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    Predefinito Il paradosso di un partito radicale e conservatore

    Il paradosso di un partito radicale e conservatore


    di Florian


    4 ottobre 2009


    Da quando Berlusconi ha fatto il suo ingresso nella scena politica nazionale, il centrodestra, formula inedita per l’Italia, si è caratterizzato per il suo aspetto bifronte, radicale e conservatore al tempo stesso. Sin da principio Forza Italia, nell’aspetto conferitogli dal suo fondatore e leader, si proponeva quale partito “liberale di massa”, denominazione paradossale se mettiamo a confronto la valenza ideale e simbolica dei due termini usati. Il liberalismo, in Italia, da Cavour a Giolitti a Croce, ha una storia fondamentalmente elitaria, per nulla incline a rappresentare le masse, le quali, di contro, hanno sempre trovato rappresentazione a sinistra, tra i discendenti del movimento operaio. La masse sono fondamentalmente laiche e sovente anticlericali, laddove il cattolicesimo politico ha sempre avuto come referente la persona, nella sua specifica e irriducibile individualità. Non a caso il mondo cattolico democratico si è sempre trovato più a suo agio con la nozione di “popolo” – il popolo cattolico, il popolo dei fedeli – anziché con quella, più anonima ed egualitaria, di “massa”. Ciò mostra come Forza Italia nascesse prevalentemente dall’incontro di due tradizioni laiche, quali la liberale e la socialista. Berlusconi stesso, negli anni che precedettero la fine della Prima Repubblica, aveva avuto come referente politico Craxi e non Andreotti.

    L’ircocervo berlusconiano si fondava dunque sull’eresia liberalsocialista, con in più una spruzzata di effervescenza radicale. Lo spirito che muoveva agli esordi Forza Italia non era troppo dissimile, infatti, da quello che animava da sempre il ristretto e anche quello verticistico circolo pannelliano. Prima ancora dei berlusconiani e più coerentemente di essi, i radicali italiani proponevano una “rivoluzione” politica e sociale incardinata nel trinomio liberale, liberista e libertario. Pannella, come Berlusconi, si dichiarava estraneo al “regime partitocratrico” e guardava agli Stati Uniti d’America quale stella polare, mentre le maggiori culture politiche italiane erano sempre state più propense a darsi un profilo continentale. Berlusconi, sulla scia di Pannella, rompeva invece con questa tradizione e si dichiarava “reaganiano”, volto a strappare i lacciuoli atavici dello statalismo, del collettivismo, e anche, per quanto si sia sempre guardato dal gridarlo apertamente, dal bacchettonismo clericale. Questa vicinanza tra il berlusconismo e il pannellismo è ancor oggi rappresentata dall’intellettuale più vicino al Cavaliere, Giuliano Ferrara, che malgrado la svolta “clericale” ancor oggi definisce il suo Foglio quotidiano “radicale e conservatore”.

    Nel 1994 anche i principali alleati di Forza Italia, ovvero l’Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini e la Lega Nord di Umberto Bossi vedevano convivere al loro interno pulsioni e idealità contraddittorie. La Lega era un partito estremista per via del suo professato indipendentismo secessionista, per l’esasperato populismo, per l’estrazione di sinistra della maggioranza dei suoi leaders, non solo antifascisti dichiarati, ma anche ostili alle èlites economiche e alle istituzioni internazionali. Alleanza Nazionale era nata, invece, dalle ceneri di un partito neofascista, risorgimentale e ghibellino, per nulla propenso al clericalismo e a rappresentare socialmente la borghesia moderata. Questa è la ragione per cui nella prima coalizione berlusconiana, ovvero il Polo delle Libertà, ebbero poco risalto le componenti cattoliche, pure presenti, discendenti di quella Democrazia Cristiana che aveva guidato ininterrottamente l’Italia per cinquant’anni.
    Inizialmente solo la componente più conservatrice e leale alla classe dirigente democristiana messa fuori gioco da Tangentopoli si raggruppò sotto l’ombrello berlusconiano. Un ombrello che, accanto alle tendenze radicali di innovazione del sistema politico italiano, andò presto caratterizzandosi anche come agente di conservazione di quel pentapartito che la magistratura “di sinistra”, con un “golpe giudiziario”, aveva messo definitivamente fuori gioco. Radicalismo e conservatorismo diventano dunque l’alfa e l’omega della politica berlusconiana. Col tempo, per esigenze di governabilità, l’aspetto conservatore prevarrà su quello radicale senza però mai esautorarlo del tutto.
    Il radicalismo degli esordi prevarrà nella concezione populista del partito, orfano di una vera e propria classe dirigente e volto ad un rapporto verticale tra il leader e le masse; nell’atteggiamento antipartitocratico e velatamente anticostituzionale; nell’insofferenza alle regole e all’etichetta; nel malcelato disprezzo verso il mondo della cultura. Allo stesso tempo, però, l’agenda politica del Cavaliere era orientata verso politiche di sano pragmatismo, con un occhio di riguardo per quei valori cattolici messi a repentaglio dall’affermazione di nuovi diritti individuali manifestati dalla controparte di sinistra. Tuttava, fino a quando il centrosinistra italiano è stato guidato con mano abile e ferma da un vecchio uomo della DC quale Romano Prodi, Berlusconi, oltre ad essere sconfitto per due volte alle elezioni, non è mai riuscito ad intercettare il voto della maggioranza dei cattolici italiani, i quali, per istinto e sensibilità politica, gli hanno sempre preferito la compagine ulivista.

