da "Avanguardia" n° 209 - Giugno 2003
Giulio Piantadosi - Romano Nobile
Lavorare stronca, senza diritti, senza dignità, senza futuro
malatempora, Roma 2003, pp. 117, € 8,00
«Cosa si deve leggere, ad esempio, dove si dice "libertà di lavoro"? Deve leggersi: diritto degli impresari a gettare nell'immondizia due secoli di conquiste operaie. Si lavora il doppio, in cambio della metà: orari di gomma, salari nani, licenziamento libero, e che dio si occupi degli incidenti, delle malattie, della vecchiaia ...».
Eduardo Galeano al Summit di Porto Alegre
Nella società democratica e capitalistica della globalizzazione il lavoro non è più un diritto, né tantomeno una certezza. Oggi il lavoro è divenuto uno strumento di dominio e di sfruttamento, un modo per tenere in vita la struttura capitalistica della produzione, della commercializzazione globale e del profitto. Oggi il lavoro è utile solamente a tenere in piedi un'immane burocrazia, quella delle istituzioni, ed un inesauribile vampiresco colosso, costituito dai grandi monopoli multinazionali e dall'Alta finanza cosmopolita. Il lavoro per come è stato strutturato nella società moderna ha distrutto l'ars costruens, la sapienza, dell'artigiano, la saggezza e la magnanimità del contadino, la forza ed il vincolo solidaristico dell'operaio. L'ingresso nel mondo del lavoro offre ai detentori del capitale e del potere un immenso strumento di prevaricazione morale e sociale, che molto spesso offende e indigna schiere di giovanissimi, i quali non sanno più a che santo votarsi per sfuggire alla tragica e mortificante esperienza della disoccupazione.
Nell'era della globalizzazione economica il lavoro non da certezze, non da futuro e non da un adeguato compenso. Esso è stato strutturato soltanto per servire il capitale, per gonfiare a dismisura la fabbrica dei (non)bisogni, per cementare il potere della tecnocrazia e dei suoi, spesso deliranti, microchip, microprocessori, assemblaggi elettronici etc. Esso sta lasciando una pesante eredità composta da disperazione, da precariato, da nevrosi e da malattie nervose. Il mondo del lavoro nella veloce decomposizione della società capitalistica sta, oramai, dando alla luce una brutale massa disarticolata e scomposta, preda di mille isterismi, che se nell'Occidente largamente opulento ha prodotto nevrastenie, nella miseria dell'Asia, dell'Africa e dell'America Latina ha (ri)condotto a nuove povertà.
«Dai call center ai magazzini di assemblaggio, dalle ditte-fantasma che come farfalle vivono lo spazio di un mattino alle "cattedrali della solidarietà siglate ONLUS", dai fast food globalizzati alle rivendite di servizi culturali, dai laboratori immateriali delle new economy, alle piscine dei centri benessere, dagli autogrill ai club vacanze, dagli agriturismi ai campi di raccolta pomodori, dai ministeri SpA alle ASL privatizzate, dai "numeri verdi" della solidarietà di regime ai centri di propaganda elettorale, l'esercito flessibile e intercambiabile di lavoratori precari e atipici prodotti dal neo liberismo occupa ormai prepotentemente quasi tutti gli spazi -di lavoro e consumo- dei nostri territori metropolitani.
Una delle ultime rilevazioni dell'lSTAT (ottobre 2002 su ottobre 2001), ha accertato che la crescita occupazionale in Italia è quasi tutta concentrata nei lavori atipici. Il cosiddetto "lavoro individuale" (cioè non governato per varie ragioni da contratti collettivi) ha ormai raggiunto il 53% della forza lavoro. E con l'approvazione definitiva della delega 848 sul mercato del lavoro (5 febbraio 2003) il governo Berlusconi ha dato via libera ad un vero e proprio far west: la fiera della precarietà si è arricchita di nuovi contratti atipici come lo job sharing (posto suddiviso tra due lavoratori), lo staff leasing (lavoro in affitto a vita di interi reparti di produzione), lo job on call (lavoro a chiamata) detto anche "lavoro squillo". Ed è stato ufficializzato il caporalato, con l'autorizzazione data alle agenzie private di svolgere compiti di intermediazione di manodopera».
Nella sua semplicità di esposizione, nel suo trattare argomenti scottanti e nella sua maledetta-articolata sintesi, il nuovo testo edito da "malatempora" (i compagni dovrebbero prestare molta più attenzione nella composizione del testo e nella rilettura delle bozze; tuttavia li ringraziamo per il cordiale invio di libri) è uno strumento di battaglia imprescindibile contro la ristrutturazione schiavistica dell'organizzazione del mondo del lavoro, impartita dal modello neoliberista. Leggetelo; sarà un appropriato, utile, propellente nella vostra contrapposizione e nella vostra rabbia al sistema capitalistico.
