Calonne impiccato in effige, quando i sindacati butteranno per aria i tavoli e torneranno a riempire le piazze”, per un sanguigno Udc.

    Singolarità di un tentato commissariamento
    A via XX settembre lo sanno. “Ci chiedono di attraversare l’Oceano a nuoto e con un braccio legato”, era il commento nell’entourage del ministro al termine del Consiglio dei ministri. L’indomani, Tremonti sottolineava che comunque il passaggio decisivo del Dpef resta quello sulla centralità delle “riforme strutturali”. Senza non si ottengono i 5,5 miliardi di euro, dei 16 da raccogliere con la prossima finanziaria.
    Senza riforma delle pensioni e per quanto leggeri si possa andare su quelle di anzianità, salta ogni compatibilità europea, salta il quadro di rientro della finanza pubblica che è la cosa più concreta del Dpef.
    Chi nella maggioranza conta che Tremonti a quel punto faccia buon viso a cattivo gioco, e a novembre sposi le tesi di Chirac chiedendo di stracciare il Patto di stabilità, dimentica la minaccia dell’anno scorso, quando Commissione e maggioranza dei paesi membri erano pronti a stabilire che deficit aggiuntivi sono concessi a patto di non avere il debito pubblico che ha l’Italia.
    All’Economia si conta sul Quirinale, al momento giusto per le riforme strutturali non potrà che spendere una buona parola, e forse più. Mentre ci si interroga invece sui “singolari aspetti”, del tentato commissariamento.
    Che un partito come An chieda le cifre all’ufficio studi di Bankitalia, storicamente non proprio un cenacolo di noti simpatizzanti di destra, è una svolta che attende spiegazione. Alemanno è bravissimo a interpretare e raccogliere i consensi del mondo agricolo: ma mentre l’Udc ha un chiaro interesse a spostare dall’appoggio al governo Berlusconi la Cisl, in vista del futuro, che lo stesso obiettivo rientri nelle priorità di Fini resta da spiegare.
    Così ieri Tremonti non escludeva che la ragionevolezza possa riaffacciarsi, e premier e maggioranza comprendere che le riforme strutturali si fanno, se occorre, come in Francia il mese scorso, serrando le file in Parlamento e badando al risultato. Ma se dovesse prevalere il caos, Tremonti può andarsene sul serio.
    L’allineamento che l’Economia ha contro, di forze imprenditoriali, e soprattutto bancarie e finanziarie, quello non è sottovalutato per nulla. Ma la battaglia per commissariale Tremonti si gioca ad agosto.
    Chi vince la gara d’influenza su Berlusconi farà la differenza.


    saluti

  7. #7
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    Predefinito Re: Il....

    In origine postato da mustang
    ....genio!

    .................................................. ............................................misure
    sui mutui immobiliari ideate da Tremonti.
    Una proposta che ci aveva fatto riaffermare quanto già qui sostenuto: Tremonti è un genio.
    .................................................. .................................................. ....La deprecata “finanza creativa” del ministro dell’Economia aveva partorito una nuova idea sui mutui immobiliari. Solo propaganda sfacciata poteva presentarla con quel “E ora vendetevi la casa”, gridato dall’Unità.
    Non occorre sapere di asset allocation per capire che si tratta del contrario: facilitare gli italiani nella messa a reddito dei propri acquisti immobiliari, sia già quelli realizzati, sia quelli in procinto di essere compiuti attraverso i mutui.
    Un artigiano o un commerciante può oggi procedere con un contratto di leasing alla cessione di un bene strumentale alla propria attività a una società finanziaria, che a scadenza può o risultarne proprietaria oppure incassare il riscatto che si aggiunge al canone di locazione intanto riscosso dall’artigiano medesimo, e lo stesso artigiano nel frattempo sconta tale contratto a una banca che glielo finanzia, mentre l’artigiano deduce gli oneri dalle tasse.

    Perché una famiglia non dovrebbe fare la stessa cosa? Perché giovani o anziani, proprietari di abitazione, non dovrebbero cedere la nuda proprietà dei propri appartamenti a fondi immobiliari che garantirebbero loro una rendita commisurata all’età, rendita non trascurabile visto che l’apprezzamento immobiliare medio è stato del 5 per cento nel primo semestre 2003 e del 12 nel 2002?
    Perché le banche non dovrebbero incentivare siffatti contratti, per concedere sulla loro base mutui immobiliari per acquisti di usufrutto anche senza anticipi di capitale? E perché le banche stesse non procedono a una generale ricontrattazione verso il basso di tutti i mutui concessi negli anni in cui i tassi erano molto più alti degli attuali, tenuto conto che le richieste aumenterebbero? In tutti e tre i casi alle famiglie verrebbero più risorse disponibili, come da decenni fanno le società che mettono a reddito i propri immobili, impegnandoli a tempo, scontandone a oggi il loro valore futuro, incorporando nella liquidità che ottengono da banche e finanziarie le attese sul loro futuro apprezzamento.
    Tremonti è un genio. L’anno scorso con Patrimonio spa ha iniziato a mettere a reddito l’attivo immobiliare della pubblica amministrazione, oggi lo chiede per i singoli consumatori.

    Il debito non è un problema in sé
    Obietta lo pseudovirtuoso: ma così si spingono le famiglie a indebitarsi. E’ l’ignorante di ogni teoria attuariale del valore, a temere il pretomismo del debito come tentazione diabolica. Non è il debito in sé il male, ma le condizioni cui è stato contratto e l’apprezzamento nel tempo del suo ripiano, a fronte dell’impiego del capitale.
    .................................................. ...............................................
    saluti

    Faccio qualche osservazione in merito:

    - la proposta non è nuova, conosco persone che hanno già venduto casa in tal modo in passato: cessione nuda proprietà, usufrutto "vita natural durante" e soldi per campare meglio; qual era la novità dell'idea di Tremonti?