    Questa identificazione è parzialmente venuta meno quando a Prodi sono succeduti alla guida del centrosinistra, in fasi politiche differenti, giovani figure non direttamente riconducibili alla storia democristiana e, in definitiva, ad un’impostazione moderata, quali Rutelli o Veltroni. Tuttavia, il “neoconservatorismo” berlusconiano ha subito una pesante battuta d’arresto quando il tentativo di costruzione di un partito sul modello europeo del PPE, a cui avrebbero dovuto partecipare in primo luogo i liberali di Forza Italia, i nazionali di Alleanza Nazionale e i cattolici dell’Unione di Centro, è venuto meno per la volontà manifesta di Berlusconi di costruirsi un partito a sua immagine, che supportasse senza discussioni “inutili” la sua azione politica. Così, quando a Piazza San Babila, a Milano, Berlusconi ha battezzato il neonato Popolo della Libertà, il radicalismo all’originedi Forza Italia è tornato prepotentemente d’attualità, così come ha riconquistato spazio e vigore quell’anima socialista, sempre esaltata da Berlusconi, che è venuta ad occupare il tassello lasciato libero dai democristiani. Infatti, in questa nuova formazione politica, solo superficialmente collegata al moderatismo del PPE, ma in realtà di chiaro orientamento populista (come testimoniato d’altronde dalla scelta, non casuale, di organizzarsi in “popolo” anziché in “partito”), non ha trovato spazio l’UDC di Casini, estromesso per le litigiosità della passata legislatura.
    L’Unione di Centro, che si era formata dal recupero da parte del CCD di altre formazioni cattoliche minori, non poteva non manifestare la propria insofferenza dinanzi al berlusconismo bifronte, un animale politico dal doppio volto, radicale e conservatore al tempo stesso. Non potevano sottostare a quelle anomalie del primo Berlusconi, che successivamente sembravano poter essere ricondotte entro una normale politica democratica e che invece gli eventi tortuosi della politica italiana, caratterizzata dalla costante e ossessiva campagna denigratoria del quotidiano la Repubblica e dal leader dell’IdV, Antonio Di Pietro, hanno portato ad ingigantirsi e allo stesso tempo a stabilizzarsi.

