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  1. #1
    Manuel
    Ospite

    Predefinito Antigiudaismo e inquisizione la Chiesa guarda al suo passato per chiedere perdono

    "Santa" l'Inquisizione? La Chiesa chiede scusa
    Un convegno in Vaticano voluto da Wojtyla - di Marco Politi
    Roma - Quando papa Wojtyla, qualche anno fa, riunì in Vaticano un'assemblea straordinaria di cardinali per trasmettere loro la sua intenzione di affrontare il giubileo dell'anno Duemila con un serio esame di coscienza sulle colpe della Chiesa, l'accoglienza tra i porporati fu fredda. Molti cardinali, specie dei paesi dell'Est europeo appena usciti dal vassallaggio sovietico, temevano di dare armi ai "nemici della fede", ammettendo errori ed orrori compiuti da personalità o organizzazioni ecclesiastiche. Ma Wojtyla è di natura tenace. Quando si impadronisce di un'idea, non la molla. Soprattutto perché - da filosofo - conosce il peso immenso che le posizioni di principio hanno nelle vicende storiche di una grande istituzione (come è la Chiesa).

    Sapeva e sa Wojtyla che è inutile pensare di potersi avvicinare alle altre Chiese cristiane né tanto meno di presentarsi al mondo per rievangelizzarlo, se continua a gravare sulla coscienza del cattolicesimo l'esperienza di un apparato totalitario e repressivo come è stata l'Inquisizione. Sicché, dopo averci lavorato per parecchi mesi, il pontefice ha pubblicato nel 1994 l'enciclica Tertio Millennio Adveniente, dedicata alla preparazione del giubileo e di quello che l'opinione pubblica ha chiamato efficacemente il "mea culpa" della Chiesa. E' in questo documento che si ritrovano le parole più forti, citate ripetutamente in questi giorni durante il simposio internazionale sull'Inquisizione organizzato dal Vaticano (una prima assoluta nella lunga storia della Chiesa).

    Il Papa esorta i fedeli a "purificarsi nel pentimento di errori, infedeltà, incoerenze e ritardi". Parla di "peccati" commessi dai "figli della Chiesa". Denuncia lo scandalo provocato da coloro, che si sono allontanati dai valori cristiani. Ammette apertamente che certe azioni hanno "sfigurato il volto della Chiesa". In parecchi ambienti ecclesiastici la linea del Papa ha provocato uno shock. Ed è cominciata un'azione sotterranea di svuotamento.

    L'Inquisizione? Ma non era poi così terribile... C'è che dice che le crudeltà maggiori furono commesse sotto l'influsso del potere civile dei re di Spagna e Portogallo. C'è che dice che alla fin fine i morti e i torturati furono solo una minoranza. C'è che si affanna a spiegare che la tecnica degli interrogatori e le garanzie concesse ai sospettati erano di gran lunga migliori di quelle vigenti negli stati dell'epoca.

    C'è del vero in ognuna di queste affermazioni, ma ognuna di esse - estrapolata dal clima in cui tutto avvenne - rischia di oscurare il nocciolo della questione. Che è molto semplice. La macchina dell'Inquisizione fu uno strumento di terrore (psicologico prima ancora che fisico) per controllare le coscienze e reprimere la dissidenza religiosa. Fu uno strumento di violenza fisica e psicologica, usato da parte dell'istituzione ecclesiastica in radicale contrasto con il messaggio di mitezza, di amore e di persuasione proclamato da Gesù Cristo. (E se nei Vangeli si incontrano anche invettive violente, lanciate da Cristo, "Guai a voi...", queste minacce hanno sempre avuto un valore profetico spirituale ed erano affidate all'azione punitiva di Dio e in nessun caso alla repressione di un'organizzazione terrena).

    "L'Inquisizione? Voluta dalla Chiesa": ha titolato così un suo articolo il giornale dei vescovi Avvenire, dopo la prima giornata di lavori. Un segnale rivolto alla tendenza revisionista, che vuole ridimensionare le responsabilità dell'Inquisizione. Il "mea culpa" che Giovanni Paolo II pronuncerà solennemente a Roma nel Duemila avrà, infatti, tanto più impatto quanto più spassionato sarà l'esame storico del fenomeno. I documenti sono impressionanti. Pensare che la tortura del panno bagnato (inserito nella bocca o nelle narici del sospettato e alimentato da un intermittente flusso d'acqua per provocare sensazioni di soffocamento) facesse parte del bagaglio di un buon aguzzino al servizio dell'inquisitore, non può essere liquidato dall'affermazione che "quelli erano i tempi".

    Rileggere ancora oggi il "Manuale dell'Inquisitore" di frate Nicolau Eymerich (anno 1376) fa venire i brividi per la sua prosa fredda e burocratica, di sapore quasi staliniano. Dal capitolo dedicato alla tortura (pagina 198 del libro pubblicato dall'editore Piemme): "Mentre si tortura l'accusato, lo si interroga dapprima sui punti meno gravi, poi su quelli più gravi, perché egli confesserà più facilmente le colpe leggere che non le gravi. Il notaio nel frattempo registra le torture, le domande e le risposte. Se dopo essere stato moderatamente torturato non confessa, gli verranno mostrati gli strumenti di un altro tipo di tortura, dicendogli che dovrà subirli tutti se non confesserà. Se non si ottiene nulla, si continuerà con la tortura l'indomani e il giorno appresso se occorre...". Per la gioia dei revisionisti il manuale di frate Eymerich dichiara a questo punto che "se l'accusato, sottoposto a tutte le torture previste, non confessa, non viene ulteriormente molestato e se ne va libero". Nei secoli seguenti questa norma, citata come esempio di garantismo, fu peraltro spesso disapplicata.

    Grande è in Vaticano, ma anche negli ambienti esterni alla Chiesa, l'attesa per il discorso che Giovanni Paolo II rivolgerà sabato ai partecipanti al simposio sull'Inquisizione. Ancora oggi c'è molto da fare per cambiare le mentalità di quegli ecclesiastici che hanno sempre concepito la Chiesa come istituzione perfetta e trionfante. Si legga il brano dell'Enciclopedia Cattolica del 1951, dedicato all'Inquisizione di Spagna: «Gli ebrei, numerosissimi in Spagna, vi avevano raggiunto una posizione preponderante grazie alla loro abilità commerciale. La loro arroganza, il loro lusso e le loro ricchezze, oltre alla pratica dell'usura, eccitarono contro di essi l'espasperazione pubblica, che prorompeva di quando in quando in feroci rappresaglie e massacri...».




    La Repubblica, 31 ottobre 1998
    Dal secolo XII al Seicento storia di una istituzione
    Città del Vaticano - L'Inquisizione nasce quando, tra la fine del Dodicesimo e il principio del Tredicesimo secolo, la Chiesa, ritenendo insufficienti per la repressione dell'eresia, soprattutto catara e valdese, i mezzi ordinari e l'autorità dei vescovi, nomina propri delegati con l'incarico di ricercare e giudicare gli eretici.
    I tribunali permanenti dell'Inquisizione durante il Trecento si diffondono in tutta Europa e sono affidati in un primo tempo ai domenicani e successivamente anche ai frati minori.

    In Spagna l'Inquisizione fa un "salto di qualità" nelle sue capacità di indagine e repressione, contribuendo, insieme alle espusioni di moriscos ed ebrei, all'obiettivo dell'uniformità religiosa del paese.

