SECONDA PARTE DELLA TESTIMONIANZA DI MAURIZIO MURELLI,
L’ESTREMISTA DI DESTRA CHE E’ STATO IN CARCERE 11 ANNI
«Le loro coscienze sono sporche di sangue»
Di seguito proponiamo la seconda parte del’articolo di fondo del prossimo numero della rivista politico-culturale Orion. L’autore è Maurizio Murelli, direttore della pubblicazione e numero uno della Società Editrice Barbarossa. Anche Murelli, che, come Sofri, ha vissuto l’esperienza del carcere. Ha scontato tutta la pena (17 anni, di cui 11 di carcere e 6 tra condizionale e semilibertà) inflittagli dai tribunali per “concorso morale in omicidio” nell’assassinio dell’agente di polizia Antonio Marino, colpito al petto da una bomba a mano durante gli scontri che seguirono una manifestazione dell’Msi a Milano il 12 aprile del 1973.
(IIª puntata)
MAURIZIO MURELLI
Vi è un'altra questione. Sofri con il carcere è fisicamente ristretto, ma io vorrei sapere a quanti, che in carcere non sono, è dato di guadagnare (attraverso la sua assunzione come opinionista nei media) quanto lui e il di lui figlio. Se si eccettua la costrizione fisica, Sofri non ha alcun problema tanto nel presente quanto nel futuro, resti in carcere o ne esca. Allora mi piacerebbe conoscere il contributo di Folli & C. alla soluzione dei problemi di tutti gli altri carcerati, e se non proprio di tutti, almeno di quelli che oggi si trovano in uno stato di coscienza e percezione etica differente da quella che li caratterizzava al momento in cui commisero il reato per cui sono detenuti. Quelli che non sono intellettuali, quelli che non hanno studiato, quelli che non hanno amici potenti, quelli che languono dimenticati. Il dibattito sull'indulto, indultino e mezzo indultino o indultino evirato è stato quanto meno penoso, e i signorini grandi-firme si sono davvero poco sprecati. Ma va da sé che l'indultino o l'amnistia non risolve il problema alla radice. Ci vorrebbe una rivoluzione concettuale sul modo di intendere l'espiazione della pena. Per esempio, al di là delle chiacchiere sul recupero del soggetto, resta il fatto che la società civile intende il detenuto in espiazione di pena come un soggetto che ha recato danno alla comunità. E che quindi deve espiare. Ma l'espiazione della pena è un costo aggiuntivo che la società civile è costretta a pagare (a parte ogni altra implicazione di tipo umanitario alimentata dallo stato del sistema penitenziario e giudiziario). Perché allora non prevedere una forma di risarcimento (premiato) per il condannato? Per esempio la possibilità di un lavoro davvero socialmente utile, ricompensato con il conteggiare un giorno di detenzione come se fossero due. Abbiamo problemi di manutenzione del nostro patrimonio naturale (parchi, strade di montagna, boschi, pulizia dei fiumi etc.) e di apparato logistico per la protezione civile (incendi dei boschi, alluvioni, etc.). Molti carceri potrebbero facilmente essere trasformati in una sorta di caserma con costante manodopera disponibile per lavori che pochi o nessuno vuole fare. E al detenuto si offrirebbe la possibilità di scegliere se fornire la propria disponibilità in cambio di sconti di pena. Una commissione stabilirebbe l'idoneità all'accesso di tale condizione. Allora anche a chi non è un intellettuale coccolato si offrirebbe una possibilità di essere davvero utile tanto alla società quanto alla propria condizione. Mi rendo conto che poi esistono tante sfumature, e che il solito imbecille parlerebbe di lavoro forzato o di sfruttamento in quanto lavoro non retribuito, ma una tale persona dovrebbe provare l'alienazione della detenzione senza lavoro e con un televisore che lo bombarda 24 ore su 24 ore dei programmi che tutti conosciamo. E in ogni caso ci sono altri mille modi per modificare l'attuale assetto della punizione-detenzione. Ma il problema detenzione in questo Paese riguarda solo Sofri. La Lega ha il merito di aver scoperto il giochino. Non solo in tempi non sospetti aveva presentato un progetto di legge alternativo a quello dell'indulto, progetto che in parte aveva al centro la questione del lavoro socialmente utile come risarcimento remunerato con lo sconto pena, ma attraverso il ministro Castelli con la proposta di risolvere non tanto il problema Sofri (che è tale per i suoi creditori in carriera) quanto il problema ben più vasto della chiusura definitiva della stagione degli "anni di piombo" con una soluzione politica. Si sono messi tutti di traverso, come era prevedibile perché l'associazione di Sofri alla questione "anni di piombo" di fatto crea un legame tra l'ex capo di Lotta Continua e la stagione del terrorismo, rinviando e non chiudendo la chiarificazione con il pericolo che tutti quanti hanno avuto contiguità e responsabilità vengano in futuro chiamati in causa. È esattamente quel che non si vuole. Il livore con cui si è reagito alla mossa del ministro Castelli (che ha avuto il merito di scoprire gli altarini semplicemente accondiscendendo a una delle richieste di certa sinistra, (quella appunto della soluzione politica della questione giudiziaria legata al terrorismo) è sintomatico.