    Ciò è stato possibile anche per due ulteriori fattori concomitanti. Da un lato, Berlusconi si è assicurato il sostegno della Lega Nord, la cui fedeltà coalizionale è stata pagata a peso d’oro attraverso continue concessioni di tipo economico, istituzionale e simbolico-territoriale. Forte dell’affermazione dei propri candidati sotto le insegne del PDL nelle più importanti regioni del nord, il partito di Bossi può oggi trattare con Berlusconi su posizioni non subordinate, sapendo bene che oggi nessuna forza politica in Italia è in grado di prescindere dal peso delle regioni settentrionali. Dall’altro lato, col suo populismo demagogico, Berlusconi ha avuto buon gioco a fare breccia in quell’elettorato di destra, che dopo la scomparsa di Almirante si è trovato più volte spiazzato dalle svolte liberaldemocratiche di Gianfranco Fini.
    Sull’onda di un rinnovato craxismo, negli ultimi tempi Berlusconi ha fondato la sua azione politica sul proprio carisma di leader, alimentando persino un inedito e stravagante culto della personalità del tutto estraneo ai canoni della politica occidentale. In conseguenza di ciò, le basi teoriche che avevano decretato la nascita di un’unica formazione politica di centrodestra sono venute progressivamente meno ed oggi solo la corrente figiana cerca disperatamente di mantenere nel PDL un minimo di democrazia interna e di collegialità, elaborando oltretutto una strategia politica che tenga conto dei recenti sviluppi del conservatorismo continentale. Queste posizioni di buon senso sono però soggette a dura critica dall’anima più militante del berlusconismo, ovvero quei socialisti libertari che ormai, per loro stessa ammissione, non vedono più nulla oltre Berlusconi, per cui ciò che si verificherà “dopo” l’attuale premier è cosa che in definitiva non li interessa perché non parteciperanno alla successiva fase politica che si aprirà. Questa corrente esalta al parossismo il carattere “rivoluzionario” dell’attuale governo Berlusconi, insistendo nella necessità di combattere le èlites “di sinistra”, i sindacati “conservatori”, i “fannulloni” parastatali, il “culturame improduttivo”, ed in genere chiunque si metta di traverso all’operato del premier, sia egli di sinistra o di destra, laico o cattolico, non importa.

    Mentre, dunque, Berlusconi porge le proprie congratulazioni di rito ai leaders moderati europei risultati vincenti contro i loro avversari socialdemocratici, nella sostanza la differenza che separa oggi il PDL dagli altri partiti del PPE è visibile a chiunque. In Europa il moderatismo ha assunto tratti più conservatori da quando i partiti democristiani hanno accentuato il carattere liberale delle loro politiche economiche e diminuito l’impronta confessionale che li caratterizzava. In tutto questo sono rimaste forze che nei loro rispettivi paesi simboleggiano la difesa dell’ordine costituito e la fedeltà alle istituzioni dominanti. Nessun leader moderato penserebbe mai di criticare l’operato del Presidente della Repubblica, di mettere in discussione l’unità nazionale, di contrapporsi ai media avversari, di rimanere in carica nonostante scandali e processi che riguardano la propria persona, di essere vittima di un conflitto d’interessi. Questo, purtroppo, nel centrodestra italiano è accaduto e continua ad accadere.
    Oltretutto i partiti moderati e conservatori europei rappresentano dei gruppi politici stabili, con un’adeguata ideologia alle spalle, e la loro forza e legittimazione non è in alcun caso messa a rischio dal leader che temporaneamente li rappresenta. In Italia, invece, il PDL è un partito che anche quando è al governo, come oggi accade, si comporta bizzarramente come una polemica forza d’opposizione. In cita alla rivolta contro il canone, promette manifestazioni di piazza… manifestando così la sua difficoltà a rappresentare il centro vitale della società italiana e occupandosi solo di difendere il suo leader e i suoi interessi commerciali. Cosicché, soltanto quando l’era politica di Silvio Berlusconi sarà terminata scopriremo se il paradosso di un centrodestra italiano radicale e conservatore al tempo stesso sia stata un’anomalia segnata dal berlusconismo, oppure se, al contrario, è un vizio di fondo, già presente nel nazionalismo e nel mussolinismo, e dunque da considerarsi connaturato allo spirito “smoderato” e fondamentalmente anarcoide del popolo italiano.
    Ultima modifica di Florian; 04-10-09 alle 15:33
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    Predefinito Rif: Il paradosso di un partito radicale e conservatore

