Metaetica analitica. Orientamenti e tendenze del Novecento
Nell’arco del secolo scorso il discorso metaetico si differenzia dalle riflessioni filosofiche di etica normativa e di etica descrittiva. Il contenuto necessario di una teoria metaetica non riduttiva deve essere considerato l’attribuzione di senso verso termini etici e verso enunciati valutativi. Mentre la individuazione e determinazione dei criteri fondamentali di moralità è indizio di etica normativa, e la descrizione delle considerazioni valutative di individui o società in un dato momento storico lo è di etica descrittiva. Caratteristiche di un accostamento analitico alla riflessione metaetica sono la chiarificazione di termini etici e la definizione, nel senso di identificazione delle modalità d’uso di un termine, di enunciazioni valutative. L’orizzonte metaetico del secolo XX è contraddistinto da una situazione di non uniformità e di frammentarietà, come l’orizzonte filosofico sin dalla seconda metà dell’Ottocento. Si va dal COGNITIVISMO ETICO nei confronti di cui d’ora in avanti ci riferiremo con il simbolo CE, diviso in naturalismo e non naturalismo, al NON-COGNITIVISMO ETICO che chiameremo NCE, distinto in Emotivismo e Prescrittivismo, e alle teorie non riducibili all’uno o all’altro dei due indirizzi dominanti. Il dibattito filosofico è fervente e la distinzione tra le sotto-correnti filosofiche diviene difficile. E’ mio intento individuare i temi fondamentali della discussione metaetica e ricondurre l’intricata varietà delle correnti e sotto- correnti metaetiche ad un unico e chiaro schema classificatorio.
Come abbiamo detto l’orizzonte metaetico novecentesco è frammentato. Due sono le correnti dominanti. Da un lato il CE e dall’altro il NCE. La distinzione iniziale non esaurisce la varietà delle concezioni metaetiche. Infatti il CE si suddivide in CE naturalistico e CE non-naturalistico. Il NCE ha come sotto-correnti l’Emotivismo etico e il Prescrittivismo. Come si devono considerare i termini etici e le enunciazioni valutative? Per il CE le valutazioni sono enunciati descrittivi di una classe di fatti e i termini etici hanno carattere conoscitivo, come se fossero credenze. Le enunciazioni valutative sono enunciati descrittivi suscettibili di verità o falsità e fonte di conoscenza. Per il NCE le valutazioni non sono enunciati descrittivi di classi di fatti e i termini etici non hanno carattere (o non hanno esclusivamente carattere) conoscitivo. Essi non avendo “forza illocutoria” descrittiva non sono considerati suscettibili di verificazione e non sono fonte di conoscenza. Tale dottrina metaetica cerca di definire la forza illocutoria dell’enunciato valutativo in termini non descrittivi, ma inizialmente in termini emotivi con l’Emotivismo e successivamente in termini di comando (Prescrittivismo).
E’ necessario chiarire brevemente il concetto di forza illocutoria di un enunciato. “Forza illocutoria” è la “funzione” che un enunciato attua all’interno di un contesto enunciativo. Se descrittivo, l’enunciato attuerà funzione di trasmettere informazioni sulla realtà; se emotivo, di mettere in comune emozioni e stati d’animo; se normativo (o prescrittivo), di influenzare la condotta o l’azione del ricevente. Riassumendo. Nel CE le enunciazioni valutative avendo forza illocutoria descrittiva attuano la funzione di rilasciare informazioni sul mondo; nel NCE le enunciazioni valutative avendo forza emotiva o normativa attuano funzioni diverse.
Il “Naturalismo etico” non è una concezione metaetica unitaria. Questo essendo una sotto-corrente del CE considera i termini etici come descrizioni di classi di fatti “naturali” e le enunciazioni valutative come descrizioni suscettibili di verificazione attraverso i sensi.
