Due articoli su La Stampa di oggi. Stavolta, grazie Lega.
LA NUOVA NORMA SUGGELLA UNA BATTAGLIA STORICA DELLA LEGA
Varese diventa Varés, il dialetto sui cartelli stradali
di Brunella Giovara
IL sindaco di Varese (Varés) ha già pronto lo stanziamento, e si dichiara felice: «Era ora. Adesso potrò mettere i cartelli in dialetto senza commettere infrazioni al codice». E «guardi che non è solo folklore. E’ la rivendicazione delle nostre radici», spiega il professor Aldo Fumagalli, sindaco, leghista della prima ora nonché preside del liceo classico Cairoli di Varés, come a dire l’uomo giusto al posto giusto quando si discute dell’ultima novità del codice stradale: i nomi delle città e dei paesi in italiano e in dialetto.
Un altro professore - Gian Luigi Beccaria, docente di Storia della Lingua italiana a Torino - polemizza a distanza e dichiara che trattasi di «follia, e se lo dico io, che pure amo alla follia i dialetti e la tradizione...». Tant’è che «io ed altri studiosi abbiamo appena consegnato il Premio Montale ad un poeta come Raffaello Baldini, che scrive in santarcangiolese. Ma Baldini quando esce per strada a Milano non parla certo santarcangiolese... Parla l’italiano, eh».
Comunque, da oggi se il sindaco di Santarcangelo di Romagna vorrà scriversi i cartelli in dialetto, potrà farlo in santa pace. Più a Nord - in Padania - la cosa non è granché nuova, invece, visto il trionfo di cartelli doppi su per la Valcamonica e certe valli bergamasche, ma anche nella Bassa Bresciana e nel Varesotto, ovvero le zone forti della Lega Nord più dura e più pura. Ma erano cartelli farlocchi: quello ufficiale (bianco, come prevedeva il vecchio codice) con la scritta italiana. E sotto quello marrone, il cosiddetto «turistico» - odiato dai non leghisti e disprezzato dai leghisti in quanto marrone, cioé non vero cartello - con la scritta in dialetto locale.
Ma per quanto disprezzabile, era già qualcosa. Così sbocciarono i primi cartelli dialettali, nelle aree più politicamente verdi. Albino/Albì, Mozzo/Mòs, Seriate/Seriàt, Alzano/Alzà. Il problema arrivava con paesi dal nome già difficile in partenza, tipo Urgnano, che tradotto in cartello maròn diventa Örgnà, e da pronunciare correttamente non è uno scherzo neanche per gli urgnanesi purosangue.
Ma insomma. Se lo facevano i baschi (Gernika invece di Guernica) perché non potevano farlo i bergamaschi? L’onda verde arrivò fino a Palazzago (Palasàch), Gazzaniga (Gageniga), e Curno (Cüren, ma il cartello è della Lega, non del Comune). Dove i sindaci non erano d’accordo, «ci pensarono i militanti a prendere provvedimenti», ricorda sorridendo il sindaco Fumagalli.
Una bomboletta spray e via l’ultima vocale, «dalle nostre parti poi il dialetto lo permette, è molto facile dialettizzare i toponimi nel Varesotto...». E se il sindaco locale mandava il messo a ripulire, ecco comparire una volante verde (azioni sempre solo notturne, s’intende): a colpi di spray, un cartello dopo l’altro.
Non erano zingarate, «era una delle prime battaglie della Lega Nord». Tanto per ricordarne una, il sindaco di Lazzate (ora senatore) Cesarino Monti si incatenò ad un suo cartello. A Saròn (Saronno) i giovani padani chiesero cartelli turistici in lingua locale e «per tutta risposta la Giunta ha affisso cartelli in arabo per chiedere di non buttare in terra le sigarette», protestarono indignati. La «Padania», quotidiano della Lega, fin dalla fondazione mette la doppia indicazione, in testa agli articoli: Alessandria/Lisàndria, Bergamo/Bérghem, Padova/Pàdoa. E Milàn, Turin, Venexia, Aràsce (che sarebbe Alassio). Roma e Teheran invece uguali.
A Güsàch (Gussago, provincia di Brescia) i locali denunciarono «le multe della gendarmeria italiana (i carabinieri)» contro chi intendeva difendere la «lingua originale». Come Vertova, che in bergamasco si dice Erfa. E Bovegno, Piancogno, Dalmine... Fu una vera battaglia, non solo a colpi di spray. Ora vinta grazie all’emendamento al decreto sulla patente a punti. La Lega ce l’ha fatta, e se ne frega se Renzo Lusetti della Margherita dichiara che questo è «l’ennesimo atto che allontana di più l’Italia dall’Europa, perché grazie al fare ottuso della Lega si è persa un’altra occasione per rendere sempre più vivibili e fruibili dagli europei le nostre città».