    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Il paradosso di un partito radicale e conservatore


    di Florian


    4 ottobre 2009


    Da quando Berlusconi ha fatto il suo ingresso nella scena politica nazionale, il centrodestra, formula inedita per l’Italia, si è caratterizzato per il suo aspetto bifronte, radicale e conservatore al tempo stesso. Sin da principio Forza Italia, nell’aspetto conferitogli dal suo fondatore e leader, si proponeva quale partito “liberale di massa”, denominazione paradossale se mettiamo a confronto la valenza ideale e simbolica dei due termini usati. Il liberalismo, in Italia, da Cavour a Giolitti a Croce, ha una storia fondamentalmente elitaria, per nulla incline a rappresentare le masse, le quali, di contro, hanno sempre trovato rappresentazione a sinistra, tra i discendenti del movimento operaio. La masse sono fondamentalmente laiche e sovente anticlericali, laddove il cattolicesimo politico ha sempre avuto come referente la persona, nella sua specifica e irriducibile individualità. Non a caso il mondo cattolico democratico si è sempre trovato più a suo agio con la nozione di “popolo” – il popolo cattolico, il popolo dei fedeli – anziché con quella, più anonima ed egualitaria, di “massa”. Ciò mostra come Forza Italia nascesse prevalentemente dall’incontro di due tradizioni laiche, quali la liberale e la socialista. Berlusconi stesso, negli anni che precedettero la fine della Prima Repubblica, aveva avuto come referente politico Craxi e non Andreotti.

    L’ircocervo berlusconiano si fondava dunque sull’eresia liberalsocialista, con in più una spruzzata di effervescenza radicale. Lo spirito che muoveva agli esordi Forza Italia non era troppo dissimile, infatti, da quello che animava da sempre il ristretto e anche quello verticistico circolo pannelliano. Prima ancora dei berlusconiani e più coerentemente di essi, i radicali italiani proponevano una “rivoluzione” politica e sociale incardinata nel trinomio liberale, liberista e libertario. Pannella, come Berlusconi, si dichiarava estraneo al “regime partitocratrico” e guardava agli Stati Uniti d’America quale stella polare, mentre le maggiori culture politiche italiane erano sempre state più propense a darsi un profilo continentale. Berlusconi, sulla scia di Pannella, rompeva invece con questa tradizione e si dichiarava “reaganiano”, volto a strappare i lacciuoli atavici dello statalismo, del collettivismo, e anche, per quanto si sia sempre guardato dal gridarlo apertamente, dal bacchettonismo clericale. Questa vicinanza tra il berlusconismo e il pannellismo è ancor oggi rappresentata dall’intellettuale più vicino al Cavaliere, Giuliano Ferrara, che malgrado la svolta “clericale” ancor oggi definisce il suo Foglio quotidiano “radicale e conservatore”.

    Nel 1994 anche i principali alleati di Forza Italia, ovvero l’Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini e la Lega Nord di Umberto Bossi vedevano convivere al loro interno pulsioni e idealità contraddittorie. La Lega era un partito estremista per via del suo professato indipendentismo secessionista, per l’esasperato populismo, per l’estrazione di sinistra della maggioranza dei suoi leaders, non solo antifascisti dichiarati, ma anche ostili alle èlites economiche e alle istituzioni internazionali. Alleanza Nazionale era nata, invece, dalle ceneri di un partito neofascista, risorgimentale e ghibellino, per nulla propenso al clericalismo e a rappresentare socialmente la borghesia moderata. Questa è la ragione per cui nella prima coalizione berlusconiana, ovvero il Polo delle Libertà, ebbero poco risalto le componenti cattoliche, pure presenti, discendenti di quella Democrazia Cristiana che aveva guidato ininterrottamente l’Italia per cinquant’anni.
    Inizialmente solo la componente più conservatrice e leale alla classe dirigente democristiana messa fuori gioco da Tangentopoli si raggruppò sotto l’ombrello berlusconiano. Un ombrello che, accanto alle tendenze radicali di innovazione del sistema politico italiano, andò presto caratterizzandosi anche come agente di conservazione di quel pentapartito che la magistratura “di sinistra”, con un “golpe giudiziario”, aveva messo definitivamente fuori gioco. Radicalismo e conservatorismo diventano dunque l’alfa e l’omega della politica berlusconiana. Col tempo, per esigenze di governabilità, l’aspetto conservatore prevarrà su quello radicale senza però mai esautorarlo del tutto.
    Il radicalismo degli esordi prevarrà nella concezione populista del partito, orfano di una vera e propria classe dirigente e volto ad un rapporto verticale tra il leader e le masse; nell’atteggiamento antipartitocratico e velatamente anticostituzionale; nell’insofferenza alle regole e all’etichetta; nel malcelato disprezzo verso il mondo della cultura. Allo stesso tempo, però, l’agenda politica del Cavaliere era orientata verso politiche di sano pragmatismo, con un occhio di riguardo per quei valori cattolici messi a repentaglio dall’affermazione di nuovi diritti individuali manifestati dalla controparte di sinistra. Tuttava, fino a quando il centrosinistra italiano è stato guidato con mano abile e ferma da un vecchio uomo della DC quale Romano Prodi, Berlusconi, oltre ad essere sconfitto per due volte alle elezioni, non è mai riuscito ad intercettare il voto della maggioranza dei cattolici italiani, i quali, per istinto e sensibilità politica, gli hanno sempre preferito la compagine ulivista.

