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    Predefinito L'opzione Dei Poveri Nei Santi Padri

    Più volte mi sono soffermato a riflettere vedendo per strada, come molti di voi, una mano tendersi, uno sguardo triste, un volto scavato dalla sofferenza e, come tanti altri ho scosso la testa, pronunciando ( all'unico scopo di dare e darmi una giustificazione ) "non è possibile... sei il centesimo che mi chiede..." forse, per vergogna non ho pronunciato la classica frase: "ma vattene a lavorare... perchè non torni a casa tua...". E li ho capito che incontravo il povero nel senso di colui che è privo di beni materiali. Ma nel tempo ho anche scoperto e convissuto con coloro che, pur avendo di che vivere e nutrirsi più che dignitosamente, allungavano la mano, avevano lo stesso sguardo se pure ben nascosto dal trucco, dai gioielli e da vestiario costosissimo. Altri poveri ? Quando il Signore Gesù parlava dei poveri a quale delle due categorie si riferiva, chi mi esortava ad aiutare, chi mi invitava a seguire facendomi povero ?
    Penso proprio che Lui, che ben conosce la "miseria" materiale e morale dell'uomo non facesse distinzione alcuna. Mi invitasse a essere con loro in tutto e per tutto ponendomi all'interno dello "scandalo" della sua venuta della sua "buona novella". Si ! Perchè siamo poco, se non per niente, Cristiani quando non sappiamo dare "scandalo", quando pensiamo che il passo del Vangelo nel quale Gesù dice "le prostitute e i Farisei vi precederanno in Paradiso" sia stata una "svista", quando pensiamo che noi siamo senza peccato quando ci infastidiamo della "diversità" degli altri e ci beiamo del nostro essere persone a modo, stimati e riveriti socialmente o ancora peggio ci limitiamo a "sopravvivere" non "infastidendo" ma compiendo il nostro "dovere" di cittadini dimenticando che abbiamo un COMANDAMENTO da Cristiani.
    Abbiamo addormentato le nostre coscienze, ci muoviamo quotidianamente distogliendo lo sguardo dalla "spazzatura umana" che è intorno a noi.
    E' su questo comportamento che saremo giudicati, sul come avremo visitato Cristo carcerato ed ammalato, sul come avremo sfamato Cristo che urlava per la fame e per la sete di cibo e di giustizia. A chi accusa gli extracomunitari di essere: "banditi che devono essere incarcerati", che imbonisce le anime e le coscienze turbate dai mali veri della società indicando quale unico colpevole l'extracomunitario o il povero dico, perchè da Sacerdote ho il dovere della verità, che il male del nostro tempo stà altrove, in altri uomini, in altri palazzi e non nei tuguri, nelle stazioni o sotto i ponti o nei campi degli Zingari. La loro condizione è solo il prodotto del nostro silenzio, della nostra connivenza, del nostro poter pensare che basti "non fare nulla di male" andare in chiesa la domenica per salvare l'anima.
    Non si può urlare la richiesta di legalità senza coniugarla con la giustizia e la solidarietà.
    Fuori da questa idea si è fuori da Cristo !
    Non si è Cristiani, non si è Sacerdoti veri che annunciano il Vangelo di Cristo, non c'è salvezza dell'anima.
    Non devo essere io a darvi le direttive comportamentali, interrogate la vostra coscienza ( la mia brucia per ciò che non riesco a fare ) e se può aiutarvi leggete i passi dei Padri che, giornalmente vi offrirò da leggere su questo tema.
    I diritti dei poveri

