Venti di bufera sulla Cultura italiana all'estero
Il direttore dell'Istituto di Parigi: "Non posso rappresentare un Governo che non condivido". Il collega di Berlino accusa la Farnesina di scelte non professionali. Il governo spiega: no, è tutto in regola
di Melissa Bertolotti
MILANO – Dimissioni spontanee, per l’impossibilità di rappresentare un Governo “di cui non si condivide una virgola”. Ricorsi al Tribunale amministrativo, perché è inaccettabile essere “cacciati per motivi politici”. Due facce di un’unica bagarre: quella che sta investendo gli Istituti di cultura italiana all’estero. E che riguarda tutti, tanto i dieci direttori scelti per nomina ministeriale in base alla legge 401 del 1990, quanto i diplomatici che si sono visti assegnare la carica tramite concorso e precisa graduatoria.
Il filo rosso che lega il caso di Guido Davico Bonino, direttore dell’istituto di cultura italiana a Parigi, a quello di Ugo Perone, suo corrispettivo a Berlino e, ancora, a Sira Miori, dipendente della Farnesina a Bruxelles , pare essere la volontà di posizionare uomini più allineati al centrodestra a rappresentare l'Italia all’estero. Qualche nome: al posto di Davico Bonino, docente di Storia del teatro alla facoltà di Lettere dell’Università di Torino e critico teatrale per il quotidiano La Stampa , arriverà il regista Giorgio Ferrara, fratello di Giuliano, direttore del Foglio ed ex ministro per i rapporti col Parlamento nel primo governo Berlusconi. Stessa prassi a Bruxelles dove, al posto della trentina Sira Miori, sarà inviata la già direttrice dell’Indipendente Pialuisa Bianco, oggi opinionista del Foglio.
“Non c’è nulla di strano – sostiene Mario Baccini, sottosegretario agli Esteri con delega agli Istituti di cultura italiana all’estero – i dieci direttori di nomina politica scelti dalla Farnesina devono rispondere all’interesse Paese. E, se questo cambia, diventa strategico nominare una personalità di fiducia”.
Baccini si affretta a elargire le lodi di Perone, che solo qualche mese fa aveva bacchettato in modo tutt’altro che morbido: “Chi non mostra le cose belle dell’Italia non può sperare nel rinnovo del contratto”, aveva detto il politico Udc. Il riferimento è alla proiezione del film sul G8 di Genova alla Berlinale. A nulla è servito il chiarimento del docente di filosofia delle religioni di Torino: “Non sono mica fesso. Non abbiamo dato un euro per quel film”. Tanto che, una volta raggiunto il telegramma di cessato incarico dalla Farnesina, ha dato mandato ai suoi avvocati di presentare ricorso al Tar perché, ritiene l’ex assessore alla cultura di Torino all’epoca della giunta Castellani, “dal punto di vista politico si sta distruggendo quanto si era costruito per rendere l’Italia più stimata all’estero. Non è un fatto personale: sta accadendo qualcosa di più profondo, difficile da sanare”.
Il sottosegretario agli Esteri ribadisce: “Perone è stato nominato dal precedente Governo (quello di Lamberto Dini ndr). Ora noi riteniamo solo che l’interesse del Paese sia diverso. Perone ha fatto bene in questi due anni. Ma non possiamo permetterci di sbagliare nei rapporti con un Paese così delicato come la Germania”.
A smorzare eventuali polemiche su Parigi, invece, è Guido Davico Bonino. Che, adottando la linea del “non ci sto”, dal suo ufficio in rue de Varenne non può essere più chiaro: “Non posso rappresentare all’estero un Governo in cui non mi riconosco – spiega – Non condividono una virgola di quello che questi dicono o pensano. La mia è una scelta del tutto personale, nonostante le insistenze dell’ambasciatore italiano perché restassi. In due anni abbiamo organizzato 300 manifestazioni, quasi una al giorno visto che sabato e domenica siamo chiusi. Ma ora basta, non ci sto più”.
E così, allo scadere dei primi due anni di mandato, Davico Bonino ha voltato le spalle ai ventiquattro mesi che gli restano e ha deciso di fare le valigie. Martedì sarà il suo ultimo giorno di lavoro, mercoledì tornerà nella sua Torino “come un pellegrino di Santiago di Compostela” dice con un sorriso. E conclude: “Sa cosa diceva Ungaretti? Il mio supplizio è quando non mi sento in armonia . Ecco, io mi sento così. Quindi ho preferito dire no, grazie”.
Diversa la posizione di Sira Miori, dipendente del ministero degli Esteri e “di carriera” a Bruxelles da due anni e mezzo. Raggiunta telefonicamente nella sua casa belga, dove è rintanata con un permesso per malattia, la Miori si trincera dietro a un gentile “no comment”.
“Non posso rilasciare interviste – spiega – dovrei chiedere l’autorizzazione all’Ambasciata”. L’indignazione, però, è forte. E il sostengo del maggior italianista belga, che ha scelto la Carte Blanche del quotidiano Le Soir per mostrarle solidarietà, l’ha resa “confusa e onorata”. Tanto che la “scelta politica e non di merito attuata dalla Farnesina” la spingerà a presentare “ricorso, sicuramente”. Anche perché lei, appunto, è una diplomatica. E, quindi, non dipendente dalla discrezionalità di un ministro, ma dal ministero stesso.
Così era, almeno, fino al recente cambio di rotta. Ancora Baccini si affretta a precisare: “Abbiamo deciso di innalzare Bruxelles a una di quelle sedi in cui il direttore dell’Istituto di Cultura viene scelto dal ministro. Sa, con la Presidenza italiana di turno alla Ue bisogna nominare una persona che risponda all’interesse Paese”.
(29 AGOSTO 2003, ORE 10:46)




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