....fascicolo 9520.
Ora ci prova il Parlamento.
Milano. Venerdì 8 agosto, in mattinata, il capo della Squadra mobile della Questura di Brescia, Francesco Messina, si è presentato alla procura di Milano. Ce lo avevano mandato i magistrati bresciani, impegnati nell’inchiesta sulla gestione del fascicolo 9520/95, quello aperto otto anni fa da Ilda Boccassini e Gherardo Colombo per l’indagine sulle toghe sporche, su Previti e su tutto quello che ne è derivato. Pochi, in realtà, hanno sospettato che il capo della Mobile volesse addirittura farsi consegnare il celebre (e monumentale) fascicolo. Per vari motivi. Anzitutto non è che a Brescia la procura sia a ranghi completi: i sostituti Antonio Chiappani e Francesco Piantoni si godono
le meritate vacanze; il procuratore capo, Giancarlo Tarquini,
è pure sul piede di partenza. Poi, proprio nelle stanze bresciane si
insiste sull’imbarazzo che provocherebbe in Tarquini una decisione lacerante come quella di chiedere il sequestro del fascicolo, già negato, lo si ricorderà, dagli inquirenti milanesi agli ispettori mandati dal ministero della Giustizia.
Motivo: tutela del segreto istruttorio.
E qui si pongono molti interrogativi.
Se Tarquini, a beneficio della propria indagine, chiedesse di metter mano al 9520, opporre il segreto istruttorio sarebbe giustificato?
Lo sarebbe dal momento che, a sua volta, Tarquini è assolutamente vincolato al medesimo segreto istruttorio?
E dunque, il segreto in questione sarebbe estendibile dal duo Colombo/Boccassini a Tarquini?
Oppure, una volta esteso, perderebbe la sua peculiarità di segreto? Quanta segretezza verrebbe intaccata? A dirimere
una questione tanto complicata, quasi cavillosa, verrebbe chiamata la Cassazione, che in casi di conflitto di competenza
si esprime a sezioni unite.
Ma non c’è soltanto una questione formale, stavolta.
Ce n’è anche una di merito: non appena si è aperta l’indagine della procura di Brescia sui possibili abusi nella gestione del
9520, gli avvocati di Cesare Previti – persuasi che il fascicolo possa contenere le prove dell’innocenza del loro assistito – si
sono costituiti parte lesa. Pertanto (a Milano le teste e le lingue funzionano sempre bene) l’obiezione del pool si rafforzerebbe:
consegnare il fascicolo a Tarquini, significherebbe trasformarlo immediatamente in atto giudiziario, come tale consultabile
da tutte le parti in causa, quella lesa compresissima. E si creerebbe il paradosso – riflettono a Milano – che un fascicolo
non consultabile da avvocati difensori sarebbe invece consultabile dai medesimi avvocati, ora in veste di avvocati di parte lesa, in un altro procedimento.
Un viluppo inimmaginabile. Davanti al quale, dicono a Brescia, si ha l’impressione che Tarquini intenda ritrarsi, anche per evitare un conflitto straordinariamente complicato ed esteso.
Chi infilzerà Moby Dick?
Bisogna ora tornare al capo della Mobile di Brescia, Francesco Messina. Si è limitato a chiedere atti formali relativi al 9520,
per esempio la copia della proroga delle indagini concessa nel 1997 alla Boccassini e a Colombo. E’ possibile che Tarquini ritenga
sufficiente accertare che non ci furono irregolarità nella concessione della proroga stessa, il che dimostrerebbe (forse)
che se non c’erano stranezze allora non ce ne sono nemmeno oggi. E dunque il fascicolo resterebbe di nuovo nella sua cassaforte: né a disposizione degli imputati, né a disposizione del ministero, né a disposizione della procura bresciana. Sigillato.
Ma qualcuno riuscirà mai a vederlo? Qualcuno riuscirà mai a infilzare questo Moby Dick inseguito da mezza Italia? La
partita non è certo soltanto in ballo a Brescia. L’uscita della scorsa settimana del portavoce di Forza Italia, Sandro Bondi,
che ha rilanciato l’ipotesi di una commissione parlamentare d’inchiesta su Tangentopoli, in tutto questo c’entra, eccome.
E non è un mistero. Tanto che i parlamentari di centrosinistra si sono subito inalberati, non accontentandosi di dipingere come
“eversivo” il progetto, ma disvelando quella che, secondo loro, era la trama occulta: “Così potranno acquisire il famoso fascicolo
9520”, ha detto il senatore diessino Guido Calvi. E lo stesso allarme è stato lanciato da Antonio Di Pietro e dal verde Paolo
Cento. Nessuno si è premurato di negare. Al contrario. Il senatore di Forza Italia, Michele Saponara, non ci ha pensato un secondo: “Certo che sì. Vogliamo vederlo. Non trovo che cosa ci sia di strano”.
E dunque la caccia riparte. Tutti dietro allo scrigno, per vedere che c’è dentro.
saluti




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