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  1. #1
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    Predefinito Storia e problemi della globalizzazione

    Globalizzazione, i vent'anni
    che sconvolsero il mondo
    di FEDERICO RAMPINI


    "HAPPY BIRTHDAY, GLOBALISATION", celebra il Financial Times. La globalizzazione compie oggi vent'anni e il mondo che ha plasmato è irriconoscibile rispetto al 1983: allora non c'erano i cellulari né la Cnn né Internet, i nostri figli non vestivano Nike, non esisteva l'euro, non avrei scritto questo articolo su un computer, e metà del pianeta era governata da sistemi comunisti. La globalizzazione ha stravinto e stravolto tutto, ma questo anniversario cade in mezzo alla sua crisi più grave. Siamo tutti figli della globalizzazione eppure la fiducia nel suo avvenire progressivo si è incrinata. Nutriti di fast-food e Coca Cola, molti giovani cercano nel movimento no global e nel "consumo etico" valori alternativi di equità. Il sociologo americano Benjamin Barber ha dipinto la sfida del fondamentalismo islamico come una "Jihad (guerra santa) contro il McMondo".

    La recessione e la paura del terrorismo alimentano la xenofobia e possono frenare i flussi migratori, ingrediente cruciale della nuova economia planetaria. L'epidemia della Sars minaccia l'esperimento più ardito della globalizzazione: la modernizzazione e l'arricchimento della Cina popolare attraverso l'economia di mercato. Una leadership americana neoimperiale e unilateralista indebolisce le condizioni politiche in cui è fiorito il ventennio d'oro della globalizzazione: un'epoca di apertura delle frontiere guidata da un grande disegno politico. Nel momento del suo trionfo, il modello unico è attraversato da tensioni che potrebbero essergli fatali.

    "Globalizzazione": quel termine fu lanciato nel mondo dal guru del marketing Theodore Levitt, docente alla Harvard Business School. Sulla rivista della prestigiosa università americana Levitt annunciò nel maggio 1983 che "la globalizzazione del mercato è a portata di mano". Levitt si riferiva soprattutto all'evoluzione dei consumi e del marketing.


    Quindici anni prima, sul terreno dell'informazione e dei valori culturali il semiologo Marshall McLuhan aveva teorizzato la capacità dei mass media di trasformare il mondo in un "villaggio globale". Levitt ne tirò le conclusioni economiche: con le nuove tecnologie di comunicazione il mondo diventa più piccolo, i messaggi della pubblicità e del marketing raggiungono ogni angolo del pianeta, omogeneizzano le aspirazioni consumistiche, creano un mercato senza precedenti per prodotti standardizzati. Arcaismo e post-modernità possono convivere, trasformando le società più arretrate in mercati per il neocapitalismo. In un esempio estremo Levitt ricordava le riprese televisive sulle stragi della guerra civile nel Biafra, con i guerriglieri che bevevano Coca-Cola. Levitt teorizzò la fine delle vecchie multinazionali - abituate a offrire prodotti diversi adattandosi ai gusti nazionali - e l'avvento dell'impresa globale capace di imporre gli stessi consumi nel mondo intero, realizzando così immense economie di scala e maggiori profitti.

    Il vangelo del marketing globale fece i suoi primi discepoli tra i colossi della pubblicità come Saatchi&Saatchi, che videro l'opportunità di colonizzare il mondo intero con un'unica cultura consumistica: globalizzazione e americanizzazione sarebbero presto diventati sinonimi, anche se in questo fenomeno hanno trovato spazio ugualmente i colossi dell'elettronica giapponese, le auto tedesche o la moda italiana. Ma vent'anni fa la globalizzazione era embrionale: molti mercati nazionali erano ancora protetti da robuste barriere. Decisivo fu il fatto che la classe dirigente americana vi riconobbe una grande opportunità di sviluppo. Gli Stati Uniti fecero la scelta politica di aprire una nuova fase di liberalizzazione degli scambi internazionali: esercitarono pressioni per la libertà dei movimenti di capitali, lanciarono negoziati nel Gatt e poi nel Wto, crearono l'area nordamericana di libero scambio (Nafta), proprio mentre l'Europa a sua volta costruiva il suo grande mercato unico.