    Questa identificazione è parzialmente venuta meno quando a Prodi sono succeduti alla guida del centrosinistra, in fasi politiche differenti, giovani figure non direttamente riconducibili alla storia democristiana e, in definitiva, ad un’impostazione moderata, quali Rutelli o Veltroni. Tuttavia, il “neoconservatorismo” berlusconiano ha subito una pesante battuta d’arresto quando il tentativo di costruzione di un partito sul modello europeo del PPE, a cui avrebbero dovuto partecipare in primo luogo i liberali di Forza Italia, i nazionali di Alleanza Nazionale e i cattolici dell’Unione di Centro, è venuto meno per la volontà manifesta di Berlusconi di costruirsi un partito a sua immagine, che supportasse senza discussioni “inutili” la sua azione politica. Così, quando a Piazza San Babila, a Milano, Berlusconi ha battezzato il neonato Popolo della Libertà, il radicalismo all’originedi Forza Italia è tornato prepotentemente d’attualità, così come ha riconquistato spazio e vigore quell’anima socialista, sempre esaltata da Berlusconi, che è venuta ad occupare il tassello lasciato libero dai democristiani. Infatti, in questa nuova formazione politica, solo superficialmente collegata al moderatismo del PPE, ma in realtà di chiaro orientamento populista (come testimoniato d’altronde dalla scelta, non casuale, di organizzarsi in “popolo” anziché in “partito”), non ha trovato spazio l’UDC di Casini, estromesso per le litigiosità della passata legislatura.
    L’Unione di Centro, che si era formata dal recupero da parte del CCD di altre formazioni cattoliche minori, non poteva non manifestare la propria insofferenza dinanzi al berlusconismo bifronte, un animale politico dal doppio volto, radicale e conservatore al tempo stesso. Non potevano sottostare a quelle anomalie del primo Berlusconi, che successivamente sembravano poter essere ricondotte entro una normale politica democratica e che invece gli eventi tortuosi della politica italiana, caratterizzata dalla costante e ossessiva campagna denigratoria del quotidiano la Repubblica e dal leader dell’IdV, Antonio Di Pietro, hanno portato ad ingigantirsi e allo stesso tempo a stabilizzarsi.

    Ciò è stato possibile anche per due ulteriori fattori concomitanti. Da un lato, Berlusconi si è assicurato il sostegno della Lega Nord, la cui fedeltà coalizionale è stata pagata a peso d’oro attraverso continue concessioni di tipo economico, istituzionale e simbolico-territoriale. Forte dell’affermazione dei propri candidati sotto le insegne del PDL nelle più importanti regioni del nord, il partito di Bossi può oggi trattare con Berlusconi su posizioni non subordinate, sapendo bene che oggi nessuna forza politica in Italia è in grado di prescindere dal peso delle regioni settentrionali. Dall’altro lato, col suo populismo demagogico, Berlusconi ha avuto buon gioco a fare breccia in quell’elettorato di destra, che dopo la scomparsa di Almirante si è trovato più volte spiazzato dalle svolte liberaldemocratiche di Gianfranco Fini.
    Sull’onda di un rinnovato craxismo, negli ultimi tempi Berlusconi ha fondato la sua azione politica sul proprio carisma di leader, alimentando persino un inedito e stravagante culto della personalità del tutto estraneo ai canoni della politica occidentale. In conseguenza di ciò, le basi teoriche che avevano decretato la nascita di un’unica formazione politica di centrodestra sono venute progressivamente meno ed oggi solo la corrente figiana cerca disperatamente di mantenere nel PDL un minimo di democrazia interna e di collegialità, elaborando oltretutto una strategia politica che tenga conto dei recenti sviluppi del conservatorismo continentale. Queste posizioni di buon senso sono però soggette a dura critica dall’anima più militante del berlusconismo, ovvero quei socialisti libertari che ormai, per loro stessa ammissione, non vedono più nulla oltre Berlusconi, per cui ciò che si verificherà “dopo” l’attuale premier è cosa che in definitiva non li interessa perché non parteciperanno alla successiva fase politica che si aprirà. Questa corrente esalta al parossismo il carattere “rivoluzionario” dell’attuale governo Berlusconi, insistendo nella necessità di combattere le èlites “di sinistra”, i sindacati “conservatori”, i “fannulloni” parastatali, il “culturame improduttivo”, ed in genere chiunque si metta di traverso all’operato del premier, sia egli di sinistra o di destra, laico o cattolico, non importa.