All’interno della sotto-corrente del “Naturalismo etico” è stato fervente il dibattito sulla natura dei fatti c.d. “naturali”. Per alcuni naturalisti i fatti “naturali” non sarebbero altro che sentimenti dell’enunciante; secondo altri sarebbero sentimenti della società caratterizzante l’enunciante; secondo altri ancora sarebbero fatti osservabili, verificabili sensorialmente.
Il “naturalismo subiettivista” considera i fatti “naturali” come sentimenti dell’enunciante. I termini etici sono descrizioni dei sentimenti dell’enunciante in relazione a una determinata situazione. Per il naturalista subiettivista l’enunciazione “Uccidere è male” vuole dire “L’atto di uccidere desta in me un sentimento di ribrezzo”. Le critiche verso il naturalismo subiettivistico sono due: la critica di Moore e la critica di Williams. L’intendere i termini etici e le enunciazioni valutative come descrizioni di sentimenti individuali conduce ad escludere l’esistenza di disaccordi morali (G.E. Moore). Se “uccidere è male” vuole dire “l’atto di uccidere desta in x un sentimento di ribrezzo” ed “uccidere è bene” vuole dire l’atto di uccidere desta in y un sentimento di attrazione”, dove si fonda il disaccordo morale tra x e y? Infatti in tale senso le enunciazioni “uccidere è male” ed “uccidere è bene” sarebbero entrambe vere non creando alcun disaccordo etico effettivo.
D’altro canto l’intendere i termini etici e le enunciazioni valutative come descrizioni di sentimenti individuali vuole dire ridurli a mere osservazioni autobiografiche (B. Williams). Come sostiene Nino, il ladro trovato con le mani nel sacco sarebbe autorizzato a contestare la frase di chi lo trova “Rubare è male”, cioè “Il tuo rubare desta in me sentimenti di ribrezzo”, usando l’affermazione “Non mi interessa di come ti faccia sentire il mio atto. Grazie delle informazioni ma in me rubare desta un sentimento di attrazione..!”.
Il “naturalismo relativista” considera i fatti “naturali” come sentimenti della società di riferimento dell’enunciante. I termini etici sono descrizioni di sentimenti sociali nei confronti di una determinata situazione. Per il naturalista relativista l’enunciazione “uccidere è male” vuole dire “nella società x l’atto di uccidere è biasimato dalla maggioranza”. Anche le critiche verso il naturalismo relativistico sono due. L’intendere i termini etici e le enunciazioni valutative come descrizioni di sentimenti sociali evita il disconoscimento di disaccordi morali ma a sua volta non ammette l’esistenza di disaccordi sociali o tra società diverse o tra sotto-insiemi di un unico insieme sociale (B.Williams). D’altro lato l’intendere i termini etici e le enunciazioni valutative come descrizioni di sentimenti sociali non è conciliabile con una coerente teoria democratica della Politica (C. Nino). Infatti se “uccidere è male” vuole dire “nella società x l’atto di uccidere è biasimato dalla maggioranza” e “male” vuole dire “ciò che la maggioranza non tollera”, come si considera, se non come errore, la concezione di “male” di una eventuale minoranza? Alla minoranza mancherebbero così strumenti discorsivi validi idonei a convincere le rimanenze sociali delle validità delle di lei convinzioni.
