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Discussione: Bioregionalismo

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    Il valore della diversità linguistica nel bioregionalismo:

    Verso casa (Arianna Editrice)

    Il condizionamento dell’esistenza dell’uomo ai meccanismi della produzione prevede che ogni sua azione ed ogni suo pensiero, cioè la sua mente ed il suo corpo, siano tesi unicamente a calcolare, rendere e guadagnare. Questa riduzione, e lo svuotamento della ricchezza umana che ne consegue, è un meccanismo di omologazione che colpisce gli elementi portanti della sua identità. Uno dei mattoni più duramente colpiti è la lingua.
    Almeno a partire dagli anni ’60 l’italiano, entrato non si sa a quale titolo nelle istituzioni, si è imposto in modo radicale grazie al bombardamento dei media ed il suo utilizzo nella scuola. Detto così sembra quasi un atto di violenza: le lingue regionali sono state etichettate “dialetti”, lingue con il puzzo della stalla, da eliminare al più presto perché imperfette, legate ad un mondo di miseria ed anacronistiche. Attualmente è l’inglese invece che si impone come lingua del mercato e del profitto: lingua dell’omologazione, appunto.
    In questo scenario sono da apprezzare enormemente gli sforzi di tutti coloro che vogliono salvaguardare o recuperare la loro lingua. Si noti bene: non il loro dialetto ma la loro lingua.

    Ad esempio la lingua emiliana non è una distorsione o una imperfezione dell’italiano; al contrario! è una lingua romanza che deriva dal latino così come lo spagnolo o il portoghese. Definire una lingua come “non di Stato” è invece un trucco borghese, una forma di razzismo che fa classifica tra le lingue, alla base del degrado culturale imperversante. Recuperare la propria lingua dunque sarebbe già un buon antidoto all’omologazione che svuota e riduce le sfumature. Non è un caso che gruppi come i Baschi, i Bretoni ed i Gaelici, gli Occitani ed i Long Omai, utilizzino la loro lingua come strumento principale di difesa.
    Forse la lingua del proprio luogo e del proprio territorio puzza di stalla, ma è anche ciò che ristabilisce una relazione tra il corpo e la terra in cui si è formato, fornendo un ottimo supporto nel costituire le radici dell’identità contro le quali è scagliata una terribile volontà distruttrice. Ridare voce, poi, ad una lingua che puzza di stalla significa anche ricominciare ad avere una stalla (ndr.) ben diversa da quella imposta dalla produzione supertecnologizzata, che ormai è stalla vuota.
    Questa era l’opinione di Tavo Burat in La ricchezza della diversità linguistica, saggio contenuto in Verso casa. Una prospettiva bioregionalista (Arianna Editrice, Casalecchio,1998).
    In questa raccolta, legata alla prospettiva bioregionalista, sono presenti contributi di Etain Addey (Il bosco sacro), Tavo Burat, Graziano Campanini (Tra cielo e terra), Daniela Guerra (Il bioregionalismo per chi fa politica), Giovanni Monastra (Una saggezza atemporale), Giuseppe Moretti (La consapevolezza del mondo reale), Pietro Toesca (Senso del luogo e città), Marco Valli (All’origine del concetto di bioregione), Eduardo Zarelli (Deindustrializzare la società), Gianfranco Zavalloni (Appunti per un’educazione bioregionale).

    Per informazioni sulla attività bioregionalista in Italia ci si può riferire al Centro di Documentazione Bioregionale, via Bosco 106, 46020 Portiolo (Mn).


    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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  2. #2
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    Anche in ecologia il federalismo può dare riscontri concreti
    Il futuro del Pianeta si chiama bioregionalismo
    di Edoardo Zarelli Responsabile di Arianna editrice