    Il trionfo politico della globalizzazione giunse con la caduta del muro di Berlino, la fine dell'Unione Sovietica, la liberazione dell'Europa dell'Est, il crollo dell'unico sistema ideologicamente antagonista: nel 1990, McDonald inaugurava il suo primo fast-food sulla Piazza Rossa di Mosca. Negli anni Novanta un'altra rivoluzione, di natura tecnologica, ha esaltato le potenzialità della globalizzazione: la popolarizzazione del personal computer, la nascita del telefonino, infine l'avvento di Internet, hanno reso ancora più rapide ed economiche le comunicazioni globali. Le distanze sono state cancellate, i colossi informatici della Silicon Valley hanno adottato la città di Bangalore in India come una periferia della California, dove concentrare design e produzione di software a basso costo. I marchi Microsoft e Nike sono diventati i nuovi simboli di quest'èra che ha il suo centro imperiale negli Stati Uniti e le sue nuove basi produttive in Asia. Alla fine degli anni Novanta l'intuizione di Levitt prese di colpo un connotato peggiorativo. Il nuovo sistema, senza una regìa politica, era altamente instabile. Le identità nazionalculturali minacciate si rivoltavano alla periferia dell'impero.

    La crisi finanziaria del sud-est asiatico nel 1997 fece emergere il primo leader anti-global del Terzo mondo, il premier malese Mahathir, che si scagliò contro gli speculatori alla George Soros e l'eccessiva libertà nei movimenti di capitali; presto fu affiancato da Lula in Brasile. Nel dicembre 1999 il movimento no global ebbe il suo battesimo di piazza con le manifestazioni contro il vertice Wto a Seattle: nella protesta confluivano ideali moderni ed egoismi premoderni, il terzomondismo e l'ambientalismo insieme con la xenofobia e il protezionismo agricolo di Josè Bovè in difesa dei privilegi dei contadini francesi, o il sindacalismo dei colletti blu americani preoccupati dalla concorrenza degli operai messicani. Il movimento no global è stato seguito due anni dopo da un attacco ben più terrificante: l'11 settembre 2001 Al Qaeda scelse come bersaglio il World Trade Center, simbolo del capitalismo americano.

    Il terzo millennio si è aperto su un interrogativo: è iniziata la lunga notte della globalizzazione? A vent'anni dal battesimo di quel termine, le resistenze all'omogeneizzazione dei consumi e dei mercati sono in ascesa. Dopo l'offensiva terroristica, è la volta della Sars che può minacciare l'apertura delle frontiere. Di certo l'allarme-Sars dimostra che la globalizzazione non è un fenomeno a senso unico: se noi abbiamo bisogno della Cina, i cinesi hanno avuto un formidabile sviluppo socio-economico (ed anche politico culturale) grazie all'apertura dei mercati mondiali. Se la globalizzazione si ferma, il loro sogno di sviluppo sarà la prima vittima. Purtroppo non è impossibile. La storia non procede in una sola direzione. Già all'inizio del Novecento il mondo conobbe una prima forma di globalizzazione economica senza una adeguata governance politica: fu travolta da protezionismi, razzismi e ideologie totalitarie, dalla Grande depressione e due guerre mondiali. Quando l'economia corre troppo in avanti e la politica non regge il passo, si creano le condizioni per contraccolpi brutali.

    http://www.repubblica.it/online/econ...izzazione.html

  2. #2
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    Predefinito

    aggiungerei che le basi di questa globalizzazione furono gettate con gli accordi di "Bretton Woods" del luglio 1944, basati a loro volta sulla "carta atlantica" del 1941,
    da citare anche l'esperienza sovietica degli anni 30 di espansione economica rapida attraverso la pianificazione ripresi,in parte,dal "new deal" Rooseveltiano.

    Tali accordi proponevano un ordinata espansione dei benefici del progresso economico a tutto il mondo ma furono traditi dalla guerra fredda dell'america di Truman.

    Il meccanismo infernale della guerra fredda uccise la cooperazione internazionale,
    ma al suo interno si inserì la possente leva cinese che lo scardinò dal 1960 all'inizio degli anni 80,
    40 anni perduti, durante i quali la popolazione mondiale passò da 2 a 5 miliardi di individui,in prevalenza miserabili,
    senza una vera programmazione economica e demografica
    con sporche guerre dappertutto
    e un ritorno massiccio del fascismo in america latina e in tutto il mondo.

    Senza quei 40 anni di follia oggi magari saremmo 4 miliardi ,invece di oltre 6, e il terzo mondo avrebbe un reddito perlomeno triplo......