Il “naturalismo obiettivista” è tendenzialmente abbinato ad una concezione etico-normativa utilitaristica e considera i fatti “naturali” come fatti osservabili, verificabili sensorialmente. I termini etici sono descrizioni di osservazioni sensoriali. Per il naturalista utilitarista l’enunciazione “uccidere è male” vuole dire “l’atto di uccidere decrementa la felicità armoniosa” (P.B. Perry), e tale enunciazione è suscettibile di verificazione sensoriale. Una critica fondamentale nei confronti del naturalismo (e del naturalismo utilitaristico) è formulata da Moore. Il naturalismo è vittima di una indiscutibile fallacia. Infatti riducendo i termini etici a descrizioni di osservazioni, il naturalismo violerebbe la norma di Hume, secondo cui sarebbero indebiti i tentativi di dedurre dall’essere il dovere essere. E violando la norma di Hume disconoscerebbe la distinzione fondamentale tra fatti e valori. Frankena obietta a Moore l’invalidità della critica alla fallacia naturalistica. La critica ha come condizione una concezione non-naturalistica del mondo. Ammettendo la validità della concezione naturalista fondata sulla riduzione dei valori a fatti non avrebbe senso condannare humeanamente la deduzione di valori da fatti. Di nuovo Moore introduce come critica all’obiezione di Frankena la tesi dell’open question. Se “male” vuole dire “decremento della felicità” e se è lecito chiedersi “è vero che rubare determina un decremento di felicità, ma, senza tenere conto del decremento di felicità, è anche male?”, allora il termine etico “male” non è interamente riconducibile al termine osservativo “decremento di felicità”. E così via (una analisi meno limitata della tesi di Moore, con ulteriori obiezioni e contro-obiezioni si trova in Bruno Celano, Dialettica della giustificazione pratica, Giappichelli, Torino, 1994, sezione 3.1.1).
Il “Non-naturalismo etico” considera i termini etici come descrizioni di fatti “non naturali” e le enunciazioni valutative come descrizioni suscettibili di verificazione extra-sensoriale.
Tale sotto-corrente definisce la struttura dei fatti “non naturali” in maniera non unanime. Alcuni considerano i fatti “non naturali” come attributi morali; altri come attributi divini.
Il “non-naturalismo di Moore” considera i fatti “non naturali” come attributi morali. I termini etici sono termini elementari, vale a dire non ulteriormente frazionabili e sottendenti concetti non ulteriormente analizzabili, come il termine yellow, che non è né definibile ricorrendo ad altri termini osservativi né scindibile in ulteriori termini osservativi. Ma mentre i termini osservativi, come “rosso” o “verde” o “blu”, sono verificabili mediante osservazione sensibile, i termini etici sono suscettibili di verificazione intuitiva. I termini osservativi sono suscettibili di conoscenza diretta; i termini etici sono suscettibili di intuizione, vale a dire di una sorta di conoscenza mediata. Riassumendo. Il termine etico è un termine non riducibile alla sensazione e le enunciazioni valutative sono enunciazioni suscettibili di verificazione meramente intuitiva. Le critiche alla concezione non-naturalista di Moore sono due.
Nino critica l’intuizionismo mooriano. L’intuizione non è - secondo il filosofo sudamericano- fonte di conoscenza. Nel dibattito moderno “conoscere” x ha tre condizioni: a] credere in x, b] il fatto che x sia vero, c] il fatto che la credenza sia motivata. Ma “intuire” x è sinonimo di “conoscere” x? No, dal momento che il dire “credo in x in base alla mia intuizione” non introduce una seria motivazione, bensì una mera conferma del fatto che si creda in x! In altri termini “credo che x sia vero in base alla mia intuizione” non vuole dire altro che “credo che x sia vero in base al fatto che creda che x sia vero”. Mettiamo il caso – come sostiene Nino- di volere intuire il vincitore di una corsa di cavalli. L’intuizione troverà conferma nella successiva osservazione sensibile della corsa. Se non ci fidiamo dell’intuizione nel momento in cui concorre con l’osservazione, come riusciremmo a fidarci dell’intuizione nel momento in cui non concorra (G.Moore) con l’osservazione? Nel caso concreto della corsa di cavalli l’intuizione è verificata dall’osservazione dell’ordine di arrivo dei cavalli. Chi oserebbe richiedere la vincita nei confronti di un cavallo arrivato ultimo motivando la richiesta in base all’intuizione che il cavallo avrebbe dovuto vincere?