«L’italiano è la nostra lingua nazionale ufficiale», ricorda il professor Beccaria. «Fare i cartelli doppi - italiano e dialetto - non genererà che confusione». Al limite, ma proprio al limite, Beccaria può arrivare a capire il dialetto nei cartelli stradali «se limitato ad aree dove si parlano lingue di minoranza, tutelate da legge dello Stato. Penso al Friuli, alle valli occitaniche...».
«Il Trentino è bilingue, non vedo perché non possiamo esserlo anche noi nel Varesotto», obietta Fumagalli (che è anche docente di Etica dei Trasporti allo Iulm di Milano). «Comunque vedrà quando entrerà in vigore la riforma Moratti... Allora sì, che il dialetto entrerà nelle scuole». E nella sua, per caso c’è già? «Certo. Il Porta lo si studia in milanese, di sicuro non tradotto in italiano».
«Ma cosa c’entra Porta con i cartelli stradali?», si inalbera appena il piemontese Beccaria. «Io continuo a pensare che sia una vera follia, e se proprio succederà, mi aspetto anche le contravvenzioni in lingua locale. Così, per amor di coerenza».
ESULTA IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE COTA: «FINALMENTE»
Torino-Turin, adesso è possibile
Passa l’emendamento della Lega, ecco come cambiano i nomi
Marco Accossato
I bossiani più sfegatati potranno finalmente smetterla di armarsi di bombolette spray per far valere le proprie radici. La loro battaglia per il bilinguismo è vinta, almeno sui cartelli stradali che indicano l’ingresso in una città. Da oggi i nomi dei Comuni potranno esser scritti, oltre che in italiano, anche in dialetto/lingua. L’emendamento al decreto sulla patente a punti presentato dalla Lega Nord ha infatti avuto esito favorevole ieri in aula a Montecitorio, seppur fra qualche polemica.
Anche in Piemonte potremo quindi leggere presto il doppio nome di una città: «Turin» per dire Torino, «Lissandria» per dire Alessandria, «Vërséj» per dire Vercelli, «Coni» per dire Cuneo. Anche i Comuni che non sono capoluogo di provincia potranno naturalmente decidere di «piemontesizzarsi»: «Moncalé» potrebbe comparire sotto la scritta Moncalieri, «Niclin» accanto a Nichelino, «Pinareul» per dire Pinerolo, «San Mò» che significa San Mauro.
«Una decisione che condivido pienamente - dice Roberto Cota, segretario nazionale della Lega Nord -. Molti Comuni a guida leghista hanno già avuto la sensibilità di adottare il bilinguismo sulla segnaletica stradale. Novara è solo un caso, il caso di una grande città. Entrando si legge “Noara”. Bisogna anche dire che c’è chi ha fatto di più: Malesco, che è un Comune più piccolo, ha addirittura deciso di raddoppiare i nomi ovunque, non solo alle porte della città». Nel più popoloso paese della Valle Vigezzo, persino i cartelli delle vie sono scritti in italiano e in piemontese. E forse qualcuno sta già pensando di tradurre anche il bel sito Internet.
Che cosa farà il sindaco Chiamparino? Che cosa decideranno quelli dell’hinterland? Diventerà solo l’etichetta delle giunte leghiste? Cota spera ovviamente che sia data voce - anzi, spazio - ai piemontesi sul maggior numero di segnali stradali possibili. Spera, viaggiando per la provincia di Torino, di leggere anche «Santna», Carmagnòla», «Lans». E magari, nelle vie interne, scoprire presto qualche «Via Turin».
Il decreto è appena passato, e in Piemonte già si pone un problema di giustizia linguistica. Lontano da noi, Verbano-Cusio-Ossola non ha un nome piemontese. La tradizione, in questo caso, divide la provincia: sarà «Intra» oppure «Palansa». Ma è un problema che non tocca i torinesi. Noi potremmo avere il nostro Comune in piemontese per ogni Comune italiano.




Rispondi Citando
lo detiene la provincia di Brescia con "Capovalle" che,grazie alla doppia dicitura sul cartello, potrà riottenere l'originale "A"..
)