    Dalla fine del Quattrocento l'Inquisizione spagnola (sulla quale nel corso dei secoli si è addensata una specifica "leggenda nera") si distinse così nella persecuzione degli ebrei convertiti, che venivano accusati di essersi fatti battezzare solo per fuggire alle espulsioni forzate ma di restare in realtà fedeli alla loro religione (marrani).

    Nel Cinquecento, mentre il papato è impegnato nella lotta contro la riforma protestante, l'inquisizione si istituzionalizza in una congregazione romana, il Sant'Uffizio, competente in materia di ortodossia per tutto il mondo cristiano.

    Sotto papa Pio IV l'Inquisizione diventa sempre più severa, per tornare a fasi di maggior mitezza nei pontificati successivi.

    Si distingue comunemente tra Inquisizione romana, istituita da Paolo III nel 1542 contro la diffusione della Riforma, e inquisizione spagnola, istituita in Spagna da Sisto V su richiesta di Isabella la Cattolica, con facoltà ai sovrani di Spagna di eleggere inquisitori di loro fiducia sotto un grande inquisitore. L'inquisizione spagnola agì con tremenda severità contro i marrani e i protestanti. L'inquisitore generale di Spagna dal 1483 Tomas de Torquemada, è il domenicano passato alla storia soprattutto per la spietatezza verso gli ebrei, dei quali ottenne l'espulsione dalla Spagna.

    Tra i processi celebri del Sant'Uffizio figurano quello contro Galileo Galilei, colpevole di aver sostenuto nel "Dialogo dei massimi sistemi" le tesi copernicane condannate dalla Chiesa e quello contro Giordano Bruno, domenicano e filosofo, tra i massimi rappresentanti del pensiero del Rinascimento, accusato di eresia e bruciato sul rogo a Roma nel 1600.

    Nel 1498 intanto era finito davanti a magistrati pontifici, accusato di impostura ed eresia, il predicatore Girolamo Savonarola, poi impiccato e bruciato sul rogo.

    Nel 1968 il Sant'Uffizio ha cambiato nome ed è diventato Congregazione per la dottrina della fede. (Ansa)



    La Repubblica, 31 ottobre 1998
    Inquisizione: parla monsignor Rino Fisichella vicepresidente della commissione storia del Giubileo
    "L'obiettivo era giusto Si discutono gli strumenti"
    Città del Vaticano - Prima l'antigiudaismo, ora l'Inquisizione: la Chiesa continua a guardare il suo passato per chiedere perdono. Sul convegno che si è aperto oggi in Vaticano l'Ansa ha intervistato mons. Rino Fisichella, teologo, vescovo ausiliare di Roma, vicepresidente della Commissione storico-teologica del Giubileo. «Per noi l'obiettivo è uno solo - dice monsignor Fisichella -celebrare il Giubileo nel modo più coerente possibile. E questo, per i cristiani, deve significare una provocazione a esaminare la propria vita e saper chiedere perdono. Noi, uomini di Chiesa, vogliamo essere capaci di chiedere perdono non per la Chiesa, ma per quello che gli uomini di Chiesa hanno fatto quando non sono stati capaci di testimoniare il Vangelo fino in fondo».

    E per questo il Papa pronuncerà un altro "mea culpa"?

    «Nella Tertio millennio adveniente il Papa non ha parlato di 'mea culpa': questa è stata un'interpretazione successiva. Il Papa parla di un 'serio esame di coscienza' su quella che è stata la nostra storia, per prepararci al terzo millennio dell'era cristiana purificati nella memoria del nostro passato. Noi della Commissione siamo partiti da lì: dalla necessità di fare un esame di coscienza. Esame che è valido se ricomincia a ricostruire storicamente la verità che è accertabile. Noi non partiamo dall'assunto che abbiamo sbagliato, perché non sta a noi chiedere perdono. Il nostro compito è di leggere ciò che è stato, perché il Papa, se c'è stata una colpa da parte dei cristiani, possa dire 'Abbiamo sbagliato, e di questo vogliamo chiedere perdono'».

    E quali sono state le colpe della Chiesa nell'Inquisizione?

    «Nel momento in cui è stata istituita, l'Inquisizione ecclesiastica era nata per difendere la Verità. Sugli strumenti si discute, ma l'obiettivo resta valido. La Chiesa è sempre chiamata a difendere la verità che Gesù Cristo le ha consegnato. Certo, si tratta di una Verità 'in cammino', 'tesa verso un compimento escatologico'. Ma proprio perché non è una Verità costruita da noi, ma che ci è stata affidata, la Chiesa non può non intervenire, perché se si tirasse indietro verrebbe meno alla sua natura, alla sua stessa ragion d'essere. Solo all'interno di questo contesto si può capire perché la Chiesa, anche oggi, con la Congregazione per la dottrina della Fede, avvii un'indagine nel momento in cui viene negata l'ortodossia della fede».

    Il principio era quello di difendere la Verità, dunque. Ma le obiezioni si soffermano quasi sempre sull'aspetto più noto, e più dolente, delle torture, dei roghi.

    «Gli strumenti usati all'epoca erano quelli comuni, quelli che la società utilizzava. La Chiesa non è una realtà ipotetica. La Chiesa è nella sua componente spirituale, sì, il Corpo mistico di Cristo, ma vive nella Storia ed è composta dagli uomini del suo tempo. Non possiamo chiedere che si usassero gli strumenti che abbiamo oggi, perché nel Medioevo nessuno, e ripeto nessuno, poteva pensare con la coscienza che abbiamo oggi. Parliamoci chiaro: in Italia, e non in un Paese tribale, il voto elettorale è stato esteso alle donne solo nel 1948. Allora il nostro fino al 1948 cosa è stato? Un Paese anti-femminista?

    «La Storia è fatta così, ha i suoi tempi. E bisogna rendersi conto delle realtà storiche in cui si vive. Oggi nessuno potrebbe pensare che la difesa della verità possa avvenire con strumenti coercitivi. Ma questo possiamo dirlo oggi, con una coscienza nuova, modificata nel tempo, proprio perché la coscienza è una realtà dinamica. Chi nega che quei metodi fossero dettati dai tempi, e pensa che qualcuno avrebbe potuto impedirne l'uso, compie un falso storico e culturale. L'evento storico deve essere ricostruito nel modo più fedele possibile, al di là di pregiudizi e luoghi comuni. E nella consapevolezza che non c'è nessun fatto storico neutrale: la Storia e la ricostruzione della Storia è sempre soggetta alle interpretazioni che ne danno gli uomini, nella fedeltà a una deontologia che si basa sull'analisi dei documenti, e anche sull'onestà intellettuale con cui vengono letti». (Ansa)



    La Repubblica, 30 ottobre 1998
    Etchegaray: no alle tesi revisionistiche - Il cardinale: "La Chiesa responsabile dell'Inquisizione"
    La prima giornata di lavori del convegno - di Marco Politi
    Città del Vaticano - Mai più violenze, roghi e torture. Da ieri, per volontà di Wojtyla, una pattuglia di cinquanta storici e religiosi è riunita in Vaticano per studiare gli orrori dell'Inquisizione. E' l'ora di affrontare a viso aperto i fenomeni che «hanno sfigurato il volto della Chiesa... (e che sono diventati) contro-testimonianza e scandalo», afferma il teologo papale Georges Cottier, citando alla lettera le parole di Giovanni Paolo II.