Del passo falso della sinistra si è subito reso conto Ernesto Galli della Loggia, che al di là delle sue tesi resta pur sempre una delle menti più lucide che imperversano sui media. In passato aveva già preso posizione per la grazia a Sofri anche (e quindi non solo) per il fatto che la condanna era venuta 20 anni dopo i fatti. Chissà perché nessuno ricorda il caso Priebke, la cui condanna è avvenuta 50 anni dopo (e sorvoliamo sull'episodio dell'assalto al tribunale che lo aveva in pratica assolto e che quindi determinò un secondo giudizio accondiscendente per i colpevolisti).
In poche parole Galli della Loggia (“Corriere della Sera”, 21 luglio 2003) sostiene che: “(...) Tra la grazia a Sofri e l’amnistia per gli anni Settanta non c'è, né si deve abusivamente istituire, alcuna contraddizione. Tra le due misure esiste viceversa una complementarietà evidentissima non appena si entri nel merito delle cose (...) Gli anni Settanta (...) costituirono infatti l’ultima, sanguinosa pagina del radicalismo. Furono cioè l’epilogo di una lunga tradizione nostra di pensiero e di prassi, portata all’élitismo dei pochi e all’agitazione inconsulta dei più (...)”. C’è molto di vero in questo ragionamento (e nel suo prosieguo) tranne un fatto: che le istanze del radicalismo (come concezione politica e di pensiero) si siano spente. Sono mutati i metodi di lotta e di affermazione, e per certi versi siamo in un’epoca di letargo (al quale fatalmente farà seguito il risveglio) ma la penisola italiana resta preda di separazioni e contrapposizioni eclatanti, che vedono il conservatorismo opposto al riformismo all’interno di un bagno di correnti fatto di sensibilità continentale e sensibilità mediterranea, di stucchevole nazionalismo reazionario e tentativi di riaffermazione identitaria etnica e di popolo, di iperstatalismo contrapposto a iperprivatizzazione, di un improbabile ritorno alle istanze dei valori cristiani di contro alle spinte per superare le secche del nichilismo alle quali lo stesso cattolicesimo ha condotto. Insomma, se Galli della Loggia pensa che il radicalismo italico abbia smesso di respirare si sbaglia di grosso, tanto più che la dose massiccia di arbitrario filoamericanismo a cui siamo stati costretti (e proprio nell’epoca in cui gli USA iniziano la loro irreversibile decadenza) riporterà in superficie tutte le contraddizioni e sfumature del ribellismo, anche se sotto nuove forme e formule.
Speriamo dunque che il ministro Castelli nella messa a punto del suo progetto di liquidazione del fardello che rappresenta la stagione terroristica non si lasci abbagliare da spiegazioni e motivazioni interessate che porterebbero a far rientrare dalla finestra quanto è stato fatto uscire dalla porta. Anche perché, a queste condizioni, rischiamo di ritrovarci tra i piedi ancora una volta nel ruolo di maestri e “spiega-tutto” quegli intellettuali creditori di Sofri che dal Sessantotto imperversano in ogni dove, sopravvivendo ad ogni stagione senza mai pagare dazio. Attraverso Sofri e con Sofri li si costringa a venire allo scoperto e ad assumersi le proprie responsabilità. Le loro mani non sono sporche di sangue, ma le loro coscienze lo sono due volte: la prima perché erano dentro i fermenti di allora, la seconda perché sulla condanna dei loro compagni (rinnegati) hanno fatto carriera con la pretesa di essere i nostri maestri di rettitudine e moralità.
2 - fine




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