La ristrutturazione neoliberista delle regole dirette al mondo del lavoro, la paura di perdere il lavoro (già precario) insieme allo stress ed alla nevrosi causati ai lavoratori nelle aziende ove viene impresso a dismisura l'input delle nuove tecnologie hanno dei marcati risvolti neurologici. Sulle malattie mentali e nervose, esistenti nelle masse dell'Occidente giudeo-plutocratico, abbiamo già accennato in precedenti articoli di critica al capitalismo ed alla mondializzazione.
Nel capitolo [pp. 28/30] "Call-center al Prozac. La precarietà e l'insicurezza hanno i loro costi umani" viene affermato: «Secondo recenti indagini, negli ultimi anni in Italia vi sarebbe stato un aumento spaventoso nel consumo di psicofarmaci. E gran parte di questo boom della domanda di Prozac e simili, in una fase in cui prende piede e si sviluppa il lavoro atipico, potrebbe essere determinato in una certa misura proprio dal disagio collegato alla instabilità del lavoro, dallo stress del lavoro a singhiozzo, dalla carenza di validi ammortizzatori. I dati forniti da una ricerca ed un monitoraggio condotti a Firenze tra le farmacie convenzionate con l'Azienda Sanitaria Fiorentina, tra il 2001 ed il 2002 si "sarebbero registrati aumenti al 100% con punte del 200% e oltre nel consumo di psicofarmaci"; un fenomeno però che riguarda tutto il territorio nazionale. "Questo quadro è emerso nel corso del Congresso Europeo dei Farmacisti Ospedalieri e dei Servizi Sanitari (ESCP) svoltosi recentemente a Firenze. I dati... sono inequivocabili. Nell'area fiorentina, (850 mila abitanti), gli antidepressivi rappresentano ormai la terza voce di spesa farmaceutica dopo gli antibiotici e gli antiulcera (...) Nel primo semestre del 2002 i fiorentini hanno speso in antidepressivi 5,7 milioni di euro, ovvero oltre 22 miliardi delle vecchie lire". "Paroxetina", "Sertralina", "Citalopram" e "Prozac", "Fluvoxamina" e "Mirtazapina", "Reboxetina" sono i nomi scientifici che riportano al male che investe la società del lavoro a rischio, precario, o dallo stress causato dalla nuova ripartizione del lavoro nell'Occidente liberista. Per Corrado Mandreoli, responsabile delle Politiche sociali della Camera del Lavoro di Milano "il peggioramento delle condizioni di lavoro è generale, ma è devastante in tutte le forme e condizioni di lavoro atipico e precario, ad esempio nei call center o nei fast food, dove le tutele dei lavoratori sono pessime e la presenza del sindacato debole. Ci sono persone che non possono andare al bagno, che non hanno diritto alla pausa pranzo: peggio che in una catena di montaggio degli anni Cinquanta. L'organizzazione produttiva la determinano i datori di lavoro che spesso impongono ritmi e orari simili a quelli della peggior fabbrica fordista"».
A queste affermazioni sarebbe doveroso aggiungere le ampie convergenze che il sindacato, anche i compagni della CGIL, trova col capitale ed i consigli di amministrazione delle aziende votate al liberismo o accarezzate dalle privatizzazioni, a scapito del lavoratore. Personalmente abbiamo condotto una piccola ricerca tra i lavoratori delle semi-privatizzate, liberalizzate ed inefficientissime, poste italiane. Tutti i lavoratori denunciano oramai delle condizioni di lavoro insopportabili per molteplici cause; alle loro legittime lamentele i funzionari rispondono arrogantemente, in Sicilia come in Toscana, in questa maniera: "tu almeno uno stipendio lo hai"; "o così o te ne vai"; "se non ti va bene dai le dimissioni". Alla nostra domanda su cosa fanno i sindacati per tutelare le loro persone tutti i dipendenti, che siano dietro uno sportello o dentro un ufficio, rispondono: "Niente!".
"Ma al di là dei call center, attualmente persino nel settore bancario, una delle categorie che si sentiva più protetta e garantita, i lavoratori sono diventati soggetti deboli. Con la scusa delle fusioni e degli accorpamenti le grandi banche hanno preso a licenziare. È così che tra i lavoratori più deboli schizza in alto il consumo di farmaci e psicofarmaci, mentre torna forte l'uso e l'abuso di droghe, sia leggere che pesanti. L'aumento della tensione, le preoccupazioni, l'isolamento di figure psicologiche già fragili creano ansia, depressione, ricadute nel consumo di droghe e alcool. Magari proprio in persone che, ieri, si erano curate proprio attraverso il reintegro o l'immissione nel mondo del lavoro e che a quel punto vanno in corto circuito: le patologie, tenute per anni latenti, riesplodono, la salute mentale vacilla, l'isolamento e la depressione assalgono. Nelle cliniche del lavoro i tempi di attesa per essere sottoposti a visita medica, solo negli ultimi due anni, sono quasi quadruplicati". Ma non è finita qui!
