Pier Ferdinando Casini sul PDL
CHIANCIANO - STATI GENERALI DEL CENTRO
13 settembre 2009
Il PDL
E io qua non posso che parlare in un modo del Pdl, perché mi meraviglio francamente di chi si meraviglia. Quello che è il Pdl era scritto sul predellino, tutto possiamo dire a Berlusconi, salvo che Berlusconi non avesse spiegato con chiarezza il programma politico del Pdl: chi ci sta ci sta, chi non ci sta fuori dalle scatole. Lo aveva detto con chiarezza e sta realizzando esattamente questo programma. L’unico che lo prese sul serio siamo stati noi, infatti ce ne siamo andati. Ma tutti gli altri dovevano capire che quello era l’epilogo chiaro.
Il problema del populismo, il problema della democrazia interna, il problema del poco rispetto del Parlamento, il problema di una deriva populista: adesso vedo che c’è qualcuno nel Pdl che addirittura ci spiega negli editoriali che un tasso di populismo oggi è fisiologico tra le forze popolari del Partito Popolare Europeo. Tutte sciocchezze. Il populismo è la degenerazione del popolarismo. Il populismo è un tumore da estirpare nelle società contemporanee, e una forza populista non è una forza di centro moderato e di governo, altro che fraseggiare sulle ideologie. Bene amici: l’evocazione dell’uomo forte. Mah, è un partito nato da un atto notarile, è un partito che io rispetto, è un partito dove ci sono tantissime brave persone, sono le stesse che vengono nel mio ufficio e mi dicono: avete ragione, andate avanti. La nostra amica Mondello che ha avuto il coraggio di fare una scelta che tanti non hanno fatto, sa quanti le vengono a dire: hai ragione, sussurrandoglielo in un orecchio. Amici, la vita è così, e la carne è debole, non è che possiamo pensare che tutti abbiano il coraggio.
Ma quello che sta capitando nel Pdl, è solo questo che voglio dire, non voglio neanche polemizzare, è logico, è la conseguenza di un’idea di partito e di Paese diversa da quella che abbiamo noi. Il Parlamento è un impiccio, il Parlamento è un qualcosa che può essere tollerato se non disturba il manovratore, perché chi vince ha un’idea proprietaria del Paese. Allora voglio ricordare invece che chi vince è il capo del Paese, chi vince guida il Paese, non è proprietario di un Paese, è diverso da un’azienda. In un’azienda chi ha la maggioranza delle azioni è proprietario, in un Paese chi vince deve rispettare anche gli altri, anche noi che siamo italiani esattamente come gli elettori del Pdl, che abbiamo l’orgoglio per l’identità, per la bandiera, per l’unità nazionale.
Noi rispettiamo tutti, ma la vittoria non dà diritto alle prevaricazioni.
Qui c’è l’ex sindaco della mia città, Guazzaloca: lui ha vinto in passato. Gli hanno rimproverato di non aver fatto piazza pulita dell’apparato del PCI che c’era da 50 anni… Cosa doveva fare? Prendere il mitra e far fuori tutti i dirigenti? Ha cercato di dire: i meritevoli rimangono, e i ladri se ne vanno via. Ma questa è la cosa di buon senso che bisogna fare, è inutile inventarsi delle cose. Questo è il rispetto per gli altri.
Uno diventa presidente di un’istituzione, non è che dice, faccio piazza pulita perché arrivo io. Ci vuole il rispetto di una diversità e ci vuole la convinzione che chi guida ha più responsabilità degli altri. Vedete, non è che Berlusconi abbia tutti i torti in tante parte di polemica che fa con la sinistra. Ma perché non è convincente? Perché chi guida ha un supplemento di responsabilità. Tra De Gasperi e Togliatti chi doveva mostrare il supplemento di responsabilità era De Gasperi. Tra la Democrazia Cristiana e il PCI chi lo doveva mostrare era la Democrazia Cristiana. Perché chi guida deve farsi carico anche di chi non condivide, perché chi guida deve avere il senso di una missione condivisa e, se non lo è, trasmetterla. Perché chi guida non può passare il 90% del suo tempo a insultare l’opposizione, chi non la pensa come lui. Perché se no non guida verso il futuro, porta al macero un Paese, come ha detto Cesa nella sua introduzione.
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UDC-ITALIA.IT




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