    La misericordia è parte della giustizia. Questo significa che se tu, animato da misericordia, intendi dare ai poveri, ebbene, agendo così, non fai più di quanto non richieda la giustizia, secondo quanto dice la Scrittura: "Distribuì, diede ai poveri; la sua giustizia rimane per sempre" (cfr. Sal 111,9). Perché è ingiusto che colui che è completamente uguale a te, non sia aiutato dal suo simile, soprattutto in considerazione del fatto che il nostro Signore Iddio volle che questa terra fosse possesso comune di tutti gli uomini, e diede frutti a vantaggio di tutti loro; ma l'avidità divise i diritti delle proprietà. Pertanto, è giusto che, se rivendichi per te, come bene privato, qualcosa di quanto è comune a tutto il genere umano..., almeno riparti tra i poveri qualcosa di esso, perché tu non abbia a negare il sostentamento a quelli che partecipano dello stesso diritto di cui godi tu... Vi rendete conto che ci muoviamo tra molte immagini di Cristo? Dunque, attenti a non dare la sensazione che noi spogliamo queste immagini della corona che Cristo stesso ha posto su ciascuno. Facciamo in modo di non togliere niente a colui al quale dobbiamo viceversa dare. E noi, tuttavia, anziché agire così, non solo non onoriamo i poveri, ma addirittura li disonoriamo, li annientiamo, li perseguitiamo, e neppure ci rendiamo conto del fatto che, ogni volta che crediamo di poter recare loro danno, noi causiamo quelle ingiurie all'immagine di Dio. Chi si fa beffe del povero, irrita colui che il povero creò. E verrà il giorno in cui questi dirà: "Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare" (Mt 25,42)... Per la qual ragione poniamo tutto il nostro impegno nel non causare alcun oltraggio a qualunque di questi piccoli, perché il Signore non senta che è lui che ingiuriamo in costoro. Ambrogio in Esposizione del Salmo 118: in PL 15,1372.1410-1411 È buona la misericordia che rende gli uomini perfetti, perché imita il Padre perfetto. Non c'è nulla che dia pregio all'anima cristiana quanto la misericordia: la si esercita in primo luogo nei confronti dei poveri, col giudicare come comune ciò che dà la terra e ciò che produce la natura per l'uso di tutti, col distribuire tra i poveri quanto si possiede, e con l'aiutare i propri compagni e consimili.
    Ambrogio in I doveri dei ministri: in PL 16,38

    + Nicola, peccatore dinanzi a Cristo ed agli uomini

  2. #2
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    Predefinito IL RE ACAB - PARADIGMA DEI RICCHI

    Torno, amici carissimi, con un'altra pagina del Santo Ambrogio di Milano sulla questione ricchi. penso proprio che questa lettura, se debitamente meditata, rimurginata e compresa possa essere un ulteriore stimolo al comprendimento ed al conseguente comportamento Cristiano.

    Il re Acab, paradigma dei ricchi (cfr. 1Re 21)