    Tutti concordi, a parole, nell’identificare con il federalismo la proiezione politica più adeguata per interpretare quel pensare globalmente, agire localmente di Commoner, che è sempre risuonato come parola d’ordine della critica ecologista agli istituti politici della civiltà industriale. In realtà, i ritardi accumulati su questa intuizione si sono talmente aggravati da cedere la tematica localista in mano a forze diverse ed eterogenee che da destra, centro e sinistra strumentalizzano e cavalcano per il tempo di una facile demagogia. Anzi, l’ambientalismo, preferendo lo schieramento politico legato all’opportunismo del potere è purtroppo sovrapponibile alla superficialità strumentale di cui sopra.
    Da questo punto di vista è emblematico il disinteresse per la parte più viva del pensiero ecologista internazionale che, nella persona di Edward Goldsmith ha un elemento determinante in Europa, mentre addirittura nel Nord America, col movimento bioregionalista, si è ben più attenti allo stretto legame, che interagisce tra l’amore per la propria terra e la coscienza fattiva dai guasti causati dalla società dei consumi. Proprio negli Stati Uniti, dove più evidenti e futuribili sono le contraddizioni del modello di sviluppo occidentale, un nutrito gruppo di ecologisti dai nomi misconosciuti in Europa come Wendel Berry, Gary Snyder, Kirkpatrick Sale, sono iscrivibili nell’ambito del movimento bioregionalista.
    La parola stessa, bioregione, è da noi sconosciuta, citata da qualche avvertito articolista in ambiti minoritari ed ecologisti, dove comunque non ha trovato spazio adeguato né come concettualizzazione, né – il che è più grave – come prassi. Questo, sebbene anche da noi il movimento del ritorno alla terra, magari non strutturato, sia piuttosto pronunciato, unito a svariate iniziative produttive e commerciali legate al biologico, e quindi alla “riduzione di scala”, sempre più radicate e credibili. Pensiamo alla estrema difficoltà che le multinazionali dei prodotti alimentari transgenici stanno incontrando nella diffusione dei loro prodotti nel paese. Ora, se c’è qualcosa che crediamo sia difficile contestare da un punto di vista ecologista, è la necessità di un totale mutamento, di un cambiamento radicale nelle abitudini di vita degli abitanti del mondo supersviluppato, nonché dei rapporti fra questo e il resto della popolazione del Pianeta, che del supersviluppo paga quotidianamente le conseguenze. Questa necessità si manifesta con grande evidenza proprio nel momento storico in cui le ideologie e le “visioni del mondo” alternative denunciano i loro limiti e fallimenti. Ma c’è di più. La necessità di un mutamento radicale è legata anche all’atrofizzarsi dell’ecologismo, sempre più divaricato fra la reale consapevolezza e le idee mutuate dai comportamenti di vasti settori della nostra società. Il fatto è che, senza un punto di riferimento ideale, che serva da matrice per le scelte di vita personali e, quindi, politiche, le varie ricette filantropiche per la salvezza del Pianeta, il “nuovo modello di sviluppo”, la compatibilità ambientale e tutto il bagaglio del riformismo verde non sono in grado di colmare questa distanza.
    È sicuramente vero che l’ecologia, nella sua sfumatura “naturistica”, è diventata “di moda”, ma ci auguriamo si avverta tutto il desolante significato di questa affermazione. Se l’ecologismo è di moda, ciò significa che è stata metabolizzata dalla società dei consumi, che il rispetto per l’ambiente è divenuto un luogo comune della banalizzazione mediatica, con il deprecabile doppio risultato di agire superficialmente e di porsi, inevitabilmente, al servizio di chi indirizza mentalità e comportamenti collettivi.
    Ora, chi gestisce il potere, reale o virtuale che sia, non ha alcun interesse a proteggere la natura di tutti, a meno che questo comportamento non corrisponda ad esigenze di mantenimento del potere stesso. Non ne ha interesse reale, perché la funzione di potere è intrinsecamente anti-ecologica, essendo la natura un organismo che tende all’omeostasi e si autoregola attraverso una serie di interdipendenze relazionali e la compartecipazione delle specie a tutto il processo vitale.
    Il potere, al contrario, irrigidisce gerarchicamente i rapporti - oggi in forme tecnocratiche - ed ha come logica tutta moderna l’applicazione di astratte leggi economiche quali vere “leggi di natura”, determinando la mercificazione dell’esistenza. Lo sfruttamento ne è, dunque, elemento sostanziale: sulle persone, i popoli, la natura.
    Se l’ecologia è di “moda”, cessa di essere conflittuale con lo status quo, perdendo quella capacità unica di rottura e critica alle cause stesse della civilizzazione industrialista e tecnomorfa. All’oggi, ad esempio, il compostaggio dei rifiuti, il loro riciclaggio o le bonifiche, sono regolati da logiche profittevoli identiche a quelle che generano inquinamento e corruzione. Per assurdo, al deteriorarsi delle condizioni di sopravvivenza relativamente allo scarseggiare di materie prime e altre implicazioni dovute al titanismo industriale, potrebbe affermarsi una sorta di ecologia di Stato – o di super Stato mondiale – destinata a fronteggiare le emergenze ambientali con una politica di restringimento delle libertà, personali e comunitarie. È la logica secolare dell’affermazione degli Stati nazionali e dei loro mercati sui Popoli e le culture. È la logica progressista che reprime gli effetti incapace di rimuovere le cause che detronizzerebbero la sua egemonia culturale e politica.
    Già si hanno piccoli riscontri di questa tendenza nella contrapposizione fra le amministrazioni e le popolazioni locali per la realizzazione di discariche e inceneritori. La gente ovviamente non li vuole vicino casa ma vive in modo da renderli indispensabili… Il potere pubblico è ovviamente pronto a imporli con la forza, o comunque senza consenso, e dunque senza partecipazione, essenza della democrazia.
    Nel bioregionalismo troviamo stimoli per una risposta coerente a tutto questo. Se gli Stati Uniti sono l’avanguardia mondiale della dilapidazione naturale e dello stile di vita consumista che gli è proprio, solo sotto due aspetti hanno favorito condizioni vantaggiose per il bioregionalismo. La spontanea tendenza – peraltro non dominante – al decentramento ed alle autonomie locali (l’aspetto che impressionò positivamente Alexis de Tocqueville nel suo Viaggio in America) e il riferimento alle culture indigene, native.
    Ma il continente europeo non è sicuramente da meno in fatto di riferimenti al localismo. La tradizione autonomistica, regionalistica in senso lato, è molto radicata. Ci sembra perciò che il bioregionalismo sia al cento per cento prodotto da esportazione. Ovviamente, però, non a “scatola chiusa”: le differenze storiche, culturali e sociali tra l’Europa e gli Stati Uniti sono tali da rendere impraticabile una equiparazione. Ma una simile precisazione è tautologica, visto che parliamo di una visione del mondo che nasce “aperta”, e contraddirebbe la propria essenza se pretendesse di fornire indicazioni assolute, ideologiche, universalmente valide.
    Un riferimento certo è che la prospettiva bioregionalista vede nello Stato-nazione un’istituzione storicamente recente e, contemporaneamente datata, che si è imposta dopo una spietata lotta contro le autonomie locali, trasformando l’abitante da agente attivo e partecipante alle decisioni politiche – qual era nel contesto comunitario – a recettore passivo di beni a servizi in cambio della sua anonima “cittadinanza”. In controtendenza, il bioregionalismo propone una ristrutturazione complessiva dell’organizzazione territoriale, per il bene non solo degli esseri umani, ma di tutta la biosfera, ridiscutendo gli arbitrari confini statuali della tarda modernità, a partire dal principio di autodeterminazione, esprimendo autonomie ed interconnessioni naturali sulla base delle identità culturali. Dalla più semplice – la comunità locale – alla più complessa – il pianeta terra: la mitica Gaia.
    Non è difficile immaginare l’alternativa al pericolo in cui il modello industriale-scientifico ci ha posto: si tratta semplicemente di tornare ad essere abitanti della terra. Dobbiamo recuperare lo spirito che caratterizzò il “senso del limite” degli antichi Greci, considerando nuovamente la Terra come una creatura vivente. Vi è un modo sacrale di confrontarsi con essa e con le sue creature, un modo che implica rispetto e ammirazione, un respiro comune che inibisca l’abuso e la relativa obsolescenza. La parola bioregione si compone semanticamente di bio, la parola greca che significa vita e “regione” che deriva dal latino regere, cioè governare. La vita che si autogoverna nel limite biotico di un territorio. Un territorio abitato, un luogo definito dalle forme di vita che vi si svolgono, piuttosto che da decreti legge; una regione governata dalla natura.
    Tutto ciò è credibile solo coltivando una rinata sensibilità per la specificità dei luoghi e delle culture, una lealtà politica verso il territorio in cui viviamo, unite a pratiche economiche e sociali indigeste al sistema mondo capitalista. Vorrà dire un’economia radicata nella particolarità del territorio e delle sue tradizioni, espressa dalla sensibilità delle comunità locali.
    La pluralità delle identità comunitarie evita i rischi di accentramento del potere e quindi di colonialismo o imperialismo. La complementarietà e lo sviluppo di una fitta rete di relazioni intercomunitarie – tra cui la sussidiarietà e l’interdipendenza – possono definire con sufficiente approssimazione l’intento di un “federalismo ecologista”.
    Il problema di fondo è di ripensare pluralisticamente il mondo fuori dall’Occidente, dal suo universalismo monistico e dalla sua visione etnocentrica rispetto alla quale tutto diventa periferia. Il problema è di comprendere, per dirla con Mircea Eliade, che “in ogni posto c’è un centro del mondo” possibile. E quel “centro del mondo” è, per ogni uomo, la sua identità personale e comunitaria, il suo specifico territorio umano, naturale e culturale. Saranno il viaggio e l’ospitalità a tessere, come capi opposti di un unico filo, le trame di una convivenza qualitativa tra le diversità, appagando la necessità profonda, per noi moderni, di ritrovare nel contatto con altre culture, la radice del nostro essere, la risposta al disagio esistenziale indotto dalla civilizzazione di massa: una risposta alla insopprimibile ansia di radicamento.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Manifesto per una Ecologia Padanista
    dal sito http://utenti.lycos.it/lupidellealpi/
    1- La tutela delle nostre montagne, dei nostri boschi, dei nostri laghi e di tutto il nostro ambiente rappresenta un'istanza primaria per il movimento autonomista alpino-padano.

    2- La salvaguardia dell'ambiente alpino-padano riguarda esclusivamente la nostra gente che abita, ama e vuole difendere la Terra che ci è stata lasciata in eredità dai nostri Avi e che rappresenta il futuro per i nostri figli.

    3- Nell'ottica di un futuro superamento degli stati nazionali, auspicando un nuovo assetto federativo fra le comunità storiche padane e alpine, la legislazione a tutela della fauna, della flora e del territorio dovrà prendere come modello le avanzate proposte delle comunità austriache, svizzere, tedesche e francesi, nostre sorelle nel rispetto e nella sensibilità verso la Natura, derivata dalla comune origine celto-germanica delle sue genti.

    4- I governi locali e i loro organi legislativi si impegneranno a creare, aree protette, nuovi parchi, leggi di tutela delle specie animali e vegetali, a diffondere e utilizzare le nuove tecniche della bio-architettura e del riciclaggio dei rifiuti e infine a prevedere sanzioni pesantissime a chiunque distrugga, inquini o arrechi un qualsiasi danno al nostro sacro patrimonio ambientale.

