Molto rumore per nulla
Un temporale estivo ha investito le redazioni di tutti i giornali: una lettera a Stalin del 1940 di Evgenia e Julia Schucht (rispettivamente cognata e vedova di Gramsci), pubblicata il 17 luglio con grande rilievo su "Corriere della sera" con un commento di Silvio Pons, direttore dell´Istituto Gramsci, ha provocato una raffica di articoli, interviste, commenti su quasi tutti i quotidiani italiani.
La lettera in sé non diceva molto di più di quello che si poteva sapere già, ma è stata presentata da Pons, uno storico finora corretto (ad esempio ha ricostruito efficacemente la logica che portò Stalin agli accordi con Hitler in un bel libro su "Stalin e la guerra inevitabile" apparso da Einaudi nel 1995) in modo discutibile, consentendo l´ennesimo scoop su "Gramsci tradito da Togliatti". In realtà la lettera conferma semplicemente il profondo rancore verso Togliatti delle sorelle Schucht.
Ma si è subito parlato di altro. Liquidiamo in due parole Massimo Caprara (che fu segretario di Togliatti, e poi tra i fondatori del "Manifesto", prima di approdare a Forza Italia) che sul "Giornale" si lamenta per l´insufficienza della rivelazione: "Sul caso Gramsci serve l´ultimo strappo". Gli fa degnamente da spalla, sullo stessa pagina, Giancarlo Lehner con un pezzo velenoso intitolato "La chiave del mistero è l´arresto": Lehner si domanda come mai il partito, che aveva fatto espatriare tanti dirigenti, non fece nulla per proteggere Gramsci, fingendo di dimenticare che Gramsci fu facilmente intercettato dalla polizia mentre si recava a una riunione del CC in Valpolcevera, semplicemente perché era ben identificabile per la sua particolarissima conformazione fisica.
Bruno Gravagnuolo su "l´Unità" dice parecchie cose corrette, pur facendo molta psicologia sulla gelosia di Evgenia, che "vuol prendere in mano l´eredità del cognato, dell´uomo amato, che invece a suo tempo aveva preferito la giovane Julia". Tuttavia Gravagnuolo osserva giustamente che non a caso la lettera non è firmata da Tatiana, che Gramsci aveva assistito a lungo, ma dalla sola Julia, sulla cui capacità di intendere in quel periodo erano legittimi molti dubbi. In realtà era già nota da più di dieci anni un'altra lettera astiosa di Evgenia, che nel 1943 aveva accusato Togliatti di aver smarrito quaranta casse con parte dell´archivio del PCI, la biblioteca di Gramsci e perfino la sua medaglietta da deputato. Su questo caso, che rivela la profondità e tenacia del rancore di Evgenia nei confronti di Togliatti, aveva scritto anche Giulietto Chiesa su "La Stampa" del 18 3 1992. Caso mai, tenendo conto del carattere avventuroso della partenza di Togliatti dalla Spagna sull´ultimo aereo prima della chiusura di ogni spazio per la fuga di fronte al dilagare delle truppe franchiste, e delle successive traversie nella Francia occupata dai nazisti, è già un miracolo quello che egli riuscì a mettere al sicuro in tempo.
Quasi tutti i commentatori, compreso Giuseppe Vacca intervistato dal "Corriere" del giorno successivo, osservano che la principale accusa a Togliatti, quella di ritardare e impedire la pubblicazione dei Quaderni dal carcere, è risultata del tutto infondata; anzi il ritardo nella pubblicazione è stato sicuramente legato non solo al non facile compito della decifrazione e trascrizione, ma anche alla necessità di preservare quel grande patrimonio per tempi migliori sottraendolo alla censura sovietica.
Sui tagli e le manomissioni dei Quaderni si è parlato molto, quando uscì l´edizione critica curata da Gerratana: in realtà non furono molti, soprattutto perché non erano necessari, dato il carattere del materiale. Ma ha ragione Guido Liguori su "il manifesto" quando osserva che se il lavoro fosse stato fatto a Mosca in quegli anni avrebbe subito ben altre interferenze. Liguori è piuttosto severo con Pons, che si è prestato all´ennesimo uso politico e mediatico della storia annunciando la "scoperta dell´acqua calda", mentre "è stato quasi un decennio fa lo stesso presidente della Fondazione Gramsci, Giuseppe Vacca, a spiegarci come Ercoli temesse (e lo scrivesse esplicitamente a Dimitrov) che il contenuto dei "Quaderni" gramsciani, se non pubblicati accortamente, si sarebbe palesato per quello che era: una linea politica e culturale alternativa a quella di Stalin".
