Ma alle nozze di Cana Gesù non biasimò sua madre
di Ilaria Ramelli
Leggendo, o ascoltando, il passo di Gv 2,4 è capitato probabilmente a molti di meravigliarsi dell’apparente ag*gressività e scortesia di Gesù verso sua Madre. Molte interpretazioni sono state date per cercare di spiegarle. In realtà, è la traduzione dal greco che è inesatta. In uno studio su Exemplaria Classica 12 ( 2008) ho dimostrato che ti emoi kai soi, gynai signi*fica tutt’altro, e precisamente: « Che im*porta a me e a te, donna? » , riferito al fatto che i convitati alle nozze di Cana non a*vessero più vino. Maria lo fa presente a Gesù invitandolo a intervenire, ma questi le fa notare che porvi rimedio non spette*rebbe né a lui né a lei. Gli argomenti in fa*vore di questa interpretazione vengono sia dal contesto, dal sen*so e dalla logica, sia dalla filologia ( lingua, traduzioni antiche, sintas*si greca), sia, ancora, dall’esegesi patristica.
Un’offesa pubblica di Ge*sù a sua Madre parrebbe tanto più assurda proprio nel Vangelo che si fonda sulla testimonianza oculare di quel Disce*polo Amato a cui Gesù dalla croce aveva affidato Maria, e che l’aveva presa in casa.
Probabilmente ella stessa narrò l’episodio di Cana ( dove erano presenti non i disce*poli, ma soltanto ella stessa, Gesù e altri parenti) al Discepolo Amato. L’interpreta*zione che propongo si adatta inoltre con perfetta logica alla sequenza: « Non hanno più vino. - Che importa questo a me e a te? ( Perché dovremmo preoc*cuparcene?) Non è ancora venuta la mia ora ( di com*piere ' segni') » . La tradu*zione più diffusa invece ha poco senso: « Non hanno più vino. - Che ho a che fa*re con te?... » , tanto più che ogni figlio ha ben a che fa*re con sua madre.
Anche le antiche versioni copte appoggia*no la mia interpretazione, in quanto ren*dono: « Che cosa ha a che vedere questo con me, e anche con te? » , e parimenti la sostiene un’indagine sistematica di tutte le attestazioni greche, dall’antichità alla Pa*tristica, del costrutto ti + pronome perso*nale dativo + kai + dativo. In almeno due passi nella LXX, 2Re 16,10 e 19,23 , questo costrutto può essere inteso nel senso « Che cosa importa a me e a te? » in riferimento all’osservazione immediatamente prece*dente dell’interlocutore, esattamente co*me in Gv 2.4 . Già in Platone ( Gorg. 455D2),
del resto, e poi in Porfirio ( Abst. 4.18), ti + dativo in una domanda significa « che cosa importa ( a te/ a noi)? » . Ulteriori conferme vengono dall’esegesi patristica. In partico*lare nelle Quaestiones et Responsiones ad Orthodoxos ascritte a Giustino, forse di Teodoreto, è offerta un’esegesi del passo i*dentica a quella che propongo: [ Problema:] Durante la festa di nozze, Ge*sù, dicendo a sua Madre ti emoi kai soi,
l’ha biasimata.
[ Soluzione:] Le parole ti emoi kai soi non furono pronunciate dal Salvatore per bia*simare sua Madre, ma per esprimere que*sto:
Non siamo noi che dovremmo preoccu*parci del vino consumato durante la festa nuziale. Tuttavia, per il mio profondo a*more, se vuoi, perché non manchi loro il vino, di’ ai servi di fare ciò che dirò loro, e vedrai che non rimarranno senza vino. Per questo autore, ti emoi kai soi significa, non: « Che ho a che fare con te? » , bensì: « Che importa questo a me e a te? » . E la versione greca dei Sermones Paraenetici ad monachos Aegypti di Efrem Siro pre*senta due costrutti paralleli, uno con ti + doppio dativo separato da kai e l’altro con
ti + dativo semplice + kai + nominativo nello stesso senso che in Gv 2,3, dove non c’è il nominativo poiché è chiaro che il soggetto è la frase di Maria immediata*mente precedente (' non hanno più vino') e i dativi sono due poiché le persone a cui la cosa non importa sono due, Gesù e Ma*ria: « Non hanno più vino. - E che importa ( questo) a me e a te? » .
Una corretta traduzione del brano greco del Vangelo di Giovanni svela che Maria non fu rimproverata dal Figlio
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La me stessa dei tempi del liceo è felice e sollevata di vedere che anche a ben altre menti è capitato di fare casino coi dativi greci......