    5- La tutela delle Heimat etno-culturali e bioregionali, dell'eredità storica, archeologica e linguistica deve diventare la battaglia principale del nuovo movimento ecologista padano che nulla a che fare con le organizzazioni mondialiste e centraliste, con le falsità verdi-rosse che serve dello stato, sono sempre pronte a svendere la nostra Terra e con essa il nostro Popolo.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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  4. #4
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    Ambiente, globalizzazione e dintorni
    di Edoardo Zarelli
    L’eterogenesi dei fini della globalizzazione

    di Edoardo Zarelli

    A sentire il monocorde rumore di fondo intonato dai cantori dello “spirito del tempo” occorre rendere tutto fluido, sussumere ogni sostanza nell'eterico divenire virtuale di media e finanza. Le nostre terre sono attraversate da questi nuovi profeti di un credo vecchio quanto la modernità che ne è portato concettuale e pratico, di cui il verbo liberista è la finalistica esplicitazione. L'elemento autoaffermantesi per chiudere ogni contraddizione storica è la globalizzazione. Oramai assunta come termine neutrale che si recita salmodiandolo in forma scontata, cioè ottimistica, ovvero scaramantica… La nuova retorica dipinge il processo di mondializzazione dei mercati come unico, immodificabile, paradigmatico. In particolare viene sottolineata la stretta relazione fra rivoluzione informatica, la nuova struttura sociale emergente e la ristrutturazione mondiale del capitalismo, che ha come contraltare l'emergenza più o meno retriva, “tribale”, di nuove forme di localismo come resistenza alla globalizzazione. Inconsapevolmente, ci viene fatta accettare l'oggettività dell'economia come “naturale”. I due postulati irrefutabili sono che la vita economica è spontanea e si muove secondo il gioco del mercato; quindi, che l'economia è una scienza autosufficiente. Nessuno osa dire che queste affermazioni sono assolutamente prive di verifica empirica, che dal punto di vista scientifico sono falsificabili. Il mercato non è affatto un'istituzione naturale. Esiste una letteratura copiosissima in merito, a partire da Carl Polanyi, che dimostrano come il mercato sia l'istituzione più politica ed artificiale che le società umane hanno prodotto nella loro storia. Insomma, gli scenari che emergono non sono così dialettici e progressivi come si vorrebbe e, soprattutto, molte sono le contraddizioni insanabili insite nei fenomeni in atto. La principale è che il processo di globalizzazione non è sostenibile dal punto di vista ecologico, sociale ed economico. La presa di coscienza della frattura nel rapporto uomo natura, che è alla base del modello di sviluppo in atto, è cruciale nella definizione di un'alternativa al modello sociale fondato sul consumismo, sull'individualismo e sull'indifferenza all'interesse collettivo che anima l'occidentalizzazione del mondo. Solo a partire da questa consapevolezza si può tentare un destino non scontato che, per eterogenesi dei fini, potrebbe ribaltarne il risultato.

    GLOBALIZZAZIONE INSOSTENIBILE NELL'USO DELLE RISORSE
    Originariamente il termine “risorse” voleva dire vita, autorigenerazione. La radice deriva infatti dal latino resurgere, che significa rinascere. Perciò l'uso del termine “risorsa” in relazione alla natura esprimeva il rapporto di reciprocità tra la natura stessa e gli esseri umani. Con l'affermarsi del nominalismo filosofico, del pensiero economico utilitaristico e del modello scientifico riduzionista, le “risorse naturali” sono divenute alimento illimitato per la produzione meccanica. La natura si è trasformata in materia morta, manipolabile, ed è stata negata la sua capacità di crescere e rinnovarsi. La globalizzazione porta alle estreme conseguenze lo sfruttamento del pianeta riducendo ad un unico libero mercato l'intero pianeta, eliminando ogni difesa locale. Questo comporta la “deregolazione” delle economie su scala mondiale ponendo le multinazionali nell'assoluta libertà predatoria delle risorse naturali, favorendo esponenzialmente il trasferimento delle materie prime dal cosiddetto terzo mondo al primo (i paesi ricchi). Il bisogno pressante di valuta pregiata delle nazioni più povere, le cui economie, abbagliate dal modello occidentale, sono gravemente segnate dal debito, porta tali paesi a disboscare e disporre le terre fertili (spesso residuali, data l'erosione e la desertificazione in corso) a monocolture di prodotti primari per l'esportazione. Se pensiamo che il 20% della popolazione mondiale consuma l'80% delle risorse, mentre l'80% dei sei miliardi di abitanti della Terra si divide il 20% di quel che resta, ci rendiamo conto dello squilibrio accentuato dalla mondializzazione del libero mercato. L'incremento di tali flussi comporta una moltiplicazione dei trasporti il cui costo in emissioni inquinanti, produzione e smaltimento dei mezzi e delle strutture che li supportano, è intuitivamente esponenziale. Inoltre, la finanziarizzazione delle economie e la politica monetaria internazionale comporta l'incremento dell'importazione anche di quei beni che è possibile produrre e consumare localmente. La politica dei cambi e il basso costo dei trasporti (che non riflette i costi reali e ambientali) rendono il bene importato meno costoso di quello prodotto sul posto, con conseguente fallimento dei produttori locali: la maggioranza. Questi ultimi vengono proletarizzati su scala mondiale, alimentando l'urbanizzazione coatta e i flussi migratori. Il “libero scambio” non è affatto libero, protegge gli interessi economici delle multinazionali, che già adesso controllano il 70% del commercio estero mondiale. La libertà delle multinazionali (Uruguay Round; Gatt; Mai; Wto) si basa sull'eliminazione delle sovranità politiche locali, rendendo loro impossibile corrispondere alla volontà dei propri cittadini/abitanti. Il risultato generale di tali effetti della globalizzazione è la maggiore dipendenza delle economie e una pesante ipoteca sulla loro autosufficienza sia materiale che culturale, poiché la centralizzazione tecnocratica dei poli decisionali corrisponde a uno sradicamento delle responsabilità politiche locali, cioè l'autodeterminazione dei popoli. Tali burocrazie, sempre meno controllabili dal basso, sono a volte irresponsabili per tecnicismo culturale, nella maggior parte dei casi corrotte moralmente e politicamente dagli interessi multinazionali.

    GLOBALIZZAZIONE AMBIENTALMENTE NON SOSTENIBILE
    La globalizzazione devasta mortalmente l'ecositema. L'incremento esponenziale della domanda di risorse necessarie per produrre più beni per l'aumento dei consumi e relativi rifiuti, è alla base di un enorme ingranaggio, che Serge Latouche ha felicemente definito megamacchina. Quest'ultimo inghiotte le foreste per soddisfare la pressante domanda di legname e cellulosa, dilapida le risorse non rinnovabili, disbosca e urbanizza impunemente il territorio (per accorgersene solo dopo catastrofi naturali di varia tipologia e gravità), sacrifica irreversibilmente la biodiversità trasformando habitat millenari in monocolture agricole e minerarie con conseguenze devastanti sulla stabilità del clima mondiale. In tal senso, le implicazioni della manipolazione genetica aprono uno scenario imprevedibile sulle conseguenze nel mondo naturale dell'applicazione delle biotecnologie. La capacità di autorganizzarsi è la caratteristica principale dei sistemi viventi. I sistemi che si autorganizzano interagiscono con il loro ambiente mantenendo la propria specificità. Un sistema vivente definisce da sé i suoi mutamenti strutturali e le condizioni ambientali che li stimolano. Quando un organismo o un sistema è manipolato meccanicamente per migliorarne una funzione, l'organismo si deprime, abbassa le proprie capacità immunitarie oppure, al contrario, l'organismo diventa dominante nel suo ecosistema sopprimendo gli spazi vitali altrui. Per metafora, tutti i problemi ecologici derivano dall'applicazione del paradigma riduzionista e razionalista. Con l'ingegneria genetica raggiungono il parossisma, con conseguenze semplicemente inquietanti. Dal punto di vista locale, risulta gravemente compromessa la capacità di governo del proprio territorio. I casi più emblematici pongono le autorità locali ostaggio delle condizioni economiche, trasformando il proprio ambiente in merce di scambio per produzioni o smaltimenti indotti dalla globalizzazione.