Anche Aurelio Lepre, in un breve commento apparso anch´esso sul "Corriere", riprende la valutazione di Vacca e di Liguori: senza quella prudenza avremmo letto Gramsci molto più tardi, magari dopo il 1956. Egli ritiene certo che la lettera sia della sola Evgenia, che "aveva una fortissima personalità di cui Julia si rivelò sempre succube, inoltre era decisamente stalinista". Lepre è autore di una biografia di Gramsci centrata proprio sul periodo del carcere e intitolata "Il prigioniero", apparsa anni fa da Laterza.
Anche un altro rigoroso studioso di Togliatti, Aldo Agosti, non si mostra sorpreso, dato che l´atteggiamento pieno di livore delle sorelle Schucht sul partito italiano e su Togliatti in particolare era ben noto, ma senza che ci fossero riscontri obiettivi alle loro accuse.
Il peggior commento (a parte le speculazioni degli anticomunisti cronici) è purtroppo quello apparso su "Liberazione" a firma di Tonino Bucci. Dato per scontato che si tratta di una perfida manovra del "Corriere" berlusconizzato sotto la guida di Folli, Bucci arriva a sostenere che "nel testo si attribuisce a Gramsci una diffidenza verso i compagni di partito italiani".
È incredibile: da anni sono stati scritti interi libri, e decine di saggi sull´argomento, e anche se si può legittimamente ritenere esagerata la diffidenza di Gramsci innescata dalla famosa lettera di Grieco, non c´è dubbio che essa sia esistita e si sia rafforzata negli anni. Non è un´insinuazione del "Corriere"...
La rottura di Gramsci con Togliatti, alla vigilia del CC in cui si doveva discutere la famosa lettera intercettata e bloccata da Togliatti era stata durissima, e investiva la concezione generale di Togliatti, sia per il burocratismo, sia e soprattutto per l´accettazione dell´esistente come inevitabile.
L´articolo dice poi che "non è vero che la posizione di Gramsci fosse di netta contrapposizione a Stalin", sorvolando sul fatto che l´arresto, avvenuto subito dopo la famosa lettera, aveva costretto Gramsci a non scrivere più nulla sulle grandi questioni politiche, in primo luogo per carenza di informazioni, e poi per le circostanze della reclusione, che hanno imposto che ogni accenno fosse cifratissimo (e sull´esegesi di questi pochi accenni si è fondato l´uso distorto dei "Quaderni" da parte di un´intera scuola capeggiata da Vacca, che li ha utilizzati per trasformare Gramsci in precursore della collaborazione di classe).
Gramsci non poteva certo pronunciarsi più su altre tragiche scelte (ad esempio la collettivizzazione forzata) ma la lettera del 1926, anche se "si limitava" a denunciare l´esclusione dei dirigenti dell´opposizione dalle massime responsabilità del partito (ossia i concreti provvedimenti presi in quell´anno: per lo sterminio dovevano passare altri dieci anni!), era stata considerata a Mosca una colpa imperdonabile. La campagna per liberare Gramsci, messa in sordina per anni, fu rilanciata solo quando egli stava sicuramente per morire e non era più in grado di smentire le falsità che Togliatti gli mise in bocca e ripetè per decenni (tra cui la frase mai pronunciata "Trotskij è la puttana del fascismo").
Quello che viene dimenticato è che nei paesi del socialismo reale e nella maggior parte dei partiti comunisti del mondo su Gramsci rimase un ostracismo sostanziale: lo testimoniarono gli stessi figli, a cui era arrivata la notizia che il padre "aveva tradito", ma soprattutto la non pubblicazione in URSS e in tutti i paesi "socialisti" dei suoi scritti, a parte una rituale antologia di "Lettere dal carcere" che serviva a celebrarlo come martire ma non consentiva di conoscerne il pensiero. Anche a Cuba, Gramsci è rimasto ignorato finché non è finita l´influenza sovietica. Ignorato prima della rivoluzione dal PSP filosovietico, "scoperto" poi dai giovani guevaristi (anche se, non a caso, lo stesso Guevara non lo aveva potuto conoscere), Gramsci stava per essere pubblicato in un´antologia significativa agli inizi degli anni Settanta, ma bisognò aspettare venti anni per riprenderla, dopo il crollo dell´URSS.
