Ogni organismo vivente modifica e viene modificato dall'ecosistema in cui vive. Ma è solo con le rivoluzioni agricole prima e la rivoluzione industriale dopo che la natura viene trasformata senza nessuna attenzione alle conseguenze dell'azione umana. «Storia dell'ambiente europeo» di Robert Delort e Francois Walter

La coscienza dell'emergenza ecologica è della seconda metà del Novecento, ma problemi ambientali sono esistiti nelle diverse epoche. Sono stati di portata limitata fino all'industrializzazione, quando l'innovazione tecnologica, le alte cifre della produzione e la crescita demografica hanno in pochi decenni aumentato la pericolosità dell'impatto delle attività umane sull'ambiente. Ma che cosa significa studiare la natura in prospettiva storica, e che cos'è la storia dell'ambiente? E' ancora disordinato l'impegno degli studiosi su queste tematiche, e il libro di Robert Delort e Francois Walter, Storia dell'ambiente europeo, Dedalo (pp. 399 ? 20) appare come il tentativo di una parziale sistematizzazione. «Troppo a lungo accecati dalla convinzione che l'inesorabile fluire del tempo portasse necessariamente verso il progresso, gli storici hanno scoperto tardi che una vera e propria storia dell'ambiente necessitava di ben altri presupposti e che, in particolare, ben lungi dal contribuire al miglioramento del benessere delle società umane, le tecniche aggressive potevano addirittura rompere gli equilibri ecologici fondamentali. Al posto del paradigma dominante della separazione e dell'autonomia è stato necessario accettarne un altro, quello dell'interazione delle società e degli ecosistemi». Questo è il punto di partenza della riflessione e dell'indagine dei due studiosi, che si dispiega su tre aspetti: l'antropizzazione del contesto ambientale, la variabilità dei fattori ambientali, e la sensibilizzazione all'ambiente.
Dalla preistoria in poi la natura europea deve essere considerata come natura antropomorfizzata, poiché ha assunto la forma che l'uomo nel corso dei millenni e ai fini delle sue attività agricole e produttive sistematicamente e coscientemente gli ha impresso. L'azione umana di trasformazione dello spazio circostante inizialmente non è stata organizzata e «gli arnesi sono stati inventati e utilizzati in funzione della resistenza opposta dal contesto ambientale prima che venisse sviluppata e perfezionata l'idea conquistatrice». Partendo dalla rivoluzione neolitica e arrivando agli odierni rischi ambientali, Delort e Walter analizzano «secondo quali modalità si sia sviluppato in Europa lo sfruttamento razionale dello spazio nel tempo della storia», distinguendo in tre fasi: prima dell'epoca moderna, quando lo sfruttamento «dolce» da parte di una popolazione poco numerosa e poco attrezzata avveniva lentamente; le rivoluzioni agricole, industriali, tecniche ed energetiche dei secoli XVIII-XX che portarono un attacco diretto alla vegetazione e foggiarono definitivamente il paesaggio del continente; infine gli habitat compromessi di oggi.
Non solo l'uomo, tutti gli organismi trasformano l'ecosistema, con conseguenze che nel complesso fanno la storia naturale di un luogo o territorio. Ma soltanto lui può interrompere il cerchio della vita su cui si basa l'ecosistema. I tempi storici della civiltà umana, dunque, si sovrappongono dinamicamente ai tempi biologici, dando luogo ad un incontro-scontro tra ordine naturale ed umano con irreversibilità sempre più evidente. Tuttavia, notano i due studiosi, vi sono anche alcuni fattori ambientali totalmente indipendenti dall'uomo, che ne subisce la loro variabilità senza poter intervenire sul loro corso, quali i fattori cosmici e la tettonica, e fino al secolo scorso il clima.
Circa la sensibilizzazione all'ambiente naturale in Europa durante i secoli, Delort e Walter analizzano quali siano state le percezioni e le interpretazioni che l'hanno di volta in volta creata e modificata, e verificano come essa sia evoluta «continuamente in funzione dell'ampliamento o del restringimento del campo di esperienza sociale». Anch'essi come D. Worster nel libro Storia delle idee ecologiche evidenziano come la società europea, produttivista e in continuo progresso tecnologico, sia stata conquistatrice della natura, ma si distanziano dall'interpretazione dicotomica di quel libro che contrappone l'esistenza di un approccio imperialista ad un approccio arcadico di conciliazione tra uomo e natura.
Tutti gli ambiti della disciplina storica hanno finora avuto come oggetto di studio l'uomo e le sue relazioni con i suoi simili, singoli, comunità o nazioni che siano. La storia dell'ambiente, che mette al centro il rapporto tra l'uomo e l'ambiente circostante, dunque, rivoluziona quest'approccio, modificando gli intenti degli studi. Già Alberto Caracciolo in un pamphlet precorritore del 1988, L'ambiente come storia. Sondaggi e proposte di storiografia dell'ambiente (Il Mulino) aveva scritto che «la storiografia dell'ambiente [...] nasce non solo fuori, ma in polemica rispetto alla storia generale, economica ecc., sulla sua premessa antropocentrica». Ma oltre a queste ragioni di contenuto anche per ragioni di metodo è innovativa la storia dell'ambiente: lo storico in questo caso, infatti, si volge al passato affiancando agli strumenti classici della storiografia, l'attrezzatura che acquisisce anche da altre discipline non umanistiche. Così nozioni di geologia, di botanica, di biologia e di fisica vengono usate al pari di documenti d'archivio.


Grazia Pagnotta