    GLOBALIZZAZIONE SOCIALMENTE INSOSTENIBILE
    Dal punto di vista della sostenibilità sociale, l'impatto più rilevante si ha a livello politico. A un accelerato processo di integrazione economica corrisponde un processo, altrettanto accelerato, di disintegrazione politica. La relazione fra i due processi ha degli aspetti perversi poiché le istituzioni economiche globali e la finanza internazionale influenzano sempre più i meccanismi di governo determinando le strategie politiche locali. Ci troviamo quindi di fronte a una crisi di legittimità politica senza precedenti. Tale crisi di autorità comporta nel contempo una crisi di democrazia, di partecipazione. La diversità è intimamente legata alla possibilità di autorganizzarsi, perché difenderla comporta il decentramento e il controllo democratico locale. La globalizzazione inibisce le condizioni dell'autogoverno e dell'autogestione imponendo un ordine gerarchico e violento, sia per quanto riguarda i sistemi coercitivi necessari a mantenerlo, sia per quanto riguarda i suoi effetti di disintegrazione sociale ed ecologica.

    GLOBALIZZAZIONE INSOSTENIBILE PER LA QUALITÀ DELLA VITA
    Per quanto riguarda la qualità della vita, le conseguenze più immediate sono dovute allo sgretolarsi del tessuto sociale, a partire dalla famiglia, con un aumento generalizzato dell'insicurezza sociale, della violenza e dei crimini. L'atomizzazione e l'alienzione estirpano le solidarietà reali, comunitarie, sostituite da uno spirito individuale di competizione e di mercificazione elevati a valori di affermazione universale. L'impatto della congiunzione di tecnicizzazione, burocratizzazione, specializzazione, astrazione conduce a una perdita generalizzata di concretezza e responsabilità, mentre l'irruzione dell'accelerazione tecnica nelle nostre vite costituisce una minaccia definitiva alle culture consolidate, al pluralismo identitario e alle diverse forme di civiltà che caratterizzano il mondo e la stessa varietà naturale. L'omogeneizzazione e le monocolture si associano con la prevaricazione politica internazionale, l'uso della coercizione, del controllo e della centralizzazione. Senza controllo centralizzato e forza impositiva questo mondo, che è dotato della ricchezza della biodiversità, non potrebbe essere ridotto a strutture omogenee e le monocolture non potrebbero essere mantenute. Le comunità e gli ecosistemi decentrati e autorganizzati producono biodiversità, mentre la globalizzazione produce monocolture controllate con la coercizione.
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    Ecosistema Insubria: ambiente in movimento alla ricerca di equilibrio
    di Matteo Colaone, Terra Insubre n.25
    Considerazioni e proposte verso una nuova cultura del territorio tesa a salvare la nostra terra dall’imminente morte ecologica.

    di Matteo Colaone
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    Ancora nei primi anni Ottanta del XX secolo Konrad Lorenz, affidandosi ai suoi noti studi sul comportamento dell’animale uomo, costatava l’inscindibile correlazione tra estetica del paesaggio e equilibrio della presenza antropica: “Una persona amante della natura alla quale siano familiari, per esperienza diretta, molti paesaggi diversi ecologicamente sani, acquisisce immancabilmente, in modo riflesso, una capacità di valutazione molto importante: egli troverà belli i paesaggi in condizione di equilibrio ecologico […].Anche i territori nei quali vive l’uomo possono essere belli, se conservano in qualche modo la comunità ecologica delle forme di vita” (1).

    Parole che suonano illuminanti se si considera come negli stessi anni Lorenz, rifiutando ogni giustificazione positivista della Storia, ammoniva l’umanità circa i rischi di un’imminente catastrofe ecologica; allo stesso tempo profetizzava il pericolo “di un suicidio rapido ma non indolore” condotto per mano della mentalità dominante, schiava dei centri di potere economici e della monocultura tecnocratica e scientista, e cieca alle armonie e ai ritmi della natura. A distanza di vent’anni non possiamo che confermare questa preoccupazione, ovviamente con le dovute aggravanti frutto dell’incalzante processo di globalizzazione “conclamata”.

    La cosiddetta “civiltà occidentale”, e con essa gli ecosistemi dell’intero pianeta, appare sempre più prossima a quel punto di non-ritorno già pronosticato da Faye (2) con le dinamiche di una terrificante grande accelerazione; nondimeno la consapevolezza sempre più diffusa di vivere sull’orlo di un fragile equilibrio ambientale potrebbe far nascere nell’uomo la volontà di rivoluzionare questa tendenza. Un “contrordine” che dovrà però partire, per dirla con un’espressione ormai fin troppo abusata, “dal basso”, ossia dalla rete sottile che unisce ogni popolo e ogni uomo con la propria terra.

    Il singolo essere umano è l’unità minima di quella componente antropica che, completandosi e compenetrandosi con l’elemento ambientale, dà vita alla complessità dei cosiddetti sistemi bioregionali (3). Come i tasselli di un variopinto mosaico, la realtà etnolinguistica, l’ecologia e la geografia disegnano i tratti della bioregione: una costruzione vitale, dinamica e per questo instabile. Non appena l’equilibrio tra l’uomo e l’ambiente si incrina gli individui vedono sgretolarsi il mosaico di cui sono parte e non comprendendone più appieno la bellezza se ne disaffezionano, allontanandosi sempre più dal loro luogo nativo. Lasciandolo prima spiritualmente, e - come conseguenza - anche fisicamente: non lo riconoscono più come loro.

    Se estesa a tutta l’umanità, questa “patologia” condurrà a uno sradicamento metastàtico e incontrollabile le cui prime avvisaglie si sono già manifestate soprattutto nei Paesi cosiddetti ‘occidentali’. Il primo sintomo è la disponibilità dell’individuo di svendere la terra come una qualsiasi altra merce di scambio. L’uomo può ora ignorare qualsiasi tipo di pianificazione nell’uso del territorio che non sia quello relativa all’utilizzo che potrà farne per intascarne il relativo valore monetario: la terra da simbolo di un gruppo umano si riduce a una figura geometrica sulla carta catastale che assume tanto più interesse quanto maggiore è la sua potenzialità di profitto.




    Cronistoria dell’antropizzazione in Insubria e paure presenti.
    In molte contrade d’Insubria questa fase è già stata vissuta sin dagli anni Sessanta del secolo scorso; in altre vede oggi il suo maggiore sviluppo con esiti ancora più preoccupanti. Ciò è gravissimo, soprattutto nel momento in cui si considera che la storia dell’Insubria si configura purtroppo come la costante contrapposizione fra uomo e natura, all’interno della quale il primo elemento non ha esitato a piegare ai suoi voleri il secondo, con la conseguente creazione uno spazio “sofferente” perché fortemente antropizzato.

    La dislocazione dei primi insediamenti umani fu regolata dalle condizioni naturali di base (4) . L’urbanizzazione romana fu il primo fattore esterno che andò a intaccare l’assetto naturale del territorio: la trasformazione delle comunità rurali in urbs non fu soltanto un momento di mutamento di organizzazione sociale, ma anche politico, poiché ai centri cittadini venne affidata la funzione di cardo per la centuriatio delle campagne circostanti. Con la caduta dell’Impero Romano le regioni padane beneficiarono di una parziale rinaturalizzazione a seguito del ritorno all’incolto, così come avvenne fra la metà del XIV secolo e i primi decenni del successivo, a causa delle difficoltà generate dai ben noti fenomeni epidemici manifestatisi in concomitanza della cosiddetta “piccola glaciazione”, vero e proprio freno climatico per le produzioni agricole. La successiva fioritura urbana fu il secondo processo che riportò l’espansione dell’agricoltura, degli insediamenti e a della densità antropica grazie all’introduzione di nuove tecniche di bonifica (si pensi alle “marcite”), nonché all’innovazione delle tecniche di allevamento bovino. L’intersecazione delle strutture agricole con i primi esperimenti industriali vide nell’Insubria un terreno fertilissimo: il mutato modo di produrre richiese nuove possibilità architettoniche e viabilistiche che si palesarono nella creazione delle città industriali, ricreando un nuovo modello socio-economico sempre più in cerca di nuovi spazi da “colonizzare” e sostituire con ambienti artificiali.

