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Risultati da 1 a 8 di 8

Discussione: Papa Paolo VI

  1. #1
    Manuel
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    Predefinito Papa Paolo VI

    Paolo VI
    (Giovanni Battista Montini)


    Papa (1963-78), nato il 26 settembre 1897 a Concesio (Lombardia), morto il 6 agosto 1978


    Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini appartiene ad una famiglia benestante del paesino lombardo, in prossimità di Brescia. Fragile, ma acuto ed intelligente, riceve la sua prima educazione dai Gesuiti a Brescia e poi nel 1916 nel seminario diocesano, continuando però a risiedere nella casa dei genitori per colpa dei suoi problemi di salute.

    Viene ordinato sacerdote nel 1920 e dopo parte per Roma per studiare teologia e giurisprudenza presso l'Università gregoriana. Nel 1922 inizia anche gli studi delle materie diplomatiche. Lo stesso anno riceve diversi incarichi nella segreteria di Stato del Vaticano e nel 1952 Pio XII lo nomina segretario. Nell'organizzazione universitaria cattolica Fuci conosce quelli che saranno i futuri leader della Democrazia cristiana, come Aldo Moro ed Amintore Fanfani. Si mostra, invece, ostile al fascismo.

    Nel 1954 è nominato vescovo di Milano, esperienza che lui stesso indica come una "missione". Diventa cardinale nel '58 grazie a Giovanni XXIII, Papa di cui è confidente e con il quale collabora per la preparazione del Concilio ecumenico Vaticano II. Alla morte del "Papa buono" (3 giugno 1963), dopo venti giorni di Conclave, Montini viene eletto Papa, anche su suggerimento di Giovanni XXIII che lo aveva indicato come suo possibile successore, e sceglie il nome di Paolo VI. Il suo programma è subito chiaro: "Difenderemo la chiesa dagli errori di dottrina e di costume". Il suo pontificato si caratterizza immediatamente per la volontà di portare a termine il discorso innovativo iniziato dal suo predecessore. Infatti riapre il Concilio interrotto (29 settembre 1963- 8 dicembre 1965) cercando di contenere il suo animo progressista in un programma moderato. Riforme liturgiche, il concetto di chiesa come popolo di Dio, il dialogo con il mondo sono alcuni dei principi stabiliti. Uomo di spirito caritatevole e mite, non riesce a conquistare il mondo dei mass media, spesso ostile e freddo nei suoi confronti.

    Il penultimo Giubileo ordinario risale al 1975 ed è stato indetto proprio da Paolo VI. Il periodo finale della sua vita - fino alla morte, 6 agosto 1978 a Castelgandolfo - è reso triste dalla sua salute malferma e dall'assassinio dell'amico Aldo Moro.

    Giovanni Paolo II, in occasione del trentesimo anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II, ha detto di lui: "Papa Paolo VI, con una grande concelebrazione nella basilica di San Pietro, ha concluso quel grande evento ecclesiale che, col vento dello Spirito, ha impresso un poderoso impulso alla barca della Chiesa e continua ancora oggi a sospingerla nel vasto mare della storia". Su un'altra delle opere di Paolo VI, l'enciclica Humanae Vitae, Sandro Magister, dalle pagine de L'Espresso, ha scritto: "Con quella sua famosa enciclica Paolo VI disse un no tondo ai contraccettivi: pillole, preservativi, spirali, eccetera. Consentì soltanto i metodi naturali: quelli che spiano i ritmi della fecondità della donna. Apriti cielo. Il rifiuto dell'enciclica fuori della Chiesa fu universale. E anche dentro la Chiesa dilagò la ribellione: di fedeli, preti, teologi, vescovi. Come non bastasse, Paolo VI per pubblicare l'Humanae Vitae scelse proprio la data peggiore. Il 1968. L'anno in cui disobbedire era d'obbligo".

    Fonte

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  2. #2
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    Mercoledì prossimo ricorre il 25° della morte di Papa Paolo VI, ricordiamo questa illustre figura con un articolo del Card. Re apparso ieri sul quotidiano Avvenire.