Altro che "vulgata" dell´anticomunismo "di sinistra", come ripete ossessivamente Bucci in proprio o citando Antonio Santucci. Grottescamente, viene considerata una "smentita" alla tesi di un Gramsci critico dell´URSS perfino il fatto che "ancora nel 1940 Evgenia si rivolge direttamente alla figura di Stalin". Cosa prova? Solo che Evgenia, che ha rielaborato da stalinista i sospetti del cognato mettendoci di suo anche l´insinuazione che nel gruppo dirigente del PCd´I ci fosse un traditore, possibilmente trotskista, ha logicamente pensato di fare appello a Stalin. Potremmo portare l´esempio di Pietro Secchia, che si rivolse ingenuamente a Stalin per chiedere aiuto contro la strategia che Togliatti aveva concordato a Mosca prima di tornare in Italia, o quello di tutte le vittime dello stalinismo che si illudevano di poter ottenere giustizia dal "capo supremo" contro gli esecutori subalterni...
Evgenia non capiva evidentemente che quello che aveva angosciato Gramsci (isolato e umiliato in carcere, non sostenuto a sufficienza nei tentativi di scambio con l´URSS), non dipendeva da scelte soggettive di Togliatti, ma dal suo adattamento allo stalinismo, che poteva in certi momenti disapprovare, ma a cui evitò sempre di contrapporsi.
Casomai sarebbe interessante riflettere sul fatto che i sospetti di Gramsci, espressi in una lettera del 1933, investivano la stessa moglie Julia, vista come parte di un grande complotto. Cosa che rende più verosimile che la lettera del 1940 sia stata pensata e scritta dalla sola Evgenia (che infatti andò da sola a discutere il caso con Dimitrov, Togliatti e la Blagoeva).
Della ricostruzione di Pons, che fornisce molti altri particolari interessanti tratti dagli archivi del Comintern, e che varrebbe la pena di documentare più ampiamente, Bucci e Santucci non raccolgono minimamente il dato interessante che quelle accuse (insieme ad altre mossegli dai dirigenti del PC spagnolo) vennero per qualche tempo prese in considerazione a Mosca, e che "Ercoli" fu allontanato per iniziativa di Dimitrov e della Ibarruri dalle riunioni "strettamente segrete" del Comintern, e fu anche trattenuto in stato di fermo per un giorno (il 16 ottobre 1941) secondo la testimonianza della sua segretaria russa Nina Bocenina.
Su questo invece insiste Vacca, per sostenere che Togliatti era già allora potenzialmente in contrapposizione allo stalinismo. In realtà a Mosca in quegli anni (in cui gli antistalinisti erano stati da un pezzo sterminati), tutti i dirigenti comunisti, sovietici o di altri paesi, erano sotto la spada di Damocle della repressione.
Basti pensare non solo all´entità dello sterminio, ma al fatto che esso toccò anche familiari stretti dei principali collaboratori di Stalin, come la moglie di Molotov, il fratello di Kaganovic, ecc., e che lo stesso cognato di Togliatti, Paolo Robotti, stalinista convinto e zelante delatore che per anni aveva mandato a morte tanti comunisti e antifascisti italiani, fu arrestato e torturato per ottenere una "confessione" da usare un giorno contro Togliatti, se fosse stato necessario.
Togliatti riuscì a evitare quella spada di Damocle: tra l´altro alle accuse della Schucht su una sua responsabilità nel fallimento dei negoziati per la liberazione di Gramsci e lo scambio con alcuni prelati cattolici detenuti in URSS reagì con consumata abilità, sollevando sospetti al riguardo di alcuni dei funzionari sovietici che avevano seguito la vicenda (e che nel frattempo erano stati epurati da Stalin...). Ma non fu mai antistalinista.
Questo temporale estivo finirà presto, ma ce ne saranno sempre di analoghi: quello che incoraggia a questo uso mediatico non tanto della storia quanto di un singolo documento avulso dal contesto, è che tra i militanti comunisti c´è una diffusissima ignoranza delle tragiche vicende degli ultimi decenni dello stalinismo, accompagnata e rafforzata da una vera e propria rimozione da parte di una vera schiera di "giustificazionisti" ad oltranza, di cui è capofila da molti anni l´infaticabile Luciano Canfora.