    Ma è il boom economico, successivo alla ricostruzione post-bellica, che velocizzò il progredire di una straordinaria serie di fattori destabilizzanti, una micidiale combinazione che ebbe paragoni in Europa solo nei fenomeni conurbativi di maggiore dimensione, quali la Ruhr-Valle del Reno, il Golden Triangle in Inghilterra, il Randstad nei Paesi Bassi e l’Ilè-de-France parigina. A questo stato di cose si accompagna la crescente consapevolezza dell'impossibilità di un'espansione illimitata: prova ne sono le prime esperienze di edilizia pubblica realizzata sventrando le antiche abitazioni nei nuclei cittadini, procedendo così all’estirpazione dei cuori battenti della storia dei nostri capoluoghi e dei nostri paesi. Le teorie dell'urbanistica moderna consolidate tra le due guerre divennero realtà senza comprendere né considerare le inerzie della città storica, prefigurando una nuovissima scena urbana che riserva a pochi (quasi selezionati!) monumenti, isolati in un contesto ormai eterogeneo ed estraneo, il ruolo di muti testimoni di un'epoca scomparsa.

    Negli ultimi tre decenni si è infine completata la trasformazione di una terra rurale, costituita di piccoli borghi, pianure boscose, brughiere collinari e valli alpine, in un continuum urbano che, soprattutto nella fascia della media Insubria, appare nelle immagini satellitari come un inquietante cancro tentacolare, il quale si diparte da Milano e si ferma solo all’innalzarsi del pedemonte alpino.

    La Regione Lombardia ha attualmente una densità di popolazione che sfiora i 400 abitanti per kmq (5) , valore medio che ci accomuna solo alla Campania, ma che comunque cela profonde differenze distributive. Circa più della metà dei 9,12 milioni di cittadini “lombardi” (6) si concentra proprio nell’alta pianura insubre, nell’insieme dei centri che ruotano attorno a Milano e che si estendono sulla direttiva Est-Ovest dal Ticino all’Adda, mentre su quella Sud-Nord dalla linea delle risorgive ai primi rilevi prealpini. L’area metropolitana, cioè quella che più direttamente subisce gli effetti della grande polarizzazione da parte di Milano, accoglie già da sé circa 5 milioni di abitanti con una densità abitativa variabile fra i 4000 e gli 8100 ab./kmq. All’esterno si è generato un tessuto urbano che si innerva verso le città di Novara, Varese, Como, Lecco e Bergamo: quella che sembrerebbe configurarsi come un’architettura poli-nucleare, vede ancora nell’hinterland il proprio punto di riferimento socio-economico.

    Gli spazi agricoli sono tanto più ampi quanto più distanti dalla città e spesso affogano nell’uniformità del paesaggio tanto da non poter raggiungere i connotati propri della campagna: se sino agli anni ‘80 era consentita l’espressione di “campagna urbanizzata”, nel 2000 si parla di "città diffusa" o "città sparpagliata" (Spread City), ponendo l’accento sulla funzione residuale cui sono stati declassati gli interstizi rurali. Questo spazio ibrido si caratterizza, quasi a voler peggiorare un quadro già compromesso, per la ripetitività architettonica degli artefatti, di varia natura e complessità, nel quale la nascita di nuove realtà insediative (7) e industriali crea costantemente realtà non ancora facilmente analizzabili. L’urbanizzazione dell’alta pianura ha ulteriori appendici sia nelle insenature delle valli prealpine, sia nelle propaggini meridionali verso la bassa pianura agricola, in entrambi i casi seguendo le direttrici delle strade statali e provinciali. Queste aree andranno probabilmente a rappresentare una sezione più ampia e non ancora del tutto delineata della megalopoli lombarda, che potrà poi innestarsi a oriente e a occidente con le omologhe realtà della pianura veneta e del più lontano torinese. Un futuro in questa direzione potrebbe presentarsi nei termini una Padania post-industriale dominata da una gigantesca area metropolitana, trasversale, frutto della finale vittoria della presenza dell’attività umana sul territorio, dalla quale si salverebbero solo pochi ambiti isolati o alpini, che per la loro inerte resistenza riuscirebbero a tutelare le organizzazioni territoriali e gli elementi tradizionali del paesaggio.




    La causa sociale.
    La tensione al raggiungimento della “soglia di impossibilità fisica” è quindi il dato oggettivo di partenza per altre considerazioni. Abbiamo visto come le sollecitazioni che ha subito - e ancora subirà - il nostro territorio non siano state rispettose dell’equilibrio naturale: si riveleranno tumultuose e sempre distruttive; così sarà finché le spinte propulsive dei fenomeni di destabilizzazione ambientale non si saranno - per qualsivoglia motivo - esaurite. L’impressionante densità abitativa dell’Insubria è frutto principalmente dei flussi migratori che da quasi mezzo secolo hanno saturato la nostra regione, a partire da quando le maggiori città divennero il primo centro di spinta del “miracolo economico” e si ingrandirono accogliendo schiere di immigrati provenienti dall’Italia meridionale e dal Veneto: la mancanza di dati certi ci induce cautamente a stimare l’importanza del fenomeno intorno alle 700.000 unità verso la Lombardia fra il 1955 e il 1970. Fu palese solo più tardi l’evidente impreparazione ad affrontare il fenomeno da parte delle istituzioni, che cercarono sempre di considerare il malcontento degli autoctoni come un’espressione di velato razzismo.

    Sempre negli stessi anni, quelli della vittoria economica dello stabilimento e della “disoccupazione zero”, nacque la grande crisi sociale che condusse nelle campagne al rapido crollo dei presupposti della vita agricola, mentre la cultura montanara venne aggredita da nuovi modelli di vita e di produzione: la città diviene ricettacolo di un’umanità nuova, i paesi e le cascine si degradarono in periferia.

    Anche in Insubria, come in altri territori, nasce la prima società in odore di benessere facile. L’aumentata disponibilità economica, lo sviluppo delle imprese edili e dell’edilizia popolare, l’assoluta mancanza di strumenti urbanistici si sono combinati in una micidiale miscela colonizzatrice del territorio. Anche questa è una tendenza non completamente compiutasi neanche oggigiorno: se ieri era la periferia a espandersi a dismisura, ora è l’anello più esterno ad essa a consumare i terreni agricoli adiacenti i centri abitati. La piccola e media borghesia, spesso figlia di quel mondo operaio tipicamente anni ’70, si sposta verso le cittadine, fra un proliferare di seconde case e nuovi insediamenti residenziali. I piccoli centri fanno da sfondo a una nuova ondata edificatoria: il pendolarismo e l’abbandono delle città hanno trasformato la metropoli in un puro motore del terziario e le campagne nelle nuove sedi del piccolo-medio imprenditore del capannone prefabbricato.

    È sintomatico come il lombardo del nuovo millennio alla ricerca di una migliore qualità della vita sperimenti nuove soluzioni allontanandosi dalla città, spesso a fronte di quel fenomeno immigrazionistico di matrice extra-europea (8) che porterà a breve i nuovi arrivati a contendersi spazi vitali con gli abitanti delle periferie cittadine.




