da "Avanguardia" n° 209 - Giugno 2003
Pierangelo Castagneto
Schiavi antichi e moderni
Carocci "Le bussole", Roma 2001, € 8,26
L'essere umano ridotto a merce, ad oggetto sottoposto ad acquisto,
vendita, successione ereditaria, è da sempre il sogno
neanche troppo inconfessato del capitalismo...
Recentemente, durante una stanca visione serale dei soliti telegiornali di regime, eravamo (stancamente) intenti al penoso spettacolo delle turpi facce, dei politicanti impegnati nelle vuote concioni attorno ai processi a carico del premier Berlusconi. Sfilato l'orrido corteo il mezzobusto, (ovviamente della stessa razza dei suddetti politicanti) passò senz'altro alla notizia successiva: il vago senso di nausea si trasformò repentinamente in angoscia.
Da qualche parte, in Italia, era stato scoperto un traffico internazionale di bambini, venduti ed acquistati forse anche in margine ad un infame commercio di pezzi di ricambio umani. Se si considera poi che l'organizzazione responsabile di tali misfatti aveva anche agganci con il mondo della prostituzione ben può riecheggiare una parola tremenda: schiavitù! Le facce dei vari Berlusconi, Previti, Fassino, Violante o Rutelli svanirono di fronte alla enormità di fatti del genere, gli abissi neri nei quali ogni giorno muoiono lentamente migliaia di esseri umani divengono essi stessi simbolo del fallimento totale degli ideali sui quali vorrebbe basarsi il pensiero democratico. Nonché di un apparato poliziesco e repressivo che vorrebbe essere onnisciente (ed in parte sappiamo che lo è).
Il breve ed agile testo che presentiamo ha il non trascurabile vantaggio di esporre la storia del concetto di schiavitù e del commercio schiavista in modo semplice e non superficiale, partendo da una breve esposizione di come fu considerata la schiavitù nel mondo greco-romano ed in quello medievale europeo, con rapidi excursus anche all'interno delle società africane ancora non venute in drammatica collisione con la civiltà europea.
In linea del tutto teorica appare chiaro come, in una civiltà tradizionale, anche la schiavitù intesa come istituzione (opportunamente regolamentata e controllata dallo Stato) potesse presentare valenze in ordine con l'archetipo ideale che tali società pur tra difficoltà, cedimenti e contraddizioni comunque rispecchiavano. Quanto detto non deve però in alcun modo dare adito a sospetti di presunte giustificazioni sia dell'istituto della schiavitù in sé, sia della pratica concreta di questa; almeno nella visione di chi scrive la schiavitù, come il servaggio e lo sfruttamento, oltre a degradare l'uomo che viene sottoposto ad essi, degrada altresi anche gli uomini che vanno a rivestire il ruolo di padrone. Il padrone infatti, nel momento in cui diviene egli stesso dipendente dal suo servo perde irrimediabilmente la propria essenza di uomo realmente libero divenendo quasi uno specchio di questo. La differenza si paleserà, allora, esclusivamente nelle ricchezze e nei beni materiali. Non è, questa, affatto una considerazione astratta: le folle del mondo delle economie avanzate che quotidianamente si affannano lungo le strade, negli uffici, nelle fabbriche, negli stadi, nei tribunali, negli ospedali, nelle discoteche, in breve nel mondo reale, non sono altro che -appunto- folle di schiavi, schiavi facoltosi magari, ed illusi di essere liberi. Ed è proprio quest'ultima la circostanza più penosa.
Comunque, al di là di ogni considerazione di ordine metafisico, la conoscenza perlomeno delle linee fondamentali della storia dello schiavismo appare utilissima ai rivoluzionari antimondialisti i quali acquisiranno preziosi elementi da utilizzarsi non soltanto nella critica del sistema capitalistico ma anche -come vedremo- in quella della democrazia, ovvero dell'involucro ideale del capitalismo stesso.
Se l'inizio dell'età moderna si fa convenzionalmente risalire alla scoperta dell'America nel 1493, il commercio e la cattura di schiavi sono largamente diffusi nel bacino del Mediterraneo ove, terminate definitivamente le guerre crociate, si assiste ad uno stillicidio di azioni di pirateria e di guerra da corsa che vede contrapporsi sopratutto le potenze mercantili marittime in ascesa delle Repubbliche di Genova e di Venezia ed i piccoli regni semiautonomi delle coste del Nord Africa. Sia da parte cristiana che da parte musulmana la cattura ed il commercio di schiavi sono pratica corrente, non solo; se la cattura di infedeli da ambo le parti era prassi del tutto conforme alla logica delle cose, sempre da entrambe le parti non mancarono episodi, anche frequenti, di cattura e commercio di schiavi appartenenti alla stessa religione dei responsabili delle razzie. Il Papa giunse a scomunicare a più riprese sia Veneziani che Genovesi per la pratica invalsa del commercio di schiavi cristiani... Vediamo bene che le Sacre Pagine -a qualsiasi tradizione appartengano- possono ben poco di fronte alla sete di ricchezza degli uomini peggiori. O, forse, e solo una questione di interpretazione!
Comunque è con l'inizio della colonizzazione del Nuovo Mondo che il commercio di uomini inizierà ad estendersi assumendo dimensioni industriali (ci si passi il gioco di parole) sino a raggiungere l'apogeo nel corso del XVIII secolo. Se fino ad allora l'utilizzo di manodopera coatta è sostanzialmente ancora limitato, la colonizzazione delle Indie viene progettata e concepita in assoluta complementarità con l'istituzione schiavista.