    La storia di Nabot è accaduta molto tempo fa, ma si rinnova tutti i giorni. Qual è il ricco che non ambisce di continuo alle cose altrui? Qual è il ricco che non aspira a strappare al povero il suo piccolo possesso e a invadere i confini dell'eredità dei suoi antenati?
    Chi si contenta di ciò che ha?
    Chi non viene eccitato nella propria cupidigia dal possesso del vicino?
    Non c'è stato solo un Acab; tutti i giorni Acab nasce di nuovo, e mai si estingue il suo seme in questo mondo...
    Ah, ricchi!
    Fino a dove aspirate a portare la vostra insensata cupidigia? Siete forse gli unici abitanti della terra?
    Per quale ragione voi espellete dai loro possessi quelli che hanno la vostra stessa natura, e rivendicate per voi soli il possesso di tutta la terra?
    La terra è stata creata in comune per tutti, ricchi e poveri: perché dunque vi arrogate il diritto esclusivo del suolo?
    Nessuno è ricco per natura, dal momento che questa tutti li genera egualmente poveri; veniamo al mondo nudi e senza oro né argento...
    La natura non fa distinzioni tra gli uomini, né al momento della nascita né in quello della morte.
    Tutti allo stesso modo li genera; e tutti, allo stesso modo, li riceve nel seno del sepolcro.
    Puoi forse stabilire delle classi tra i morti?
    Forza, scava nei sepolcri, e vedi se ti è possibile distinguere il ricco. Dissotterra una tomba, e vedi se riesci a riconoscere il bisognoso.
    Forse è possibile fare una distinzione, solo perché, insieme con il ricco, sono molte più cose a imputridire...
    Tu forse pensi in cuor tuo che, almeno finché sei in vita, possiedi, questo sì, cose in abbondanza.
    Ah, uomo ricco! Non immagini quanto sei povero e quanto bisognoso divieni, per stimarti ricco!
    Quanto più possiedi, più desideri.
    E se anche riuscissi ad acquistarti tutto quanto, seguiteresti nondimeno a essere indigente. Perché, con il lucro, l'avidità brucia sempre più forte, anziché estinguersi.
    Il ricco è tanto più tollerabile, quanto meno possiede...
    E voi, ricchi: togliere agli altri ciò che posseggono.
    Questo lo desiderate più ancora che possedere. Vi preoccupate più di spogliare i poveri che del vostro stesso reale vantaggio.
    Ma perché vi attraggono tanto le ricchezze della natura?
    Il mondo è stato creato per tutti, e voi, taluni pochi ricchi, vi sforzate di riservarvelo per voi soli. E non è questione solo della proprietà della terra: fino allo stesso cielo, l'aria e il mare, tutto reclamano per il proprio uso tal uni pochi ricchi...
    Voi, ricchi, tutto strappate ai poveri, e non lasciate loro nulla; e ciò nondimeno, la vostra pena è maggiore della loro...
    Siete voi in persona, per la vostra passione, a patire tribolazioni pari a quelle della stessa povertà.
    I poveri, per davvero, non hanno di che vivere.
    E voi non usate le vostre ricchezze, né le lasciate usare agli altri. Tirate l'oro fuori delle vene dei metalli, ma poi lo nascondete nuovamente. E quante vite rinchiudete insieme con quell'oro!
    lo in persona ho visto come veniva detenuto un povero, per costringerlo a pagare ciò che non teneva; ho visto come lo incarceravano, perché era mancato il vino dalla mensa del possidente; ho visto come metteva all'asta i propri figli, per differire il momento della condanna. Con la speranza di trovare chi lo possa aiutare in questa situazione di necessità, il povero ritorna alla propria casa e vede che non c'è speranza, che ormai non gli resta niente da mangiare. Piange un'altra volta la fame dei suoi figli, e si duole di non averli piuttosto venduti a colui che avrebbe potuto dare loro di che vivere. Ci pensa su ancora una volta, e prende la decisione di vendere qualcuno dei suoi figli. Ma il suo cuore si lacera tra due sentimenti opposti: la paura della miseria e l'affetto paterno. La fame gli reclama il denaro, la natura gli richiede di compiere il proprio dovere di padre. Molte volte ha preso la decisione di andare a morire insieme con i suoi figli, piuttosto che staccarsi da essi. E altrettante volte è ritornato sui suoi passi. Tuttavia, ora ha finito col vincere la necessità, non l'amore; e la stessa pietà ha dovuto cedere dinanzi al bisogno. Dio ti concede la prosperità proprio perché tu non possa accampare scuse di fronte all'obbligo di vincere e condannare la tua avarizia. Ma quanto egli ha fatto sorgere, per mezzo tuo, a vantaggio di molti, tu intendi riservartelo per te solo, o, per meglio dire ancora, intendi perderlo per te solo: poiché tu stesso guadagneresti di più nel condividerlo con gli altri, dal momento che la grazia della liberalità la riceve chi è d'animo liberale...
    Mi replicherai ciò che voi ricchi siete soliti dire: che non si deve soccorrere chi Dio, lui per primo, maledice e vuole che patisca la necessità.
    E io ti dico che i poveri non sono maledetti, dal momento che sta scritto:
    "Beati i poveri, perché di essi è il regno dei cieli" (cfr. Mt 5,3).
    E non del povero, ma del ricco, dice la Scrittura: "Maledetto sia colui che riceve l'interesse per il grano" (cfr. Pr 11,26).
    D'altra parte, non tocca certo a te giudicare i meriti di ciascuno. Perché è proprio della misericordia non considerare i meriti ma aiutare nel bisogno; soccorrere il povero e non esaminare la sua giustizia. Poiché sta anche scritto:
    "Beato chi ha cura del bisognoso e del povero" (cfr. Sal 41[40],2). E chi è colui che ne ha cura?
    Ebbene, è chi ne ha compassione; chi comprende che quello è partecipe della sua stessa natura; chi sa che tanto il ricco come il povero sono stati fatti dal medesimo Dio; chi crede che destinare parte dei propri guadagni per i poveri sia la maniera conveniente di benedirli...
    La Scrittura, come dipinge bene i modi di fare dei ricchi!
    Si rattristano, se non possono rubare l'altrui; cessano di mangiare e digiunano, e non per riparare il proprio peccato, ma solo per preparare le proprie ribalderie. E talora li vedrai pure venire in chiesa, tutti compiti, umili, assidui, per ottenere che i loro delitti abbiano una buona riuscita. Ma Dio dice loro: "Non è questo il digiuno che mi aggrada.
    Sai qual è il digiuno che io voglio?
    Sciogliere le catene inique, liberare gli oppressi, spezzare ogni giogo iniquo, dividere il pane con l'affamato, accogliere nella propria casa chi è senza tetto... ". [Segue l'intera lunga citazione di Is 58].
    Quanto dai al bisognoso, è un guadagno anche per te stesso. Quanto riduce il tuo capitale, accresce in realtà il tuo profitto.
    Il pane che dai ai poveri, è esso ad alimentarti.
    Perché chi prova compassione per il bisognoso, coltiva se stesso con i frutti della propria umanità.
    La misericordia, la si semina sulla terra, ma è in cielo che germoglia.
    La si pianta nel povero, ma è in Dio che la si moltiplica...
    Perché tu, al povero, non dai del tuo, ma semplicemente restituisci del suo.
    Perché ciò che è comune ed è stato creato per l'uso da parte di tutti, ebbene, di questo, ora tu solo ne stai usando.
    La terra è di tutti, non soltanto dei ricchi.
    Ma sono molto più numerosi quelli che non ne godono di quelli che ne sfruttano.
    Quando tu aiuti, dunque, non dai gratuitamente quel che non sei tenuto a dare, ma ti limiti a pagare un debito...
    Voi, viceversa, denudate gli uomini e rivestite le vostre pareti.
    Il povero nudo geme alla tua porta, e tu non ti degni di guardarlo in faccia, preoccupato come sei solamente dei marmi con cui ti appresti a ricoprire i tuoi pavimenti.
    Il povero ti domanda il pane e non lo ottiene, mentre i tuoi cavalli rodono l'oro del freno sotto i loro denti.
    Che severo giudizio stai preparando per te stesso, oh ricco!
    Il popolo ha fame e tu chiudi i tuoi granai. E' povero sul serio colui che ha i mezzi per liberare tante vite dalla morte e non lo fa! Le pietre del tuo anello avrebbero potuto salvare le vite di un intero popolo.
    E' il proprietario che deve essere signore della proprietà, non la proprietà signora del proprietario!
    Ma chiunque usa del patrimonio di cui dispone a proprio arbitrio, e non sa dare con larghezza né ripartire con i poveri, costui è servo dei propri averi, anziché signore di essi. Perché guarda alle ricchezze altrui come se fosse un domestico, e non usa di esse come se fosse un signore.
    Ambrogio in Naboth l'israelita: in PL 14,765ss