    - vedo un serio rischio: che le persone bisognose finiscano per cedere i propri immobili a prezzi inferiori a quelli di mercato per transazioni del genere; ergo, occhio si rischia che società senza scrupoli approfittino di persone anziane sole, la cosa deve essere gestita e monitorata;

    - non ho pregiudizi nei confronti del debito, se ben gestito. Confesso tuttavia che, potendo scegliere in quali titoli azionari investire, sceglierei quelli della società con il rapporto equity/debito più elevato, "ceteris paribus" naturalmente...........

    - ho però un dubbio di fondo: ma il problema di noi consumatori, oggi, è innanzi tutto la disponibilità di soldi, o soprattutto la fiducia nel futuro? Non sarà per caso la seconda ragione a frenare i consumi, più che la prima?

    Chiedo conforto ad un esperto economista.

  8. #8
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    Predefinito

    Pardon, per concludere volevo dire: chiedo il conforto di un esperto economista. La prima frase non era proprio corretta

  9. #9
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    Predefinito Re: Il....

    In origine postato da mustang
    ....genio!

    ..........................
    Perché una famiglia non dovrebbe fare la stessa cosa? Perché giovani o anziani, proprietari di abitazione, non dovrebbero cedere la nuda proprietà dei propri appartamenti a fondi immobiliari che garantirebbero loro una rendita commisurata all’età, rendita non trascurabile visto che l’apprezzamento immobiliare medio è stato del 5 per cento nel primo semestre 2003 e del 12 nel 2002?
    Perché le banche non dovrebbero incentivare siffatti contratti, per concedere sulla loro base mutui immobiliari per acquisti di usufrutto anche senza anticipi di capitale? E perché le banche stesse non procedono a una generale ricontrattazione verso il basso di tutti i mutui concessi negli anni in cui i tassi erano molto più alti degli attuali, tenuto conto che le richieste aumenterebbero?
    .......................
    Il fatto è invece che oggi conviene acquistare immobili a mutuo come non mai, visti i bassi tassi dell’interesse e la prospettiva che risaliranno, quando l’economia ripartirà. A fronte di apprezzamenti immobiliari come quelli prima richiamati, oggi si spunta un mutuo ventennale a tasso fisso con un Irs al 5,5 per cento, e a tasso variabile con un Euribor al 3,2.
    .......................................
    Si capisce invece che a parecchi banchieri la proposta non sia piaciuta. E’ uno schiaffo, li invita per conquistarsi i clienti a finanziarli di più abbassando i margini e innovando sui prodotti, mentre ancora negli ultimi sei mesi hanno abbassato in media i tassi concessi sui mutui immobiliari alla clientela solo tra i 50 e i 75 punti base, rispetto ai 125 punti tagliati intanto dalla Bce.
    E’ il vecchio vizio del cartello bancario italiano: rifarsi sulle famiglie.
    Obietta l’ultimo cacadubbi: ma gli italiani non sono abituati. E allora? I lease immobiliari funzionano in Gran Bretagna addirittura dal 1600. Sono lo strumento per cui persino a Chelsea, nel centro di Londra, vecchi Lord risultano ancora proprietari di ettari edificati. E negli Usa sono uno degli strumenti principe del finanziamento ai consumi delle famiglie.
    ..........................
    saluti

    Altre osservazioni:

    - quanti italiani sarebbero interessati da una siffatta proposta? Quanti sono gli ultrasessantacinquenni bisognosi disposti a cedere la loro casa?
    Basterebbero per risollevare le sorti della nostra economia?
    E i giovani? Come potrebbero accettare di cedere la nuda proprietà delle loro case? E per quanti soldi, vista l'aspettativa di vita? Come funzionerebbe il meccanismo in tal caso?

    - E poi le banche: l'articolo sintetizza bene la diffidenza delle banche italiane. Come superare questo ostacolo? Tremonti ci aveva pensato? Dubito basterebbe sostituire Fazio alla guida di Bankitalia.....................

    - infine attenzione ai paragoni con gli USA: sono uno dei paesi più indebitati del mondo (nel pubblico e nel privato), possono permetterselo perchè sono la più grande potenza economica (e militare), quindi c'è sempre qualcuno disposto a finanziare.
    Ma l'Italia?

    Personalmente ritengo che, invece di cercare di finanziare a tutti i costi i consumi, sarebbe molto più lungimirante cercare di finanziare (magari pure indebitandosi) degli "asset": ricerca (e quindi brevetti), formazione (e quindi skill, tecnici e non).
    Insomma, investire prima di spendere, altrimenti l'effetto sarebbe di breve periodo.
    Ma questo, per quanto ne sappiamo, nel DPEF manca del tutto. Vedremo che cosa sarà scritto nella Finanziaria.

  10. #10
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    Predefinito Beh, quel poveraccio di....

    ....Tremonti i soldi per accontentare tutti da qualche parte li deve ben trovare; se poi sopra ci schiaffi l'enorme debito pubblico tramandatoci dai generosissimi Parlamenti democristiani e socialcomunisti "teneramente insieme gli uni a sostenere gli altri" vedi che le difficoltà non mancano.

    Chiediamogli allora, visto che siamo in trepida ansia per l'economia nazionale, una bella stretta fiscale del venti per cento a testa.
    Chiamate Visco e sarà fatto.
    saluti

 

 
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