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155^ FESTA DEI POPOLI DELLA MITTELEUROPA "
nella tradizione del genetliaco imperiale
Cormòns - Giassico
14-17 Agosto 2003
Giovedì 14 Agosto:
ore 18,30 Brazzano - Cimitero militare
Cerimonia in memoria di tutti i caduti e le vittime delle guerre fratricide europee
ore 21,00 Cormons - Piazza del Municipio
Concerto inaugurale
Venerdì 15 Agosto:
ore 17,00 Broilo di Giassico
Apertura ufficiale della "155^ Festa dei Popoli della Mitteleuropa"
dalle ore 17,30 Borgo di Giassico
Musica di strada, Concerto bandistico e Ballo popolare
Sabato 16 Agosto:
ore 17,00 Broilo di Giassico
Apertura della festa
dalle ore 17,30 Borgo di Giassico
Musica itinerante di strada e Concerti bandistici
ore 19,00 Broilo di Giassico
Cerimonia di consegna delle Croci della Mitteleuropa
dalle ore 19,30 Broilo di Giassico
Spettacolo folkloristico e Ballo dei popoli della Mitteleuropa
ore 23,00 Broilo di Giassico
Tradizionale estrazione della tombola
Domenica 17 Agosto:
ore 9,00 Cormons
Raduno in piazza Libertà dei gruppi provenienti dal Friuli, da Trieste, dall'Austria, dalla Slovenia, dall'Ungheria, dalla Repubblica Ceca, da Treviso, dal Cadore, dal Sud-Tirolo
Concertino
ore 10,00 Cormons
Corteo dei Gruppi in costume
ore 11,00 Cormons
S.Messa solenne per l'unità europea
ore 12,00 Cormons
Saluto delle Autorità in Piazza del Municipio
ore 13,30 Broilo di Giassico
Convivio dei popoli della Mitteleuropa
dalle ore 15,00 Broilo di Giassico
Concerti bandistici
Musica itinerante di strada e di osteria
Canti tradizionali e cori spontanei
Spettacoli di musica e folklore
Ballo popolare
ASSOCIAZIONE CULTURALE MITTELEUROPEA
via San Francesco, 34 33100 Udine Tel e Fax 0432.204269 E-mail: segret.mitteleuropa@libero.it
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http://www.mitteleuropa.it/
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Tutti a Giassico, nel nome dell'Imperatore
Il 18 agosto del 1830 nasceva Francesco Giuseppe I d'Asburgo-Lorena, che a soli 18 anni diventerà imperatore e regnerà a Vienna fino alla morte, nel 1916. La ricorrenza di quella nascita viene oggi celebrata a Giassico (un villaggio che fa parte del comune di Cormons, in provincia di Gorizia) nel corso una festa che durerà fino a domenica e che vedrà giungere in Friuli molti neo-austriacanti.
C'è una frase di Joseph Roth, e proprio nel suo romanzo più noto (La cripta dei cappuccini), la quale restituisce bene l'universo storico da cui trae origine una manifestazione come quella di Giassico: "L'anima dell'Austria non è il centro, ma la periferia". Essa torna alla mente di fronte a un evento culturale che, ogni anno, conduce in questo borgo situato sul confine italo-sloveno frotte di friulani, galiziani, ungheresi, trentini, cechi, lombardi e slovacchi, tutti riuniti a ricordare l'imperatore Cecco Beppe e - con lui - quella Felix Austria che scomparve nel 1918. Non è a Vienna, infatti, che si festeggia il genetliaco di chi resse l'impero per quasi settant'anni, ma in una contrada goriziana: ora periferia dell'Italia dopo essere stata periferia della Cacania (per usare l'espressione coniata da Robert Musil per indicare l'impero austro-ungarico).
Il "festival dei nostri popoli" in onore dell'imperatore Francesco Giuseppe rappresenta la più clamorosa iniziativa che gli ammiratori della vecchia Austria - riuniti nell'Associazione Culturale Mitteleuropa - hanno creato per far riemergere le ragioni e la grandezza di istituzioni, personalità ed episodi storici che nessuna retorica risorgimentale riuscirà a cancellare. E che oggi, nella crisi degli Stati nazionali, tornano alla luce.
Nei giorni scorsi Quirino Principe ha scritto che, dopo essere stato imbottito di molte menzogne sull'Austria sui banchi di scuola, si accorse presto "dalle memorie del contesto familiare, cittadino e regionale che l'uomo impegnato a reggerci 'con saggio amor' (come diceva una canzone popolare del tempo, ndr) non era ricordato come un oppressore". E questa esperienza è stata fatta da molti altri e in molti differenti contesti.
La festa di Giassico, insomma, è soprattutto l'occasione per riconsiderare la storia di tante terre che il nazionalismo e la "ragion di Stato" hanno strappato dalla proprie tradizioni e dalle proprie radici.
Come è possibile che, a decenni di distanza, ci sia ancora chi nutre nostalgia per un uomo austero come l'imperatore Francesco Giuseppe e per quel mondo austroungarico ormai tanto remoto? Come mai, insomma, c'è chi rimpiange quell'antica monarchia asburgica che riuniva al proprio interno popoli così diversi?
Le ragioni sono numerose e, tra di esse, una è eminentemente culturale. Fin dagli anni Settanta, infatti, si è assistito ad una sorta di Wien Renaissance. I testi fondamentali di Schorske e di Johnston, ma soprattutto il crescente successo di autori come Roth, Musil e Kafka hanno obbligato a considerare ciò che univa esperienze intellettuali tra loro tanto diverse, ma accomunate da un'epoca e da un luogo: la Mitteleuropa tra fine Ottocento e primo Novecento.