Già i Portoghesi avevano avviato un florido commercio lungo la costa occidentale africana, spingendosi -dopo avere fondato e radicato capisaldi nell'area del Golfo di Guinea- sino all'Africa australe. Già era stata tentata, sperimentalmente, la coltivazione della canna da zucchero negli arcipelaghi ispano-portoghesi delle Canarie, Azzorre e Madeira; le enormi risorse effettive e potenziali che il Nuovo Mondo poteva offrire sono rapidamente intuite dalle giovani borghesie europee, ed infatti, nel 1621, viene fondata la famosa (e famigerata) "Compagnia Olandese delle Indie Occidentali", una gigantesca corporazione mercantile e commerciale che si innesterà sulla preesistente "Compagnia delle Indie Orientali", già strumento della penetrazione olandese nell'area indiana e indonesiana. Queste organizzazioni rappresenteranno una pietra miliare non soltanto nell'espansione dell'influenza olandese nel mondo (che, tutto sommato, fu piuttosto limitata) bensì per la formazione delle borghesie moderne e dello spirito del moderno capitalismo. Lo stesso Werner Sombart vedrà nella Compagnia gli inizi -oltre che del moderno capitalismo predatore- anche di quello che secoli dopo verrà denominato imperialismo ovvero la tendenza impetuosa ed ineliminabile del grande capitale ad espandersi, con il supporto militare dello Stato, nel mondo intero e specificamente nelle aree più deboli politicamente e, di conseguenza, militarmente. La Compagnia delle Indie nonostante fosse -come detto- una impresa privata, diverrà in breve la longa manus dell'espansionismo olandese nel mondo; in un intreccio stretto di complicità ed interessi di ogni tipo, si configurerà proprio in quegli anni l'alleanza di ferro tra Stato e grande capitale dove è quest'ultimo a dettare la strategia globale e dove gli interessi dei potentati affaristici e finanziari diventano sic et simpliciter gli interessi dello Stato.
Con l'avanzata della colonizzazione americana il traffico viene intensificato, dapprima verso i porti tradizionali dell'area caraibica e sudamericana poi -dopo che anche l'Inghilterra avvierà una struttura mirata al commercio ma sopratutto con l'espandersi delle colonie inglesi nel Nord America- anche verso le tredici colonie della costa atlantica che diverranno qualche decennio più tardi gli Stati Uniti.
La particolarità dell'intervento inglese nel commercio schiavista fu comunque la elaborazione di un sistema ideologico e dottrinale mirato alla dimostrazione sia scientifica (o presunta tale) sia teologica della bontà dell'istituto della schiavitù. Il grande serbatoio di carne umana da compravendita era ormai diventato esclusivamente il continente africano o per l'esattezza l'Africa nera, in particolar modo nella sua parte occidentale. La definizione di un corpus teorico che potesse giustificare la cattura la compravendita e lo sfruttamento di esseri umani non colpevoli di alcun crimine (e dunque non legalmente condannati a pene comprendenti anche il lavoro coatto) e non prigionieri di guerra (l'utilizzo dei quali, almeno temporaneamente, come schiavi poteva comunque conservare una parvenza di giustificazione), ma semplicemente rapiti alle loro famiglie ed ai loro villaggi in una operazione di pura e semplice criminalità organizzata (certo, con il senno di oggi ma riteniamo anche di ieri!) pose non pochi problemi agli intellettuali organici ai regimi dominanti, mentre non ne pose affatto -come al solito- ai mercanti. Fu proprio nell'area inglese tra il XVII ed il XVIII secolo che si svilupperà quindi il pensiero sulla inferiorità morale e psichica dei Neri, dunque sulla loro inferiorità razziale. Un pensiero avallato da autorevoli esponenti di molte Chiese riformate nonché dalla zizzania massonico-occultistico-spiritistica che assumerà un ruolo di gran moda nel corso dei decenni successivi. Questo pensiero, è bene rammentarlo, informerà di se stesso il nascente nazionalismo americano e la giovane e rampante borghesia ad esso collegato. Allo scoppio della guerra di secessione americana (1861) vi sono negli Stati Uniti circa quattro milioni di schiavi africani; nessun accenno vi venne fatto nella Dichiarazione di indipendenza e nella Costituzione, nonostante non mancassero ovviamente singola personalità inclini alla condanna dello schiavismo.
E proprio lo schiavismo è ipotizzabile, sia stato sopratutto (anche se non esclusivamente) per gli Stati Uniti delle origini, uno dei motori fondamentali per il decollo di una economia destinata a dominare il mondo. L'essere umano ridotto a merce, ad oggetto sottoposto ad acquisto, vendita, successione ereditaria, è da sempre il sogno neanche troppo inconfessato del capitalismo. Lo sviluppo del lavoro salariato che subentrerà successivamente all'abolizione della schiavitù (pur esistendo naturalmente anche prima) costituirà una sorta di surrogato di quest'ultima, sino ai nostri giorni dove milioni di uomini, pur formalmente liberi, vendono la loro forza lavoro come essa è realmente: una merce. Ma una merce il cui prezzo viene fissato sempre e solo dal compratore.
La battaglia nazionalsocialista, in tutto il mondo, sarà dunque per la autentica liberazione anche dalla schiavitù del lavoro salariato, per un lavoro creativo e comune a beneficio della nuova civiltà.
Graziano Dalla Torre




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