    La Chiesa apre il dossier dell'Inquisizione tra coraggio e imbarazzo. C'è la volontà di dire la verità, caricandosi delle proprie responsabilità (come esorta a fare papa Wojtyla), ma esiste anche una forte tendenza al revisionismo mitigatorio. Tendenza diffusa tra parecchi monsignori e vari storici impegnati a ripetere che va ridimensionata la cosiddetta "leggenda nera" dell'Inquisizione. La manifestazione più appariscente di questa rilettura è la tentazione di ridurre tutto ad un fatto numerico, affermando che rispetto alle sentenze pronunciate le condanne a morte erano "soltanto" una piccola percentuale. Come se la minaccia stessa del rogo e delle torture e l'esistenza di una macchina inquisitoria non abbiano conferito all'istituzione ecclesiastica caratteristiche repressive totalitarie tipiche di regimi successivi.

    La conferenza sull'Inquisizione, che durerà fino a sabato, si svolge in Vaticano nell'ospizio di santa Marta, lo stesso residence dove staranno i cardinali durante il futuro conclave. La tre giorni ha il compito di elaborare il materiale, che servirà al Papa per pronunciare il suo "atto di pentimento" il Mercoledì delle Ceneri dell'anno 2000: atto che per la sua carica innovativa (e psicologicamente quasi eversiva) è diventato già celebre prima ancora di essere pronunciato. La Chiesa deve assumersi le sue responsabilità! Con questa nota dominante il cardinale Roger Etchegaray ha aperto i lavori ieri mattina. C'è una sola Inquisizione, ha detto, ed anche l'esistenza di diverse varianti storiche (con diversi gradi di violenza a seconda dell'ingerenza dei monarchi di singoli paesi) «non muta il carattere ecclesiastico dell'istituzione, perché (certi) poteri di intervento e di controllo furono riconosciuti a quei sovrani, in forma espressa o tacita, dal papato stesso e perché ecclesiastica fu la giurisdizione esercitata dagli inquisitori nei processi in materia di fede».

    Etchegaray ha polemizzato con quanti cercano di «addossare al solo potere laico la responsabilità dell'operato dei tribunali iberici» di Spagna e Portogallo, particolarmente feroci. Contro l'altra tentazione revisionista di quanti sottolineano come le garanzie dei tribunali ecclesiastici fossero migliori di quelle degli stati dell'epoca (argomentazione formalmente vera, perché nella Chiesa la cultura giuridica era comunque più sviluppata), il cardinale non ha parlato apertamente. Ma le sue citazioni continue dell'enciclica papale Tertio Millennio Adveniente sono suonate come un monito a non cercare di minimizzare le colpe dell'istituzione.

    L'Inquisizione, ha ricordato Etchegaray citando Giovanni Paolo II, «è un capitolo doloroso sul quale i figli della Chiesa non possono non tornare con animo aperto al pentimento». Vi fu «acquiescenza, specie in alcuni secoli, a metodi di intolleranza e persino di violenza nel servizio della verità». Agli scienziati il cardinale ha indicato l'obiettivo della "massima libertà" di ricerca, spiegando che dovranno essere esaminati tutti gli aspetti del fenomeno: le persecuzioni contro gli ebrei, i musulmani, i protestanti, la lotta contro la magia e la stregoneria o la censura dei libri.

    Un riflesso della tendenza ridimensionatrice si coglie nelle Note storiche elaborate per il simposio da Agostino Borromeo, presidente dell'Istituto italiano di studi iberici. Scrive Borromeo, dati alla mano, che su 501 condanne pronunciate a Tolosa tra il 1307 e il 1323, le condanne a morte furono 29. E su 200 sentenze dell'Inquisizione piemontese, le esecuzioni capitali assommarono a 22. «E stando ai dati che possediamo sull'Inquisizione spagnola tra la seconda metà del XVI secolo e la prima metà del XVII secolo, la percentuale degli imputati sottoposti a tortura oscilla, a seconda dei tribunali, tra il 7 e l'11 per cento». E ancora, spiega Borromeo, «tra il 1540 e il 1700 su un totale di 44.674 casi, il numero degli accusati effettivamente mandati sul rogo corrisponde all 1,8 per cento». Più un 1,7 per cento di condannati in contumacia.

    Radicalmente diverso l'approccio di Natale Benazzi, autore del saggio Il libro nero dell'Inquisizione. «Quando la Chiesa si volge in tribunale e contesta a una persona un reato di coscienza - dichiara Benazzi sulle pagine di Avvenire - è evidente che l'accusato non ha modo di replicare. Così è nata un'epoca di terrore». Domani prenderà la parola il Papa.



    La Repubblica, 6 settembre 1998
    Intervista al professor Adriano Prosperi docente di Storia moderna a Pisa
    Torquemada? L'uomo che "inventò" l'inquisizione - Di Nello Aiello
    Pisa - Cinquecento anni fa, il 16 settembre 1498, moriva un uomo che fu ed è rimasto un simbolo. Era Tomas de Torquemada, primo Inquisitore di Spagna, organizzatore di un tipo di tribunale che - con alcune varianti - avrebbe operato per secoli anche in Italia. L'anniversario cade in una fase di intensa revisione storica dell'Inquisizione: metodi, effetti, scenario religioso e politico. Non può stupire che anche la figura di Torquemada e la sua leggenda siano oggetto di ripensamento. Resta da vedere in quale misura e su quali dati obiettivi. Lo abbiamo chiesto al massimo studioso italiano dell'Inquisizione, Adriano Prosperi, docente di Storia moderna e contemporanea all'università di Pisa.

    Professor Prosperi, il valore simbolico di Torquemada, sinonimo di efferata durezza repressiva, si va appannando?

    «Direi di sì. Dall'Ottocento romantico in poi, era prevalsa, quasi senza contrasti, la tesi dell'arbitrarietà e della crudeltà dei tribunali dell'Inquisizione. I quali venivano considerati in contraddizione con lo spirito del Vangelo: con la sua indulgenza, la sua inclinazione al perdono, la sua comprensione verso l'errante. Simili stereotipi hanno avuto larga circolazione. Perfino Mussolini scrisse un libro su un esecrando Inquisitore».

    Torquemada incarnava una parvenza quasi demoniaca.

    «Fu lui il primo a formare e gestire un tribunale centrale, di natura religiosa ma al servizio del potere politico. Nel senso che i giudici dell'Inquisizione spagnola, di cui egli era a capo, venivano sì nominati dal Papa, ma su indicazione della monarchia spagnola. Torquemada fu lo strumento straordinariamente duttile ed efficace al servizio di questa operazione voluta da Ferdinando d'Aragona, il Cattolico, e da sua moglie Isabella di Castiglia. A quest'opera Torquemada dedicò la vita. Anche correndo forti rischi».

    Rischi di che natura?

    «Fisici. Nel 1495, ad esempio, venne ucciso a Saragozza Pedro Arbuès, poi elevato agli altari come Santo Inquisitore. Quanto a Torquemada, nei pochi dipinti che lo ritraggono, appare una figura imponente. Con intorno un gruppo di armati a difenderlo».

    Sacre guardie del corpo...