    Paolo VI, più il tempo passa più la sua figura giganteggia

    Il cardinale Garrone ha detto che era talmente grande,che quando parlava, benché si sforzasse di scendere al livello dei suoi ascoltatori,era sempre un gradino sopra

    Giovanni Battista Re*

    «Paolo VI sarà valutato grande col tempo», così diceva Yves Congar, basandosi sull'esperienza secondo cui le persone davvero di valore raramente sono le più applaudite in vita, per essere invece tra le più ricordate e apprezzate dopo la morte. E il tempo, in questi 25 anni trascorsi dal decesso di Paolo VI, è stato galantuomo. Più ci si distanzia da quel momento, e più la sua figura va crescendo. Mentre era in vita, ebbe varie critiche e dovette soffrire non poco. Dopo la sua morte innumerevoli sono stati i riconoscimenti della sua grandezza, dell'importanza del suo pontificato, del valore del suo pensiero e della sua opera. Ora ci si rende conto del ruolo che egli ha avuto nella Chiesa cattolica: la sua grande statura va crescendo sia sul piano della valutazione storica come su quello della santità. Il cardinale Garrone ha detto di Paolo VI che era talmente grande, che quando parlava, benché si sforzasse di scendere al livello dei suoi ascoltatori, era sempre un gradino sopra.
    È stato il Papa della complessità, chiamato a governare la Chiesa in una delle stagioni più difficili del Novecento. Pochi come lui hanno saputo interpretare le ansie, le inquietudini, le ricerche e le fatiche dell'uomo contemporaneo. Aveva la capacità di interrogarsi per un'innata disponibilità a cercare di capire le ragioni degli altri. Così entrerà nella storia come un Papa che ha amato e stimato il suo tempo ed ha cercato di avvicinare tutti gli uomini. Egli guardò alla realtà moderna con simpatia. Un giorno ebbe a dire: «Se il mondo si sente straniero al cristianesimo, il cristianesimo non si sente straniero al mondo».
    Nel desiderio di offrire a tutti il messaggio di speranza e di salvezza che Cristo ha recato all'umanità, si fece pellegrino sulle strade della terra. In realtà, fu lui l'iniziatore dei viaggi papali. Il suo predecessore ne aveva sì parlato, ma l'età gli permise di andare solo a Loreto ed Assisi. Paolo VI era talmente convinto che il ministero petrino dovesse portare il Papa sulle vie del mondo che, di ritorno da una visita pastorale, disse al futuro cardinale Jacques Martin, allora prefetto della Casa Pontificia: «Vedrete quanti viaggi farà il mio successore».
    Papa Montini resterà nei secoli per l'apporto dato al Concilio Vaticano II. Se fu, infatti, Giovanni XXIII a volerlo e ad iniziarlo, toccò a lui portarlo avanti con mano esperta, delicata e ferma, fino al suo compimento e ad iniziarne l'applicazione. Egli rispettò la libertà del Concilio, ma nei passaggi nodali seppe intervenire con l'autorità propria del Papa e una saggezza che merita ammirazione. Basti pensare al momento della cosiddetta "Nota Previa" per la Costituzione apostolica Lumen Gentium, o quando gli organi direttivi del Concilio - il 20 settembre 1965 - avevano deciso di non sottoporre a votazione la "Dichiarazione sul diritto alla libertà religiosa" e l'indomani mattina egli dava l'ordine invece di procedere alla votazione.
    Paolo VI è stato un grande uomo di Dio, che ha amato con passione profonda la Chiesa, della quale aveva fatto tema prediletto del suo pontificato, come fu - per suo stesso suggerimento - argomento cruciale del Concilio. Nel "Pensiero alla morte" dirà: «La Chiesa... potrei dire che da sempre l'ho amata, e che per essa, non per altro, mi pare d'aver vissuto». La sua era una spiritualità cristocentrica: l'amore a Cristo ha costituito l'orientamento fondante di tutta la sua esistenza e ha caratterizzato in modo profondo anche l'esercizio del suo ministero sulla cattedra di Pietro. Basterebbe ricordare le parole con cui spiegò perché avesse assunto il nome di Paolo, precisando che era l'Apostolo «che supremamente amò Cristo, che in sommo grado desiderò e si sforzò di portare il Vangelo di Cristo a tutte le genti, che per il nome di Cristo offrì la sua vita» (omelia per l'incoronazione, 30 giugno 1963).
    Paolo VI è stato l'uomo del dialogo, attento a non chiudere mai le porte dell'incontro, nella ferma convinzione che questo dev'essere lo stile di tutti i rapporti ecclesiali. Per lui «nessuno è estraneo al cuore della Chiesa. Nessuno è indifferente al suo ministero. Nessuno le è nemico, che non voglia esso stesso esserlo» (udienza generale del 5 agosto 1964).
    In tutto il suo ministero, dagli anni della Fuci al lavoro nella Segreteria di Stato, dall'episcopato milanese al soglio di Pietro, Papa Montini è stato tessitore paziente di rapporti con tutti, vicini e lontani, aperto alla comprensione, alla misericordia, all'amore, nella costante consapevolezza però che ogni dialogo, ogni incontro deve portare a Cristo. In un appunto scriveva: «Forse la nostra vita non ha altra più chiara nota che la definisca dell'amore al nostro tempo, al nostro mondo, a quante anime abbiamo potuto avvicinare e avvicineremo; ma nella lealtà e nella convinzione che Cristo è necessario e vero». Indicò all'umanità l'ideale della costruzione della "civiltà dell'amore". Egli era convinto che l'amore, solo l'amore, è la forza costruttiva di ogni positivo cammino dell'umanità. La civiltà dell'amore da costruire nei cuori e nelle coscienze è stata per lui più di un'idea e di un progetto. È stata la guida e lo sforzo di tutta la sua vita.
    In un mondo povero d'amore e solcato da problemi e violenze, lavorò infatti per instaurare una civiltà in cui la solidarietà e l'amore giungessero là dove la giustizia sociale, pur tanto importante, non poteva arrivare. Per questa civiltà dell'amore Paolo VI si è speso senza misura, pregando ed operando, rinnovando le strutture della Chiesa, andando egli stesso incontro a tutti gli uomini di buona volontà e cercando tutte le occasioni per diffondere ovunque una parola di speranza e di pace e di invito a superare gli egoismi ed i rancori.
    Davvero grande, dunque, l'eredità che Paolo VI ci ha lasciato. Che il suo insegnamento continui ad illuminare il cammino dell'umanità.
    *cardinale, prefetto della Congregazione dei vescovi

