Gramsci, l'acqua calda del «Corriere»
Spunta una lettera che nulla aggiunge a ciò che già si sapeva sui rapporti tra Gramsci e Togliatti ma che pone molti interrogativi sull'uso politico e mediatico della storia

GUIDO LIGUORI

Gramsci tradito? Nuovi indizi contro Togliatti. (Lettera inedita da Mosca) titolava ieri in prima pagina il Corriere della sera con un articolo che occupava anche l'intera pagina 35 (la «Terza pagina» del giornale). Titolo su nove colonne: Gramsci tradito da Togliatti, nuovi indizi per un complotto. In una lettera a Stalin la moglie Julia e la cognata Evgenia lanciano pesanti accuse sui comunisti italiani. (Esclusivo. Un documento inedito conservato negli archivi del Comintern a Mosca avvalora la tesi della congiura per non far uscire dal carcere fascista il leader del Pcd'I)). Leggo e poi rileggo una seconda volta il lungo articolo e la «lettera inedita», le tante fotografie e didascalie. Da anni mi occupo di queste questioni, le studio, le insegno e una novità di tale portata non può lasciarmi indifferente. Resto perplesso con il giornale squadernato sul tavolo... Aria fritta, solo aria fritta. Sì, aria fritta. Aria fritta per chiunque sia un minimo a conoscenza delle vicende di cui si parla. Cosa infatti apprende il lettore dal dossier del Corriere? Innanzitutto scopriamo che l'autore dell'articolo pubblicato con tanto risalto è Silvio Pons, storico, giovane docente universitario, direttore della Fondazione Istituto Gramsci. In secondo luogo, scopriamo che egli riepiloga la stranota vicenda dei sospetti di Gramsci in carcere verso i vertici del suo partito, originati dalla celeberrima (per chi si occupa di queste cose) lettera del 1928, scritta da Ruggero Grieco da Mosca e indirizzata all'illustre detenuto, ivi trattato per quello che era, il capo dei comunisti italiani. In terzo luogo, scopriamo che tutto questo revival è occasionato dal ritrovamento negli archivi moscoviti di una lettera scritta l'8 dicembre 1940 e indirizzata «con amore» - così si conclude la missiva - al «compagno Stalin» da Giulia ed Eugenia Schucht, moglie e cognata del comunista sardo scomparso nell'aprile del `37, dove si lamenta che Togliatti di fatto stia ritardando la pubblicazione degli scritti gramsciani (invocando, per superare lo stallo, l'intervento di compagni dei «partiti fratelli») e si adombra in merito al tragico esito della vicenda del congiunto «la mano di un traditore» non meglio specificato. Infine, scopriamo che anche in seguito a queste pressioni fu aperta dal Komintern una inchiesta su Togliatti e una sua sia pure relativa e temporanea «caduta in disgrazia» ai vertici del movimento comunista internazionale.

Quali sono le novità in tutto ciò? Nella sostanza, nessuna. Certo, il documento si legge con interesse, ma nulla aggiunge che giustifichi l'enorme dispiego di potere mediatico. Procediamo ancora una volta per punti.

In primo luogo, la lettera del `28 è nota da molto tempo e su di essa sono stati scritti centinaia di articoli, saggi, libri persino. È recentemente scomparso un grande giornalista, Giuseppe Fiori, che è stato anche un ottimo storico. Ebbene, nel suo secondo libro dedicato a Gramsci (il primo è la notissima biografia), intitolato Gramsci Togliatti Stalin, Fiori dimostra che il giudice istruttore che pronunciò la frase ricordata da Pons - «onorevole Gramsci, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera» - faceva solo il suo gioco di provocatore al servizio del regime: l'istruttoria era già chiusa, la lettera non ebbe nessun peso sul processo. Resta la malevola intenzione del mittente? Resta soprattutto il fatto che anche Terracini e Scoccimarro in carcere ricevettero da Grieco lettere del tutto simili e non se la presero affatto a male, anzi. Diversi anni dopo, invece, Gramsci iniziò a rimuginare sulle parole del giudice e sulla «strana lettera» del '28. Il prigioniero versa in una situazione di salute disperata, il sistema nervoso è scosso, sa che se non esce presto dal carcere le possibilità di sopravvivenza sono nulle. La «strana lettera» acquista a tratti una valenza perversa, emblema di un complotto più vasto (giudiziario, politico, umano) a cui a volte gli sembra partecipi la stessa Giulia. Lo stesso Sraffa, amico fraterno che seguì e aiutò Gramsci lungo tutto il tormentato iter carcerario, respinse i sospetti espressigli in proposito da Tania, la cognata che in Italia era rimasta vicino a Gramsci. Del resto, qualsiasi cosa si pensi nel merito, e in attesa certo di nuove documentazioni (speriamo non fabbricate ad arte in questi ormai mitici «archivi di Mosca»: ma perché, invece che procedere con uno stillicidio di documenti, gli archivi non vengono tutti messi a disposizione degli studiosi?), lo stesso Pons ammette che «gli interrogativi e le zone d'ombra restano invariate». Nulla viene oggi aggiunto a quanto da (tanto) tempo si sapeva.