    «Appunto. L'Inquisitore era un uomo ieratico. Severo erga omnes. Nei documenti d'epoca lo si descrive disposto a sacrificare la vita per la sua missione. Ma, si capisce, qualche cautela era d'obbligo. Torquemada operava in base a regole precise da lui stesso dettate. Era suo compito scegliere i commissari dell'Inquisizione da impiegare nelle varie province. Si adoperò a tessere questa rete fino al 1495, tre anni prima di morire. Sul modello spagnolo sarebbe nata nel 1537 l'Inquisizione portoghese. Poco più tardi, nel 1542, quella romana. Del sistema spagnolo si eredita il criterio della centralità: c'è un tribunale principale che dirige le sedi periferiche, la cui azione si può svolgere in maniera mobile o fissa. Cioè mediante personale che lavora sul posto, o attraverso ispezioni o 'visite' predisposte dal centro. Inquisizione equivale a ricerca della verità. Dovunque la si trovi. Ecco la consegna cui Torquemada obbediva».

    Ancora oggi, se è lecito il paragone, l'azione penale è obbligatoria.

    «La differenza sta nella segretezza dei procedimenti. Una formula consueta nei documenti dell'Inquisizione suonava così: 'senza il rumore della litigiosità'. Vietato accogliere denunce anonime. Si scoraggiava la partecipazione della gente ai processi. Si diffidava di tutto ciò che venisse dal popolo. Ogni cosa doveva provenire da Dio. A Valenza, l'Inquisizione arrivò a reprimere - era già il 1620 - un moto di popolo a favore di un presunto Santo. La Gerarchia stroncò questa infatuazione con l'invio di truppe regolari».

    Nel suo libro Tribunali della coscienza, che ha per tema l'Inquisizione nell'Italia della Controriforma, lei sostiene che i tribunali ecclesiastici furono spesso più miti di quelli del potere statale.

    «Nei tribunali civili un certo grado di crudeltà era la norma. Prova regina veniva considerata la confessione. E per acquisirla si partiva dagli indizi. Se essi erano sufficienti, si passava alla tortura. In caso contrario, no. Ciò in teoria. Nella pratica, si sa che la polizia non sempre si attiene alle regole. Quanto all'Inquisizione, essa indagava su reati connessi con convinzioni interiori, segrete. L'eresia era considerata un crimine speciale, per il quale si poteva procedere ignorando le garanzie in uso per i reati comuni. Ai tribunali civili, per infliggere la tortura, occorrevano due testimoni. All'Inquisizione ne bastava uno. L'Inquisizione adopera molto più spesso il carcere d'isolamento, luogo di meditazione e di macerazione. Può tenere il reo recluso sine die, perché si penta. Una piramide di pentiti è il sogno dell'Inquisitore. Un pentito fa dieci nomi di eventuali rei. E presumendo che ciascun reo virtuale, una volta incarcerato, si penta a sua volta, si potrà arrivare a diecimila pentiti. O a centomila rei».

    Centomila?

    «Uno studioso francese, Francois Dedieu, ha calcolato che durante il dominio di Torquemada, per il solo tribunale di Toledo, gli inquisiti erano varie centinaia. Trattandosi di una comunità abbastanza ristretta, si arriva a circa metà della popolazione».

    E le esecuzioni capitali?

    «Qui ci si aggira nell'ordine delle decine. Stando ai calcoli di altri due noti studiosi, William Monter e John Tedeschi (quest'ultimo è un ebreo, non sospettabile di indulgenze) le condanne a morte emanate dall'Inquisizione sono nettamente più rare di quelle irrogate da qualsiasi tribunale penale ordinario».

    Rispetto a quella italiana, l'Inquisizione spagnola stile Torquemada porta con sé almeno una macchia in più: la persecuzione giudiziaria degli ebrei.

    «Fu un'azione sistematica, di grande portata anche economica. I condannati appartengono a comunità ricche e potenti. Perseguitarli può impoverire intere città. Requisendo i loro beni, la struttura capeggiata da Torquemada non solo arricchisce la monarchia, ma si autofinanzia. L'azione antiebraica assume aspetti atroci. Inflessibile è il meccanismo attraverso il quale si ricostruiscono le genealogie dei cristiani spagnoli, divisi in 'vecchi' e 'nuovi'. Basta avere un antenato ebreo per vedersi sistemare nella seconda categoria».

    E i cristiani "nuovi" di quali angherie soffrivano?

    «Chi discende da un convertito è escluso da ogni dignità o privilegio: dall'Ordine dei Cavalieri di Santiago a qualsiasi modesta confraternita».

    Altro che religione. Siamo all'apartheid razziale.

    «Un esempio celebre riguardò il Generale della compagnia di Gesù, diretto successore di Ignazio di Loyola. Si chiamava Diego Laynez. Era già morto quando si scoprì una sua remota origine ebraica. Seguì l'ordine di eliminare dagli Annali della Compagnia persino il suo nome. Che, di fatto, vi figura a stento».

    Ma parliamo dell'Inquisizione italiana. Delle sue diversità.

    «Al vertice della piramide inquisitoriale, in Spagna siede un uomo di fiducia del Re. In Italia, supremo Inquisitore è il Papa. È' lui che priesiede le riunioni della Congregazione del Sant'Uffizio».

    Sant'Uffizio. Che soave denominazione per un organismo orribile.

    «Questo termine, infatti, fu stravolto. I cristiani del Medioevo vedevano nel Sant'Uffizio un organismo pastorale, adibito - diciamo - a 'pascere le pecorelle del Signore'. Contro questo inganno Erasmo da Rotterdam protestò in un colloquio dal titolo Inquisitio de fide, nel quale mimava il dialogo fra l'Inquisitore e il reo. E' l'equivalente di un moderno lavaggio del cervello. L'Inquisitore è capzioso. Si fa più dolce via via che il reprobo dà segni di crollo. Quante più informazioni l'imputato fornisce ai giudici, tanto più sincera appare la sua confessione. E tanto più umano è il trattamento. La legislazione premiale non è mica un'invenzione recente...».

    C'è una reale esigenza di rivedere la storia di tante impostazioni arbitrarie. Ma c'è anche un revisionismo ambulante, strumentale. Non si corre il rischio che allo sdegno tradizionalmente riservato all'Inquisizione subentri un'indulgenza ugualmente irriflessiva?

    «Direi che, in generale, il rischio si è già realizzato. Si è confrontato, antistoricamente, il 'dopo' con il 'prima'. Himmler, poniamo, con Torquemada. E ne è nata l'idea che si possa risolvere i conti del passato, chiudendo ogni 'libro nero'. Tutto consiglierebbe, invece, di andar piano con i perdoni. E' più importante conoscere che perdonare. Non si tratta tanto di chiedere scusa a Giordano Bruno o di riabilitare Galileo, ma di capire il quando, il come, il perché. Studiando l'Inquisizione abbiamo capito quanto sia importante e perenne il tema dell'alterità e della tolleranza. Non per nulla, la storiografia sull'Inquisizione spagnola ad opera di studiosi spagnoli, già molto illustre, rinasce subito dopo la morte di Franco. Un moto di autocoscienza della Spagna moderna, nel momento del suo aggancio all'Europa».

    Papa Wojtyla ha promesso, in occasione del Giubileo, un "mea culpa" in nome della Chiesa sul tema della santa Inquisizione. Non può accadere che venga sommerso da un coro: «Ma no, Santità, non esageri, non stia a fustigarsi, chi glielo fa fare, nessuno è perfetto»?

    «Non è impossibile, ma sarebbe insensato».