  3. #3
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    Predefinito La carta atlantica

    Il 14 agosto 1941 Roosevelt e Churchill, a bordo di una nave da guerra presso l’isola di Terranova, firmarono una dichiarazione comune, che doveva passare alla storia come « Carta atlantica »: una specie di manifesto ideologico, che intese presentarsi come il contrastare del « nuovo ordine a bandito da Hitler e porsi a base del futuro ordinamento internazionale. In essa erano formulati in Otto punti gli obbiettivi di pace delle potenze democratiche occidentali da attuarsi « dopo la definitiva distruzione della tirannia nazista ». Tali punti possono così riassumersi: diritto per ogni popolo di scegliersi la propria forma di governo, attuazione della piena collaborazione fra le nazioni in campo economico, impegno a realizzare una pace che consentisse a tutti gli uomini di tutte le terre di « vivere liberi dalla paura e dal bisogno a, abbandono dell’impiego della forza in un mondo liberato dal peso schiacciante degli armamenti. Era, in sostanza, la ripresa del programma wilsoniano espresso nei Quattordici punti e, per gli Stati Uniti, il definitivo abbandono della politica isolazionistica, anche se il governo americano restava fuori ancora formalmente dal conflitto. Da questa « Carta » scaturì il 1° gennaio 1942 la dichiarazione delle Nazioni Unite, come si denominarono i 26 Stati in guerra contro le potenze del Tripartito. Essi costituirono il nucleo originario dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), sorta a San Francisco al termine del conflitto. Alla loro testa si posero Stati Uniti, Gran Bretagna e paesi del Commonwealth, URSS, Cina, i quali si impegnarono solennemente a battersi « contro le forze selvagge e brutali che tentano di soggiogate il mondo ». La « Carta atlantica » rappresentò un grande passo in avanti verso l’intervento diretto degli Stati Uniti in guerra, che fu peraltro determinato, come si vedrà, dall’improvviso attacco giapponese a Pearl Harbor.


    Franklin Delano Roosevelt (1882-1945) presidente degli USA (1932-45) democratico, ricostituì l'economia americana travolta dalla crisi del 1929 promovendo con il New Deal un vasto intervento statale in campo economico e lo sviluppo della democrazia sociale e sindacale. Allo scoppio della 2a guerra mondiale si schierò con le democrazie europee e, dopo l'entrata in guerra in seguito all'attacco giapponese a Pearl Harbour (1941). Tra i protagonisti della conferenza di Jalta (1945). Morì pochi giorni prima della resa tedesca.

  4. #4
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    Predefinito Bretton Woods

    La centralità dell'intervento delle truppe americane nel secondo conflitto mondiale indusse le autorità statunitensi a convocare nel 1943, ancor prima delle conclusioni del conflitto, una conferenza a Bretton Woods per definire il nuovo ordine monetario internazionale. In realtà l'occasione era stata offerta dalla pubblicazione di un piano sul Nuovo ordine economico, divulgato con intenti propagandistici dal ministro dell'economia tedesca Walter Funk allo scoppio del conflitto. Immediatamente le autorità britanniche chiesero all'economista John Maynard Keynes, che collaborava con il Tesoro, di proporre una radicale critica a questo piano e di formularne uno alternativo. La risposta di Keynes fu che condivideva quasi tutti i concetti formulati nel piano del governo nazista e che non se la sentiva di svolgere una critica aprioristica contro principi che riteneva giusti. Ai reiterati inviti dell'amministrazione a rivedere la sua posizione, Keynes rispose infastidito, consigliando le autorità di rivolgersi ai teorici più conservatori che si ostinavano a difendere la tesi secondo cui il libero mercato era in grado di risolvere tutti i problemi dell'economia. Costoro, secondo Keynes, erano stati i veri responsabili della crisi del 1929, avendo esaltato il ruolo dei movimenti a breve dei capitali con la loro carica destabilizzante, avendo difeso le politiche deflazionistiche del sistema di gold standard e avendo esautorato le pubbliche autorità da ogni tipo di controllo preventivosul ciclo.24Dopo aver accantonato il progetto di criticare il piano nazista, i governi britannico e statunitense decisero tuttavia di formulare un nuovo progetto: la stesura delle prime bozze venne affidata rispettivamente a J.M. Keynes e al funzionario del Tesoro americano Henry Dexter White. Pur nella loro specificità, i due progetti concordavano essenzialmente su alcuni punti, come la necessità di fondare il nuovo ordine su una valuta composita che non trasferisse su piano internazionale l'instabilità del paese di appartenenza, oppure l'impegno a sottrarre - trasferendolo ad organismi sovranazionali - il finanziamento degli squilibri delle bilance dei pagamenti a scelte ispirate esclusivamente a logiche di profitto delle grandi banche private, o infine, di affidarsi ad interventi cooperativi e multilaterali nella definizione dei cambi o nella regolamentazione dei trasferimenti a breve dei capitali speculativi. Nel piano Keynes, inoltre, c'era il progetto di costituire un sistema di clearing internazionale, in grado di creare ex novo moneta bancaria da affidare ai paesi in difficoltà nei loro conti con l'estero, indipendentemente dall'esistenza di loro previ versamenti. Contro questi piani, che portavano di fatto al definitivo abbandono del gold standard, che esautoravano le grandi banche mondiali dal controllo dei finanziamenti concessi agli Stati sovrani, che penalizzavano la speculazione sui cambi e le sue forme più tradizionali d'intervento - e cioè i movimenti a breve di capitali - si concentrò l'opposizione, radicata nei centri finanziari più importanti, in particolare la piazza di New York. Attraverso il quotidiano “New York Time”, molto sensibile agli interessi della grande finanza locale, venne mobilitata l'opinione pubblica mondiale contro i pericoli insiti nei due piani "eversivi", presentati ufficialmente dalla delegazione statunitense e britannica