  3. #3
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    che dio lo benedica e lo protegga però vorrei dire che dai conservatori ai quali mi sembra appartenga manuel sia stata molto ostacolata la nomina a cardinale di monsignor montini.

    consiglio a tutti di leggere il suo diario

  4. #4
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    Venticinque anni fa la morte di Paolo VI

    Con il suo genio cristiano ha lavorato per una nuova primavera della Chiesa



    ANDREA RICCARDI


    Sono passati venticinque anni dalla morte di Paolo VI ed il mondo è tanto cambiato. Sono insorti problemi nuovi. Sono salite nuove generazioni che sanno poco o niente di quel tempo difficile in cui Giovanbattista Montini fu Papa, gli anni tra il 1963 e il 1978. Sembra che ormai il suo pontificato sia un terreno riservato agli studiosi, agli eruditi, ai cultori di memorie ecclesiastiche. Forse è un frutto inevitabile dello scorrere della storia. Ma, nella Chiesa, non è possibile l'annullamento della memoria. La memoria si connette, in un certo senso, al modo stesso di essere cristiani. La memoria ci aiuta a comprendere il presente e a guardare il futuro. E Paolo VI rappresenta un'intera generazione di cristiani che ha vissuto la transizione profonda del Concilio Vaticano II. Infatti Giovanbattista Montini fu il Papa del Concilio. Non solo perché lo guidò tutto, eccetto la prima sessione; ma anche perché, fin da giovane, auspicò quegli orientamenti che sarebbero stati sviluppati e ampliati dal Vaticano II. Basterebbe pensare alla riforma liturgica (a cui lo aveva sensibilizzato tra i primi l'oratoriano di Brescia, padre Bevilacqua, parroco e - per volontà di Paolo VI - Cardinale).
    Paolo VI è stato un servitore del Concilio. Si è posto immediatamente il problema di come recepirlo nella grande Chiesa cattolica che, negli anni Sessanta, sembrava attraversata - specie in Occidente - da un nuovo (e quasi scomposto) protagonismo. Il Papa, la Curia, Roma, i Vescovi, si dovevano mettere al servizio del Concilio. Per questo si doveva cambiare: convertirsi e riformarsi. Il tempo era nuovo e lo sarebbe divenuto ancora di più negli anni successivi. Il Papa aveva intuito che il mondo si faceva globale ed era necessario uno sguardo più largo. A Jean Guitton dice: "Siamo in un tempo che impone all'uomo di pensare in termini cosmici". La Chiesa non poteva guardarsi attorno con l'occhio di ieri, ma doveva servire questo mondo nel suo modo essenziale: l'evangelizzazione.
    Sì, perché Paolo VI aveva chiaro, fin dagli anni milanesi, che c'era una crisi nel cristianesimo occidentale. La risposta della Chiesa non poteva essere né nostalgica né congiunturale. Era l'impegno per la comunicazione del Vangelo. Questo era, in ultima analisi, lo scopo del Concilio: rendere la Chiesa del XX secolo sempre più adatta a comunicare il Vangelo al mondo del XX secolo, come disse nel decennale del Vaticano II. Per questo bisognava liberare il cammino della Chiesa dalle difficoltà, dagli impacci, dalle nostalgie. Il Papa lo dice nell'Enciclica programmatica Ecclesiam suam del 1964: "Non è sufficiente un atteggiamento di fedele conservazione". Il suo sogno è permeare con il messaggio evangelico il mondo contemporaneo: quello secolarizzato dell'Ovest, quello dell'Est chiuso dal comunismo, quello del Sud, povero, con le speranze dell'indipendenza, pur tra tante difficoltà... Con decisione egli scrive nella prima Enciclica: "La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio".