Williams in seconda battuta re-introduce l’obiezione di Geach. Per Geach l’enunciazione “x è rosso” non ha lo stesso valore dell’enunciazione “x è buono”. Mentre dall’enunciazione “x è un insetto rosso” scaturiscono le enunciazioni “x è un insetto” e “x è rosso”, dall’enunciazione “x è un buon calciatore” non scaturiscono le enunciazioni “x è buono” e “x è un calciatore”. Predicativo è in tutti i casi il valore del termine osservativo “rosso”; nel caso del termine etico “buono” il termine a volte ha valore “attributivo”. Per Geach i termini etici sono fatti “naturali” riconducibili a ruoli naturali e contesti sociali.
Il “non-naturalismo trascendente” considera i fatti “non naturali” come attribuzioni divine. I termini etici sono indizi del sentimento di Dio verso l’uomo o verso una azione umana. L’enunciazione “x è bene” vuole dire “x è comandato da Dio”; l’enunciazione “x è male” vuole dire “x è vietato da Dio”. Le critiche alla concezione non-naturalista trascendente sono due.
Già Platone, nell’Eutifrone, mette in bocca a Socrate la domanda: “una cosa è buona dal momento che Dio la comanda, o Dio comanda una cosa dal momento che è buona?”. Dire “Dio comanda una cosa dal momento che essa è buona” vuole dire rinunziare all’idea che il termine etico “bene” sia sinonimo di “comandato da Dio”; Dire “Questa cosa è buona dal momento che è comandata da Dio” vuole dire riconoscere senza senso l’affermazione “Dio è buono” dal momento che vorrebbe dire “Dio fa come lui stesso comanda di fare”. D’altro canto ricondurre “bene” a “comandato da Dio” vuole dire escludere il non credente o il credente-in-altro dal discorso morale. Infatti l’ateo introducendo valutazioni morali o viene ad essere incoerente con il suo non credere in Dio o viene ad utilizzare uno strumentario etico di cui non conosce bene il senso.
Una ulteriore critica comune alle dottrine naturalistiche e non-naturalistiche consiste nel fatto di non considerare le descrizioni di fatti “naturali” o “non naturali” enunciazioni atte a motivare l’azione. Tanto il naturalismo che il non-naturalismo etico considerano le valutazioni morali come descrizioni. Ma - abbiamo detto- la forza illocutoria di una enunciazione descrittiva consiste nell’attitudine a trasmettere informazioni, non certo nell’influenzare una condotta. Come i termini etici e le enunciazioni valutative se intesi come descrizioni riuscirebbero ad influenzare condotte umane? O in altri termini – secondo l’accusa di Mackie- come sostenere coerentemente che asserzioni descrittive motivino l’azione umana? O si considerano come asserzioni descrittive o si considerano come enunciazioni motivanti. Altrimenti dovremmo intendere le valutazioni come credenze su fatti strani, vale a dire “fatti motivanti”.
L’“Emotivismo etico” considera i termini etici come manifestazioni di emozioni e le enunciazioni valutative come manifestazioni di stati mentali emotivi, non suscettibili di verificazione sensoriale. La sotto-corrente emotivista si articola in due ulteriori concezioni di termini etici e valutazioni: la rudimentale concezione di Ayer e la raffinata riformulazione di Stevenson.
Per Ayer, in Language, Truth and Logic (1936), i termini etici hanno valore di manifestazione di stati emotivi e le enunciazioni valutative hanno valore di enunciazioni comunicative di emozioni non sensorialmente verificabili e non suscettibili di conoscenza. L’enunciazione “essere caritatevoli è bene” vuole dire “evviva la carità!”. Per Stevenson invece i termini etici hanno valore di descrizioni/ orientamenti sentimentali e le enunciazioni valutative hanno valenza illocutoria concorrente di dare informazioni e suscitare emozioni. L’enunciazione “uccidere è male” vuole dire “Io non accetto che si uccida (valenza descrittiva). Anche tu non accettarlo (valenza emotiva)!”.
Stevenson, in Ethics and Language (1944), introduce ulteriori interessantissime tematiche come la formulazione di una concezione causale del senso di un enunciato e la distinzione tra accordo/disaccordo di credenza e accordo/disaccordo di atteggiamento, che tuttavia sono mera cornice del discorso sul senso di termini ed enunciati valutativi. Non ci sarà necessario affrontarle.
