In questa fase in cui appare ampliarsi la divaricazione tra la destra ed il suo popolo, il ruolo del movimento giovanile torna centrale, anche per ricucire questo strappo, per tornare verso la nostra gente, per tornare a rappresentarne le istanze.
Il mondo giovanile è uno degli ambiti in cui maggiormente si avverte questo scollamento: quando si dice “dare forma alla destra diffusa” non si può non ripensare al fatto che la destra per anni è stata molto diffusa tra i giovani e che ora rischia di non esserlo più per via della contraddittorietà di certi messaggi.
Per recuperare questo divario occorre una politica a misura di giovane, una politica che si approcci ai luoghi ed ai tempi delle giovani generazioni superando l’orizzonte della limitazione di libertà.
I recenti provvedimenti sull’orario di chiusura delle discoteche e, prima ancora, sulla violenza negli stadi, hanno mostrato l’aspetto più oscurantista del governo, che ha deciso di affrontare problemi reali con misure che equiparano le moltitudini di giovani “normali” a piccole minoranze di esagitati; inoltre queste scelte riducono le opportunità di aggregazione e lasciano campo libero ai centri sociali occupati che sempre più spesso le amministrazioni locali, anche di centro-destra, tendono a legalizzare.
Ma non è altresì pensabile che il centro-destra venga percepito dai giovani come il principale fautore di un pensiero unico omologante che si esprime anche in altri ambiti.
Non è più possibile accettare la logica delle città imbalsamate, fatte di strisce gialle e blu, di ausiliari della sosta e zone a traffico limitato; insomma una prassi amministrativa che è contro la velocità, contro la macchina, contro il dinamismo, contro la modernità.
Dobbiamo aprire una seria riflessione nella destra e in tutta la CdL sul confine tra libertà e sicurezza: quanta libertà individuale è sacrificabile in nome di una visione distorta di sicurezza? E quanta sicurezza è sacrificabile in nome di una libertà di stampo giacobino ed edonisitico? E ancora quanta differenza c’è tra ascoltare Vasco Rossi e farsi una canna? C’è differenza tra un tifoso che va in curva ed un black block? Oppure è tutto eversivo e quindi si deve proibire tutto?
Non possiamo accettare questa mentalità che vuole l’Italia assimilabile al Cantone dei Grigioni, trasformando la terra di Marinetti nel paese dei grigiori.
Anche a questo serve un’organizzazione giovanile forte e movimentista.
Un movimento giovanile vivo serve per essere avanguardia politica.
Per molto tempo ci siamo riempiti la bocca di questo concetto, spesso non siamo riusciti a renderlo prassi politica.
Ci abbiamo provato di recente sulla guerra in Iraq, quando tra mille pressioni abbiamo cercato di dire quello che, ancora prima che dai giornali, avevamo capito dai nostri cuori: cioè che quella guerra era ingiusta, immotivata, illegittima.
Continuiamo a provarci sugli OGM per affermare che la battaglia che stiamo conducendo non è dettata da rigurgiti oscurantisti ma dalla ferma volontà di veder prevalere gli interessi dei popoli sugli interessi di pochi, che peraltro ammantano la loro sete di denaro con un poco credibile terzomondismo in salsa yankee.
Ma un movimento giovanile vivo serve anche per essere laboratorio culturale sui temi di maggiore rilievo.
Tra quelli di stretta attualità politica, perché non ipotizzare che proprio dal mondo giovanile non venga un contributo verso una sintesi culturale con la Lega su alcuni temi? Il rapporto AN – Lega non può essere lasciato alla schermaglia continua, va approfondito, vanno ricercati terreni di incontro: noi inizieremo a lavorarci con la campagna per l’abolizione dei reati di opinione.
Allo stesso modo serve una riflessione profonda sul nostro Mezzogiorno, su un modello di “sud positivo” da contrapporre alla vecchia immagine del Meridione assistito, un sud che torni ad essere il cuore della grande area euro-mediterranea.
Serve un movimento giovanile autorevole anche per creare una classe dirigente. Occorre un grande investimento per formare una classe dirigente che sia capace, nei ruoli istituzionali ed amministrativi, di “portare la rivoluzione nel palazzo” e, fuori da questi, di essere classe dirigente di una Nazione intera, di lasciare il segno in tutti gli ambiti della società nazionale.
E’ indispensabile un movimento giovanile forte per affermare stili di vita e modelli di comportamento, sia in politica rispetto ad una prassi che è tornata pericolosamente ad assomigliare troppo a quelle della prima repubblica, sia nella vita di tutti i giorni rispetto a modelli culturali improntati al nichilismo. Noi siamo i portatori di un’identità antropologica forte e dobbiamo con essa irradiare chi ci sta intorno.
Abbiamo parlato della necessità del movimento giovanile per inseguire alcuni obiettivi; ma ci sono altre cose per le quali il movimento giovanile non serve.
Ad esempio, non serve un movimento giovanile per fare quello che il Partito può far bene da sé.
Sulla guerra in Iraq un grande movimento giovanile, con profondità di analisi e senza sloganismi, avrebbe dovuto dire se era pro o contro l’attacco e invece abbiamo fatto la solita sintesi al ribasso: abbiamo fatto finta di nulla e ci siamo limitati a srotolare un drappo tricolore di cinquecento metri per manifestare solidarietà ai soldati italiani in missione di pace all’estero.
Non serve allora un movimento giovanile che resti lontano dai luoghi del conflitto; la politica è conflitto, un movimento giovanile che si estranea dal conflitto rinuncia alla politica vera e muore.
Un movimento che vive la dimensione del conflitto non deve aver paura del confronto interno.
E allora noi vogliamo finalmente poter celebrare il Congresso Nazionale di Azione Giovani.
Vogliamo il congresso, lo vogliamo subito, lo vogliamo libero, aperto, partecipato, senza delegati, senza rendite di posizione, senza condizionamenti di partito: vogliamo l’elezione diretta del Presidente Nazionale da parte di tutti gli iscritti riuniti nei congressi provinciali.
Soltanto questo tipo di assemblea, un vero e proprio rito di rifondazione, garantisce da un lato il ricambio generazionale necessario nella classe dirigente nazionale e periferica, dall’altro un vero rilancio politico del movimento.
Soltanto questo tipo di assemblea permette un confronto su tesi politico – programmatiche e un momento di saldatura per evitare meccanismi centrifughe e per risanare le fratture.
L’unica frattura che rimarrà insanabile sarà tra chi ha scelto di stare sul confine per fare incursioni in terreni inesplorati e chi ha scelto di stare fermo dieci metri dietro il confine, tra chi conserva il presente e chi, come noi, osa sfidare l’avvenire.




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