    Ma, per realizzare questo sogno, non bastava enunciarlo. Paolo VI conosceva la grande comunità cattolica, la sua complessità, le differenti situazioni (aveva cognizione profonda della vita della Chiesa, per aver lavorato in Segreteria di Stato fin dalla giovinezza e per i molteplici contatti della sua esistenza). Per questo, fin dall'inizio, si mise al servizio del sogno evangelico. Perché era un uomo di grandi speranze e di grandi visioni. Il suo modo di servirlo - non appaia riduttivo - fu il governo. Il governo della Chiesa andava rinnovato dopo il Vaticano II (si pensi alla sua incisiva riforma della Curia); ma la Chiesa cattolica andava servita quotidianamente nel governo, che voleva dire decisioni, consigli, ascolto, orientamento, sintesi. Il governo di Paolo VI, quotidiano servizio dal primo giorno di pontificato sino alla sua morte, è il martirio paziente di chi non rinuncia mai a coniugare speranza e realismo, sogno e gradualismo, unità e diversità. Questo governo richiede un cuore illuminato dalla fede, un occhio attento alla realtà, un ingegno proclive a cogliere gli sviluppi possibili, la fatica del contatto costante con i problemi. Il governo non fu per lui mera gestione o ufficio. È un governo accompagnato dalla carità, perché si rivolge a uomini concreti (e un giorno bisognerà mettere in luce questa "carità di Paolo VI"). Ma è soprattutto un governo illuminato: ben certo dalla fede e dalla speranza.
    Quello di Papa Montini è stato veramente un servizio (non lo si dice per retorica), tutto attraversato dal fil di ferro della tenacia, che il fragile corpo del Papa e la gentilezza dei suoi modi non lasciavano intravedere. Il suo magistero è stato grande e resta come riferimento. Ma c'è da capire meglio quella parte riservata del suo servizio: il governo quotidiano, tenace e illuminato, che gli pareva rispondere ai bisogni della Chiesa cattolica dopo il Vaticano II e in un mondo tanto grande. Giovanni Paolo II, nella sua Enciclica programmatica Redemptor hominis, ha scritto pieno di ammirazione per questo suo predecessore: "Egli sapeva conservare una tranquillità e un equilibrio provvidenziali anche nei momenti più critici, quando sembrava che la Chiesa fosse scossa dal di dentro...". Infatti Paolo VI affrontò durissimi tempi di crisi, percorsi da varie contestazioni, da smarrimento dell'identità, da lacerazioni e discussioni che sembravano inaudite nella comunità cattolica. Allora si parlava di crisi della Chiesa. Qualcuno si chiedeva se, sotto la spinta della modernità secolarizzante, lo stesso cristianesimo non andasse a morire o il cattolicesimo non fosse sull'orlo della fine. Profeti, con pretesa di scientificità, parlavano del progresso della modernità che avrebbe spazzato via inevitabilmente il cristianesimo.
    Paolo VI era alla guida di una barca scossa da tanti marosi. Nella sua guida quotidiana, rifulse un genio tutto particolare, capace di sintesi, aperto all'universalità, illuminato da una visione, concreto, colto... Con il sacrificio quotidiano di un governo duro (ma ignorato dai più e poco messo in luce ancora oggi) oltre che con il suo magistero, Paolo VI lavorava per una primavera della Chiesa, a cui credeva fermamente. In questo rifulgeva il suo genio cristiano: sperare, lavorare anche quando l'ora della mietitura non è prossima, non cedere a quel pessimismo che incombeva allora sulla coscienza di molti. Egli, negli ultimi anni del suo pontificato, specie dal 1975, colse alcuni segni di rinascita (che quasi nessuno intravedeva o condivideva). Il più chiaro fu l'Anno santo, che lo studioso laico francese Alphonse Dupront giudica una vera espressione della vitalità del cattolicesimo.
    Per Paolo VI, ormai giunto alla fine e sempre colpito da tanti dolori (si pensi a quelli per l'Italia con l'assassinio di Aldo Moro), l'inverno non sarebbe stato eterno. Non lo sarebbe stato per le Chiese dell'Est, a cui tanto aveva pensato nel suo pontificato. Non lo sarebbe stato per l'Occidente secolarizzato. Così vedeva la primavera (che a molti apparse allora un'utopia o una consolazione senile): "Contro smentite che qua e là possono venire da punti particolari, noi abbiamo fiducia. La Chiesa è viva!". L'ultima uscita di Paolo VI da Castel Gandolfo, il 1 agosto, ebbe un significato tutto personale. Andò ad inginocchiarsi sulla tomba del Card. Pizzardo, morto nel 1969, che lo aveva introdotto in Curia ma - scrive Mons. Macchi - "lo aveva ostacolato in alcuni momenti della sua vita". Visioni diverse: ma alla fine della sua vita il Papa voleva sottolineare la comunione nel servizio della Santa Sede e il senso di fragilità che si fa richiesta di perdono. Sì, la Chiesa era davvero viva!