Le critiche all’emotivismo di Ayer e di Stevenson sono ancora due. Alcuni critici credono che cassando la razionalità da termini ed enunciati etici l’emotivismo renda secondario il valore di essi all’interno del discorso morale; altri che fare coincidere il senso di un termine o enunciato con l’effetto del medesimo vuole dire non utilizzare una buona tattica di descrizione del discorso morale. Per alcuni allora se il senso di un termine o di un enunciato etico fosse esclusivamente emotivo, cioè volto a comunicare emozioni ai destinatari, non si riuscirebbe a fondare la razionalità del discorso morale. Non sarebbe fondato il decidere razionalmente tra valutazioni discordanti. In tale senso non vi sarebbe differenza durante un dibattito etico tra il convincere l’ascoltatore motivando razionalmente ed il convincere l’ascoltatore ricorrendo a tattiche subliminali. Perché interessa unicamente convincere l’ascoltatore di una determinata situazione, come è allo stadio l’urlare “Forza Inter!” col fine di convincere subliminalmente i tifosi che tifare l’Inter, al di là delle sofferenze disumane che ciò causa, sia una cosa ottima. La reazione dei difensori dell’emotivismo consiste nel dire, con David Hume, che la validità di una teoria metaetica non si misura in base all’effetto introdotto dalla teoria medesima sull’etica. una teoria metaetica che invalidi il discorso etico non deve essere considerata una non teoria.
La seconda critica consiste nel contestare la confusione emotivista tra senso di un termine/ enunciato ed effetto che il medesimo causa. Da un lato urlare “aiuto!” non crea nei destinatari il medesimo stato emotivo (alcuni si allarmerebbero; altri si incuriosirebbero; altri ancora, credendo in uno scherzo, riderebbero…); dall’altro, secondo Warnock, il confondere tra senso ed effetto non renderebbe conto dei discorsi morali meramente “interni”, cioè dei discorsi morali che, fatti tra sé e sé, non conducono ad effetti esterni.
Il “Prescrittivismo etico” considera i termini etici e le enunciazioni valutative come direttive utili all’azione, non suscettibili di verificazione sensoriale. Padre del Prescrittivismo è Hare. Per Hare l’enunciazione “Uccidere è male” vuole dire “Non uccidere!” o “Non devi uccidere!”; e “Non uccidere!” o “Non devi uccidere!” hanno due caratteristiche intrinseche: l’essere “eccezionali” direttive all’azione e l’essere universalizzabili. Innanzitutto i termini etici e le valutazioni sono eccezionali direttive all’azione. Differiscono infatti dalle normali direttive dal momento che necessitano di una motivazione razionale, traducibile in descrizioni. Hare connettendo motivazione e valutazione intende l’enunciato valutativo-motivato come l’insieme di un neustico direttivo e di un frastico descrittivo. E’ il neustico (direttivo) a caratterizzare l’enunciazione in senso valutativo. Poi i termini etici e le valutazioni devono essere universalizzabili. Il termine etico e la valutazione sottendono il dovere di estendere i medesimi termini e valutazioni a tutte le situazioni con le medesime caratteristiche fattuali. L’enunciazione “Devo denunziare x nel momento in cui rubi” sottende due doveri: il dovere di denunziare x se rubi ma anche il dovere di subordinarmi alla denunzia nel caso rubi io ovvero di denunziare y allorché rubi.
Le critiche a Hare sono numerose e da Warnock a Baier allo stesso Hare.