    •   Alt 

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  2. #2
    Affus
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    Predefinito Re: Antigiudaismo e inquisizione la Chiesa guarda al suo passato per chiedere perdono

    Originally posted by Manuel
    "Santa" l'Inquisizione? La Chiesa chiede scusa
    Un convegno in Vaticano voluto da Wojtyla - di Marco Politi
    Roma - Quando papa Wojtyla, qualche anno fa, riunì in Vaticano un'assemblea straordinaria di cardinali per trasmettere loro la sua intenzione di affrontare il giubileo dell'anno Duemila con un serio esame di coscienza sulle colpe della Chiesa, l'accoglienza tra i porporati fu fredda. Molti cardinali, specie dei paesi dell'Est europeo appena usciti dal vassallaggio sovietico, temevano di dare armi ai "nemici della fede", ammettendo errori ed orrori compiuti da personalità o organizzazioni ecclesiastiche. Ma Wojtyla è di natura tenace. Quando si impadronisce di un'idea, non la molla. Soprattutto perché - da filosofo - conosce il peso immenso che le posizioni di principio hanno nelle vicende storiche di una grande istituzione (come è la Chiesa).

    Sapeva e sa Wojtyla che è inutile pensare di potersi avvicinare alle altre Chiese cristiane né tanto meno di presentarsi al mondo per rievangelizzarlo, se continua a gravare sulla coscienza del cattolicesimo l'esperienza di un apparato totalitario e repressivo come è stata l'Inquisizione. Sicché, dopo averci lavorato per parecchi mesi, il pontefice ha pubblicato nel 1994 l'enciclica Tertio Millennio Adveniente, dedicata alla preparazione del giubileo e di quello che l'opinione pubblica ha chiamato efficacemente il "mea culpa" della Chiesa. E' in questo documento che si ritrovano le parole più forti, citate ripetutamente in questi giorni durante il simposio internazionale sull'Inquisizione organizzato dal Vaticano (una prima assoluta nella lunga storia della Chiesa).

    Il Papa esorta i fedeli a "purificarsi nel pentimento di errori, infedeltà, incoerenze e ritardi". Parla di "peccati" commessi dai "figli della Chiesa". Denuncia lo scandalo provocato da coloro, che si sono allontanati dai valori cristiani. Ammette apertamente che certe azioni hanno "sfigurato il volto della Chiesa". In parecchi ambienti ecclesiastici la linea del Papa ha provocato uno shock. Ed è cominciata un'azione sotterranea di svuotamento.

    L'Inquisizione? Ma non era poi così terribile... C'è che dice che le crudeltà maggiori furono commesse sotto l'influsso del potere civile dei re di Spagna e Portogallo. C'è che dice che alla fin fine i morti e i torturati furono solo una minoranza. C'è che si affanna a spiegare che la tecnica degli interrogatori e le garanzie concesse ai sospettati erano di gran lunga migliori di quelle vigenti negli stati dell'epoca.

    C'è del vero in ognuna di queste affermazioni, ma ognuna di esse - estrapolata dal clima in cui tutto avvenne - rischia di oscurare il nocciolo della questione. Che è molto semplice. La macchina dell'Inquisizione fu uno strumento di terrore (psicologico prima ancora che fisico) per controllare le coscienze e reprimere la dissidenza religiosa. Fu uno strumento di violenza fisica e psicologica, usato da parte dell'istituzione ecclesiastica in radicale contrasto con il messaggio di mitezza, di amore e di persuasione proclamato da Gesù Cristo. (E se nei Vangeli si incontrano anche invettive violente, lanciate da Cristo, "Guai a voi...", queste minacce hanno sempre avuto un valore profetico spirituale ed erano affidate all'azione punitiva di Dio e in nessun caso alla repressione di un'organizzazione terrena).

    "L'Inquisizione? Voluta dalla Chiesa": ha titolato così un suo articolo il giornale dei vescovi Avvenire, dopo la prima giornata di lavori. Un segnale rivolto alla tendenza revisionista, che vuole ridimensionare le responsabilità dell'Inquisizione. Il "mea culpa" che Giovanni Paolo II pronuncerà solennemente a Roma nel Duemila avrà, infatti, tanto più impatto quanto più spassionato sarà l'esame storico del fenomeno. I documenti sono impressionanti. Pensare che la tortura del panno bagnato (inserito nella bocca o nelle narici del sospettato e alimentato da un intermittente flusso d'acqua per provocare sensazioni di soffocamento) facesse parte del bagaglio di un buon aguzzino al servizio dell'inquisitore, non può essere liquidato dall'affermazione che "quelli erano i tempi".

    Rileggere ancora oggi il "Manuale dell'Inquisitore" di frate Nicolau Eymerich (anno 1376) fa venire i brividi per la sua prosa fredda e burocratica, di sapore quasi staliniano. Dal capitolo dedicato alla tortura (pagina 198 del libro pubblicato dall'editore Piemme): "Mentre si tortura l'accusato, lo si interroga dapprima sui punti meno gravi, poi su quelli più gravi, perché egli confesserà più facilmente le colpe leggere che non le gravi. Il notaio nel frattempo registra le torture, le domande e le risposte. Se dopo essere stato moderatamente torturato non confessa, gli verranno mostrati gli strumenti di un altro tipo di tortura, dicendogli che dovrà subirli tutti se non confesserà. Se non si ottiene nulla, si continuerà con la tortura l'indomani e il giorno appresso se occorre...". Per la gioia dei revisionisti il manuale di frate Eymerich dichiara a questo punto che "se l'accusato, sottoposto a tutte le torture previste, non confessa, non viene ulteriormente molestato e se ne va libero". Nei secoli seguenti questa norma, citata come esempio di garantismo, fu peraltro spesso disapplicata.

    Grande è in Vaticano, ma anche negli ambienti esterni alla Chiesa, l'attesa per il discorso che Giovanni Paolo II rivolgerà sabato ai partecipanti al simposio sull'Inquisizione. Ancora oggi c'è molto da fare per cambiare le mentalità di quegli ecclesiastici che hanno sempre concepito la Chiesa come istituzione perfetta e trionfante. Si legga il brano dell'Enciclopedia Cattolica del 1951, dedicato all'Inquisizione di Spagna: «Gli ebrei, numerosissimi in Spagna, vi avevano raggiunto una posizione preponderante grazie alla loro abilità commerciale. La loro arroganza, il loro lusso e le loro ricchezze, oltre alla pratica dell'usura, eccitarono contro di essi l'espasperazione pubblica, che prorompeva di quando in quando in feroci rappresaglie e massacri...».




    La Repubblica, 31 ottobre 1998
    Dal secolo XII al Seicento storia di una istituzione
    Città del Vaticano - L'Inquisizione nasce quando, tra la fine del Dodicesimo e il principio del Tredicesimo secolo, la Chiesa, ritenendo insufficienti per la repressione dell'eresia, soprattutto catara e valdese, i mezzi ordinari e l'autorità dei vescovi, nomina propri delegati con l'incarico di ricercare e giudicare gli eretici.
    I tribunali permanenti dell'Inquisizione durante il Trecento si diffondono in tutta Europa e sono affidati in un primo tempo ai domenicani e successivamente anche ai frati minori.

    In Spagna l'Inquisizione fa un "salto di qualità" nelle sue capacità di indagine e repressione, contribuendo, insieme alle espusioni di moriscos ed ebrei, all'obiettivo dell'uniformità religiosa del paese.