    + Nicola, in meditante silenzio ( tace per implorare: perdono ! )

  3. #3
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    Red face Buona Domenica !

    E' notte mentre vi scrivo questa terza parte del lavoro promesso.
    Un povero prete ha tante di quelle cose da fare, e non riesce a farle tutte, se tenta di essere realmente al servizio della Santa Chiesa di Dio.
    Se poi si tiene conto dei pochissimi mezzi della Chiesa Ortodossa ogni possibile critica diviene inutile.
    Avete mai riflettuto sulla frase d'uso comune: "povero me", vi siete mai chiesti il perchè per esternare una condizione di impotenza assoluta si faccia ricorso all'invocarsi "povero"?
    Bene se non lo avete fatto sino ad oggi, pensateci. Quante volte lo abbiamo detto, in senso figurato, per rendere meglio la nostra condizione e perchè non ci siamo interessati - a fondo - dei poveri.
    Oggi che è domenica e tutti ci recheremo "in Chiesa", prima di accostarci alla Santa Comunione interroghiamo la nostra coscienza sull'interesse che abbiamo non solo verso i poveri ma sul nostro agire affinchè ogni povertà - morale e materiale - sia sconfitta.
    Sono pochissime le cose contro le quali un cristiano può essere -essere contro qualcosa o qualcuno non è del Cristiano - ma, certamente, la povertà è una di quelle poche occasioni nelle quali il Cristiano vero, quello che non si dichiara ma è, vivendo il Vangelo, può e deve essere.
    La vostra azione contro la povertà non sia pietistica, non sia di facciata ma una vera e propria scelta Evangelica contro questo peccato dell'uomo e del mondo.

