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La sconfitta politica delle mezze stagioni
di Massimo Fini
Scriveva Albert Camus, nei suoi Taccuini, che ci sono disuguaglianze molto più incisive di quella di classe, ma alle quali non si pensa mai: sono le disuguaglianze dovute al clima. Da questo punto di vista noi italiani siamo stati degli assoluti privilegiati, vivendo in un Paese, circondato quasi interamente dal mare, dal clima ideale, con estati temperate, inverni miti, mezze stagioni di straordinaria bellezza e dolcezza. Un privilegio per così dire egualitario perché apparteneva a tutti, ricchi e poveri e anzi forse più poveri che ai ricchi, più allo scugnizzo napoletano che al tycoon lombardo. E, come dice ancora Camus, «anche un ragazzo povero può crescere felice col mare e col sole».
Oggi l’Italia è circondata da un mare di tre o quattro gradi più caldo di un tempo e, in un processo che è partito, in modo altalenante, agli inizi degli anni Ottanta (ricorderete l’estate del 1982, quella dei mondiali, e del 1985) ma che si è fatto più deciso e preciso nell’ultimo decennio, il nostro clima si è venuto trasformando da temperato in tropicale: sempre più spesso le estati sono torride, gli inverni freddi anche al sud, le mezze stagioni sono sparite, tanto da mettere in crisi il settore dell’abbigliamento (che è cosa diversa dalla moda), le alluvioni, spesso disastrose, sono diventate una costante, la siccità anche.
Insomma ci siamo fottuti il clima. Per che cosa? In nome di che? Della produzione industriale, dell’economia, del Pil, delle automobili, delle moto d’acqua, dei televisori, dei telefonini, delle autostrade, delle «Grandi Opere», di quello che siamo abituati a chiamare benessere. E’ ovvio che non siamo noi né i soli, né i principali responsabili di quanto sta accadendo, i cambiamenti climatici sono a livello planetario ma sono provocati, con tutta evidenza da quel processo industriale e da quegli stili di vita delle società opulente tesi all’aumento costante della produzione e della ricchezza di cui facciamo parte e in cui crediamo o, almeno, in cui credono le nostre classi dirigenti, di destra e di sinistra.
Ne è valsa la pena, per noi? E’valsa la pena trasformare un Paese povero, agricolo, ma sereno, solare in un senso molto diverso da quello assassino di questi giorni, nell’Italia di oggi perdendo fra le altre cose, nella convulsione della competizione economica, oltre alla tranquillità anche il privilegio inestimabile del auo clima? A noi, ora, e non ai posteri (che continuando di questo passo non avremo) l’ardua sentenza.




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