Per Warnock è scorretto ridurre il senso di un termine etico o di una enunciazione valutativa alla forza illocutoria (direttiva) dei medesimi, dal momento che il discorso morale non si limiterebbe ad introdurre direttive, ma servirebbe all’uomo anche ad esortare, insultare, descrivere, etc…
Baier sostiene che chiedendo “Che cosa devo fare? Vorrei conoscere se è bene o male fare ciò…” non si desidera necessariamente ricevere una direttiva. Non necessariamente si cerca l’autorità altrui, ma informazioni sulla modalità d’azione. Nel momento in cui la domanda desideri una reazione meramente informativa, le reazioni alla domanda “Cosa devo fare?” devono essere reazioni informative e non direttive. Infine - secondo altri. le conclusioni del Prescrittivismo non si discostano molto dalle conclusioni emotiviste dello Stevenson, se non a causa dell’intuizione hareiana dell’universabilizzazione delle valutazioni; ciò che, nell’idea di Hare, determina i termini etici e le valutazioni non è il contenuto di essi, ma la forma. Vi è il rischio - secondo Hare medesimo- di scusare, col criterio dell’universalità, valutazioni estremamente aberranti. Pensiamo al caso limite in cui un eventuale folle di razza bianca sostenendo “E’ bene sterminare tutti i maschi di razza bianca” accettasse di subordinarsi allo sterminio.
Aldilà della distinzione tra CE e NCE l’orizzonte metaetico novecentesco manifesta ulteriori teorie sul senso di termini etici ed enunciazioni valutative.
Per Baier e Frankena i termini etici sono descrizioni di fatti “articolati”, né “naturali” né “morali”, e le enunciazioni valutative sono descrizioni “articolate” suscettibili di verificazione “morale”. “Uccidere è male” vuole dire “Ci sono motivazioni morali tali da rendere l’azione di non uccidere migliore dell’azione di uccidere”. I termini etici e le enunciazioni valutative sono descrizioni di fatti articolati verificabili dall’esistenza di motivazioni morali. Questi autori indicano all’interno della loro etica normativa, il sommo bene essere il bene comune. Le motivazioni, criterio di valutazione delle enunciazioni valutative, non sono motivazioni individuali, ché altrimenti si cadrebbe nello “stato di natura” hobbesiano, bensì motivazioni “morali”, vale a dire volte al bene comune. Diviene vitale differenziare le motivazioni morali dalle altre motivazioni all’azione; dal momento che - secondo Baier e Frankena- esclusivamente le motivazioni morali caratterizzano i termini etici e le enunciazioni valutative. Quali sono le motivazioni morali? La verificazione morale sottende un “test di moralità” delle convinzioni etiche. Baier sostiene che siano indici indiscutibili di moralità la non- individualità e l’universalità delle motivazioni; Frankena riconosce come caratteristiche delle motivazioni morali l’universalità e il fatto che le motivazioni non trascurino di tenere conto dell’effetto della valutazione sulla situazione dell’altro-nel-mondo.
Warnock esclude il “riduzionismo” etico. I termini etici e le enunciazioni valutative non sono riconducibili esclusivamente a descrizioni o a emozioni o a direttive. La forza illocutoria dei termini etici o delle enunciazioni valutative non si mantiene costante. Le valutazioni realizzano un’enorme varietà di usi discorsivi, come il descrivere, l’ordinare, l’orientare, il condannare, etc… Ciò che rende un termine etico o una enunciazione valutativa non è l’uso, ma riconnettendo metaetica ed etica normativa è la conformità o meno alla finalità morale dell’azione umana. Per azione morale Warnock intende l’azione volta a minimizzare l’ansia di vivere umana (the human predicament) scaturente dall’insufficienza delle risorse, dal conflitto tra individui, dalla scarsità di informazione, dalla limitatezza della razionalità e dalla vulnerabilità umana. Nel momento in cui un’azione (tra cui le azioni di dire ed enunciare) sia volta ad alleviare l’ansia di vivere favorendo la collaborazione umana sarà un’azione etica; nel momento in cui un’azione non lo sia sarà una azione a-morale. I termini sono etici e le enunciazioni sono valutative nel momento in cui contribuiscano a sostenere l’inclinazione alla collaborazione umana: descrivendo… creando emozioni… o orientando. I termini etici e le enunciazioni valutative sono in tutti i casi suscettibili di verificazione morale; sia che siano descrizioni, sia che siano emozioni o direttive, saranno valutazioni nel momento in cui siano conformi ai criteri di “moralità” dell’azione.
