.....e questa "è" una notizia.
Anche chi ha avuto qualche motivo di critica verso il ministro dell’Economia non può non plaudire a quanto da lui dichiarato
nell’intervista apparsa sul Corriere della Sera di domenica scorsa. Le idee enunciate vanno controcorrente e svelano l’ipocrisia di un certo mondo che, come Don Ferrante ne “I Promessi Sposi”, a furia di dire che la peste non c’era, ne morì.
Occorre, come dice Tremonti, porre il problema del confronto internazionale: nessuna questione può essere infatti affrontata
senza ricordare che la globalizzazione non riguarda solo il terzo mondo, ma anche casa nostra. Si capisce allora come sia poco
lungimirante litigare per dividere una torta che può solo divenire più piccola, invece di chiedersi come si genera un valore aggiunto,
prima di tutto umano, poi culturale, poi economico. Occorre, inoltre, domandarsi cosa tenga alta, qualitativamente e quantitativamente, la produzione e cosa sostenga la ricchezza della nazione.
Come nasce il genio imprenditoriale, come si sviluppa, come si trasmette alle nuove generazioni? Come può un dipendente
vedere nella sua impresa non solo qualcosa da spolpare, ma un punto in cui generare ricchezza qualitativa e quantitativa? Prima
di parlare di etica dell’economia occorre mettere a tema l’estetica: quale desiderio, passione, forza ideale rende capace un uomo
non solo di generare opere artistiche, ma anche di dar vita a un’impresa e di inventare prodotti?
In Italia, il sistema delle piccole e medie imprese è spesso legato a una visione della vita, a un ideale, sia esso la propria famiglia, il proprio paese, la fede, la giustizia sociale, uno sviluppo laico.
Da questo punto di vista la prima emergenza nazionale è l’educazione al genio creativo, al gusto del bello e del vero che si trasmette anche nel momento del lavoro.
La seconda conseguente emergenza, quindi, è l’investimento in educazione e la generazione di capitale umano nel campo della ricerca, dell’università, della formazione, che possono fare del nostro paese un polo formativo anche per i paesi emergenti.
Serve quindi qualcosa che difenda questa ricchezza anche sul piano delle riforme economiche: una politica del credito a favore
della piccola e media impresa, una politica di internazionalizzazione e di investimento nella ricerca applicata che permetta salti di qualità all’innovazione tecnologica, immediatamente dopo la riforma del mercato del lavoro e del varo effettivo di una riforma del sistema scolastico, comprendente la parità.
Ciò non è possibile senza un’alleanza tra ceti produttivi, movimenti ideali e istituzioni per vincere la battaglia della concorrenza internazionale, migliorando la produzione e il rapporto qualità/prezzo. Come ha affermato lo stesso Tremonti, il vero nemico è la rendita, praticata da chi, da solo o in regime
consociativo o clientelare, cerca il suo tornaconto corporativo. Dipendenti e imprenditori, Stato e privato, enti locali e Stato centrale, profit e non profit possono non essere antagonisti, ma complementari se si pongono lo scopo di incrementare il bene comune, che comprende anche il benessere della nazione e un adeguato livello produttivo.
Ma tutto questo sarebbe vano se non si affrontasse anche l’altro grande tema sollevato dal ministro: la difesa della produzione
nazionale contro la concorrenza internazionale.
In un’illusione neoclassica portata a livello planetario, si sostiene, a destra e a sinistra, la lotta a ogni limite, dazio o dogana a favore di un libero mercato assoluto. Ma se si ama questa capacità creativa del mondo imprenditoriale italiano, come si fa a tollerare che interi paesi facciano concorrenza sleale, copiando illegalmente marchi e sfruttando i lavoratori peggio di qualunque
multinazionale? Perché chi voglia rispettare la 626, non pratichi il lavoro nero, paghi le tasse anche senza condoni, assicuri previdenza e pensioni, deve accettare che certi paesi, falsamente democratici, ma in realtà violentemente contro il singolo uomo,
mandino fuori mercato il piccolo imprenditore?
Non si può volere più giustizia sociale in Italia e tollerare concorrenze sleali all’estero: significa chiudere gli occhi di fronte
alla realtà. Questo vale soprattutto per chi si scaglia contro le multinazionali e per opportunismo ideologico si guarda bene dall’ammettere che certi paesi, a socialismo reale, sono di gran lunga peggiori.
Qual è, quindi, la filosofia di fondo espressa nell’intervista che è da condividere e da sostenere? E’ l’aiuto a chi genera ricchezza
e sviluppo nel paese, soprattutto il piccolo e medio imprenditore, troppe volte demonizzato e depredato. Proprio chi condivide
l’appello del governatore della Banca d’Italia sulla necessità di una crescita di dimensione delle imprese, sa che questo
adeguamento può avvenire o attraverso una vera e propria operazione di macelleria sociale o alleandosi non solo con i grandi e potenti, ma anche con i piccoli ed efficienti. I suggerimenti di Tremonti muovono in questa seconda direzione, evitando che gli appelli al cambiamento rimangano prediche disinteressate a chi vive e produce.
Giorgio Vittadini
su il Foglio di giovedì 24 luglio 2003
saluti




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