Così i nostri nemici possono continuare a rimproverarci periodicamente i crimini del passato, magari aggiungendone qualcuno, certi che dalle nostre file ci sarà chi semplicemente li nega, ma anche chi li rivendica, con lo stesso atteggiamento che abbiamo visto su Cuba, e che ha portato tanti compagni a finire per giustificare perfino la pena di morte, e il carcere a vita (28 anni a persone di sessanta anni...) per reati di opinione. Il meccanismo per giustificare è rispondere a chi critica da posizioni marxiste questo o quell´atto discutibile del gruppo dirigente cubano: "ma lo sapete che Cuba è sotto attacco da Bush?", oppure "ma se sono in tanti a cercare di fuggire, è evidente che c´è un complotto della CIA".
Ci è venuto in mente questa logica, leggendo nell´articolo di Bucci il ricorso a una presunta "questione filologica" che tale non è affatto. In realtà si tratta semplicemente di un´insinuazione sul "ruolo di Evgenia - data per agente sovietica - alla luce del quale andrebbe interpretato l´elemento di frizione con il partito comunista italiano."
Che vuol dire? Che non era un´agente sovietica ma di qualcun altro? Infatti si aggiunge subito dopo in tono di mistero: "Né è marginale la datazione temporale della lettera, in concomitanza dei preparativi tedeschi per l´invasione dell´URSS che di lì a pochi mesi sarebbe avvenuta". Che vuol dire? Che si trattava di un complotto nazista per seminare zizzania nel movimento comunista? Non lo si dice ma lo si lascia pensare, utilizzando tecniche e stereotipi ben sperimentati.
Anche questa mentalità rientra in quell´eredità dello stalinismo che il nostro partito si proponeva di eliminare, ma che continua indisturbata (anche perché solo pochissimi si richiamano apertamente a Stalin e ne affiggono le icone nelle nostre sedi, ma in tanti continuano a spiegare il mondo con i complotti, risparmiandosi la fatica di cercare tra le proprie file la responsabilità di tante sconfitte). E non a caso il nostro partito non è stato capace di aprire quel serio e approfondito dibattito sullo stalinismo, con pubblicazione di testi e documenti e poi un momento di riflessione in un convegno nazionale, che pure era stato promesso dallo stesso Cossutta fin dal momento della fondazione (evidentemente allora pesava ancora lo shock del "grande crollo", che poi è stato anch´esso rimosso ed esorcizzato, magari attribuendolo alla CIA o al papa...).
(18/7/2003)
Antonio Moscato
Offensiva giustificazionista su Liberazione?
Abbiamo segnalato appena due giorni fa le polemiche innescate dalla pubblicazione della lettera a Stalin di Evgenia Schucht, e pensavamo di non dover aggiungere più nulla. Nello stesso giorno in cui inviavamo il nostro commento, un'altra intera pagina del "Corriere della sera" dava ampio spazio a tre interventi, tutti in difesa di Togliatti. Emanuele Macaluso insisteva che dalla famigerata lettera si poteva dedurre solo che se c'era una congiura era proprio contro Togliatti, a cui egli attribuiva giustamente il "merito" (dal suo punto di vista), di aver avviato il partito comunista sulla strada che ha portato ai DS.
La congiura, tuttavia, non partiva da Stalin ma da un rancore personale, di cui Aurelio Lepre sulla stessa pagina ha ricostruito dettagliatamente l'origine in un articolo su "Evgenia, Julia, Tania. Tre sorelle unite dalla fede comunista", prevalentemente dedicato alla componente psicologica di Evgenia, che aveva tentato con un attaccamento morboso di sottrarre il piccolo Delio a Gramsci e alla stessa Julia. Ma Lepre, riprendendo quanto aveva scritto in proposito Aldo Natoli, avanza anche l'ipotesi che "Evgenia, fervente stalinista, ritenesse Gramsci filotrotskista e cercasse perciò di impedire a Julia di scrivergli".
A proposito dell'interruzione della corrispondenza tra Julia e il marito in carcere (che ne soffrì moltissimo) Lepre ricorda che Tania fece conoscere a Gramsci un passo di una lettera in cui il padre delle tre sorelle le scriveva: "Non ho detto che Giulia non scrive perché è ammalata, ho detto che non lo fa che raramente, perché le riesce assai penoso di farlo nelle condizioni in cui si è costretti di compierlo". Le condizioni, lascia intendere Lepre, erano appunto le pressioni della fanatica sorella, con un forte ascendente sulla debole Julia, anche se il clima politico generale della Mosca degli anni Trenta può spiegare la tensione che fece saltare il sistema nervoso della donna.