    Dalla fine del Quattrocento l'Inquisizione spagnola (sulla quale nel corso dei secoli si è addensata una specifica "leggenda nera") si distinse così nella persecuzione degli ebrei convertiti, che venivano accusati di essersi fatti battezzare solo per fuggire alle espulsioni forzate ma di restare in realtà fedeli alla loro religione (marrani).

    Nel Cinquecento, mentre il papato è impegnato nella lotta contro la riforma protestante, l'inquisizione si istituzionalizza in una congregazione romana, il Sant'Uffizio, competente in materia di ortodossia per tutto il mondo cristiano.

    Sotto papa Pio IV l'Inquisizione diventa sempre più severa, per tornare a fasi di maggior mitezza nei pontificati successivi.

    Si distingue comunemente tra Inquisizione romana, istituita da Paolo III nel 1542 contro la diffusione della Riforma, e inquisizione spagnola, istituita in Spagna da Sisto V su richiesta di Isabella la Cattolica, con facoltà ai sovrani di Spagna di eleggere inquisitori di loro fiducia sotto un grande inquisitore. L'inquisizione spagnola agì con tremenda severità contro i marrani e i protestanti. L'inquisitore generale di Spagna dal 1483 Tomas de Torquemada, è il domenicano passato alla storia soprattutto per la spietatezza verso gli ebrei, dei quali ottenne l'espulsione dalla Spagna.

    Tra i processi celebri del Sant'Uffizio figurano quello contro Galileo Galilei, colpevole di aver sostenuto nel "Dialogo dei massimi sistemi" le tesi copernicane condannate dalla Chiesa e quello contro Giordano Bruno, domenicano e filosofo, tra i massimi rappresentanti del pensiero del Rinascimento, accusato di eresia e bruciato sul rogo a Roma nel 1600.

    Nel 1498 intanto era finito davanti a magistrati pontifici, accusato di impostura ed eresia, il predicatore Girolamo Savonarola, poi impiccato e bruciato sul rogo.

    Nel 1968 il Sant'Uffizio ha cambiato nome ed è diventato Congregazione per la dottrina della fede. (Ansa)



    La Repubblica, 31 ottobre 1998
    Inquisizione: parla monsignor Rino Fisichella vicepresidente della commissione storia del Giubileo
    "L'obiettivo era giusto Si discutono gli strumenti"
    Città del Vaticano - Prima l'antigiudaismo, ora l'Inquisizione: la Chiesa continua a guardare il suo passato per chiedere perdono. Sul convegno che si è aperto oggi in Vaticano l'Ansa ha intervistato mons. Rino Fisichella, teologo, vescovo ausiliare di Roma, vicepresidente della Commissione storico-teologica del Giubileo. «Per noi l'obiettivo è uno solo - dice monsignor Fisichella -celebrare il Giubileo nel modo più coerente possibile. E questo, per i cristiani, deve significare una provocazione a esaminare la propria vita e saper chiedere perdono. Noi, uomini di Chiesa, vogliamo essere capaci di chiedere perdono non per la Chiesa, ma per quello che gli uomini di Chiesa hanno fatto quando non sono stati capaci di testimoniare il Vangelo fino in fondo».

    E per questo il Papa pronuncerà un altro "mea culpa"?

    «Nella Tertio millennio adveniente il Papa non ha parlato di 'mea culpa': questa è stata un'interpretazione successiva. Il Papa parla di un 'serio esame di coscienza' su quella che è stata la nostra storia, per prepararci al terzo millennio dell'era cristiana purificati nella memoria del nostro passato. Noi della Commissione siamo partiti da lì: dalla necessità di fare un esame di coscienza. Esame che è valido se ricomincia a ricostruire storicamente la verità che è accertabile. Noi non partiamo dall'assunto che abbiamo sbagliato, perché non sta a noi chiedere perdono. Il nostro compito è di leggere ciò che è stato, perché il Papa, se c'è stata una colpa da parte dei cristiani, possa dire 'Abbiamo sbagliato, e di questo vogliamo chiedere perdono'».

    E quali sono state le colpe della Chiesa nell'Inquisizione?

    «Nel momento in cui è stata istituita, l'Inquisizione ecclesiastica era nata per difendere la Verità. Sugli strumenti si discute, ma l'obiettivo resta valido. La Chiesa è sempre chiamata a difendere la verità che Gesù Cristo le ha consegnato. Certo, si tratta di una Verità 'in cammino', 'tesa verso un compimento escatologico'. Ma proprio perché non è una Verità costruita da noi, ma che ci è stata affidata, la Chiesa non può non intervenire, perché se si tirasse indietro verrebbe meno alla sua natura, alla sua stessa ragion d'essere. Solo all'interno di questo contesto si può capire perché la Chiesa, anche oggi, con la Congregazione per la dottrina della Fede, avvii un'indagine nel momento in cui viene negata l'ortodossia della fede».

    Il principio era quello di difendere la Verità, dunque. Ma le obiezioni si soffermano quasi sempre sull'aspetto più noto, e più dolente, delle torture, dei roghi.

    «Gli strumenti usati all'epoca erano quelli comuni, quelli che la società utilizzava. La Chiesa non è una realtà ipotetica. La Chiesa è nella sua componente spirituale, sì, il Corpo mistico di Cristo, ma vive nella Storia ed è composta dagli uomini del suo tempo. Non possiamo chiedere che si usassero gli strumenti che abbiamo oggi, perché nel Medioevo nessuno, e ripeto nessuno, poteva pensare con la coscienza che abbiamo oggi. Parliamoci chiaro: in Italia, e non in un Paese tribale, il voto elettorale è stato esteso alle donne solo nel 1948. Allora il nostro fino al 1948 cosa è stato? Un Paese anti-femminista?

    «La Storia è fatta così, ha i suoi tempi. E bisogna rendersi conto delle realtà storiche in cui si vive. Oggi nessuno potrebbe pensare che la difesa della verità possa avvenire con strumenti coercitivi. Ma questo possiamo dirlo oggi, con una coscienza nuova, modificata nel tempo, proprio perché la coscienza è una realtà dinamica. Chi nega che quei metodi fossero dettati dai tempi, e pensa che qualcuno avrebbe potuto impedirne l'uso, compie un falso storico e culturale. L'evento storico deve essere ricostruito nel modo più fedele possibile, al di là di pregiudizi e luoghi comuni. E nella consapevolezza che non c'è nessun fatto storico neutrale: la Storia e la ricostruzione della Storia è sempre soggetta alle interpretazioni che ne danno gli uomini, nella fedeltà a una deontologia che si basa sull'analisi dei documenti, e anche sull'onestà intellettuale con cui vengono letti». (Ansa)



    La Repubblica, 30 ottobre 1998
    Etchegaray: no alle tesi revisionistiche - Il cardinale: "La Chiesa responsabile dell'Inquisizione"
    La prima giornata di lavori del convegno - di Marco Politi
    Città del Vaticano - Mai più violenze, roghi e torture. Da ieri, per volontà di Wojtyla, una pattuglia di cinquanta storici e religiosi è riunita in Vaticano per studiare gli orrori dell'Inquisizione. E' l'ora di affrontare a viso aperto i fenomeni che «hanno sfigurato il volto della Chiesa... (e che sono diventati) contro-testimonianza e scandalo», afferma il teologo papale Georges Cottier, citando alla lettera le parole di Giovanni Paolo II.

