09.08.2003
D.R., ventun anni. Si uccide perché non riesce a trovare un lavoro
di Giuseppe Rolli
Non ce l’ha fatta più. Non riusciva a sopportare l’idea di non trovare un nuovo lavoro che gli permettesse, oltre la decenza del vivere quotidiano, di trovare quel “posto” che spetterebbe ad ogni essere all’interno di una società. Era stato licenziato, così sabato mattina D. R. ha deciso di farla finita, impiccandosi ad una trave di un vecchio capannone a fianco a casa sua.
Il ragazzo, 21 anni di Penne, nel Pescarese, è stato trovato dai suoi genitori dopo che venerdì notte tardava a rientrare a casa. Hanno provato a rintracciarlo sul cellulare che squillava invano, fino a quando il padre, intorno alle quattro del mattino, lo ha atteso fuori la porta. Riprovando ancora una volta sul cellulare del figlio ha sentito lo squillo provenire da un capanno adiacente. E’ entrato è lì ha rinvenuto il corpo senza vita del ragazzo. Inutili sono stati i soccorsi. Ai genitori aveva lasciato un biglietto nel quale chiedeva “scusa”, sottolineando che quel gesto estremo fosse l’unico modo di “risolvere il suo problema”. «Un ragazzo solare, disponibile e sensibile», lo descrivono i suoi amici che non smettono di arrivare nella camera mortuaria dell’ospedale.
Forse anche troppo sensibile, tanto da sentire come una barriera invalicabile quel “non-lavoro” che al sud sembra uccidere più che altrove.
D.R. aveva lavorato sino all’aprile scorso in una grossa autofficina di un paese vicino, Collecorvino, come responsabile del servizio revisioni. Una mansione importante, nonostante la sua giovane età. Poi, a causa di un “ridimensionamento” del personale annunciato dall’azienda, era stato licenziato e da allora si dava da fare con piccoli lavoretti. «Da quando è stato licenziato», sostengono i suoi genitori, «si era un po’ chiuso in sè e aveva smesso di frequentare gli amici». Era diventato un po’ taciturno e probabilmente la “solitudine” degli ultimi mesi lo ha portato a scegliere l’ultima strada, quella del non ritorno. Lui, come molti giovani di Penne, è stato costretto a subire sulla sua testa, come un elmetto, quella vaga idea di stabilità. Poi, sotto ai suoi piedi, come una palude, il dramma della precarietà e poi del licenziamento. In quella città di appena 12mila anime, infatti, l’unica opportunità di lavoro (interinale, in affitto, co.co.co. e via dicendo) sembra concederla solo l’azienda di abbigliamento “Brioni Roman Style Spa” che ha “occupato” oltre 1200 lavoratori del paese. In realtà l’amministratore delegato di quella azienda è Lucio Marcotullio, sindaco della cittadina dal 1993 al 2001 con un’anomala lista di centro sinistra (formata da Sdi e Popolari, con Ds Verdi e Rifondazione all’opposizione), il quale da primo cittadino si comportava un po’ come un vecchio padre-padrone: dava lavoro al 10 per cento della popolazione e poi faceva buchi in bilancio di qualche miliardo di vecchie lire. I ragazzi, come D.R., erano (e lo sono tuttora) costretti a spostarsi a Montesilvano o a Pescara per frequentare un centro di aggregazione o anche andare a vedere un semplice film al cinema.
Ma questa, almeno per oggi, sembra essere tutta un’altra storia. Quello che resta è il corpo di un ragazzo, ventunenne, con la sua sofferenza che ammutolisce la cronaca. Resta la sofferenza di non aver saputo districare, in questa matassa sociale, il filo del destino di un figlio del dio minore della rassegnazione che, al pari di tanti suoi coetanei, è stato costretto per mesi a scegliere tra la “borsa o la vita”.
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