....e Russia.
Roma. Sfotticchiava, ieri, il Financial Times, sulla visita che Silvio Berlusconi, fresco del soggiorno a Crawford, rende oggi a
Vladimir Putin. Di quale allargamento europeo alla Russia parla, non lo sa che sarebbe un pessimo affare per gli agricoltori
italiani?
Lo scetticismo su un’ambiziosa integrazione economica e più avanti politica tra l’Ue e la Russia può trovare parziale
spiegazione nell’orientamento di colore più che di sostanza che molta stampa riserva all’esordio del semestre italiano. Ma non è
una valutazione seria degli interessi in campo.
Il presidente russo, in vista delle elezioni a dicembre della Duma e a marzo delle presidenziali, esercita un saldo controllo, che ha però le sue criticità. L’economia continua ad andare bene, le previsioni di crescita del pil nel 2003 sono state alzate dal 5,7 al 5,9 per cento, quelle del 2004 al 5,2, i consumi privati continuano a crescere del 7,5 per cento in media annua, gli investimenti fissi lordi del 12 dopo il risicato più 3 per cento nel 2002. Il prezzo sostenuto del petrolio ha reso molto profittevoli le esportazioni
russe. Ma per stabilizzare la crescita anche in presenza di prezzi del petrolio più bassi, di una ripresa americana ed europea più solida, e con la concorrenza cinese che morde tutti, Putin ha bisogno di certezze sui flussi d’investimento esteri, senza i quali la
Russia è condannata da una demografia esplosiva, ai ritmi attuali i 140 milioni di russi diventeranno 200 nel 2050.
Primo segnale negativo, 10 giorni fa, il fallimento della trattativa tra il colosso energetico russo Gazprom, guidato dal putinianissimo Alexei Miller, e il ministro dell’Energia turco Hilmi Guler: Ankara chiede una rinegoziazione al ribasso di quantitativi
e prezzi del gas importato per mezzo del Blue Stream sottomarino, che attraversa grazie all’impegno italiano il Mar Nero. Per Putin, è un segnale di allarme rosso.
Finora, Mosca non è riuscita neanche a creare un’area economica comune con le più vitali ex Repubbliche sovietiche. Venerdì il meeting tra Russia, Ucraina, Bielorussia e Kazakistan, in vista del summit settembrino dei 12 paesi della Csi, si è concluso con l’ennesimo nulla di fatto.
Ucraini e bielorussi frenano, forti delle attenzioni di Washington (1.800 ucraini stanno partendo per l’Iraq) e nella disattenzione generale di Bruxelles, tesa solo ad accusare di filoamericanismo la “nuova Europa” orientale.
Eguale stallo aveva registrato giovedì il summit tra i 5 paesi che si affacciano sul Caspio, bacino che è la terza riserva petrolifera del pianeta. L’Iran pretende che le riserve siano spartite in parti eguali. Russia, Azerbaigian e Kazakistan chiedono una spartizione proporzionata agli affacci costieri, il Turkmenistan sta
più con Teheran che con gli ex compagni.
I mugugni dell’esercito
Quanto alla politica di sicurezza, per Putin quella russa non si esaurisce né nell’intesa con gli Usa né nell’area continentale
europea. Ma anche qui le difficoltà sono molte. Mosca solo domenica è rientrata in possesso dopo più di 10 anni dei 30 missili
intercontinentali SS19 che erano rimasti in Ucraina, che ci ha lucrato bei dollari dopo averli fatti arrugginire. Putin non si è fatto
vedere domenica alla festa della Marina, a 3 anni dal disastro del Kursk promette che solo nel 2006 sarà varato lo Yuri Dolgoruky,
un nuovo battello lanciamissili. Il budget militare è al 2,6 per cento del pil, ma è stato tagliata del 40 per cento la somma per finanziare la riforma cara a Putin, volta entro il 2008 ad avere più di metà di professionisti alle armi e non più coscritti.
L’élite militare è contrarissima, ha ottenuto che il servizio civile resti di 3 anni e mezzo contro i 2 della ferma. Non ha gradito che Putin abbia fatto condannare un colonnello a 10 anni per l’assassinio di una civile cecena. I militari pensano che non è così, che vincerà il putiniano Akhmad Kadyrov, alle elezioni cecene in autunno.
Certo, nei giorni scorsi per la prima volta un sondaggio in 100 città
russe ha visto il partito putiniano Unità per la Russia scavalcare i comunisti, ma solo per un punto, 27 contro 26 per cento. Potrebbe
essere utile tenere buoni rapporti con i liberali, lo Yabloko di Grigory Yavlinsky e l’Unione di destra di Boris Nemtsov, intorno al 10 per cento. Che sono poi i due partiti per i quali simpatizzano i “siloviki”, gli oligarchi come Platon Lebedev e Mikhail
Khodorkovsky che Putin sta mettendo alla sbarra.
Le forze che vogliono un’intesa con l’Europa e con gli Usa, un’intesa che sarebbe sciocco non agevolare in tutti i modi.
Con buona pace di chi fa solo colore, Berlusconi ha solidi argomenti, dalla sua.
saluti




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