    Fini, così, per essere di fatto approvato il piano redatto da un esponente degli interessi della grande finanza, il professor J.H. Williams, che faceva leva sulla necessità di mantenere la centralità delle monete-chiave tradizionali (key currency) come dollaro e sterlina, e sulla natura privatistica delle operazioni di finanziamento agli Stati: era assurdo, secondo quest'ultimo, in un sistema dominato dal ruolo degli Stati Uniti come paese creditore del mondo, parlare di istituzioni finanziarie sovrannazionali (che vennero poi di fatto introdotte nel joint statement puramente in termini formali, ma senza le necessarie dotazioni per svolgere il loro ruolo) ed era impensabile lasciare alla discrezione dei singoli paesi la definizione delle politiche di stabilizzazione dei cambi e di controllo dei movimenti di capitali a breve26. Il plenipotenziario americano, H.D. White , responsabile secondo le frange più conservatrici di aver minacciato con il suo progetto la sicurezza degli Stati Uniti (mentre sappiamo che ad essere minacciati erano soltanto gli interessi e i patrimoni personali dei più potenti banchieri privati), venne sottoposto a processo e non comparve davanti alla corte solo perché un "provvidenziale" infarto lo tolse di scena alla vigilia della prima udienza. L'accordo si presentava, dunque, viziato sin dal suo nascere: d'altra parte la mancata istituzione dell'International trade office, che al pari dell'odierno World trade organization, avrebbe dovuto regolamentare il commercio mondiale, era un altro significativo segnale che a prevalere erano stati gli interessi dei centri finanziari privati più importanti, oltre alla volontà egemonica delle grandi potenze. Tutte le valute più importanti finirono per essere rigidamente legate al dollaro da un rapporto di cambio fisso, che non lasciava spazio a manovre correttive di eventuali squilibri delle bilance dei pagamenti, mentre soltanto la sola valuta statunitense era convertibile in oro. Inoltre, non si faceva menzione neppure del pesante indebitamento contratto durante la guerra da quasi tutti i paesi del mondo nei confronti degli Stati Uniti, che costituiva una seria minaccia per ogni autonoma politica di sviluppo e che, nonostante il fatto che gli Stati Uniti non abbiano voluto infierire in tema di riparazioni dei danni di guerra, costituivano una notevole causa di rallentamento della crescita nel dopoguerra.

  5. #5
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    Predefinito Re: La carta atlantica

    Originally posted by Pasquin0
    (...) Tali punti possono così riassumersi: diritto per ogni popolo di scegliersi la propria forma di governo, (...)

  6. #6
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    Predefinito Re: Re: La carta atlantica

    Originally posted by jesi1194
    tali principi furono rinnegati dalla guerra fredda del "nonno" di bush: Harry S. Truman

 

 

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