    (©L'Osservatore Romano - 6 Agosto 2003)

  5. #5
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    SANTA MESSA IN SUFFRAGIO DEL SERVO DI DIO PAOLO VI

    Questa mattina - Festa della Trasfigurazione del Signore - Giovanni Paolo II ha celebrato la Santa Messa nella Cappella privata del Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo, in memoria del Suo predecessore il Servo di Dio Paolo VI, nel XXV anniversario della morte avvenuta a Castel Gandolfo il 6 agosto 1978.

    Riportiamo di seguito le parole pronunciate dal Santo Padre introducendo la Celebrazione Eucaristica di stamane:


    PAROLE DEL SANTO PADRE

    Fratelli e Sorelle!

    Celebriamo oggi la Festa liturgica della Trasfigurazione del Signore. In questo stesso giorno ricordiamo la pia morte del servo di Dio Papa Paolo VI. Lo facciamo in questa Santa Messa, in cui Cristo ripresenta sull’altare il suo Sacrificio redentore.

    "Mysterium fidei": sono le parole con cui inizia la memorabile Enciclica che egli dedicò all’Eucaristia, nel terzo anno del suo Pontificato. Devotissimo maestro della dottrina e del culto dell’Eucaristia, egli definiva la presenza sacramentale di Cristo nel Sacrificio eucaristico come presenza "veramente sublime", che "costituisce nel suo genere il più grande dei miracoli" (Enc. Mysterium fidei, EV, nn. 423.427). Con quanta fede e sollecitudine Paolo VI istruì il Popolo di Dio su questo mistero centrale della fede cattolica!

    Nella festa della Trasfigurazione chiediamo con la liturgia che "il Pane del cielo… ci trasformi a immagine del Cristo" (Oraz. dopo la Com.). Questo a suo tempo chiese anche Paolo VI. Questo noi oggi domandiamo per lui, affinché, contemplando senza veli il volto del suo Signore, goda per sempre la visione della sua gloria.

  6. #6
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    VIVA PAOLO VI!

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    Paolo VI con san Josèmaria

  8. #8
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