    Il ruolo della metropoli
    . Alla base delle cinetiche di sviluppo del territorio insubre si pose, storicamente, una rete insediativa, un tessuto al cui “vertice gerarchico continuò a restare Milano, promossa sin dai tempi più antichi al ruolo di massima centralità padana, che come tale, in quanto sede delle signorie viscontea e sforzesca, poté salvaguardare nel tempo la territorialità lombarda. Infatti se si considera l’età delle signorie come una fase di contesa per la supremazia urbana in Padania, si può veramente ritenere che il ruolo avuto da Milano […] sia stato decisivo nella difesa della regionalità lombarda. Tale funzione di Milano non è venuta meno neppure all’epoca delle dominazioni straniere, l’ultima e la più importante delle quali, quella asburgica, conferì alla città impulsi "europei" che la arricchirono culturalmente ed economicamente.[…]Quella fase dell’industrializzazione consolidò l’importanza di Milano come capitale economica e culturale ed anche come prima centralità urbana moderna, ponendo poi le basi dell’ultima fase dell’industrializzazione italiana, quella fondata sulla piccola industria, coraggiosa, dilagante, localistica, ossessionata dal peso dello stato, che ha trasformato la vita delle città e delle campagne padane in misura maggiore di quanto non abbia fatto la prima fase della industrializzazione. Questa infatti si esplicava in forme locali, mentre l’ultima ha avuto effetti generali, investendo l’intero spazio regionale. C’è chi l’ha paragonata ad una alluvione. Effettivamente essa non ha solo determinato una crescita urbana dovuta agli apporti, massicci, dell’immigrazione, ma ha sconvolto l’intera organizzazione rurale, suscitando cioè effetti su ampio raggio. Cosicché oggi tutto ciò che dell’epoca precedente, sopravvive, frammentariamente, si pone come semplice testimonianza di un’epoca precedente, più che come elemento funzionale alla nuova organizzazione del territorio e ai connessi nuovi modi di vita e di produzione. Difatti la riconversione degli elementi ereditati non è sempre possibile rispetto alle richieste d’oggi. Questo rende assai complessa la pianificazione paesistica che abbia come mira la tutela delle testimonianze del passato e la difesa delle identità costruite attraverso i secoli.” (9). A riprova di quanto affermato, “Milano è profondamente cambiata nel corso degli ultimi trent’anni. Ha perso circa un terzo dei suoi abitanti (da quasi 1.750.000 nel 1973 a 1.182.000 nel 2001), più delle altri grandi città europee di pari rango. Chi è uscito da Milano […] è andato a vivere in una vasta area compresa fra le pendici delle montagne e la bassa pianura. […] Alcuni significativi interventi che costellano le periferie non sembrano contribuire ad affrontare questi problemi. Progetti analoghi – un modello fatto di residenza e uffici nel verde con centro commerciale – vengono riproposti in luoghi storici cancellandone la memoria (dove un tempo c’erano la Maserati, la OM, la Redaelli), e istituendo relazioni deboli con il contesto: con l’Ortica e con Lambrate, con Rogoredo” (10). Per questo entro pochi anni l’evoluzione di Milano genererà processi di disordine spaziale che ricadranno a cascata verso il suo esterno, conquistando i paesi e inglobando sobborghi, creando un limes in continuo avanzamento fra città e campagna. Ancora una volta mancano soluzioni reali per combattere l’impoverimento dello spazio pubblico e delle periferie storiche, sintomi di una crisi anche di progettualità. A fronte di ciò restano le esigenze connesse alla vita moderna, dominata da un’umanità brulicante nelle proprie attività, che si rispecchieranno nell’aspetto indifferenziato delle città, caratterizzate da grandi complessi edificati, residenziali, commerciali e industriali, susseguentisi senza soluzione di continuità, se non fosse per le grandi arterie stradali che ormai costituiscono un fitto intreccio che si estende verso i centri satellite.




    Asfalto d’Insubria.
    Terzo elemento di disturbo ancora perdurante, e forse chiaro simbolo della drammatica dinamicità economico-sociale degli ultimi decenni, è l’infinita spinta verso la motorizzazione di massa, il cui riflesso è lo sviluppo della rete stradale e autostradale. Sebbene da anni si propongano mezzi di trasporto alternativi alle auto, purtroppo sembra che almeno per un prossimo futuro queste idee rimarranno tali, perlomeno valutando la quantità di progetti relativi al trasporto su gomma ancora in cantiere. E non per niente l’autostrada è una creazione precipuamente insubre: inaugurata nel 1921 da un imprenditore edile, il senatore Puricelli, l’idea di strade riservate ai soli veicoli a motore divenne motivo di prestigio per il regime fascista e attuata secondo il metodo della concessione a società private. Nasce quindi la Milano Laghi, a due corsie, larga circa 15 metri e pavimentata di lastroni di cemento. Dal 1950 al 1985 sono stati costruiti 100.000 km di nuove autostrade, con l’obbiettivo dichiarato di raggiungere l’allucinante “standard ottimale” di 1 km di strade per 1 kmq di territorio. L’Insubria, dopo essere stata tagliata in tante fette verticali, da Nord a Sud (Milano-Varese, Milano-Como, Superstrada Milano-Meda, Nuova Valassina, Tangenziale Est, etc.) sta accorgendosi di possedere ancora degli attraversamenti Est-Ovest inadeguati. Di conseguenza dopo la Tangenziale Nord ed il Peduncolo, ecco la Pedegronda o Gronda Intermedia; la giustificazione di queste futuribili scelte sta principalmente nella congestione del traffico che poi subiscono anche le arterie di nuova costruzione.

    In Lombardia sono attualmente in cantiere 202 km di nuovi tratti autostradali e per altri 90 km sono in partenza i lavori (11). Ma, a quanto pare, il modello va perseguito fino in fondo, fino a sperimentarne anche le aberrazioni più inquietanti, fino alla sua saturazione. Oggi oltre 900.000 automobili si dirigono quotidianamente verso Milano (12) e il traffico pesante tende a crescere più velocemente di quello leggero. Le strutture viarie mostrano già problemi di impatto ambientale (cattivo inserimento paesistico, interferenze col sistema idraulico, stabilità, inquinamento acustico e atmosferico) (13) e aumenta la frequenza dei “contatti critici” fra le aree residenziali, gli attraversamenti urbani e le stesse infrastrutture viarie: tanto più che la ricollocazione delle attività industriali e artigianali è stata in gran parte guidata dallo stesso sviluppo delle direttrici a più ampio traffico, andando a configurarsi come “corridoi” preferenziali. Forse a molti non è ancora chiaro che “la realizzazione delle infrastrutture stradali è stata una delle cause dell’incremento del traffico” (14). Si è andata a creare una spirale di sistemi di intervento basati unicamente sulla risposta ad una domanda di mobilità in continua crescita, contribuendo a insistere su ambiti territoriali sempre più in pericolo. Considerando il tutto nel suo insieme risulta quindi che dal 1971 al 1990 la Lombardia abbia perso il 9,3% del suo territorio a causa della cementificazione edilizia e viaria e che il computo del aree ad alta densità demografica sia pari al 26,2% della superficie regionale (15).




    Il ruolo degli enti amministrativi.
    “Salvare il salvabile” è la parola d’ordine in attesa di un cambiamento di mentalità, cambiamento già in fase avanzata fra i tecnici e auspicabile in tempi brevi per l’intera classe politica insubre con il rinnovo generazionale. Negli ultimi vent’anni la riconsiderazione dei problemi del paesaggio e degli ecosistemi è indubbiamente cresciuta sfociando nella creazione di comprensori di salvaguardia. Ciononostante molti dei punti nodali del consumo territoriale e del depauperamento delle risorse sono ancora praticamente irrisolti, ed in molti casi aggravati.

