(tratto da Liberazione, 6 agosto 2003)
57 anni fa la tragedia di Hiroshima. Adesso Usa e Giappone sono alleati in Iraq
La fine del mondo fu il 6 agosto 1945
«La ventesima unità delle forze aeree sgancerà la sua prima bomba speciale appena le condizioni atmosferiche lo permetteranno, all'incirca dopo il 3 agosto 1945, su uno di questi obiettivi: Hiroshima, Kokura, Niigata, Nagasaki. Per permettere agli scienziati militari e civili di registrare gli effetti dell'esplosione, un ulteriore aircraft accompagnerà l'aeroplano che trasporterà la bomba [... ]» 25 luglio 1945. Firmato: Thos. T. Handy. Con questa gelida nota il comando militare Usa comunicò la decisione alle proprie forze impegnate nell'ultimo fronte del secondo conflitto mondiale, quello giapponese.
E tutti noi sappiamo che l'ordine fu eseguito il 6 agosto di cinquantasette anni fa, e che quel giorno Hiroshima diventò il luogo più vicino all'inferno che la storia abbia mai conosciuto. Alle 7 e 59 del mattino l'Enola Gay, il B-29 prescelto per l'operazione e chiamato così dal nome della madre del suo capitano, raggiunse l'obiettivo, alla quota di 1.850 piedi. Alle 8 e 05 il pilota Thomas Wilson Ferebee aprì il portellone per lasciar cadere nel vuoto Little Boy, una massa radioattiva di 4mila chili. Nell'istante stesso in cui i piloti si allontavano ripetendosi «di aver fatto solo il nostro dovere», 71mila giapponesi erano già morti vaporizzati. Ne seguirono altri 20mila nella notte, 60mila nel corso dell'anno..... Circa 350mila persone fra civili e militari persero la vita in quel giorno e negli anni a venire a causa delle radiazioni che martoriavano i loro corpi. Contemporanemente, una domanda perseguitava le loro menti: «Nake desu ka?», «Perché?».
La "fine del mondo", come è stato rinominato il 6 agosto 1945, fu un giorno in cui si vedevano persone vagare come fantasmi, pelli bruciate che si staccavano dai corpi, madri che stringevano al petto i figli carbonizzati. Chi sopravvisse perse ogni speranza e alcuni di loro si suicidarono. Sono gli hibakusha, coloro che sono stati esposti alle radiazioni. Ad Hiroshima, come in ogni altra parte del mondo.
Gli esperimenti nucleari che gli Stati Uniti fecero ad Hiroshima e Nagasaki rientravano sì nell'ottica di far cessare la guerra il prima possibile, ma nascondevano anche altre motivazioni. Come "l'interesse scientifico": Hiroshima fu scelta proprio perché il suo territorio isolato permetteva di visualizzare al meglio gli effetti della deflagrazione e delle radiazioni che avrebbero continuato a lavorare per anni. Esperimento riuscito.
Alla fine della guerra l'esercito giapponese aveva perso 1 milione e 800mila uomini, l'intera aviazione e la flotta. L'occupazione americana di un Paese senza forze e sconvolto dai funghi atomici fu cosa semplice e durò di fatto fino al 1948. In quegli anni il Giappone fu trasformato in una monarchia costituzionale e il partito liberaldemocratico iniziò una politica interna di democratizzazione e di occidentalizzazione. Il trattato di San Francisco del 1951 restituì formalmente la sovranità ai nipponici e la possibilità di ricostituire una forza militare di polizia, ma la politica giapponese rimase comunque subalterna alle direttive che arrivavano dall'altra parte del Pacifico, tant'è che Usa e Giappone firmarono un accordo di assistenza e difesa reciproche nel marzo 1954. La dipendenza dagli Usa incrementò la diffusione dell'antiamericanismo nella popolazione, esploso nelle manifestazioni di piazza degli anni 70, dove si distinse la sinistra studentesca Zengakuren. Ma il filo che legava Giappone e Usa non si spezzò mai, neanche con i governi liberali di metà anni 80. Anzi, fu proprio allora che Reagan riuscì a far entrare l'industria a stelle e strisce nell'economia del Sol Levante. Oltre a questo il presidente americano si assicurò l'appoggio nipponico alla Nato, l'aumento delle spese militari giapponesi e la loro adesione al programma americano di ricerca sulle armi spaziali.
Insomma, il Giappone non è mai uscito dalla scatola in cui le bombe di Hiroshima e Nagasaki lo hanno rinchiuso. In questa ottica si può comprendere l'appoggio alla guerra in Afghanistan e l'invio di truppe in Iraq deciso in questi giorni dal governo del liberista Junichiro Koizumi. L'articolo 9 della costituzione giapponese sancisce che «aspirando sinceramente ad una pace internazionale basata sull'ordine e la giustizia, la popolazione giapponese rinuncia per sempre alla guerra come un diritto sovrano della nazione e all'uso della forza per sedare le dispute internazionali [... ]». Dal 3 novembre 1946, data di nascita della costituzione, mai un soldato delle Sdf giapponese (forze di difesa interna) aveva messo piede fuori dall'isola. Koizumi però si è creato una legge di durata biennale che prevede la possibilità di invio di truppe per «speciali misure di intervento umanitario e di ricostruzione» nelle zone devastate dalla guerra. Dopo l'Afghanistan così, un contingente di 1000 soldati è partito alla volta di Balad, a dar man forte agli americani che in quella zona sono costantemente al centro del mirino delle forze di resistenza irachene. Il tabù è rotto.
Chissà cosa pensano i cittadini giapponesi del fatto di trovarsi a combattere a fianco della stessa potenza che ha fatto vedere loro la «fine del mondo»? A fianco della stessa potenza che sta sperimentando nuove armi nucleari miniaturizzate, ma non per questo meno devastanti di quelle di 57 anni fa?
Forse pensano semplicemente: nake desu ka?
Andrea Milluzzi




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