    I beni della Chiesa sono per i poveri, non per gli edifici


    Colui che inviò senza oro gli apostoli (cfr. Mt 10,9) fondò anche la Chiesa senza oro.
    La Chiesa possiede oro non per tenerlo custodito, ma per distribuirlo e soccorrere i bisognosi.
    Dunque, che bisogno c'è di conservare ciò che, se lo si custodisce, non è in alcun modo utile?
    .. Non è forse meglio che i sacerdoti, sempre che non ci siano altre richieste, fondano l'oro per il sostentamento dei poveri, piuttosto che di esso s'impadroniscano sacrilegamente i nemici? Forse non ci dirà il Signore: "Perché avete tollerato che tanti poveri morissero di fame, quando possedevate oro con il quale procurarvi cibo da dare loro? Perché tanti schiavi sono stati venduti e maltrattati dai nemici, senza che nessuno si sia dato da fare per riscattarli? Meglio sarebbe stato conservare i tesori viventi che non i tesori di metallo!". Questi argomenti sono irrefutabili. Dunque, che potresti mai obiettarmi? Forse che temi che possa così mancare l'ornamento degno del tempio di Dio? Il Signore allora ti replicherà: "I misteri della fede non richiedono oro, e ciò che si può comprare con l'oro, neppure acquista maggiore dignità con l'oro". L'addobbo dei sacramenti è la redenzione, ossia il riacquisto, dei prigionieri. Vasi autenticamente preziosi sono quelli che servono a redimere gli uomini dalla morte. Tesoro vero è quello che realizza ciò che il Signore operò col proprio sangue. E un calice è vera coppa del sangue del Signore solo quando entrambi, la coppa e il sangue, rendono visibile la redenzione, di modo che il calice riacquisti dal nemico colui che il sangue ha redento dal peccato. Quando un gruppo di prigionieri è stato redento, ossia riacquistato, dalla Chiesa, come è bello poter dire: costoro Cristo li ha redenti! Qui solo possiedi dell'oro autenticamente saggiato: l'oro utile, l'oro di Cristo che libera dalla morte. Con questo oro persino il pudore si recupera, persino la castità si facilita.

    Ambrogio in I doveri dei ministri: in PL 16,148-149

    + Nicola che chiede le vostre preghiere

  4. #4
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    Question Mai attuale come ora

    La prima volta che lessi il passo che segue non avrei mai pensato che potesse divenire attualissimo.
    In questa nostra società: impazzita, che ha perso, da tempo, un vero contatto con la Fede, che rinnega quegli stessi valori di solidarietà che ha invocato quando erano i nostri connazionali ad emigrare. In poche parole che è divenuta egoista e solitaria, che non riconosce nessun valore morale quale fondamento del proprio essere, che allunga lo sguardo altrove ma non sull'ultimo. Le parole di Ambrogio tuonano quale monito a tutti coloro che pensano di poter servire Dio quale entità astratta dimenticando che è "nel prossimo", brutto, sporco extracomunitario e zingaro che dobbiamo servirlo.
    Tuoni qual si voglia Comunìtà o Chiesa contro coloro che perseguitano lo straniero, che si riuniscono in comitati anti-extracomunitari ed invocano il loro "sacrosanto diritto" a giustificazione del proprio peccato.

    Non si devono affatto approvare coloro
    che scacciano dalla città gli estranei