    Nel 1974 la nascita del Parco Regionale Lombardo della Valle del Ticino (16) preannunciava il varo della Legge Regionale n. 86/1983 sulle aree protette, attraverso la quale viene istituito il “Sistema Regionale Parchi” e l’approvazione dei “Piani Territoriali di Coordinamento” (PTC) di ogni singolo nuovo ente è definita competenza del Consiglio Regionale; i Parchi sono aggettivati come Naturali. Nel novembre 1991 la legge quadro statale sulle aree protette norma, tra l’altro, l’attività venatoria nei Parchi Naturali Regionali; ma per alcuni Parchi la trasformazione in legge regionale dei propri PTC è continuamente rinviata a causa di intoppi burocratici. Un nodo critico della vicenda si ha nel 1996 quando la Legge Regionale n. 32/1996 modifica la precedente 86/1983 eliminando il termine Naturale dalle denominazioni ufficiali (permettendo così l’attività venatoria) e la competenza di approvazione dei PTC passa dal Consiglio alla Giunta. La stessa normativa prevede però che all’interno dei Parchi, ora solo Regionali, si individuino porzioni di territorio da riportare allo status di Parco Naturale. L’approvazione di tali proposte comporterebbe il divieto della caccia (ma con la possibilità di abbattimenti selettivi da parte dei cacciatori locali) e soprattutto l’accesso a finanziamenti statali e comunitari, una riqualificazione dell’immagine del territorio, nessun vincolo nei riguardi delle attività agricole e forestali, la tutela nei confronti di attacchi speculativi da parte di amministratori non avveduti tramite l’obbligo di Valutazione di Impatto Ambientale per le nuove opere.

    Al settembre 2002, data di emissione del quarto aggiornamento annuale dell’“Elenco ufficiale delle Aree Naturali Protette”, a causa di questa discrepanza terminologica ma sostanziale, all’interno del territorio lombardo non risulta esistere nessuna area a regime di “massima naturalità”, eccettuato il Parco Nazionale dello Stelvio e le piccole Riserve Naturali (17), per un totale del 2-3% del territorio contro quell’1/5 che già era stato posto sotto tutela rigorosa nei pionieristici anni ’80. Il tanto sbandierato 23% di superficie tutelata in Lombardia comprende quindi anche i 26 Parchi Regionali (ora classificati come ‘fluviali’, ‘di cintura metropolitana’, ‘forestali’, ‘agricoli’ e ‘montani’), che sono protetti solo da blande norme regionali di carattere paesistico.

    Questo doppio regime di tutela, sintomo di un ritardo nel riassetto del “Sistema Parchi”, cela malamente una forma di vuoto legislativo e mostra il fianco a una serie di pericoli per i territori protetti, primo fra i tanti la già citata volontà di molti amministratori (di ogni parte politica) di superare qualsiasi vincolo ambientale in nome di “priorità” quali l’improrogabile espansione degli abitati (soprattutto nell’hinterland di Milano) e la rapida realizzazione di grandi opere pubbliche (18).

    Nonostante la ancora perfettibile politica dell’amministrazione regionale circa le aree protette, forse un passo di particolare interesse è stato la compilazione del “Piano Territoriale Paesistico Regionale” diffuso nel 1997 (19) e parte di un più ampio “Piano del Paesaggio Lombardo”. Senza scendere nel dettaglio, questo corposo documento ha il pregio di inserire prepotentemente i concetti cardine della pianificazione territoriale e paesistica nelle sedi amministrative locali (province e comuni) e organizzare un quadro di 23 ambiti sub-regionali sulla base dei dati fisici, antropologici, di costruzione storica e di eredità identitaria che li qualificano (Varesotto, Valtellina, Lomellina, Brianza, solo per citarne alcuni) da rapportarsi in modo trasversale a sette “unità tipologiche di paesaggio” (fascia alpina, prealpina, alta pianura, etc.). Oltre a notare come la variabile storica sia tenuta in grande considerazione dai compilatori del suddetto quadro, ci piace pensare alla somiglianza di questo approccio con quello proposto dall’architetto Gilberto Oneto in merito alla creazione di “aree omogenee” quale dimensione ottimale per la gestione di zone accomunate da problematiche e caratteri tipologici simili (20). Per ora attendiamo i dettagli della nuova “Legge Regionale per il Governo del Territorio”, sulla quale non intendiamo però soffermarci prematuramente. A quando una seria un’inversione di tendenza pronta a liberare il territorio dalle province prefettizie e da confini regionali innaturali?




    Il rifiuto di soluzioni universalistiche.
    Ci siamo soffermati a lungo sugli aspetti sociali della questione ambientale. In questi ultimi decenni il territorio sarebbe stato gestito in modo meno squilibrato ed inesperto se le conoscenze tradizionali diffuse fra contadini non fossero state soppiantate dall’insensibilità di chi nel lavoro e nella vita quotidiana ha ben poco a che fare con la terra. Ci troviamo dinnanzi a una ferma necessità di ripristino e rivalorizzazione di quegli spazi che hanno pagato le spese di uno sviluppo impietoso del quale stiamo verificando solo oggi il corto respiro; a ciò si rapportano poi importanti cambiamenti di ordine geopolitico e economico: la fine della lettura dello spazio come inscritto in blocchi nazionali, la libera circolazione delle persone e delle merci, l’aumento esponenziale degli scambi, l'affermarsi di modi di produzione e commercio non-materiali, la nascita di un nuovo spazio economico, l'Unione Europea, che vede l’Insubria fra le regioni industrializzate impegnate in sempre più strette azioni di miglioramento del proprio livello competitivo verso i più dinamici sistemi statunitense e giapponese. E infine la graduale scomparsa dei luoghi consueti di relazione umana.

    Indubbiamente il fenomeno più immediato che si sta già realizzando nei nostri luoghi è il cambiamento di ordine sociale dettato dai persistenti flussi migratori (che ci accompagnano ininterrottamente sotto diverse forme dagli anni ’50), la stazionarietà dei tassi demografici degli autoctoni, la ricapitalizzazione della ricchezza in mani sempre più sconosciute, la crescita forzata di un nuovo proletariato e da ultimo l’annunciata crisi del corrente modello statuale. Le dinamiche globalizzatrici stanno conducendo alla revisione del concetto di “questione ambientale” che non verrà più intesa come correzione del modello di sviluppo, ma diverrà, nell’intento dei sostenitori della Conferenza di Rio del 1992, arco di volta di una nuova “filosofia”. Ma nel caso in cui si verificasse l’impossibilità intrinseca di una serena convivenza fra il treno in corsa del progresso capitalista e una ordinata pianificazione del territorio ispirata ai principi di tutela della vita biologica e intellettuale delle comunità locali, la teoria dello “sviluppo sostenibile”, tanto sbandierato in sedi sovranazionali potrebbe crollare davanti alla dura realtà. L’instabilità di questi pensieri è nelle loro stesse origini, ossia le soluzioni promosse dal progressismo “verde” europeo, che sebbene abbia il merito storico di aver sensibilizzato molti cittadini insubri ai temi dell’ambientalismo sin dai primissimi anni ’80, presenta inaccettabili compromessi sui temi di fondo. Sottoscriviamo appieno, come ecologisti radicali, le parole di Eduardo Zarelli: “Il tentativo di conciliare la produttività industriale con la gestione dell’ambiente è l’ambientalismo. Esso si colloca in una prospettiva antropocentrica, grazie a una visione scientifico-materialista della natura, per cui il deterioramento dell’ambiente compromette gli interessi umani di sopravvivenza. L’atteggiamento culturale che ne consegue è largamente maggioritario, limitandosi a concepire la natura come un capitale da preservare da parte dell’uomo “responsabile” e “preveggente”.” E più incisivamente a proposito di “sviluppo sostenibile”:”La filosofia che sorregge questa proposta si basa sulla presa di coscienza che i costi della protezione della natura sono sempre inferiori ai danni che ne risulterebbero qualora non venissero adottati. In questo senso si proietta lo sfruttamento dell’ambiente in una prospettiva temporale futura […]. In pratica si vuole semplicemente posticipare una scadenza ineluttabile” (21). Da parte nostra aggiungiamo l’impossibilità di considerare elaborazioni prodotte dalle stesse menti che hanno ignorato e sottomesso la necessità e l’importanza delle realtà locali, le comunità umane che storicamente detengono un esclusivo rapporto col proprio ecosistema. Esse solo ne conoscevano le labili regole. Ora ci troviamo davanti al proverbiale “latte versato” e al confronto con un nuovo e complesso sistema di variabili in cui i flussi umani superano la quantità di cittadini ancora radicati stabilmente in un territorio, per il quale si risveglia l'eterno problema del sacrificio di cultura e ambiente in nome di sempre nuovi solidaristici compromessi di “pacifica convivenza” e “mutua tolleranza”.