Durante l'epoca moderna, d'altra parte, non si era mai assistito ad una tale concentrazione di personalità geniali e innovative. Freud, Doderer, Klimt, Schumpeter, Husserl, Schönberg, Kokoschka, Mahler, Loos, Schnitzler, Hayek, Webern, Wittgenstein, Popper, Broch, Mises, Kelsen: questi nomi non rappresentano che una parte dell'insieme di autori "austriaci" che hanno cambiato la cultura occidentale con la scoperta dell'Es, con la rottura dell'ordine musicale tonale, con la critica dell'economia socialista, con le teorie del positivismo giuridico e dell'empirismo logico, ecc.
In quegli anni, Vienna seppe dare il meglio di sé nel suo essere il punto di raccordo di piccole nazionalità che, senza rinunciare alla propria specificità, divenivano parte di un qualcosa di più grande. Nella capitale dell'impero retto da Franz Joseph, infatti, erano molte le personalità che provenivano da regioni non austriache: Karl Kraus era di Praga; l'attore più celebre del teatro popolare viennese si chiamava Girardi; Theodor Herzl, padre del sionismo, era nato a Bupadest, mentre il poeta Georg Trakl era d'origine ungherese da parte di padre e ceco da parte di madre; Bertha von Suttner, fondatrice della Società degli amici della pace e Premio Nobel nel 1905, era figlia del conte Kinsky (discendente di una delle maggiori famiglie boeme). E l'elenco potrebbe continuare.
Sotto Francesco Giuseppe, insomma, emerse nel centro del continente una società finalmente europea, sovra-nazionale e intimamente anti-nazionalista, dove potevano trovarsi a casa propria uomini di lingua, religione e tradizioni anche molto differenti. E Vienna ebbe la particolarità di essere la capitale pluralista di un impero pluralista, destinato a soccombere di fronte all'avanzata di Romanticismi patriottardi e avversi a ogni forma di cosmopolitismo. Nell'epoca dei nazionalismi guerrafondai, armati di retorica e bellicismo, l'eccezione asburgica non poteva durare. E difatti fu cancellata dalle mappe dell'Europa all'indomani della prima guerra mondiale.
A distanza di tanti anni, nel ritorno della Mitteleuropa vi è anche il riaffiorare di un'Europa divenuta "minore", di identità marginali e marginalizzate, ma che fino al 1918 potevano resistere dinanzi all'espansionismo tedesco e russo in virtù del "federalismo implicito" (e come tale vissuto) da tutti coloro che - a Gorizia come a Brno, come a Budapest - percepivano nell'impero una casa comune multietnica e multilinguistica.
Quella monarchia "imperial-regia" scomparve per gli errori di molti: di tanti austriaci, certo, che vollero essere soprattutto tedeschi, ma anche per la responsabilità delle classi dirigenti ceche, italiane e ungheresi, vittime della passione irredentista. Come scrisse un protagonista di quel mondo, Franz Werfel, "gli Stati nazionali sono nella loro essenza stessa unità demoniache" che sanno trasfigurarsi solo quando riescono ad abbandonare la perversa pretesa di identificare Stato e nazione, divenendo - come nel caso dell'Impero asburgico - entità sovranazionali. E l'uomo che forse più di ogni altro ha incarnato questo tentativo di resistere di fronte agli sciovinismi moderni è stato proprio l'imperatore Francesco Giuseppe, i cui sforzi - secondo André Reszler - erano tutti tesi a "rigenerare lo spirito e le istituzioni di un impero multinazionale di cui era il sovrano", non senza rendersi conto però che si trattava di "una vasta impresa irrimediabilmente votata al fallimento".
Oggi, il riaffiorare della Mitteleuropa è nostalgia per una grande cultura e per un mondo ancora largamente immune dal nazionalismo. Ma non si può ignorare che nel sentimento di affezione che torna a circondare la figura di Francesco Giuseppe vi sia un elemento tutto particolare che concerne l'Italia e il dibattito politico che la caratterizza.
I friulani, i lombardi, i tirolesi e i triestini che tornano a guardare a Cecco Beppe come a una figura degna di rispetto sanno di minare, in questo modo, un elemento basilare della "religione civile" risorgimentale sulla quale è costruito lo Stato italiano e della quale esso continua ad avvalersi come di una sorgente di legittimazione. L'omaggio al vecchio imperatore è tutt'uno con l'aspirazione all'autonomia di popoli che tornano a pensarsi quali soggetti liberi di scegliere il proprio futuro.
Nel recupero delle ragioni che militarono dalla parte dell'impero - e quindi contro l'Italia - vi è pure la precisa volontà di porre un argine alla meridionalizzazione del Nord e a quella perdita di identità che stanno subendo le culture alpine e padane: sempre più vicine a Roma e a Palermo, sempre più lontane da Vienna e da Praga.
Per i piccoli popoli che fecero parte dell'impero, d'altra parte, l'idea della Mitteleuropa ha avuto più di una volta una funzione liberatoria, quale strumento atto a prefigurare una sorta di indipendenza o quanto meno di più ampia autonomia. Oltre a rappresentare l'ipotesi di un'Europa centrale non tedesca e non germanizzata; dopo aver reso evidente - quando mezza Europa era costretta ad aderire al Patto di Varsavia - l'esistenza di tradizioni del tutto diverse da quella est-europea (essenzialmente russa); oggi sembra che il mito mitteleuropeo possa giocare anche quale grimaldello in grado di scardinare la compattezza dello Stato nazionale italiano e possa venire celebrato da chi auspica che pure da noi si affermi una politica maggiormente rispettosa delle differenti realtà e ispirata alle ragioni del federalismo e dell'autogoverno.
http://www.orf.at/020817-53834/53835txt_story.html




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