    La Chiesa apre il dossier dell'Inquisizione tra coraggio e imbarazzo. C'è la volontà di dire la verità, caricandosi delle proprie responsabilità (come esorta a fare papa Wojtyla), ma esiste anche una forte tendenza al revisionismo mitigatorio. Tendenza diffusa tra parecchi monsignori e vari storici impegnati a ripetere che va ridimensionata la cosiddetta "leggenda nera" dell'Inquisizione. La manifestazione più appariscente di questa rilettura è la tentazione di ridurre tutto ad un fatto numerico, affermando che rispetto alle sentenze pronunciate le condanne a morte erano "soltanto" una piccola percentuale. Come se la minaccia stessa del rogo e delle torture e l'esistenza di una macchina inquisitoria non abbiano conferito all'istituzione ecclesiastica caratteristiche repressive totalitarie tipiche di regimi successivi.

    La conferenza sull'Inquisizione, che durerà fino a sabato, si svolge in Vaticano nell'ospizio di santa Marta, lo stesso residence dove staranno i cardinali durante il futuro conclave. La tre giorni ha il compito di elaborare il materiale, che servirà al Papa per pronunciare il suo "atto di pentimento" il Mercoledì delle Ceneri dell'anno 2000: atto che per la sua carica innovativa (e psicologicamente quasi eversiva) è diventato già celebre prima ancora di essere pronunciato. La Chiesa deve assumersi le sue responsabilità! Con questa nota dominante il cardinale Roger Etchegaray ha aperto i lavori ieri mattina. C'è una sola Inquisizione, ha detto, ed anche l'esistenza di diverse varianti storiche (con diversi gradi di violenza a seconda dell'ingerenza dei monarchi di singoli paesi) «non muta il carattere ecclesiastico dell'istituzione, perché (certi) poteri di intervento e di controllo furono riconosciuti a quei sovrani, in forma espressa o tacita, dal papato stesso e perché ecclesiastica fu la giurisdizione esercitata dagli inquisitori nei processi in materia di fede».

    Etchegaray ha polemizzato con quanti cercano di «addossare al solo potere laico la responsabilità dell'operato dei tribunali iberici» di Spagna e Portogallo, particolarmente feroci. Contro l'altra tentazione revisionista di quanti sottolineano come le garanzie dei tribunali ecclesiastici fossero migliori di quelle degli stati dell'epoca (argomentazione formalmente vera, perché nella Chiesa la cultura giuridica era comunque più sviluppata), il cardinale non ha parlato apertamente. Ma le sue citazioni continue dell'enciclica papale Tertio Millennio Adveniente sono suonate come un monito a non cercare di minimizzare le colpe dell'istituzione.

    L'Inquisizione, ha ricordato Etchegaray citando Giovanni Paolo II, «è un capitolo doloroso sul quale i figli della Chiesa non possono non tornare con animo aperto al pentimento». Vi fu «acquiescenza, specie in alcuni secoli, a metodi di intolleranza e persino di violenza nel servizio della verità». Agli scienziati il cardinale ha indicato l'obiettivo della "massima libertà" di ricerca, spiegando che dovranno essere esaminati tutti gli aspetti del fenomeno: le persecuzioni contro gli ebrei, i musulmani, i protestanti, la lotta contro la magia e la stregoneria o la censura dei libri.

    Un riflesso della tendenza ridimensionatrice si coglie nelle Note storiche elaborate per il simposio da Agostino Borromeo, presidente dell'Istituto italiano di studi iberici. Scrive Borromeo, dati alla mano, che su 501 condanne pronunciate a Tolosa tra il 1307 e il 1323, le condanne a morte furono 29. E su 200 sentenze dell'Inquisizione piemontese, le esecuzioni capitali assommarono a 22. «E stando ai dati che possediamo sull'Inquisizione spagnola tra la seconda metà del XVI secolo e la prima metà del XVII secolo, la percentuale degli imputati sottoposti a tortura oscilla, a seconda dei tribunali, tra il 7 e l'11 per cento». E ancora, spiega Borromeo, «tra il 1540 e il 1700 su un totale di 44.674 casi, il numero degli accusati effettivamente mandati sul rogo corrisponde all 1,8 per cento». Più un 1,7 per cento di condannati in contumacia.

    Radicalmente diverso l'approccio di Natale Benazzi, autore del saggio Il libro nero dell'Inquisizione. «Quando la Chiesa si volge in tribunale e contesta a una persona un reato di coscienza - dichiara Benazzi sulle pagine di Avvenire - è evidente che l'accusato non ha modo di replicare. Così è nata un'epoca di terrore». Domani prenderà la parola il Papa.



    La Repubblica, 6 settembre 1998
    Intervista al professor Adriano Prosperi docente di Storia moderna a Pisa
    Torquemada? L'uomo che "inventò" l'inquisizione - Di Nello Aiello
    Pisa - Cinquecento anni fa, il 16 settembre 1498, moriva un uomo che fu ed è rimasto un simbolo. Era Tomas de Torquemada, primo Inquisitore di Spagna, organizzatore di un tipo di tribunale che - con alcune varianti - avrebbe operato per secoli anche in Italia. L'anniversario cade in una fase di intensa revisione storica dell'Inquisizione: metodi, effetti, scenario religioso e politico. Non può stupire che anche la figura di Torquemada e la sua leggenda siano oggetto di ripensamento. Resta da vedere in quale misura e su quali dati obiettivi. Lo abbiamo chiesto al massimo studioso italiano dell'Inquisizione, Adriano Prosperi, docente di Storia moderna e contemporanea all'università di Pisa.

    Professor Prosperi, il valore simbolico di Torquemada, sinonimo di efferata durezza repressiva, si va appannando?

    «Direi di sì. Dall'Ottocento romantico in poi, era prevalsa, quasi senza contrasti, la tesi dell'arbitrarietà e della crudeltà dei tribunali dell'Inquisizione. I quali venivano considerati in contraddizione con lo spirito del Vangelo: con la sua indulgenza, la sua inclinazione al perdono, la sua comprensione verso l'errante. Simili stereotipi hanno avuto larga circolazione. Perfino Mussolini scrisse un libro su un esecrando Inquisitore».

    Torquemada incarnava una parvenza quasi demoniaca.

    «Fu lui il primo a formare e gestire un tribunale centrale, di natura religiosa ma al servizio del potere politico. Nel senso che i giudici dell'Inquisizione spagnola, di cui egli era a capo, venivano sì nominati dal Papa, ma su indicazione della monarchia spagnola. Torquemada fu lo strumento straordinariamente duttile ed efficace al servizio di questa operazione voluta da Ferdinando d'Aragona, il Cattolico, e da sua moglie Isabella di Castiglia. A quest'opera Torquemada dedicò la vita. Anche correndo forti rischi».

    Rischi di che natura?

    «Fisici. Nel 1495, ad esempio, venne ucciso a Saragozza Pedro Arbuès, poi elevato agli altari come Santo Inquisitore. Quanto a Torquemada, nei pochi dipinti che lo ritraggono, appare una figura imponente. Con intorno un gruppo di armati a difenderlo».

    Sacre guardie del corpo...