    --------------------------------------------------------------------------------


    Non si devono affatto approvare coloro che scacciano dalla città gli estranei, li allontanano proprio nel tempo in cui dovrebbero aiutarli, li estromettono dalla vita della città, negano loro i beni prodotti dal suolo per tutti, spezzano rapporti comuni ormai consolidati.
    Con quelli che avevano prima comuni diritti, non vogliono più dividere i sussidi necessari.
    Le fiere non cacciano le fiere, e l'uomo allontana l'uomo.
    Le bestie ritengono comune a tutti il vitto offerto dalla terra.
    Esse aiutano gli individui della propria specie, e l'uomo li combatte; egli che non dovrebbe considerare estraneo a sé tutto ciò che in qualche modo è umano. Quanto più retto il modo di agire di un prefetto dell'Urbe! Mentre la fame tormentava la città e, come avviene in questi casi, il popolo chiedeva che si allontanassero gli stranieri egli, già avanzato in età e più di ogni altro preoccupato, data la sua carica, convocò i cittadini più ricchi e più in vista e chiese loro di decidere pubblicamente, ricordando quanto fosse grave allontanare gli stranieri e come sia togliere all'uomo la propria umanità negare il cibo a chi muore di fame. Non sopportiamo che i cani restino digiuni presso la nostra tavola, e ne allontaniamo gli uomini. Ricordò quanto fosse inutile la morte di tanti popoli oppressi dalla carestia, e quanto fosse inutile per la città che morissero tanti uomini, i quali prima le erano di aiuto o nella produzione di beni di consumo o nel loro commercio.
    A nessuno giova la fame altrui: si possono protrarre i giorni tutt'al più, non togliere il bisogno. Anzi, con la morte di tanti lavoratori, con la sparizione di tanti agricoltori, ne avrebbe sofferto per sempre il vettovagliamento.
    Noi dunque allontaniamo e non vogliamo nutrire nella carestia questi che ci hanno sempre nutrito; e quanti sono i servizi che in questo stesso tempo essi ci prestano!
    Non di solo pane vive l'uomo (Dt 8,3).
    Sono la nostra famiglia, sono nostri parenti: rendiamo loro ciò che abbiamo ricevuto. Ma temiamo che il bisogno ci opprima. Anzitutto la misericordia non è mai un danno, ma un aiuto.
    Poi le vettovaglie necessarie per loro, compriamole a prezzo d'oro, facendo una colletta. Se questi vengono a mancarci, pensiamo forse di trovare altri agricoltori? Quanto è più facile mantenere che comprare i lavoratori! E dove potrai un giorno trovarli, come potrai rimpiazzarli? E aggiungi, se pur li trovi, che non li conosci, che sono di costumi diversi, che puoi calcolarne il numero, non puoi certo calcolarne la laboriosità. Non aggiungo altro. Si fece una colletta, si comprò il frumento. Così non diminuirono le scorte della città e si poterono mantenere gli stranieri. E quanto valse agli occhi di Dio l'opera di quel vecchio santo quanta gloria gli procurò davanti agli uomini! Davvero fu benemerito del suo ufficio, perché poté dire all'imperatore, mostrandogli tutto il popolo della provincia: Tutti questi io ti ho conservato; essi vivono per l'interessamento del tuo senato, la tua curia li ha strappati dalla morte. Quanto più utile ciò di quanto avvenne recentemente a Roma: furono cacciati dalla città, pur così grande, anche quelli che tanti anni avevano in essa trascorsi; se ne andarono piangendo con i loro figli. E si pianse la loro partenza, come se fossero stati cittadini. Furono interrotti rapporti di anni, furono stroncate parentele! Eppure ci si aspettava un anno fertile. Solo alla città l'approvvigionamento di frumento era per il momento difficile. Ci si poteva aiutare, se si fosse chiesto frumento agli itali, i cui figli invece si allontanavano. Nulla è più vergognoso che allontanare qualcuno come estraneo, cacciare via direi quasi il proprio fratello. Perché cacci chi si nutre del suo? Perché allontani chi nutre te stesso? Tieni lo schiavo, e cacci il fratello? Ricevi il frumento, e non ne serbi il ricordo? Esigi il vitto, e non ne sei grato? Che sconcezza e inutilità in tutto ciò! Come può essere utile ciò che è sconveniente?

    Ambrogio, I doveri, 3,45-50

    E chi ha orecchie per intendere, intenda !

    + Nicola

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    Predefinito S. Giovanni Crisostomo

    Lasciamo S. Ambrogio e passiamo a Giovanno Crisostomo.
    Anche lui ci esorta a riflettere sull'opzione poveri.
    In questi giorni con i reverendi Monaci della nostra Comunità di Abbiategrasso e con i Parrocchiani ci siamo soffermati sulle stesse letture che vi si offrono in questo spazio.
    E', ancora una volta, un'esortazione a scoprire cosa Il Cristo chieda a chi afferma di essere Cristiano e poi vive nello scandalo e nella contraddizione.
    Sono quanti si professano Cristiani e poi vivono in pieno contrasto con il Vangelo i PUBBLICI PECCATORI !
    Non i poveri disgraziati spinti da situazioni involontarie o dalle pressioni della vita ad offendere Dio nella sua Parola.