L’orizzonte metaetico di inizio novecento è caratterizzato dalla ferma scissione tra ambito metaetico e ambito dell’etica normativa. Invece il tratto comune alle due ultime teorie e alla metaetica recente è la riconnessione tra contesto metaetico e contesto etico normativo mediante l’indicazione di criteri di “moralità” caratterizzanti i termini etici e le enunciazioni valutative.
Cosa sono allora i termini etici e le enunciazioni valutative? Per alcuni autori sono descrizioni; secondo altri manifestazioni di emozioni; secondo altri ancora direttive d’azione. Per Warnock - come abbiamo visto- non è corretto connettere indissolubilmente il senso di un termine etico o di una enunciazione valutativa ad una determinata forza illocutoria. La forza illocutoria dei termini etici e delle enunciazioni valutative non si mantiene costante; il discorso etico non si limita in tutti i casi solamente a descrivere, solamente a condannare, solamente a suscitare emozioni o solamente ad orientare l’azione, ma viene a realizzare di volta in volta una determinata funzione secondo l’intenzione dell’enunciante.
Ciò si ottiene sintatticamente rivestendo il termine etico o l’enunciato valutativo di due valenze. Una valenza “illocutoria” consistente nella comunicazione della funzione dell’enunciazione (descrizione; emozione; direttiva; etc…); e una valenza “locutorio” consistente nell’introdurre un determinato stato di cose (informazioni; emozioni; orientamenti; etc…). Il termine etico e l’enunciazione valutativa, similmente alla nozione di diritto subiettivo introdotta da A. Ross nell’articolo Tu-tu (1951), non sarebbero altro che termini “connettivi” tra l’intenzione “illocutoria” dell’enunciante ed uno stato di cose “locutorio”. In tale modo - sulle orme di un’intuizione di Quine- si vincerebbero le tendenze riduzionistiche del neo-Positivismo e nel conferire senso al discorso etico si utilizzerebbe un metodo di verificazione contestuale. Il senso dell’enunciazione non scaturirebbe dall’enunciazione medesima ma dal contesto discorsivo contenente l’enunciazione. In “x è buono” il termine “buono” è un connettivo tra funzione discorsiva introdotta dall’enunciante e uno stato di cose esistente nel mondo. Funzione e stato di cose sono determinati dal contesto discorsivo.
Nel momento in cui vi fosse forza illocutoria descrittiva lo stato di cose verrebbe ad essere un insieme di informazioni sul mondo: “x è buono” vuole dire “x non ha ucciso; x non ha introdotto violenza; x non ha rubato”. Nel momento in cui vi fosse forza illocutoria emotiva lo stato di cose verrebbe ad essere un insieme di sentimenti o emozioni suscitati: “x è buono” vuole dire “x ha suscitato emozioni di benessere; x ha suscitato sentimento di adesione o di consenso”. Nel momento in cui vi fosse forza illocutoria direttiva lo stato di cose verrebbe ad essere un insieme di doveri o direttive: “x è buono” vuole dire “x in certe occasioni non deve uccidere; x non deve introdurre violenza; x non deve rubare”. E così via. Illocuzione e locuzione si riferiscono al contesto discorsivo. Così “x è buono” ha valore diverso a seconda che sia contenuto in uno scritto di etica normativa (“se vuole essere veramente umano, l’uomo non deve uccidere, violare o rubare”) o in uno scritto di scienza o etica descrittiva (“x ha realmente commesso un omicidio, una violenza o un furto”) o in uno scritto teatrale o letterario (“tu, o destinatario, immedesimati nell’attore!”).
I termini etici e le enunciazioni valutative sono in ultima analisi “connettivi” sintattici suscettibili di verificazione contestuale tra una funzione discorsiva e uno stato di cose.
BIBLIOGRAFIA MINIMA
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Ivan Pozzoni




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