    «Appunto. L'Inquisitore era un uomo ieratico. Severo erga omnes. Nei documenti d'epoca lo si descrive disposto a sacrificare la vita per la sua missione. Ma, si capisce, qualche cautela era d'obbligo. Torquemada operava in base a regole precise da lui stesso dettate. Era suo compito scegliere i commissari dell'Inquisizione da impiegare nelle varie province. Si adoperò a tessere questa rete fino al 1495, tre anni prima di morire. Sul modello spagnolo sarebbe nata nel 1537 l'Inquisizione portoghese. Poco più tardi, nel 1542, quella romana. Del sistema spagnolo si eredita il criterio della centralità: c'è un tribunale principale che dirige le sedi periferiche, la cui azione si può svolgere in maniera mobile o fissa. Cioè mediante personale che lavora sul posto, o attraverso ispezioni o 'visite' predisposte dal centro. Inquisizione equivale a ricerca della verità. Dovunque la si trovi. Ecco la consegna cui Torquemada obbediva».

    Ancora oggi, se è lecito il paragone, l'azione penale è obbligatoria.

    «La differenza sta nella segretezza dei procedimenti. Una formula consueta nei documenti dell'Inquisizione suonava così: 'senza il rumore della litigiosità'. Vietato accogliere denunce anonime. Si scoraggiava la partecipazione della gente ai processi. Si diffidava di tutto ciò che venisse dal popolo. Ogni cosa doveva provenire da Dio. A Valenza, l'Inquisizione arrivò a reprimere - era già il 1620 - un moto di popolo a favore di un presunto Santo. La Gerarchia stroncò questa infatuazione con l'invio di truppe regolari».

    Nel suo libro Tribunali della coscienza, che ha per tema l'Inquisizione nell'Italia della Controriforma, lei sostiene che i tribunali ecclesiastici furono spesso più miti di quelli del potere statale.

    «Nei tribunali civili un certo grado di crudeltà era la norma. Prova regina veniva considerata la confessione. E per acquisirla si partiva dagli indizi. Se essi erano sufficienti, si passava alla tortura. In caso contrario, no. Ciò in teoria. Nella pratica, si sa che la polizia non sempre si attiene alle regole. Quanto all'Inquisizione, essa indagava su reati connessi con convinzioni interiori, segrete. L'eresia era considerata un crimine speciale, per il quale si poteva procedere ignorando le garanzie in uso per i reati comuni. Ai tribunali civili, per infliggere la tortura, occorrevano due testimoni. All'Inquisizione ne bastava uno. L'Inquisizione adopera molto più spesso il carcere d'isolamento, luogo di meditazione e di macerazione. Può tenere il reo recluso sine die, perché si penta. Una piramide di pentiti è il sogno dell'Inquisitore. Un pentito fa dieci nomi di eventuali rei. E presumendo che ciascun reo virtuale, una volta incarcerato, si penta a sua volta, si potrà arrivare a diecimila pentiti. O a centomila rei».

    Centomila?

    «Uno studioso francese, Francois Dedieu, ha calcolato che durante il dominio di Torquemada, per il solo tribunale di Toledo, gli inquisiti erano varie centinaia. Trattandosi di una comunità abbastanza ristretta, si arriva a circa metà della popolazione».

    E le esecuzioni capitali?

    «Qui ci si aggira nell'ordine delle decine. Stando ai calcoli di altri due noti studiosi, William Monter e John Tedeschi (quest'ultimo è un ebreo, non sospettabile di indulgenze) le condanne a morte emanate dall'Inquisizione sono nettamente più rare di quelle irrogate da qualsiasi tribunale penale ordinario».

    Rispetto a quella italiana, l'Inquisizione spagnola stile Torquemada porta con sé almeno una macchia in più: la persecuzione giudiziaria degli ebrei.

    «Fu un'azione sistematica, di grande portata anche economica. I condannati appartengono a comunità ricche e potenti. Perseguitarli può impoverire intere città. Requisendo i loro beni, la struttura capeggiata da Torquemada non solo arricchisce la monarchia, ma si autofinanzia. L'azione antiebraica assume aspetti atroci. Inflessibile è il meccanismo attraverso il quale si ricostruiscono le genealogie dei cristiani spagnoli, divisi in 'vecchi' e 'nuovi'. Basta avere un antenato ebreo per vedersi sistemare nella seconda categoria».

    E i cristiani "nuovi" di quali angherie soffrivano?

    «Chi discende da un convertito è escluso da ogni dignità o privilegio: dall'Ordine dei Cavalieri di Santiago a qualsiasi modesta confraternita».

    Altro che religione. Siamo all'apartheid razziale.

    «Un esempio celebre riguardò il Generale della compagnia di Gesù, diretto successore di Ignazio di Loyola. Si chiamava Diego Laynez. Era già morto quando si scoprì una sua remota origine ebraica. Seguì l'ordine di eliminare dagli Annali della Compagnia persino il suo nome. Che, di fatto, vi figura a stento».

    Ma parliamo dell'Inquisizione italiana. Delle sue diversità.

    «Al vertice della piramide inquisitoriale, in Spagna siede un uomo di fiducia del Re. In Italia, supremo Inquisitore è il Papa. È' lui che priesiede le riunioni della Congregazione del Sant'Uffizio».

    Sant'Uffizio. Che soave denominazione per un organismo orribile.

    «Questo termine, infatti, fu stravolto. I cristiani del Medioevo vedevano nel Sant'Uffizio un organismo pastorale, adibito - diciamo - a 'pascere le pecorelle del Signore'. Contro questo inganno Erasmo da Rotterdam protestò in un colloquio dal titolo Inquisitio de fide, nel quale mimava il dialogo fra l'Inquisitore e il reo. E' l'equivalente di un moderno lavaggio del cervello. L'Inquisitore è capzioso. Si fa più dolce via via che il reprobo dà segni di crollo. Quante più informazioni l'imputato fornisce ai giudici, tanto più sincera appare la sua confessione. E tanto più umano è il trattamento. La legislazione premiale non è mica un'invenzione recente...».

    C'è una reale esigenza di rivedere la storia di tante impostazioni arbitrarie. Ma c'è anche un revisionismo ambulante, strumentale. Non si corre il rischio che allo sdegno tradizionalmente riservato all'Inquisizione subentri un'indulgenza ugualmente irriflessiva?

    «Direi che, in generale, il rischio si è già realizzato. Si è confrontato, antistoricamente, il 'dopo' con il 'prima'. Himmler, poniamo, con Torquemada. E ne è nata l'idea che si possa risolvere i conti del passato, chiudendo ogni 'libro nero'. Tutto consiglierebbe, invece, di andar piano con i perdoni. E' più importante conoscere che perdonare. Non si tratta tanto di chiedere scusa a Giordano Bruno o di riabilitare Galileo, ma di capire il quando, il come, il perché. Studiando l'Inquisizione abbiamo capito quanto sia importante e perenne il tema dell'alterità e della tolleranza. Non per nulla, la storiografia sull'Inquisizione spagnola ad opera di studiosi spagnoli, già molto illustre, rinasce subito dopo la morte di Franco. Un moto di autocoscienza della Spagna moderna, nel momento del suo aggancio all'Europa».

    Papa Wojtyla ha promesso, in occasione del Giubileo, un "mea culpa" in nome della Chiesa sul tema della santa Inquisizione. Non può accadere che venga sommerso da un coro: «Ma no, Santità, non esageri, non stia a fustigarsi, chi glielo fa fare, nessuno è perfetto»?

    «Non è impossibile, ma sarebbe insensato».
    se lui chiede perdono per i suoi predecessori , altri chideranno perdono per lui.
    la vita è una ruota che gira .
    Io chiedo perdono gia da adesso .

 

 

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