Ma anche qui, nulla di nuovo può essere aggiunto, anche se molti hanno ignorato le ricerche che a queste conclusioni erano giunte già da decenni.
Il terzo intervento sul "Corriere" è di Luciano Canfora, nel complesso misurato ed equilibrato come gli accade raramente (quando scrive sulla storia contemporanea spesso dimentica il suo rigore filologico di storico dell'antichità). In questo caso fa un'osservazione correttissima sulla datazione della lettera, che non può essere quella indicata da Pons (che corrisponde verosimilmente all'arrivo sul tavolo di Dimitrov, nel quadro di un'altra "inchiesta" su Togliatti) perché si cita come vivente la vedova di Lenin, morta già nel 1939, e soprattutto si dice di aver informato Ezov, che era stato arrestato e destituito nell'aprile 1939, e fucilato nel febbraio 1940. "Nessuna persona da senno nel dicembre 1940, volendosi ingraziare Stalin, gli direbbe: ho scritto a Ezov!", osserva giustamente Canfora.
Che poi, nel tentativo di spiegare meglio cosa minacciava Togliatti, fa uno scivolone, sostenendo che "Togliatti è l'uomo che si è speso pienamente nella politica dei fronti, e che nel biennio del patto russo-tedesco viene messo da parte". Peccato che gli attacchi della Ibarruri gli vengono fatti nel luglio 1941, quando Hitler aveva già stracciato da un mese il patto invadendo l'URSS, e quando il 16 ottobre 1941 è avvenuto il breve arresto di Togliatti, si era ormai da quattro mesi in guerra e il patto era del tutto dimenticato. D'altra parte Togliatti non aveva espresso nessuna riserva sul "patto" anche perché era stato arrestato a Parigi sotto falso nome, e aspettava pazientemente un intervento dell'URSS per liberarlo. Così nelle sue Opere c'è un grosso buco corrispondente a quell'isolamento forzato. Ma questa imprecisione è più che perdonabile, ovviamente rispetto a ben altre prodezze fatte da Canfora in passato. Pensiamo al suo scoop, sempre sul "Corriere" di cui è collaboratore fisso, che annunciava che la CIA aveva falsificato il "rapporto segreto" di Chrusciov durante la traduzione, con grande gioia dei "nostalgici" che a quel rapporto non hanno mai voluto credere, sostenendo appunto che era un'invenzione del nemico. Lo faceva a scorno della verità, perché la parte centrale del "rapporto" era stata poi riprodotta integralmente nelle conclusioni di Chrusciov al XXII congresso e quindi pubblicata in lingua russa e inserita nel "Canone" degli Atti congressuali. Ma chi - a parte il sottoscritto e pochi altri - ha letto quegli Atti, anche se tradotti in italiano e pubblicati in un grosso volume dagli Editori Riuniti?
Di questi tre nuovi interventi "Liberazione" ha subito ripreso uno stralcio del solo Canfora (con la precisazione corretta e l'illazione meno fondata), ignorando gli altri due, che essendo anch'essi in difesa di Togliatti avrebbero smentito la "vulgata" (per parafrasare Bucci) sui complotti del "Corriere" a cui si dedica ormai con sistematicità sulle pagine del nostro giornale Beppe Lopez.
Ha pubblicato invece con grande rilevo un lungo articolo di Alberto Burgio dal titolo inequivocabile "Contro Togliatti solo sospetti". Verissimo sul caso specifico, ma l'impressione si dà è che ogni critica politica a Togliatti sia infondata. Un po' come dopo l'assoluzione di Andreotti per l'inconsistenza dell'accusa sul bacio, i mass media lo hanno presentato come se con la mafia non avesse mai avuto a che fare...
Burgio non è uno storico, e gli si potrebbero perdonare per questo le sviste, i fraintendimenti, la mancata conoscenza della ricca bibliografia sull'argomento.
Un po' meno le citazioni scorrette, che dovrebbero essere evitate anche da un filosofo e politologo. Pensiamo a quella che ha trasformato le insinuazioni di Evgenia sui possibili traditori (rituali in quegli anni e congeniali a una convinta stalinista), in qualcosa di diverso. Infatti Burgio scrive testualmente "Evgenia ricorda i gravi sospetti che Gramsci nutriva nei confronti di possibili traditori (i fascisti e i loro lacché, i trotskisti di tutte le specie". Nemmeno la fanatica stalinista Evgenia attribuisce direttamente a Gramsci questa frase sui trotskisti "lacché dei fascisti", ma lo fa invece disinvoltamente Burgio, tardivo discepolo di quel Togliatti che attribuì a Gramsci la frase mai detta su "Trotskij puttana del fascismo".