    Per quanto potrà durare questa innaturale tendenza? Sicuramente fino a quando non si avrà ben chiaro che la gestione del territorio non è predeterminata da alcun meccanicismo finalistico, né che la nostra terra è destinata a essere la grassa vittima dell’altare delle magnifiche sorti e progressive. Le genti d’Insubria devono comprendere che esiste la responsabilità etica e storica di custodire questo patrimonio dalla “morte ecologica” senza mai abbassare la guardia nei confronti di fattori fuorvianti e dei giochi del potere economico; tecnici, politici e cittadini del Ducato dovranno abbandonare l’ormai falsa illusione che un utilizzo consapevolmente malvagio della terra sia il prezzo da pagare per il mantenimento del quotidiano moderno benessere.




    Note


    (1) Konrad Lorenz, Il declino dell’uomo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1985, p. 115.

    (2) “Oggi invece per la prima volta nella Storia, una civiltà mondiale […] è minacciata da linee convergenti di catastrofi prodotte dall’applicazione dei suoi progetti ideologici. Una serie di concatenamenti drammatici convergono verso un punto fatale che ritengo si possa collocare all’inizio del XXI secolo, tra il 2010 e il 2020” (Guillame Faye, L’Archeofuturismo, Società Editrice Barbarossa, Milano, 1999, p. 17).

    (3) Sul bioregionalismo si veda l’esaustiva bibliografia di riferimento in appendice a AA.VV., Verso Casa. Una prospettiva bioregionalista, Arianna Editrice, Casalecchio (Bo), 1998.

    (4) Ciò a differenza di quanto avviene oggi, dove le espansioni edilizie dai nuclei storici sono spesso avulse dalla morfologia e dall’idrografia del territorio. Questo è permesso dall’utilizzo di strumenti tecnologici moderni, mentre i nostri avi ne possedevano sicuramente di meno affinati (ma sicuramente più cauti).

    (5) Nel 1997 la regione Lombardia (376 ab/kmq) era superata per densità abitativa da altre 10 Regioni Europee: Bruxelles (5898), Vienna (3856), Ile de France-Paris (922), Attica (906), West Nederland (839), Madrid (628), Nordrhein-Westfalen (526), North-West UK (487), South-East UK (416), West Midlands (410) (Fonte: Eurostat). Come è facile osservare si tratta proprio dei distretti metropolitani delle più popolose capitali europee.

    (6) Fonte: Annuario Statistico Regionale Lombardia-Edizione 2001, compilato da SISTAN (Sistema Statistico Nazionale) per Regione Lombardia, Unioncamere Lombardia e ISTAT. Se non diversamente indicato, alla stessa fonte si riferiscono tutti i dati demografici riportati.

    (7) Si pensi ad esempio a Milano2 e altri simili progetti di edificazione residenziale tipici degli anni ’80 ma protrattisi fino ad oggi. Queste esperienze, dopo il temporaneo quanto labile successo dell’utopia del “quartiere immerso nel verde a due passi da Milano”, si sono presto rivelate nella loro primitiva intenzione di facile opera di speculazione edilizia con i forti connotati aggressivi nei confronti degli spazi rurali della cintura metropolitana.

    (8) Alla fine del 2001 la popolazione straniera in Lombardia era pari al 3,7% del totale, con punte del 4,7% a Milano. Fra questi poco meno del 30% sono europei, mentre il 34,7% proviene da uno stato africano; al 31 dicembre 2001 erano infine più di 27.000 gli albanesi. Questi dati non considererebbero però gli individui presenti clandestinamente. Si noti che il tasso di natalità della porzione straniera è del 22,2%, quasi il doppio rispetto a quello della popolazione lombarda nel suo complesso.

    (9) Da Piano del Paesaggio Lombardo - Piano Territoriale Paesistico Regionale, sezione “Paesaggi”, paragrafo 1.4, Regione Lombardia, adottato con D.G.R. del 25 luglio 1997 n°6/30195; (distribuito al pubblico su supporto informatico).

    (10) Dalla sintesi dell’intervento di Alessandro Calducci e Paolo Fareri al convegno Milano, comunità in corso a cura del Politecnico di Milano e dell’Istituto per la Ricerca Sociale, svoltosi a durante la Triennale di Milano il 15, 17, 18 aprile 2001 nell’ambito della mostra “Use. Uncertain Stases of Europe”.

    (11) Ibidem

    (12) Come denunciato nel documento promosso da Legambiente Lombardia, La Rete Pedemontana Lombarda: dalla strada al territorio (e ritorno), nota tecnica predisposta dall’ing. Debernardi, dicembre 2000.

    (13) Fonte: Legambiente, Dossier Trasporti 2001. Nel particolare, le autostrade in cantiere sono: Milano-Brescia (61 km), Pedegronda-Pedemontana Lombarda (90 km), Valtrompia-Brescia-Lumezzane (32 km). Autostrade in partenza: Nuovo Anello Tangenziale di Milano (35 km), Cremona-Mantova (60 km).

    (14) Ibidem.

    (15) Fonte: Istat

    (16) Attualmente il Parco Fluviale lombardo della Valle del Ticino, formato da 47 comuni e 3 provincie per una competenza di 91.400 ettari, risulta contiguo al Parco Naturale del Ticino piemontese (6.500 ettari). I due parchi si sostengono su una diversa concezione di pianificazione territoriale: quello lombardo (“Fluviale”) coinvolge l’intero territorio dei comuni interessati ed è composto da zone a differente livello di protezione, mentre quello piemontese (“Naturale”) comprende aree a “riserva naturale” che escludono gli insediamenti urbani. Nonostante le indagini territoriali promosse, il progetto di un Parco Interregionale a carattere “insubre” sembra ancora in alto mare.

    (17) Le 58 Riserve Naturali e 25 Monumenti Naturali in Lombardia sono aree di ristrettissima superficie (solitamente pochi ettari) che proteggono garzaie, paludi e torbiere (come la Brabbia e il lago di Biandronno), boschi (come Vanzago, Scaldasole), sorgenti e fontanili (come la Fontana del Guercio), laghi minori (Montorfano, Ganna) e fenomeni geomorfologici (come la Preia Buia).

    (18) Ad esempio le opere di supporto a Malpensa all’interno del Parco Ticino: la bretella Boffalora-Malpensa (18 km) e la Novara-Gallarate (15 Km) entrambe in aree essenzialmente boscate; la variante SS 33 Sempione (oltre 35000 auto/die in pieno Parco); 5 nuovi ponti sul Ticino con relative opere stradali annesse; il “Trade Center Vizzola Ticino”, un polo fieristico sulla sommità del terrazzo perifluviale; gli insediamenti produttivi del “Business Park Gallarate-Busto”; le nuove cave di servizio alle opere di contorno; la terza pista con decollo ed atterraggio sul fiume, l’area di maggiore tutela. Il presidente del Parco ha recentemente rassegnato le proprie dimissioni di fronte ad una politica di isolamento e smantellamento dei principi che hanno portato alla creazione del Parco. (Fonte: Osservatorio Parchi di Legambiente).

    (19) Sebbene fosse stato previsto come termine per la pubblicazione il 31 dicembre3 1986, il testo fu approvato con i d.r.g. 25 luglio 1997 n°6/30195 e 5 dicembre 1997 n°6/32935. Vedi anche la nota (11).

    (20) Cfr. G.Oneto, Pianificazione del Territorio, Federalismo e Autonomie Locali, Alinea Edizioni, Firenze, 1994, capitolo 10 e in particolare le pagg. 102 e 103.

    (21) E. Zarelli, Quale cultura per l’ecologismo, in Quaderni Padani, n. 24, luglio-agosto 1999, pag.46.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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