Guatemala, è "caccia alla bianca"

Una milanese minacciata dal governo. Una torinese di 28 anni vive con la scorta. E l'amministratore di una Ong viene minacciato con una pistola. Due volontarie raccontano il Paese dov'è stata uccisa Serena Panciera.

di Melissa Bertolotti

CITTA’ DEL GUATEMALA – Uccisa per caso. Finita ingenuamente nella traiettoria dei proiettili indirizzati a un narcotrafficante. Sarebbe morta così Serena Pancieri, la diciassettenne di Mestre che da un anno viaggiava tra il Venezuela e il Guatemala con un programma di intercultura e un sogno: lavorare con Medici Senza Frontiere.

Una tragica fatalità, almeno stando alla versione ufficiale. Un campanello d'allarme, che accende i riflettori su uno dei Paesi più violenti del Centramerica. Qui, negli ultimi mesi, si sarebbe sviluppata una vera e propria “caccia alla bianca”. A lanciare l’allarme è Manuela Cencetti, 28 anni, da quindici giorni tornata a Torino dopo aver trascorso un anno in Guatemala con un progetto del Cisv (Comunità impegno servizio volontario) in collaborazione con la Fondazione del premio nobel Rigoberta Menchù. Nel mirino ci sono gli stranieri, certo. Ma soprattutto ci sono quei volontari impegnati in progetti che promuovono l’autonomia e la riaffermazione delle comunità indigene, sterminate in 36 anni di guerra civile.

Un caso, su tutti, quello di Fabiana Maffeis, 34 anni, tornata in Italia dopo aver ricevuto minacce direttamente dal governo. "Il clou è stato raggiunto con un campo pagado - spiega Fabiana - Si tratta di un messaggio a reti unificate del presidente, in cui si diceva che gli stranieri stavano organizzando un complotto politico per screditare la sua figura. Come sfondo, di quel servizio televisivo, è stata usata la mia foto". Tutto ebbe inizio a Rabinal, dove la milanese stava seguendo un progetto per la Ong Movimondo sui diritti umani, per il sostegno psico-sociale delle vittime della guerra. Qui, il 14 giugno scorso, la comunità indigena stava commemorando le vittime della strage del 1982 quando i sostenitori dell’ex dittatore Rios Montt, a cui la Corte Costituzionale ha concesso la possibilità di candidarsi alle elezioni di novembre, sono intervenuti. Immediata è scattata la ribellione degli indigeni, che hanno preso a sassate il deputato locale. Un’alzata di testa non ammessa in un Paese dove il 70 per cento della popolazione viene discriminato da cinque secoli. Ed ecco che, come capro espiatorio della propaganda anti-stranieri attivisti, viene proprio indicata Fabiana. “Il deputato locale è stato chiaro: ‘Ti faccio sparire, è meglio che tu te ne vada’ – racconta la volontaria, laureata in scienze politiche con una specializzazione in diritti umani – e così la mia Ong e la Ue, che coordina il progetto, mi hanno imposto di tornare in Italia. Non volevano il mio cadavere sulla coscienza”.

La Ong romana Movimondo conferma. E così anche Manuela, che con Fabiana condivideva l’appartamento in Guatemala. “La situazione sta precipitando. E i bersagli preferiti, per i paramilitari locali, sono proprio i bianchi e gli stranieri in genere” avverte la giovane, una laurea in scienze politiche, con specializzazione in antropologia culturale, e il sogno di veder rispettati i diritti umani. “Per la prima volta – continua la torinese – noi volontari stiamo ricevendo vere e proprie minacce. Un tempo i paramilitari si limitavano a entrare nei nostri uffici, rubare floppy disk, documenti... Ma mai, sino a qualche mese fa, eravamo in pericolo di vita. Ora, invece, siamo costretti a vivere con una scorta”.

Minacce, dirette, anche all’amministratore di Movimondo Massimiliano Milan. “Massimiliano era a Città del Guatemala – racconta Fabiana – e stava guidando la mia auto quando una sera l’hanno aspettato sotto casa, gli hanno puntato una pistola alla tempia e l’hanno minacciato”.

Ancora sotto choc per rilasciare dichiarazioni, il volontario ha deciso di lasciare il Guatemala. Non molla, invece, Manuela, che il primo settembre tornerà sull’altopiano di Quetzaltargo. Dove, in autunno, si annuncia una stagione più che mai calda in vista delle elezioni di novembre. “E’ difficile, per uno straniero, per un bianco, vivere in Guatemala – ammette Manuela –. Ancora di più lo è se ti esponi, lavorando con le popolazioni indigene”. In un Paese dove gli interessi economici vengono controllati da una minoranza latina, sono proprio i progetti mirati a valorizzare le popolazioni locali che infastidiscono di più. “A giugno del 2002 sono stata a Escuintla, sulla costa Sud, per occuparmi di un progetto di sviluppo agricolo – racconta Manuela –. La situazione qui era tranquilla. Se lavori nei campi o, al massimo, con i bambini, allora ti lasciano fare. Ma se ti azzardi ad avvicinarti agli indigeni, il rischio si fa alto”.

Un rischio che, comunque, non scoraggia Manuela. “Paura? Sì, certo, ho paura – ammette – E temo che la situazione non possa che peggiorare, nei prossimi mesi, in vista delle elezioni di novembre. Ma tornerò, a settembre. Ho una gran voglia di essere là e continuare ciò che ho iniziato”. Tanta amarezza anche nelle parole di Fabiana. "Mi ero innamorata del Guatemala durante una vacanza - ricorda - e avevo deciso di lasciare Milano, il mio lavoro alla libreria Feltrinelli, la mia famiglia e i miei amici per lavorare lì. Io ci vorrei tornare, ma sono loro che non mi vogliono".

(5 AGOSTO 2003, ORE 8:12, aggiornato alle 118)