In secondo luogo, veniamo alla lettera delle due donne. Non possiamo qui soffermarci sulla loro personalità e la loro storia: bolsceviche di ferro (il padre era stato amico di Lenin), iscritte al partito dagli anni della rivoluzione, è noto che Giulia, la moglie di Gramsci, era malata e piuttosto fragile, mentre Eugenia appare, almeno in questi anni, come la vera rappresentante del partito in casa Schucht. Certo colpisce che Pons non commenti ad esempio la infondatezza dei loro sospetti su Togliatti in merito ai ritardi della pubblicazione dell'opera. È stato quasi un decennio fa lo stesso presidente della Fondazione Gramsci, Giuseppe Vacca, a spiegarci come Ercoli temesse (e lo scrivesse esplicitamente a Dimitrov) che il contenuto dei «quaderni» gramsciani, se non pubblicati accortamente, si sarebbe palesato per quello che era: una linea politica e culturale alternativa a quella di Bessarione Stalin. Quale sarebbe stata allora la sorte della stessa «memoria» di Gramsci? Avremmo dovuto aspettare il `56 per conoscerne il nome? Se Gramsci è stato ed è quello che sappiamo, oggi, nel panorama della cultura internazionale, lo si deve anche a Togliatti e alla sapiente e paziente regia con cui pubblicò Gramsci, una volta tornato in Italia. Altro che intervento dei «partiti fratelli», pateticamente invocato dalle due donne!

Ugualmente è chiaro che l'accenno - enfatizzato da Pons - al fatto che Gramsci cercasse sempre la strada della propria liberazione per mezzo dei sovietici e non tramite il suo partito ha una spiegazione nota da tempo (soprattutto grazie alle ricerche di Paolo Spriano). I comunisti italiani e francesi facevano, in favore dei loro compagni ristretti nelle carceri fasciste, una agitazione politica che rischiava - a parere di Gramsci - di essere controproducente. Egli riteneva che la sua liberazione potesse venire solo da una trattativa tra Stati (uno scambio di prigionieri tra italiani e sovietici). Un agire diplomatico, dunque, che doveva seguire vie diplomatiche e non politico-partitiche. Furono fatti diversi tentativi. Ma alla fine Mussolini decise sempre per il no. È Mussolini, sono state le carceri fasciste ad uccidere Gramsci, non un immaginario «complotto» togliattiano.

Infine, dalle parole di Pons sembra assumere un valore decisivo il fatto che venne aperta, ai vertici del Komintern, una «inchiesta» su Togliatti. Ma dossier, inchieste, lettere di accusa, interrogatori, confessioni, ecc., non erano all'ordine del giorno negli anni drammatici dell'Urss staliniana? Non servivano alla macchina stalinista per tenere sotto pressione anche i dirigenti più importanti, per poterli ricattare, ridimensionare, controllare? Non era il prudentissimo Togliatti riuscito a sopravvivere in quel clima e a dare contributi essenziali alla lotta al fascismo e allo sviluppo futuro dell'idea di un comunismo «gramsciano» (le «lezioni sul fascismo», l'elaborazione che parte dalla Spagna) a prezzo di mille compromessi, sempre in bilico tra il potere e la Siberia? Non era dovuto egli stesso intervenire con grande urgenza a Parigi, nel 1938, per impedire che il gruppo dirigente del Pcd'I condannasse la memoria stessa di Gramsci, lo bollasse come trockijsta, in seguito alla pubblicazione della lettera del `26, la qual cosa avrebbe probabilmente portato allo scioglimento del partito italiano, alla damnatio di Gramsci stesso?

In definitiva, la lettera pubblicata, intorno a cui Pons e il Corriere costruiscono un caso senza molti precedenti per impatto mediatico, non sembra giustificare tanto sforzo. A meno che Pons non conosca altri documenti che giustificano tutto questo baccano. In tal caso, li dovrebbe rendere noti subito: di fronte a nuovi documenti (autentici, vagliati attentamente dalla comunità scientifica) tutti i precedenti giudizi - va da sé - possono essere revocati, cambiati, rovesciati. Oppure, in caso contrario, viene da chiedersi perché egli abbia messo in moto tutta questa giostra. Su cui ora saliranno in molti. Il sasso lanciato con tanto vigore produrrà onde sempre più larghe e stupide e interessate. Le migliori penne del centro-destra (Caprara, Gervaso et similia) saliranno sulla giostra e si faranno un giro. Giornali meno "equlibrati" del Corriere ci inonderanno con valanghe di idiozie. Le televisioni le riprenderanno, forse Vespa ci farà uno "speciale"...

Gramsci ha scritto sullo stretto rapporto che lega storia e politica: è un nesso addirittura di identità, egli afferma (esagerando). La pagina di ieri del Corriere della sera è storia o politica? Direbbe Gramsci: entrambi. È, soprattutto, produzione di un nuovo-vecchio senso comune, ripetizione, rielaborazione, diffusione di una visione dei comunisti come gente infida e traditrice. Non si vuol dire con ciò che le verità scomode dovrebbero essere taciute. Anzi, il contrario. Ma se dal nulla o quasi si crea un simile evento, viene da chiedersi se valga la pena, per uno storico serio, tanto più se direttore della Fondazione Gramsci, di partecipare a questo «nuovo modo di fare storia». Di dare la spinta iniziale alla giostra. Alla fine, ho la sensazione che neanche lui si sarà «divertito» davvero.

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