La posta via computer e la Borsa
Scandalo a Wall Street: i trader di LaBranche & C. nascondono ottomila messaggi di posta elettronica sospetti

NEW YORK - Per le grandi aziende americane le email rappresentano ormai un incubo. Ieri è finita sotto accusa anche LaBranche Company, uno dei maggiori trader di Wall Street, per essersi rifiutata di consegnare 8 mila messaggi di posta elettronica alle autorità del New York Stock Exchange, la Borsa newyorkese, che stanno indagando sul comportamento degli operatori del settore. Le email hanno cominciato a diventare uno strumento giudiziario fin dalla causa Antitrust contro Microsoft, a fine anni ’90. Poi le email sono state decisive nel rivelare le manipolazioni dei conti, i falsi bilanci, gli arricchimenti illeciti dei protagonisti dei grandi scandali finanziari di Wall Street, da Enron a WorldCom.

E adesso tocca a LaBranche &Company, uno dei maggiori trader di titoli a Wall Street, con 650 aziende quotate come clienti, fra cui 9 delle 30 che compongono l’indice Dow Jones Industrial Average. Il New York Stock Exchange, cioè la Borsa di New York, l’ha

Scena di vita quotidiana a Wall Street (Ap)
formalmente accusato di ostacolare la sua indagine sui comportamenti degli operatori del settore. Motivo: LaBranche ha negato l’accesso a 8 mila delle 34 mila email che i suoi addetti si sono scambiati fra di loro, e con i clienti, dal gennaio 2002 a oggi. Una decisione che potrebbe sfociare in un’accusa, gravissima, di ostacolare la giustizia. Email. Email. Ancora email. La posta elettronica, soprattutto negli Usa, è ormai diventata un autentico incubo per tutte le società. Tantopiù dopo che la Corte di Washington ha sancito che, nel corso di un’inchiesta giudiziaria, i messaggi in Rete possono non essere sottoposti a quelle misure di tutela della privacy (la necessità di un’autorizzazione preventiva dei giudici o di un mandato di perquisizione, per esempio, obbligatori sia in Usa sia in Europa e in Italia) alle quali bisogna attenersi per accedere a strumenti di comunicazione «tradizionali», come la posta o le telefonate.

Ad aprire l’era delle email come «corpi di reato» è stata, a fine anni ’90, la causa Antitrust contro Microsoft, accusata di aver abusato della posizione monopolistica che i suoi sistemi operativi Windows detengono sul mercato dei computer per fare concorrenza sleale verso il linguaggio di programmazione Java, brevettato da Sun Microsystems. «Java mi fa venire una paura del diavolo» recitava una email diffusa da Bill Gates ai suoi top manager. Una testimonianza dell’atteggiamento che il colosso del software andava a prendere contro il rivale. Ma anche un’arma che ha contribuito alla condanna di Microsoft.

Poi sono arrivati i grandi scandali finanziari che hanno scosso Wall Street, da Enron a WorldCom. Storie di manipolazione di conti, di profitti gonfiati, di manager arricchiti ilegalmente. Ma anche di perverse relazioni fra aziende dai bilanci «creativi» e società di consulenza che li certificavano in cambio di lauti compensi e incarichi, oppure fra banche d’affari impegnate a esprimere valutazioni obiettive su nuove aziende destinate alla quotazione e, contemporaneamente, altrettanto impegnate a «gonfiarne» le potenzialità per alzarne il prezzo, truffando migliaia di ignari investitori. Una lunga stagione di scandali nella quale le email si sono rivelate un decisivo strumento anti-crimine.

Così, attraverso migliaia di messaggi elettronici interni, sono emerse la contabilità finta, gli accordi d’affari solo virtuali, i fatturati inventati di Enron come Global Crossing, WorldCom e gli altri. Arthur Andersen, una delle «Big Five» (le Cinque Grandi della consulenza aziendale Usa), ha pagato un prezzo durissimo per aver fatto l’esatto contrario: non appena avvisati dell’avvio di un’indagine della Sec sui conti Enron (della quale erano consulenti da 13 anni) i massimi dirigenti della società si sono subito preoccupati di far sparire tutti i documenti, messaggi elettronici compresi, che potessero rivelare qualcosa al riguardo. Risultato: alcuni top manager sono finiti in carcere, altri hanno pagato sanzioni miliardarie. La stessa Arthur Andersen ha cessato di lavorare e di esistere.

E sempre le email hanno aperto uno squarcio sorprendente sui conflitti d’interessi dei grandi banchieri d’affari, delle superstar dell’analisi finanziaria di Wall Street. C’è uno scambio di battute per posta elettronica, relativo alla quotazione in Borsa della società hi-tech Infospace, che è diventata l’emblema di un’era. Jeff Sexton, analista di Merrill Lynch, scrive a Henry Blodget, ambiziosissimo, pagatissimo principe degli analisti della stessa banca d’affari Usa: «Questa Infospace sembra essere una schifezza. Hanno presentato un bilancio in parte scritto a mano e tu hai raccomandato un prezzo d’acquisto di 100 dollari per azione». Risponde Blodget: «Possiamo riscrivere i prezzi e cancellare dalle liste quest’azienda spazzatura...». Il giorno dopo, Sexton cambia idea: «Ho rivisto il bilancio. Un po’ assurdo ma interessante». E Blodget annuisce: «Molto bene. Ma direi di aggiustare il prezzo a 30 dollari per azione».

Oppure c’è Frank Quatrone, re degli analisti di hi-tech per il Crédit Suisse First Boston, che manda a un collega un’email sulla copertura di un titolo software e gli chiede: «quale contratto di investment banking possiamo ottenere in cambio?».
Email e ancora email. Proprio in queste settimane continua il braccio di ferro fra il gruppo multinazionale francese Vivendi e il suo potentissimo ex amministratore delegato Jean Marie Messier, cacciato via l’anno scorso dopo che ha portato l’azienda alle soglie della bancarotta per debiti. Vivendi non vuole pagargli un bonus di uscita da 20,6 milioni di euro. Messier replica, per vie legali, sostenendo che gli era stato tutto riconosciuto ufficialmente dai principali azionisti e dal management, sia il bonus, sia l’uso del lussuoso appartamento privato newyorkese a Park Avenue (da 30 mila dollari d’affitto mensile). Lo aveva concordato egli stesso. Per email.

Giancarlo Radice