    ************************************************** **
    Ecco i poveri dinanzi ai vostri occhi


    Ora, la Chiesa possiede terre, case, affittanze, carri, muli e molti altri simili beni materiali, costretta a ciò dalla vostra crudeltà. Converrebbe, infatti, che questo tesoro della Chiesa fosse nelle vostre mani e che essa ne ricevesse il frutto dalla vostra buona volontà e generosità.
    Ora, invece, dal possesso di tali beni derivano due assurdi inconvenienti: voi rimanete senza frutti, e i sacerdoti di Dio trattano cose che non sono di loro competenza.
    Non era forse possibile che case e campi rimanessero in possesso degli apostoli?
    Perché allora essi li vendevano, e distribuivano il ricavato?
    Perché ciò era la cosa migliore.
    Ora, al contrario, un grave timore ha preso i vostri padri. Essendo voi dominati da un furioso e smodato desiderio dei beni temporali e occupati a raccogliere senza seminare, la moltitudine delle vedove, degli orfani e delle vergini finiva col morire di fame: perciò essi sono stati costretti ad avere dei beni. Essi non volevano darsi a questi traffici poco onorevoli, ma desideravano che la vostra buona volontà costituisse un capitale, da cui poter raccogliere i frutti, mentre essi si sarebbero dedicati esclusivamente alla preghiera. Voi, invece, li avete obbligati a imitare coloro che si occupano di uffici pubblici e di affari privati: di qui si è prodotta una confusione senza limiti. Se, infatti, anche noi come voi ci occupiamo degli stessi affari terreni, chi placherà Dio? Per questo non possiamo aprire bocca: gli ecclesiastici, in pratica, non sono per nulla migliori degli uomini di mondo. Non avete sentito che gli apostoli non accettarono neppure di distribuire essi stessi il denaro raccolto senza tanti traffici? Oggi, invece, i vescovi sono schiacciati dalle preoccupazioni materiali ancor più degli amministratori, degli economi, dei commercianti e, mentre dovrebbero occuparsi ed essere solleciti unicamente delle vostre anime, sono presi dalle stesse attività e dagli stessi affanni per cui si agitano gli esattori delle imposte, gli agenti del fisco, i ragionieri, i sovrintendenti alle finanze: per queste cose ogni giorno si rompono la testa. Non dico ciò semplicemente per lamentarmi, ma perché avvenga qualche cambiamento in meglio e s'introduca qualche rimedio; perché noi, sottoposti come ora siamo a così dura schiavitù, riusciamo a ottenere un po' di misericordia e voi siate per la Chiesa la sua rendita e il tesoro. Se voi non volete, ecco i poveri dinanzi ai vostri occhi: quanti noi potremo soddisfare, non tralasceremo di nutrire; ma quelli che non riusciremo ad assistere, li invieremo a voi, onde evitarvi di udire in quel tremendo giorno le parole rivolte a quanti non hanno avuto misericordia e si sono comportati con crudeltà: Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare (Mt 25,42). Certo, questa disumanità rende anche noi ridicoli insieme a voi. Trascurando infatti le preghiere, l'insegnamento e ogni altra attività sacra, alcuni uomini della Chiesa passano tutto il tempo in discussioni coi mercanti di grano, con i commercianti di vino, e con i venditori di altre derrate. Di qui sorgono liti e contrasti, e s'intrecciano ogni giorno le più varie e grossolane ingiurie. Ecco donde provengono quei nomi attribuiti a ciascun sacerdote, nomi che si addicono piuttosto agli affari mondani che essi trattano. Dovrebbero, al contrario, essere chiamati solo con i nomi derivanti da quelle attività stabilite dagli apostoli: cioè dal sostentamento dei poveri, dal patrocinio degli offesi, il ricovero dei pellegrini e degli stranieri, l'aiuto agli oppressi, l'assistenza agli orfani, la difesa delle vedove, la protezione delle vergini. Ecco gli uffici che dovrebbero essere assegnati ai sacerdoti, in luogo dei preoccupanti impegni relativi a terreni e a costruzioni. Questi sono i cimeli della Chiesa; questi i tesori che più le si addicono e che a noi procurano grande facilità nell'assistenza, a voi vantaggio, anzi facilità e vantaggio insieme. Per la grazia di Dio io calcolo infatti che le persone che si riuniscono qui siano circa centomila; orbene, se ciascuno desse un pane a ogni povero, tutti sarebbero nell'abbondanza, e se ciascuno si privasse soltanto di un obolo, nessuno sarebbe povero, e noi sacerdoti non saremmo più esposti a tanti biasimi e scherni che ci tiriamo addosso per il nostro attaccamento ai beni materiali. Sarebbe opportuno ripetere oggi ai sacerdoti, riguardo ai beni della Chiesa, ciò che il Signore disse un giorno: Vendi le tue ricchezze, e dalle ai poveri, e seguimi (Mt 19,21). Non è possibile altrimenti seguire il Signore come si deve, se non siamo liberi da ogni preoccupazione troppo grossolana e terrena. Ora, invece, i sacerdoti di Dio assistono alla vendemmia e alla mietitura e si danno un gran da fare per l'acquisto e la vendita dei prodotti. I sacerdoti giudei, il cui servizio di culto era rivolto semplicemente all'immagine delle realtà attuali, erano esenti da tutte queste attività, nonostante si dedicassero a una liturgia alquanto carnale. Noi che siamo chiamati invece a entrare nello stesso santuario dei cieli e penetriamo nel vero Sancta sanctorum, ci sobbarchiamo alle preoccupazioni e agli affanni dei commercianti e degli uomini d'affari. Ecco donde derivano la grave trascuratezza delle Scritture, la tiepidezza dello spirito d'orazione, l'atrofia di tutta la vita spirituale. È impossibile, infatti, che l'uomo si divida tra le cure terrene e gli impegni spirituali, dedicandosi a entrambi con adeguato impegno. Ecco perché vi prego e vi scongiuro di far scaturire sempre e ovunque per noi abbondanti sorgenti e di far diventare la vostra aia e il vostro torchio uno stimolo per noi: così i poveri saranno più facilmente nutriti, Dio sarà glorificato, e voi, progredendo sempre più nelle opere di misericordia, otterrete anche i beni eterni, che io auguro a noi tutti di possedere un giorno per la grazia e l'amore di Gesù Cristo, nostro Signore.

