di Massimo Franchi



La ragazza è sorridente. La scritta dice: “È nata a Teheran, ama un italiano, va pazza per Alex Britti, vive e lavora a Pisa da 5 anni. Sarebbe orgogliosa di votare italiano”. Il bimbo asiatico ha una mano sulla bocca. “È nato in Italia, va a scuola con i nostri figli, tifa per Totti, adora la pizza. Perché domani non dovrebbe votare italiano?”. Messi da parte gusti musicali e calcistici dei protagonisti, la campagna pubblicitaria lanciata dai Democratici di sinistra sul diritto di voto agli immigrati per le elezioni amministrative è efficace. Mostra i volti di persone che lavorano in Italia da anni, ma che, a differenza di quanto accadrebbe loro nella stragrande maggioranza dei paesi europei, non godono del diritto di voto. Denuncia la situazione di tutti i bambini con genitori stranieri che affollano le nostre scuole, costretti ad attendere di aver compiuto diciotto anni per avere la cittadinanza italiana.

Da oggi in tutte le Feste de l’Unità sarà possibile firmare la petizione popolare per riconoscere la partecipazione al voto agli immigrati, per istituire la cittadinanza europea di residenza e per riformare la legge italiana sulla cittadinanza. «Il nostro obiettivo - spiega Livia Turco - è quello di raccogliere un milione di firme per poi portarle al Parlamento italiano e a quello europeo. Questa è una battaglia di civiltà che riguarda il futuro del nostro paese, la portiamo avanti con molta convinzione». Come previsto in un disegno di legge già presentato nel 2001, si chiede l’elettorato attivo nelle elezioni locali per i cittadini stranieri che risiedono in Italia da cinque anni. In più si propone la cittadinanza europea di residenza e il voto nelle elezioni europee per chi è nel nostro continente da 5 anni, come chiede un emendamento presentato dall’europarlamentare Ds Elena Paciotti. Per ultimo, i Ds propongono di riformare la legge sulla cittadinanza del 1991. «È una legge penalizzante - continua l’ex ministro per la Solidarietà sociale - in cui ciò che conta è il legame di sangue. Crediamo che sia necessario voltare pagina rispetto al modo in cui si parla di immigrazione in Italia. Basta con l’equazione immigrazione uguale sbarchi, clandestini e sanatorie. È un fenomeno che sta cambiando il paese in cui viviamo con i matrimoni misti, i figli di seconda generazione, la scuola con la crescita tumultuosa del numero di bambini stranieri. La politica non può trovarsi spiazzata da questo cambiamento a cui il governo non dà un minimo di attenzione e delega a Comuni e volontariato la gestione del problema».
E molti sono i Comuni italiani che stanno portando avanti esperienze di Consulte degli stranieri, veri e propri parlamentini votati dagli immigrati. Non a caso quasi tutte queste esperienze sono in regioni guidate dal centro sinistra. L’esperienza più avanzata è quella di Modena, dove presidente e vice della Consulta stranieri da giugno hanno un gettone di presenza uguale a tutti gli altri consiglieri comunali. Per restare in Emilia-Romagna, anche Ravenna e Rimini hanno le loro Consulte, mentre è proprio di qualche giorno fa la proposta del presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, di estendere agli immigrati il diritto di voto alle Regionali.
«È necessario - insiste Turco - passare dalla politica della paura alla politica della convivenza, noi proponiamo un patto di diritti e doveri tra stranieri e cittadini italiani: un messaggio di speranza, fiducia e anche serenità all’Italia. La partecipazione politica è principio per eccellenza che sancisce un valore e dà pari dignità. Nelle esperienze locali già portate avanti è emerso che gli immigrati chiamati a partecipare sono più responsabili, diritti ma anche doveri dunque. Solo così potremo avere una democrazia inclusiva, non monca come quella che abbiamo ora». Copiando magari dalla Spagna di destra di Aznar, dove gli immigrati votano per tutte le elezioni amministrative e il grado di coesione sociale è molto più alto. L’ex ministro che ha dato il nome assieme a Napolitano alla oramai rimpianta legge sull’immigrazione, aveva già tentato, proprio con un articolo di quella legge, di introdurre il diritto di voto per le elezioni amministrative, ma un po’ il fuoco di sbarramento della Lega, un po’ il rischio che il provvedimento rischiasse di essere incostituzionale, la fecero desistere, stralciando l’articolo. Così il disegno di legge presentato il primo agosto 2001 dalla stessa Turco con Violante, Montecchi e Soda è una “proposta di legge costituzionale”, con annesso iter più lungo e complesso.
«Già nella mia dichiarazione di voto sulla modifica costituzionale per il voto degli italiani all’estero - ricorda Vannino Chiti, coordinatore segreteria Ds - avevo ricordato la necessità di dare questo diritto agli immigrati in Italia e anche Tremonti riconobbe che il problema esisteva. In più credo che come accaduto in Toscana, gli Statuti regionali possono essere l’occasione per dare più rilevanza al tema e fare dell’immigrazione una potente molla propulsiva di cambiamento e sviluppo come in tutti i paesi moderni, cosa che da noi non accade a causa della Bossi Fini».
A questo proposito al Festival nazionale dei migranti che si è aperto ieri sera agli ex Mercati generali a Roma, c’è un muro che ricorda il mare con su scritto “No alla fortezza Europa” e sarà lanciato un concorso di scultura per il “monumento al naufrago migrante», per ricordare tutti quelli che il diritto di voto l’hanno perso su una carretta in viaggio verso il nostro paese.

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