Un lettore di Liberazione, nello stesso giorno 20 in cui è apparso l'articolo di Burgio, lamentava giustamente che l'articolo di Bucci obbligava a "scegliere tra un Gramsci liberale e uno amico di Stalin e acriticamente e incondizionatamente filosovietico". Purtroppo non è il solo Bucci a farlo.
E c'è fa chiedersi perché sulla storia del movimento comunista su "Liberazione" possano scrivere solo "nostalgici" non specialisti come Burgio o Grassi, mentre io, che pure sono uno storico del movimento operaio con varie decine di libri pubblicati, su "Liberazione" posso scrivere sull'ISTAT, sulla socialdemocrazia austriaca, su Rosa Luxemburg, o magari sulla storia dell'Afganistan prima dell'intervento sovietico, o su altri argomenti non scottanti, non su quelli di cui mi occupo sistematicamente e scrivo da più di trenta anni, ma che rimangono un tabù nel partito. Ho accennato alla socialdemocrazia austriaca, ma appena mandai il seguito di quell'articolo (al momento di Haider avevo concordato una serie su quel paese) in cui si parlava anche del partito comunista, fu bloccato da uno dei tanti censori, a quanto seppi esterno alla redazione. E così su Cuba, su cui ho potuto pubblicare un articolo banalissimo (a volte sono costretto anch'io a scriverne) sul caso del famoso "bambino Eliàn, ma non passò mai un articolo sul dibattito sullo stalinismo avviato a Cuba nel 1962, proposto per concretizzare l'indicazione del nostro congresso, e scritto nell'anniversario del primo "caso Escalante" che portò Guevara e per qualche anno lo stesso Castro a fare un salto nella comprensione del fenomeno staliniano.
Invece periodicamente appaiono scritti agiografici: Grassi in particolare scrive spesso trattando la materia come la "storia sacra" che si insegnava nelle scuole di partito, raggiungendo livelli incredibili di reticenza: ad esempio in un articolo apologetico su Thaelmann, ignorava semplicemente la sua destituzione da segretario della KPD per gravi ragioni morali, e la sua reintegrazione da parte di Stalin, che costituì un pericoloso precedente nel Comintern, e innescò la liquidazione di Bucharin (con conseguente passaggio di Togliatti dal legame privilegiato con Bucharin a quello diretto con Stalin, sacrificando il povero Tasca, a cui era stato detto inizialmente di opporsi alla reintegrazione, e che fu poi lasciato solo di fronte a Stalin). Ma non è il solo caso, un giorno si potrebbe tentare un bilancio complessivo di come viene affrontata la storia del movimento comunista nel giornale che dovrebbe contribuire alla rifondazione anche sul piano teorico.
Tornando a Burgio, che a quanto pare ignora tutta la ricca produzione storiografica sugli anni Trenta, e se la prende con Pons fraintendendolo (Pons ad esempio accenna al fatto che la lettera può aver aggravato i guai di Togliatti, attaccato dalla Ibarruri che attribuivano al suo ruolo dirigente la responsabilità della sconfitta della repubblica, ma non parla di "tradimento" come scrive Burgio) conclude così il suo lungo articolo: "Il discorso è politico, come si diceva un tempo. Allora i casi sono due. O siamo alla resa dei conti. Per cui liquidate le grandi icone del comunismo mondiale (consegnato Stalin alla storia del crimine, ormai chi parla più di Lenin? E anche il nome di Mao suscita imbarazzo), è giunto il turno dei comunisti italiani, a cominciare ovviamente dal 'Migliore'. Oppure siamo a un giro di boa, alla paradossale vendetta della storia. Sì, perché in tutto questo discutere di complotti, congiure e tradimenti, una cosa non deve passare inosservata. Stalin, proprio lui, ci fa davvero un figurone".
Quante banalità hanno trovato spazio in quest'articolo! Burgio risponderà che voleva solo fare ironia, ma in realtà ridendo e scherzando ha titillato le corde profonde dei vecchi e meno vecchi militanti, che di quelle icone, Stalin in testa, sono nostalgici, e non capiscono proprio perché Bertinotti, a Livorno e poi al congresso, se la sia presa tanto con lo stalinismo...
20 luglio 2003
Antonio Moscato




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