Mandato da Gianni Pardo Mercoledì, 03 Settembre 2003, 20:37 uur.
I lettori dei giornali non teneri con la sinistra conoscono lo scandalo Telekom Serbia da anni (sintesi in nota) ma solo dopo le elezioni del 2001 s’è ottenuta l’istituzione di una Commissione d’inchiesta parlamentare. Come ha reagito la sinistra? Con molta abilità, da principio. Ha "fatto il morto", una tecnica che conoscono anche gli animali: se la preda non si muove, se non partecipa al "gioco" della predazione, può darsi che l’attaccante rinunci. E la mossa è stata a lungo pagante per varie ragioni.
In primo luogo mancava la novità. Tutti i fatti erano noti da tempo – almeno, per chi li voleva conoscere – e al massimo la Commissione doveva appurare chi e perché avesse messo qualche firma, con grave danno per lo Stato. In secondo luogo, il centro-sinistra beneficiava di quel pregiudizio di correttezza e superiorità morale da esso stesso continuamente ribadisce, sicché molti pensavano, più o meno: "Avranno avuto le loro ragioni, poi l’affare è andato male ma non è morto nessuno".
Infine e soprattutto, mentre la Commissione continuava a lavorare (e due giornali di centro-destra continuavano a denunciare lo scandalo), la grande massa dei quotidiani, per un’inconfessabile soggezione dinanzi al centro-sinistra, sostanzialmente si disinteressava della questione. Il "Corriere", per esempio, e soprattutto "Repubblica", che pure aveva scoperto lo scandalo e ne aveva fatto un effimero scoop.
Tutto questo sarebbe potuto andare avanti così per mesi o anni se ad un certo punto non fosse inopinatamente saltato fuori un testimonio che, con dovizia di particolari (nomi, numeri, somme, banche, tutti ancora da controllare) ha accusato Prodi, Dini e Fassino d’avere intascato un’enorme tangente per un totale di oltre quattrocento miliardi di lire. La Commissione ha continuato a cercare i riscontri, o ad attenderli dalla Svizzera, ma il grande pubblico ha sentito l’odore del sangue e a questo punto i giornali e le televisioni non hanno più potuto far finta di niente. Perché rischiavano di perdere clienti, non perché ci fosse da denunciare uno scandalo. Infatti, finché c’è stata la certezza che i dirigenti del centro-sinistra, nel 1997, hanno quanto meno regalato centinaia di miliardi – soldi nostri – a Milosevic, giornali e televisioni non hanno fiatato, e men che meno si sono indignati. Quando invece si è avuto il dubbio che, come sostiene un teste discutibile, Prodi, Dini e Fassino abbiano intascato centinaia di miliardi dello Stato, magari per girarli ai rispettivi partiti, è scoppiato il vero scandalo e i media non parlano d’altro. Col risultato che i tre sospettati hanno un bel protestare la propria innocenza, il caso continua a gonfiarsi e la gente pensa che dove c’è fumo c’è arrosto. La strategia del fare il morto non paga più. Gli accusati sono anzi irrimediabilmente sporcati se non addirittura, visto il dato obiettivo dell’affare disastroso concluso, condannati senza processo.
I media hanno così dimostrato che della verità, della morale in generale e della correttezza degli uomini politici, di cui dovrebbero essere i guardiani, non gli importa nulla. Essi sono disposti a coprire le malefatte della parte politica per la quale hanno simpatia, se possono farlo senza rumore. Ma se essa entra in conflitto con i propri interessi; se, tacendo su uno scandalo notorio, anche presunto, si rischia di perdere lettori o spettatori, ecco che si butta a mare la simpatia politica e perfino la tutela del buon nome di chi, fino a prova contraria, è innocente. Ecco perché fa sorridere il "Corriere" di qualche giorno fa che, cercando di rimanere corretto e riportando il discorso sull’essenziale (l’acquisto di Telekom Serbia), per bocca di Galli della Loggia chiede con sussiego al governo di centro-sinistra del 1997 conto del cattivo affare concluso. Vien voglia di chiedere se ne abbia avuto notizia solo ieri.
Oggi le proteste d’estraneità dei tre accusati suonano del tutto inconcludenti e suona quasi ridicola la loro disponibilità ad essere sentiti dalla Commissione. Sia perché fino ad oggi avevano fatto le viste d’ignorarne l’esistenza, sia perché la Commissione non ha bisogno della loro buona volontà, per ascoltarli: li può convocare d’imperio. Un disastro.
A questo punto, in uno sforzo disperato di uscire dall’angolo, ecco che Fassino sceglie la Flucht nach vorn, la fuga in avanti. "È Berlusconi che tira i fili del burattino che ci accusa". Con questi risultati: primo, una denuncia-querela rovinosa. Fassino dovrebbe infatti provare i contatti di Berlusconi con Marino, mentre questi è detenuto in isolamento, sotto il potere dei magistrati (di sinistra) di Torino. Poi, un accresciuto clamore: se ci fosse stato qualcuno che fino ad ora era distratto, ora non lo è più. La Flucht nach vorn può disorientare i nemici ma può anche condurre l’attaccante più vicino alla bocca del cannone avversario. Cannone costituito dall’indubitabile responsabilità di coloro che hanno provocato un così grande danno allo Stato. Inclusi i sottosegretari agli Esteri con delega per i Balcani.
Giannipardo@libero.it 2 settembre 2003




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