    Crisostomo Giovanni, Commento al Vangelo di san Matteo, 85,3-4

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    + Nicola

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    Cool niente ferie, torno con un'infuocata omelia di S. Giovanni Crisostomo

    Mi si scusi se mi sono allontanato da voi ma gli innumerevoli impegni, e non le ferie, mi hanno costretto all'assenza.
    Torno a voi con un'omelia di S. Giovanni Crisostomo che, nell'occasione si trovò a commentare la prima lettera a Timoteo.
    Non voglio premettere nulla alle parole di fuoco del Santo Padre invito voi tutti e soprattutto me stesso a riflettere su una domanda, almeno per me, retorica, se l'omelia del Crisostomo è perfettamente attuale oggi come ieri è proprio possibile che l'uomo dopo duemila anni di Cristianesimo non sia cambiato ?



    Ingiustizia originale della ricchezza


    --------------------------------------------------------------------------------


    Ingiustizia originale della ricchezza Ma per favore, ditemi: da dove vi derivano le vostre ricchezze?
    Da chi le avete ricevute?
    "Dai miei nonni, tramite mio padre".
    Ebbene, sareste capaci di risalire a ritroso lungo la storia della vostra famiglia, e dimostrare che quanto possedete, lo possedete secondo giustizia?
    La verità è che non ne siete capaci. Il principio e la radice sono sempre, per forza, l'ingiustizia.
    Perché?
    Perché in principio Dio non fece ricco uno e povero un altro, né prese uno e gli diede grandi giacimenti auriferi, privando un altro dei benefici derivanti da questo rinvenimento.
    Nossignore.
    Dio pose al cospetto di tutti la medesima terra.
    E com'è che di questa, pur essendo comune a tutti, tu ora ne possiedi ettari ed ettari, e quell'altro neanche una zolla? "Li ho ereditati da mio padre!", mi replichi. "E lui, a sua volta, da chi li aveva ricevuti?". "Dai suoi antenati".
    In realtà, è necessario che risaliamo ad ancor prima, giungendo fino al principio... Ma supponiamo che la ricchezza di cui ora tu disponi non sia frutto di ingiustizia, né di qualsivoglia rapina, e che tu non sia in alcun modo responsabile di quel che ha rubato tuo padre.
    In questo caso, ciò che possiedi è comunque frutto di rapina, per quanto non sia stato tu a rubare.
    Ma ancora: supponiamo poi che non sia stato neppure tuo padre a rubare, ma che il suo denaro sia come d'improvviso scaturito da un punto della terra che nemmeno conosciamo. Ci è sufficiente perché possiamo dire che la ricchezza è buona? No di certo. Voi mi replicherete: "Ma neppure per dire che è malvagia!".
    Non è malvagia solo se tu non sei avaro e ne dai ai bisognosi.
    Molto bene: e non è forse male che uno solo possegga quelli che sono beni del Signore e che uno solo goda di quanto è comune? Non dice infatti la Scrittura: "Del Signore è la terra e tutto quanto contiene" (Sal 24[23],l)? Perché, se quel che possediamo appartiene al comune Signore, allora appartiene anche a quanti sono suoi servi, che è il caso nostro. Ciò che è di Dio, è tutto comune.
    Non ti rendi conto che questo stesso è l'ordine stabilito nelle grandi case? A tutti si dà la medesima razione di cibo, poiché esce dai granai del padrone.
    La dimora del signore è aperta nella stessa misura a tutti i servitori.
    Comuni sono pure tutte le realtà dell'impero: le città, le piazze, i passeggi, non sono forse cose comuni a tutti? E non ne partecipiamo tutti in eguale misura?

    Crisostomo Giovanni in Omelia 12 sulla prima Lettera a Timoteo

    + Nicola

 

 

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