    Mentre, dunque, Berlusconi porge le proprie congratulazioni di rito ai leaders moderati europei risultati vincenti contro i loro avversari socialdemocratici, nella sostanza la differenza che separa oggi il PDL dagli altri partiti del PPE è visibile a chiunque. In Europa il moderatismo ha assunto tratti più conservatori da quando i partiti democristiani hanno accentuato il carattere liberale delle loro politiche economiche e diminuito l’impronta confessionale che li caratterizzava. In tutto questo sono rimaste forze che nei loro rispettivi paesi simboleggiano la difesa dell’ordine costituito e la fedeltà alle istituzioni dominanti. Nessun leader moderato penserebbe mai di criticare l’operato del Presidente della Repubblica, di mettere in discussione l’unità nazionale, di contrapporsi ai media avversari, di rimanere in carica nonostante scandali e processi che riguardano la propria persona, di essere vittima di un conflitto d’interessi. Questo, purtroppo, nel centrodestra italiano è accaduto e continua ad accadere.
    Oltretutto i partiti moderati e conservatori europei rappresentano dei gruppi politici stabili, con un’adeguata ideologia alle spalle, e la loro forza e legittimazione non è in alcun caso messa a rischio dal leader che temporaneamente li rappresenta. In Italia, invece, il PDL è un partito che anche quando è al governo, come oggi accade, si comporta bizzarramente come una polemica forza d’opposizione. In cita alla rivolta contro il canone, promette manifestazioni di piazza… manifestando così la sua difficoltà a rappresentare il centro vitale della società italiana e occupandosi solo di difendere il suo leader e i suoi interessi commerciali. Cosicché, soltanto quando l’era politica di Silvio Berlusconi sarà terminata scopriremo se il paradosso di un centrodestra italiano radicale e conservatore al tempo stesso sia stata un’anomalia segnata dal berlusconismo, oppure se, al contrario, è un vizio di fondo, già presente nel nazionalismo e nel mussolinismo, e dunque da considerarsi connaturato allo spirito “smoderato” e fondamentalmente anarcoide del popolo italiano.
    è indubbiamente un argomento vasto,ma del resto questa doppia identità è normale poichè Forza Italia prima ed il Popolo della Libertà ora faticano a trovare un'ideologia di riferimento. Sono partiti "multietnici" dal punto di vista ideologico,vi convivono molte ideologie,quella liberale (si vedano Martino,della Vedova,Galan e ultimamente Fini),quella socialista riformista e socialdemocratica (Brunetta,Sacconi,la Craxi),quella cristiano-democratica (Giovanardi,Rotondi),quella della destra sociale (Alemanno) ed i pragmatici (che non seguono un'ideologia ma si adattano al momento,Berlusconi è fra questi). Fin a quando il PDL non scegliere a quale ideologia votarsi sarà normale scendere a compromessi.
    Come se non bastasse la figura di Berlusconi,molto ingombrante,ed il suo dinamismo estremo,al limite dell'incuranza (spesso Berlusconi fa o dice delle cose probabilmente senza calcolarne le reazioni),porta inevitablmente del populismo.
    Senatore Imperiale,Patrizio dell’Impero,Duca Duce di Parmula,Placentula et Guastallula,Sovrintendente agli ‘Mperial vitigni di Sangiovese,Vicecomandante del FICA.

 

 

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