La vasta frammentazione del lavoro, composta da precariato, da lavoro sommerso, dall'atipicità dell'occupazione e dalla così detta "collaborazione coordinata continuativa", se unita al carovita, all'inflazione, all'effimero mercato dei bisogni che la società dell'immagine e della ricercata "eterna giovinezza" impone, crea ulteriori scompensi.
L'ordinamento e la divisione del lavoro in regime neoliberista non offre più sufficienti garanzie per quanti, attraverso un prestito bancario, cercano di metter su casa e famiglia.
Infatti le banche non concedono denaro a prestito alla grande massa del precariato e dei lavoratori atipici, formata in stragrande maggioranza da giovanissimi che, in questo modo, non hanno assolutamente la possibilità di accedere a un prestito, poiché non offrono garanzie salariali. Per la Banca d'Italia, nel 2001, le somme di denaro concesse dalle banche alle famiglie pur tuttavia sono aumentate del 9,4%. Un quarto delle famiglie italiane sono indebitate e milioni di buste paga sono così alleggerite per la "cessione del quinto dello stipendio". Ma non tutti i lavoratori, dicevamo, hanno accesso al credito bancario.
«Una grossa fetta -scrivono Piantadosi e Nobile [cfr. pp. 37/40]- resta esclusa perché considerata "non solvibile". Fra gli esclusi dal credito vi sono proprio i lavoratori atipici, quei cittadini "dimezzati", soprattutto giovani, assunti con una di quelle forme contrattuali anomale, quelli con contratti part-time o di formazione, gli interinali, i collaboratori occasionali, e naturalmente i co.co.co. (collaboratori coordinati continuativi). Tra le altre penalizzazioni, i co.co.co., non possono pretendere di presentare una formale domanda di un prestito presso una banca, magari per acquistare un auto o dei mobili, perché rischiano non soltanto di ricevere un netto rifiuto, ma anche di entrare in una specie di libro nero elettronico, una banca dati che collega in rete tutti gli istituti di credito. (...) "Sei flessibile e fai bene, ma soldi in prestito non te ne possiamo dare", questo fanno sapere i signori delle banche a quei giovani dai 20 ai 35 anni, che con il primo impiego pensano subito di poter rincorrere gli status syrnbol, accogliendo i messaggi consumistici diffusi dalla pubblicità. (...) Resta la considerazione sul modo con cui le istituzioni finanziarie rispondono ai bisogni di chi, in nome della flessibilità ha accettato una condizione di lavoro con diritti dimezzati, senza ferie, né tredicesima, né tariffa minima, né sicurezza.
A chi è costretto ad essere flessibile ma cerca di accedere al credito con pari opportunità degli altri comuni mortali, l'Istituzione Bancaria riesce a rispondere soltanto con rigidità, esclusione, violazione della privacy, libri neri. Roba da non credere!».
Il contenuto e le analisi, le esperienze dirette narrate, le accuse al modello neoliberista, contenute in questo acuminato saggio sono peculiari e servono da testimonianza per infilzare sempre più alle proprie responsabilità il modello postcapitalista della globalizzazione.
Ripetiamo: leggetelo ed estraete da esso pregiato materiale politico per la giusta causa, per la sacrosanta battaglia all'oppressione ed allo sfruttamento economicistico, impartito dal capitale e dalle multinazionali globali.
Mettete da parte le insulse logiche che vi vogliono ancora inchiodati all'anticomunismo, alla lotta alla droga ed all'immigrazione; alle aberranti e laceranti narrazioni (sì, sono in malafede, altrimenti dementi!) che blaterano su di un delirante disegno di conquista dell'Europa cristiana (?) da parte d'un Islàm ferocissimo. Avete presente la favola di "Cappuccetto Rosso e del lupo cattivo"?
Non diciamo più altro.
Considerate intelligentemente e intelligibilmente se il pericolo per la vostra famiglia, per i vostri figli, per il vostro lavoro o per il vostro futuro, sia rappresentato dall'«Islàm», o, preferibilmente, dal dominio e dalla dittatura del capitalismo.
Se i costi per il pranzo e per la cena oramai sono insopportabili; se la recessione avanza; se il deficit cresce; se non c'è più il lavoro e quel poco esistente non da garanzie, le colpe sono da addossare a un unico responsabile: alla dinamica antipopolare, tecnocratica ed economicistica, dettata dall'usura dell'Alta Finanza internazionale. Essa, attraverso gli Stati Uniti d'America suo braccio armato e suo laboratorio politico-economico, ha distrutto ogni cosa; anche il diritto al lavoro, facendone uno strumento di tirannia, di oppressione e di alienazione, oltre a estirpare ogni speranza d'un futuro!
Leonardo Fonte




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